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Articoli filtrati per data: Friday, 01 Febbraio 2019

Ieri il secondo appuntamento chiamato per contestare il nuovo Campus urbano sorto accanto a Palazzo Nuovo, ha visto la partecipazione di oltre 200 universitari.

Inizialmente il flash-mob doveva partire dal MC Donald’s, che proprio in vista della mobilitazione ha però deciso di chiudere i battenti e rimandare l’apertura, prima piccola vittoria. Ci si è quindi spostati per raggiungere il Burger King, cercando di bloccare l’attività e farle perdere gli incassi: sono stati forzati entrambi gli accessi ma la polizia si è schierata spintonando e cacciando gli studenti.
Per la seconda volta gli studenti si sono diretti verso il Rettorato, ormai dependance della questura. Il Rettore non ha avuto il coraggio di presentarsi nemmeno stavolta: Non c’è, diceva un funzionario che, nel goffo tentativo di raffreddare gli animi, ha proposto di ricevere una delegazione di tre persone. Ma gli oltre 200 universitari hanno declinato il contentino. Troppo facile: “il Magifico ci deve ricevere tutti”
Non disposti ad accettare per la seconda volta questa umiliazione, gli studenti si sono poi spostati all’altro ingresso, chiuso da un cancello di ferro, dietro il quale tutta l’amministrazione universitaria guardava gli studenti mentre venivano caricati. La giornata si è poi conclusa con un’assemblea di fronte al Burger King, determinata a continuare la mobilitazione.

A una settimana di distanza dalla prima mobilitazione, la partecipazione continua a crescere, si comincia a chiedere il conto e continuano ad emergere delle cose che non si è più disposti a sopportare.
L’apertura del Burger King in una struttura non ancora terminata, per cui l'università ha stanziato 50 milioni, è stata la famosa goccia che fa traboccare il vaso.
Ci sono tante questioni che si aprono, e che stanno animando questa protesta.
C’è un senso di ingiustizia rispetto a uno spreco di risorse che sono di tutti.
C’è anche il sentirsi presi in giro, perché gli studenti non vengono mai interpellati. In niente.
C’è sicuramente anche un senso di inimicizia verso ingombranti multinazionali che possono permettersi tutto: gli spazi delle università, lo sfruttamento dei dipendenti, l’alto impatto ambientale causato da queste catene produttive.
Ma c’è qualcosa, che è veramente importante, che si percepisce nello stare assieme anche se non è ancora troppo chiaro cosa sia. Di certo un qualcosa che va ascoltato, un qualcosa che sarebbe miope rischiare di circoscrivere in una proposta politica statica e predefinita, perché ciò significherebbe perderne la ricchezza e complessità.
È più come un generale senso di saturazione, che ormai è troppo e non si può sopportare di più: spese continue per tutto, stress, malessere. “Questa università fa schifo, e aprono un Burger King”, “Non ci ascoltano, abbiamo bisogno di altro non di questo posto di merda”, “È tutto a spese nostre”. Bastava guardarsi attorno per capire gli umori, bastava guardare avanti e c’era sempre qualcuno che ci stava mancando di rispetto, che non era dalla nostra parte.
Il Rettore, il Burger King, la polizia.
“Il punto è che qua decide sempre qualcun altro cosa dobbiamo fare, la polizia, il rettore...”

La vivacità di queste giornate non farà tornare i conti a chi tenta di mettere bandierine, o prova a sovracostruire con campagne politiche.
Una cosa sembra fondamentale, fare in modo che stavolta siano gli studenti a decidere cosa fare di quella palazzina, ancora in piedi nemmeno per metà. Ed è stato questo che ha incoraggiato un appuntamento settimanale in cui incontrarsi. E questa aspettativa è giusta, imprescindibile e non va delusa: basta guadagnare a spese degli studenti. A loro va tutto a noi non resta niente.
Vogliamo che quei 50 milioni vengano usati per garantire le nostre necessità, e questo va fatto ora. Non c’è alternativa possibile.

Da Collettivo Universitario Autonomo

 

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A due settimane dalla ripresa dello sciopero e dei blocchi davanti a Italpizza, le lotte strappano una nuova, per quanto parziale, vittoria.

L'azienda cede, riammettendo le delegate e i delegati in sciopero con effetto praticamente immediato. Dal prossimo 5 febbraio tutti e tutte torneranno al loro posto, a dimostrazione che ai ricatti e alla repressione è possibile rispondere lottando e vincendo.

La prossima settimana verrà inoltre affrontata la situazione relativa al reintegro dei due delegati sindacali licenziati. Inoltre, si verificherà nella pratica il rispetto degli accordi stipulati, dato che l'azienda non si è certo distinta per la coerenza tra la parola data e gli atti effettuati..

Intanto oggi lo sciopero delle lavoratrici del Si Cobas ottiene la solidarietà anche da pezzi di Fiom e Cgil del territorio modenese e non solo, finora rimasti silenti. Nonostante una prima vittoria la battaglia rimane ancora lunga, necessitando di ulteriori passaggi.

Dal picchetto si rilancia con diversi appuntamenti: dall'iniziativa pubblica di giovedì prossimo ( Italpizza: uno sciopero che vale piu di un decreto ) fino al corteo previsto per il 9 gennaio in cui si scenderà in piazza contro il muro di aziende e istituzioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali che attraversano il territorio modenese ed emiliano, ma anche contro la prossima apertura del Centro di Permanenza e Rimpatrio in città.

 

Di seguito il testo di indizione del corteo da parte del SI Cobas:

Da oltre due mesi ormai prosegue la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di Italpizza, una lotta che sta dimostrando come la tenacia e la determinazione operaia possano rompere quei meccanismi di sfruttamento che sono ormai la quotidianità nei nostri territori.

Dall'altra parte della barricata si schiera un'azienda in costante crescita nei profitti, che appalta a cooperative che evadono sistematicamente tasse e contributi, mentre le istituzioni modenesi fanno muro a difesa di quella che chiamano un'eccellenza: un'eccellenza sporca di sfruttamento.

Un muro quello del sistema-modena sul quale sono ormai evidenti le crepe che si allargano nella misura in cui si allargano le mobilitazioni e gli scioperi, accresciuti da dalla solidarietà militante dei lavoratori di tutta la provincia ed oltre, senza farsi spaventare dalla violenza poliziesca o dalle prese di posizione di parte della politica cittadina.

In una delle province con i distretti produttivi più ricchi d’Italia anche le illegalità accertate dalle stesse autorità dello Stato sembrano essere accettabili e tollerate, in nome del profitto, mentre viene visto con pericolo chiunque alzi la testa per i propri diritti.

Ricordiamo come Modena sia teatro della vergognosa montatura giudiziaria contro il nostro coordinatore nazionale, Aldo Milani, il cui processo continua in questi giorni, pur in assenza di alcuna prova a suo carico. Modena è terreno di scontro nazionale per tutto il S.I. Cobas.

Non a caso è stato proprio nella mobilitazione ad Italpizza che è stato applicato per la prima volta in regione il reato di blocco stradale, introdotto dal Decreto Sicurezza di Salvini (che punisce con anni di carcere la pratica del blocco delle merci utilizzata durante gli scioperi). L'arresto e l'incriminazione di due delegati sindacali durante le cariche al picchetto dimostra come questa norma non sia unicamente un decreto contro i migranti, ma piuttosto un ricatto contro tutta la classe operaia.

Ricatto che vuole essere rafforzato anche grazie all'apertura nei prossimi mesi del nuovo Lager (CPR) prorpio nella nostra provincia.Chiamiamo quindi per sabato 9 febbraio 2019, un corteo cittadino per rilanciare le lotte sul territorio, dalla G.M. di Camposanto all'Alcar Uno di Castelnuovo Rangone, dalle ceramiche ai magazzini della logistica. Il S.I. Cobas a Modena è presente e cresce ogni giorno di più.

Invitiamo tutti i collettivi, movimenti, comitati e organizzazioni che quotidianamente si battono per la dignità e la giustizia, per la difesa del territorio, del diritto alla casa, per gli spazi sociali e i diritti dei migranti a unirsi a noi, a stringersi attorno agli operai ed alle operaie in lotta, come fece la città di Modena nel 1950 per gli operai delle Fonderie in sciopero.

Uniti si vince! Alla lotta!

Modena, 1° febbraio 2019

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E' Khalid Khalid, 50enne kuwaitiano da anni in Italia e residente a Camerino

"E i poveri terremotati di Amatrice?". Una frase ormai legge di Godwin in qualsiasi polemica da social e non sull'immigrazione; per lo più brandita da chi, nel migliore dei casi, empatizza con la cittadina reatina davanti ad un piatto dei famosi bucatini, non ha mai neppure solo simpatizzato con uno sciopero, un picchetto antisfratto, una manifestazione a sostegno dei propri connazionali, non si è reso conto che il governo è cambiato da abbastanza tempo da avviare provvedimenti d'urgenza per il post-sisma.

Una frase la cui diffusione e carica emotiva è inversamente proporzionale alla notizia del primo morto certificato nei cantieri post-sisma (come del resto di tutti i morti sul lavoro in Italia). Mercoledi scorso Khalid Khalid, operaio kuwaitiano 50enne, è caduto da un'impalcatura a 15 metri di altezza dal suolo a Matelica - cittadina dell'entroterra maceratese - morendo sul colpo. Khalid risiedeva in Italia da vent'anni, quindici dei quali impiegato come operaio edile; non avrebbe però ricevuto la formazione adeguata ad operare nelle problematiche condizioni del Cratere dall'azienda per cui lavorava, la Grimaldi Costruzioni Srl.

La morte di Khalid sopraggiunge nel giorno della pubblicazione della conta delle morti sul lavoro del 2018: 1133. 104 vite in più reclamate dalle ragioni del profitto rispetto all'anno precedente. Lasso di tempo in cui non sembra venuta meno la piaga del caporalato nei cantieri delle casette SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza), la cui ultima indagine a riguardo si è appena chiusa. Mentre i fondi per la ricostruzione post sisma vengono imbrigliati dall'amministrazione regionale marchigiana in un torbido meccanismo di gestione pubblica-privata come riporta il gruppo di ricerca Emidio di Treviri o direttamente intascati da veri e propri sciacalli come il senatore-sindaco leghista di Visso Pazzaglini. Il cambiamento, nel Cratere e non solo, non può che arrivare da chi ci vive, lotta e resiste.

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Si è svolto oggi nel tripudio di giornalisti la passerella elettorale del Ministro Salvini all’ex-cantiere di Chiomonte.

Sfidando la neve, un folto gruppo di notav era venuto venuto ad accoglierlo per chiedergli conto della palla più grossa nella storia delle palle TAV, quella sparata dal ministro pochi giorni fa quando ha affermato che ci sarebbero 24 miliardi di costi nel caso in cui la seconda linea Torino-Lione non venisse realizzata. Non c’è stato però niente da fare, Salvini è rimasto al caldo nascosto per tutta la mattinata dietro decine di agenti in assetto anti-sommossa che hanno anche caricato i notav (tra cui Nicoletta che ormai ha più di 70 anni) perché “avrebbero ricevuto una palla di neve”. Un nervosismo degli agenti che la dice lunga sulla debolezza di tutto il sistema TAV di cui Salvini si candida ad essere garante come dimostrato da questa tappa al cantiere, ormai quasi obbligatoria per ogni politico che voglia rassicurare partiti, criminalità organizzata e imprenditoria sul fatto che il cambiamento è solo un brand elettorale e che gli interessi che contano saranno garantiti a ogni costo.

Una visita che si è trasformata in un ennesima fiera della menzogna con giochini di prestigio di bassa Lega. Salvini ha ripetuto la bugia dei 25 km di galleria già scavati, ha affermato una riduzione dei tempi di percorrenza che non viene neanche più propagandata da TELT mentre provava far passare il cunicolo esplorativo per un tunnel in cui dovrebbe passare un treno.

Conosciamo la passione del ministro per i travestimenti e quindi ci permettiamo di consigliargliene due: un vestito da coniglio o un bel naso da pinocchio. Scegliesse lui quello che più gli si addice dopo il triste spettacolo di oggi.

da notav.info

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Riportiamo un interessante contributo tradotto su L'America Latina. Partendo dalla questione petrolifera e dalla crisi economica degli ultimi anni l'articolo concentra il suo sguardo sulle composizioni sociali e sui territori venezuelani. 

Già da settimane si annunciavano turbolenze in Venezuela a cominciare da gennaio con l’insediamento dell’Assemblea nazionale e l’inizio di un incerto periodo presidenziale per Nicolás Maduro (2019-2025). Ancora una volta, saltano alla vista una serie di mosse politiche e geopolitiche di breve e medio termine, movimenti, alleanze e decisioni che ravvivano le tensioni già esistenti creando nuovi punti di inflessione e cambiamenti di scenario. La drammatica progressione del disastro economico e la decomposizione politica e istituzionale del paese, sommandosi ad un panorama internazionale ostile, ci conducono verso un periodo di volatilità molto maggiore rispetto a quello già di per sé di forte conflitto del 2017.

In ogni caso, tutto ciò va ben al di là dei riassestamenti del potere istituzionale e del potenziale cambio di presidente. Di fronte al collasso del modello “rentista” (1), del Petro-stato e di tutte le sue istituzioni, la disputa per il controllo delle rendite petrolifere ha perso centralità dirigendosi con più forza verso l’appropriazione diretta delle risorse e il controllo dei territori.

Mentre l’attenzione è quasi interamente focalizzata sull’esito del conflitto ai vertici del potere, la verità è che da diversi anni è in atto un intenso processo di deterritorializzazione (2) e ricolonizzazione lungo tutta la geografia venezuelana che sta provocando un enorme impatto non solo sul tessuto sociale, nella correlazione di forze, negli ecosistemi e nella riproduzione della vita socio-ecologica, ma anche nella forma stessa della sovranità politica nel paese.

È chiaro che lo Stato/Governo di Nicolás Maduro sta svolgendo un ruolo chiave in questo complesso processo di ricolonizzazione, intensificando la logica estrattiva, infliggendo un brutale aggiustamento economico sui territori (zone economiche speciali, mega-progetti come l’Arco Minerario dell’Orinoco A.M.O., tra gli altri), mentre allo stesso tempo diventa politicamente molto aggressivo e autoritario e, di fatto, ha soppresso lo stato di diritto (stato di eccezione permanente, zone militari speciali, ecc.).

Tuttavia, nonostante si vorrebbe ometterlo in alcune analisi, non è l’unico attore gioco. In realtà, non è nemmeno un attore solido ed omogeneo. La crisi egemonica iniziata nel 2013 con la morte di Chávez e le metastasi della corruzione si uniscono alla straordinaria crisi economica che paralizza e rende caotico il paese, cosa che fa sì che il Petro-stato venezuelano oggi sia poco più di una collezione di gruppi di potere (che presentano conflitti e tensioni tra loro) e un insieme di istituzioni precarie e incoerenti.

L’impatto di questa Grande Crisi (2013-2019) è stato così profondo che ha smosso e dato una nuova dimensione alle molteplici contraddizioni e tensioni territoriali già esistenti, mentre i territori sono in balia dei flussi selvaggi della tardiva e scomposta globalizzazione attuale. Lungi dall’essere omogenea, ci troviamo di fronte una cartografia politica frammentata, molto mobile e volatile: una parte della società venezuelana, precarizzata, migra da una economia formale svuotata a queste dinamiche di appropriazione diretta delle risorse e controllo dei territori; prolifera il paramilitarismo nelle sue varie forme; le bande criminali e i sindacati minerari; settori militari corrotti che esercitano un potere feudale; fronti della guerriglia “smobilitati” (ex FARC) o no (come l’ELN); potenti settori di allevatori di bestiame e proprietari terrieri; e la crescente influenza/presenza, diretta o attraverso intermediari, delle corporazioni transnazionali. È il capitalismo globale 2.0 allo scoperto.

Non si possono comprendere questi processi mediante un codice binario/lineare, polarizzato, o semplicemente come gli interessi della Nazione contro l’Impero. I gruppi in conflitto agiscono in base a interessi particolari/locali o si articolano fino a far parte di reti regionali, nazionali e internazionali collegati ai mercati globali delle materie prime, legali o illegali. In questa molteplicità di livelli possiamo parlare quindi di una geopolitica della regione della Guayana, una geopolitica de Los Llanos, una geopolitica dell’Amazzonia, ecc.

In ogni caso, tutti gli attori menzionati sono agenti di accumulazione per espropriazione e, in un modo o nell’altro, operano attraverso una logica di guerra. Su questo punto, anche se non fossero articolati tra di loro, coincidono. Costituiscono le diverse strutture di potere che promuovono una ri-territorializzazione dell’esproprio e del saccheggio, e sembrano condurre il Venezuela a riconfigurarsi come una o un insieme di economie di enclave.

Cartografie del saccheggio, guerre e resistenza: alcune coordinate

È impossibile presentare le molteplici caratteristiche e tonalità delle dispute territoriali a livello nazionale. Possiamo solamente menzionare alcune di esse e le tendenze in modo generale.

Oltre al crollo del capitalismo basato sui proventi del petrolio (3), le aree delle enclave petrolifere sono entrate in declino (così come le città di riferimento). Ciò ha favorito un auge molto significativo delle diverse economie informali di estrazione. Le logiche di potere e di appropriazione sono ora rivolte con forza al controllo della terra, dei territori e alle possibilità di estrazione delle risorse (oro, diamanti, coltan, legname, specie protette, ecc.) e persino dell’acqua, così come al controllo dei movimenti della popolazione, delle merci, dei corridoi strategici e del commercio transfrontaliero.

La regione della Guayana e quella amazzonica – cioè le nuove frontiere delle materie prime venezuelane – probabilmente sono le aree in cui assistiamo a queste dinamiche con maggiore crudezza. Le principali zone aurifere, nella Riserva Forestale di Imataca (a est dello stato Bolivar), sono attraversate da logiche di guerra dove si sono formati dei feudi minerari dominati da bande criminali, militari corrotti e/o settori della guerriglia colombiana, cosa che non esclude il verificarsi di scontri a fuoco con componenti delle Forze Armate, principalmente attraverso operazioni militari. Le nuove frontiere delle commodity sono fondamentali nella ridefinizione del progetto estrattivo venezuelano, ma allo stesso tempo servono anche per l’arricchimento e il consolidamento di interessi particolari ed il posizionamento territoriale in relazione al conflitto politico nazionale. Ecco perché l’evoluzione di quanto accade in queste aree è così importante.

Questi processi hanno già prodotto metastasi nell’area, espandendosi con grande forza dalla metà del passato decennio e specialmente nel momento di crisi attuale. Si sono intensificati nel bacino del Caroní, nel Parco di Canaima, nel bacino del fiume Paragua, a sud-est dello stato Bolivar (confine con il Brasile) e nel Caura, così come nei territori Yanomami e nei municipi nord-orientali dello stato di Amazonas. Allo stesso modo è accaduto con il coltan dal nordovest di Bolivar fino all’asse autostradale e al confine di Amazonas con la Colombia a sud per l’oro.

I conflitti tra gruppi armati e l’installazione dell’A.M.O. (Arco Minerario dell’Orinoco) hanno generato violenza, morti e spostamenti forzati. Diverse popolazioni indigene hanno opposto resistenza, come i Pemón, Yekwana, Yabarana, Wótjüja, Yanomami tra le altre, ma molte di queste comunità si sono anche incorporate sempre di più all’estrazione illegale di minerali. Per diversi anni i Pemón hanno combattuto duramente contro gli spostamenti forzati e l’espropriazione e costituiscono oggi uno dei principali bastioni della resistenza in questi territori (4).

Le operazioni di estrazione si stanno espandendo rapidamente in tutto il paese secondo una logica di saccheggio. Non solo nel sud: miniere metalliche (come l’oro nello stato Carabobo o Yaracuy) e non metalliche (sabbia e calcare tra le altre) proliferano su tutta la geografia nazionale. Quest’ultime sono favorite soprattutto da militari corrotti per il loro usufrutto personale provocando deforestazione, deviazione dei fiumi e conflitti con le popolazioni locali. Una situazione simile si sta verificando con il legname.

Nell’estesa regione dei Llanos, dal 2001 ad oggi, si sono intensificati i conflitti per la terra lasciando un bilancio di oltre 350 contadini uccisi. In questo periodo di crisi sono aumentati gli sfratti arbitrari nelle terre recuperate dalle comunità contadine e riappropriate dai latifondisti. I contadini sostengono di essere stati abbandonati dalle istituzioni governative, di essere assediati e perseguitati, criminalizzati, sottoposti a giudizio, minacciati e in molti casi uccisi dai paramilitari e dai sicari assoldati dai proprietari terrieri e dai grandi latifondisti. Sono state registrate aggressioni negli stati di Barinas, Portuguesa, Monagas, Anzoátegui, a sud del lago di Maracaibo (Zulia), Apure, Cojedes, Trujillo, Guárico e Mérida. Negli ultimi mesi si sono verificati diversi omicidi di contadini, come i due appartenenti alla tenuta Hato Quemao (Barinas), il dirigente contadino del Partito Comunista del Venezuela Luís Fajardo (a sud del Lago di Maracaibo) e più recentemente (12/01/19) José “Caballo” de La Cruz Márquez sempre a sud del lago.

Il 12 luglio del 2018 un gruppo di 200 contadini che fanno parte della Piattaforma di Lotta Contadina ha iniziato una marcia di 21 giorni da Guanare (stato delle pianure di Portuguesa) percorrendo a piedi i 430 km fino a raggiungere la capitale Caracas. È un fatto che rappresenta una mobilitazione inedita in Venezuela con importanti ripercussioni politiche per i movimenti popolari. I contadini chiedono giustizia per gli assassinati e denunciano la partecipazione di agenti di sicurezza della Guardia Nazionale e della Polizia Nazionale Bolivariana ad attacchi contro di loro. Inoltre hanno sollevato la necessità di riorientare il modello agricolo, riconoscendo i contadini come asse centrale della sovranità alimentare nel paese. Queste mobilitazioni mostrano la necessità di riorganizzazione e rilancio del movimento contadino date le crescenti minacce a cui è esposto.

Gli stati del Zulia e del Táchira, come è noto, sono aree sovraccariche di interessi economici e conflitti, la chiave per il miliardario commercio illegale di contrabbando e l’estrazione transfrontaliera tra Venezuela e Colombia, ma incidono anche nella dinamica delle difficili relazioni tra i due paesi. Numerosi attori armati – in gran parte provenienti dal conflitto colombiano – sono entrati in Venezuela posizionandosi in vari territori ed entrando nelle intense dispute per il loro controllo così come nel business del contrabbando di benzina e di prodotti alimenti fra le altre cose. Vogliamo sottolineare, nel caso del Zulia, l’assedio a cui sono stati sottoposti negli ultimi anni gli indigeni della Sierra di Perijá (Yukpas) e La Guajira (Wayuu), che si è intensificato nei confronti delle famiglie del cacique Sabino Romero, assassinato nel 2013, e della cacica Carmen Fernández con il sequestro e la tortura dell’insegnante yukpa Mary Fernández, figlia di Carmen, e il trasferimento coatto della comunità di Kuse – sostenuta dalla cacica.

Infine le zone urbane, attraversate dalla precarietà, sono teatro di intense dispute per il controllo dei quartieri, del commercio e dei corridoi strategici. Le bande criminali sono riuscite ad ampliare la loro capacità organizzativa e di fuoco e sono riuscite persino ad articolarsi con settori corrotti dei corpi di sicurezza dello Stato. Questi svolgono frequenti operazioni di repressione nei quartieri popolari (come l’Operazione per la Liberazione del Popolo) e attraverso il dispiegamento di forze speciali che agiscono senza maggior controllo in lungo e in largo per le città del paese.

I giochi sono abbastanza aperti e la geografia venezuelana scricchiola, strattonata dai molteplici attori dell’esproprio e della ricolonizzazione. Quando nella scena politica dei partiti talvolta le cose sembrano in stallo, nella vita materiale delle comunità questi processi avanzano rapidamente a dimostrazione che, in larga misura, in Venezuela la disputa è per i territori.

Epilogo. Ripensare un progetto di emancipazione, in tempi molto agitati?

È difficile analizzare questi scenari senza fare paragoni con altre esperienze come quella colombiana, l’America centrale o alcuni paesi africani come il Congo. In questo caso, la domanda è se non stiamo assistendo alla configurazione di strutture territoriali e, soprattutto, logiche di potere mediate dalla guerra. E se così fosse, la seconda domanda è come ribaltare questa situazione. È essenziale non vacillare nei tentativi per costruire un’alternativa politica per il paese che vada oltre i due principali progetti neoliberali/autoritari in discussione (Governo Maduro e Fronte Amplio/Volontà Popolare et al), un’alternativa che possa favorire il riemergere delle potenzialità popolari e la nascita di nuove culture politiche sensibili alla vita socio-ecologica. Se tale scenario non fosse reversibile nel prossimo futuro, è chiaro che i popoli hanno diritto alla propria difesa. In questo caso, ciò significa ripensare un progetto di emancipazione, in tempi molto agitati.

1 NdT, basato sui proventi del petrolio.

2 Intendendo la “deterritorializzazione” come un processo di rottura e sconvolgimento di un determinato territorio nella sua configurazione socio-culturale, metabolica ed ecologica. La deterritorializzazione nel sistema capitalista è solitamente determinata dall’apertura forzata e violenta di nuovi processi di spoliazione e accumulazione di capitale, e per i paesi del Sud Globale può implicare varie forme di perdita del territorio.

3 NdT, l’espressione nell’originale è “capitalismo rentístico”.

4 Si veda http://www.ecopoliticavenezuela.org/2018/12/13/video-consejo-caciques-del-pueblo-pemon-denuncia-al-ministro-padrino-lopez/.

 

Scritto da Emiliano Terán Mantovani per Rebelión

Tradotto da Daniele Benzi per L'America Latina

 

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Sono giorni di rabbia ed apprensione a Pomarico (MT) dove, il 29 gennaio, una frana di grandi dimensioni ha praticamente cancellato una porzione del centro storico, inghiottendo 18 case ed attività commerciali.

Fortunatamente non ci sono stati feriti perché si era deciso, qualche giorno prima, di evacuare buona parte della zona interessata dall’evento franoso ma intanto il perimetro della zona rossa si allarga sempre di più e le famiglie sgomberate crescono quotidianamente (siamo a quota 30), rendendo la gestione degli sfollati difficoltosa per un piccolo paese di 4000 abitanti. Il Comune, i Vigili del fuoco e vari tecnici stanno cercando di capire, attraverso analisi approfondite, se il fenomeno franoso è in fase di assestamento; tenendo conto che la zona è soggetta a smottamenti da più di 60 anni e nonostante i lavori di consolidamento eseguiti nel tempo, la forza della natura ha avuto la meglio. A livello locale, vari cittadini si sono uniti nel “Comitato per la tutela del centro storico”,  in assemblea hanno deciso di far partire una petizione ed una raccolta fondi per coloro che hanno subito lo sgombero. Intanto è subito scattata un’azione spontanea di solidarietà da parte della popolazione, che con ogni mezzo sta cercando, da sola, di sopperire ai bisogni minimi (vestiti, cibo, alloggi, ecc..) di coloro che hanno perso tutto.  Pomarico, come altri comuni della Basilicata, è afflitto da problemi di dissesto idrogeologico cronici e si suppone che la cattiva manutenzione della rete idrica e fognaria sia la causa dei vari crolli avvenuti in passato nel centro storico. Una vicenda esemplare a suo modo nel dimostrare che, appena fuori dal cono di luce dei riflettori di grandi opere e grandi eventi, come quelli che si sono accesi pochi giorni fa per Matera capitale della cultura, la mancata messa in sicurezza del territorio continua a fare danni ingenti nell’indifferenza delle autorità. Tutti/e pretendono ora che l’Acquedotto Lucano faccia gli interessi dei cittadini, non disertando le riunioni e assumendosi gli oneri delle varie manutenzioni; tutto ciò  senza costringere gli utenti a sobbarcarsi cause civili pluriennali, perché qui di acqua sotto ai ponti ne è passata fin troppa!

 

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