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Articoli filtrati per data: Friday, 06 Dicembre 2019

Terzo sciopero nazionale contro la violenza statale e per la pace con giustizia sociale, come parte delle proteste che si effettuano dal 21 novembre.

Le proteste che sono iniziate due settimane fa hanno tenuto duro questo mercoledì contro la politica economica del Governo di Iván Duque. Il terzo sciopero nazionale in Colombia convocato dal passato 21 novembre ha riunito nelle principali città del paese centinaia di migliaia di persone. I dirigenti sindacali e studenteschi hanno optato una volta di più per la formula dello sciopero generale.

Sindacati, maestri, indigeni, studenti, tra gli altri, hanno manifestato il proprio scontento per la gestione governativa e chiedono profonde riforme nei settori della sanità, previdenza, educazione e ambiente. A Bogotà hanno avuto luogo vari cortei e concentrazioni in differenti punti.

Come in precedenti occasioni, ad una di queste mobilitazioni hanno partecipato studenti ed indigeni, che sono giunti in questa capitale provenendo da differenti dipartimenti del paese per sostenere lo sciopero nazionale.

Uno dei messaggi che i sindacati hanno lanciato questo mercoledì era di rifiuto della legge di riforma tributaria, che è stata approvata nel Congresso soltanto alcune ore prima dello sciopero di ieri, come se volessero burlarsi del popolo colombiano.

“Uno dei messaggi che noi colombiani invieremo è il rifiuto della riforma tributaria, per essere ingiusta, disuguale e vile”, ha ribadito la Federazione Colombiana dei Lavoratori dell’Educazione (Fecode). L’approvazione della riforma, che ora dovrà essere discussa nelle plenarie della Camera e del Senato, favorisce, almeno sulla carta, lo scontento.

Nel centro, le casseruole hanno lasciato spazio ai canti indigeni e le strade si sono riempite di bastoni, bandiere e poporos (oggetti per miscelare foglie di coca) delle comunità indigene della Colombia che si sono aggiunti alle manifestazioni. Dal Cauca, nel sudest del paese, sono giunti 550 membri della guardia indigena che hanno guidato la mobilitazione e sono stati applauditi mentre entravano in Plaza de Bolívar. Avevano viaggiato 20 ore in autobus tradizionali, conosciuti come chivas, per unirsi alle proteste. Nel loro caso, chiedono che il Governo li ascolti e fermi il massacro di almeno 130 membri delle loro comunità.

Il rispetto per la vita, l’eliminazione dei gruppi paramilitari e la presenza integrale dello stato nei loro territori, sono tra le principali richieste dei nativi, frequenti vittime della violenza in questo paese.

Dopo 16 mesi dall’inizio del mandato del presidente Iván Duque è necessario che il regime ascolti il popolo e lavori in funzione delle necessità delle persone, ha dichiarato a Prensa Latina uno dei manifestanti.

Sebbene nella loro maggioranza i cortei siano stati realizzati in modo pacifico, in vari luoghi c’è stata di nuovo repressione poliziesca e la risposta dei manifestanti.

Nei giorni di protesta trascorsi dal massiccio sciopero nazionale del 21 novembre, varie voci coincidono nel denunciare le violazioni dei diritti umani e l’uso eccessivo della forza da parte dello Squadrone Mobile Antisommossa (ESMAD).

I cortei degli ultimi giorni hanno avuto un denominatore comune, giacché le persone hanno manifestato anche per onorare la memoria di Dilan Cruz, un giovane di 18 anni che è morto il 25 novembre dopo essere stato gravemente ferito da un agente dell’ESMAD che gli ha sparato, durante una protesta in questa capitale, un candelotto lacrimogeno in testa.

Proprio questo modo di agire è stato uno dei principali punti dell’incontro fallito durante la riunione di lunedì che ha avuto luogo tra il regime e il Comitato Nazionale di Sciopero, dato che quest’ultimo insiste nel chiedere che sia sciolto lo Squadrone.

All’inizio di questa settimana, il Comitato aveva invitato a partecipare questo 4 dicembre ad “una immensa mobilitazione”, come parte delle proteste per opporsi alla gestione governativa.

05/12/2019

La Haine

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: “En Colombia cientos de miles de personas marchan contra políticas del narco-régimen” pubblicato il 05/12/2019 in La Haine, su [https://www.lahaine.org/mundo.php/en-colombia-cientos-de-miles] ultimo accesso 06-12-2019.

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Condividiamo un messaggio di Leopoldo, compagno di Cremona che nelle ultime settimane è tornato in Rojava per combattere con le YPG. 

Il suo contributo alla difesa di questo progetto rivoluzionario è una responsabilità di tutte e tutti noi, che dobbiamo assumerci facendo la scelta di lottare in difesa della rivoluzione del Rojava, attaccando i legami economici tra Italia e Turchia e facendo pressione sui nostri governi perché alle loro dichiarazioni contro l’attacco turco conseguano fatti concreti, ma anche e soprattutto facendo la scelta di non restare indifferenti, di schierarci e combattere contro ogni ingiustizia.

 

Quattro mesi fa rientravo in Italia, dopo un anno passato qui in Rojava, nei territori della Confederazione Democratica della Siria del Nord.

Un anno in cui ho potuto vedere e toccare con mano i risultati della rivoluzione in questo territorio, avendo avuto l'occasione di lavorare sia nel campo delle istituzioni che nel campo civile, e poi con la mia decisione di arruolarmi all'interno delle YPG, le Unità di Difesa del Popolo. 

Allora decisi di tornare, perché dopo otto anni di guerra si prospettava un periodo di pace, dove anche le istituzioni democratiche sarebbero potute crescere ed estendersi alle nuove aree liberate. Otto anni di guerra, prima per liberare queste aree dalla dittatura di Bashar al-Assad, poi per combattere contro la minaccia islamista rappresentata da Isis. Otto anni di guerra in cui grazie al sacrificio di migliaia di giovani uomini e donne, anche tanti internazionalisti come il nostro connazionale Lorenzo Orsetti, si è riusciti a sconfiggere lo stato islamico. 

Oggi mi trovo qui perché questa rivoluzione è di nuovo sotto attacco. Un attacco portato avanti in primis dalla Turchia, che si sta servendo ancora una volta di bande jihadiste in questo progetto neo-ottomano sunnita del governo fascista di Erdogan, ma di fatto supportato da tutte le potenze internazionali. Da una parte gli Stati Uniti, che si sono ritirati dando nei fatti il via libera alla Turchia per invadere queste aree, ma dall'altra parte anche tutte le potenze della Nato, che la stanno supportando sia in termini economici sia in termini di armamenti. L'Italia è sicuramente una di queste, tramite Leonardo Finmeccanica, ma anche la Russia, l'Iran, le potenze che qui in Medioriente sono egemoni. 

Questo ci fa anche capire come di fatto tutte le potenze che hanno in quest'area degli interessi di tipo predatorio si siano coalizzate: perché vedono in questa rivoluzione, in questo progetto di democrazia dal basso, un pericolo per i loro interessi. Un pericolo, perché è un progetto che non parla soltanto alle popolazioni del Medioriente, ma che ha mostrato a tutto il mondo che un altro mondo è possibile, che un'altra società è possibile. Una società non basata sullo sfruttamento, non basata sulla competizione, ma che ha anzi come pilastri fondamentali la democrazia, l'autorganizzazione dal basso, la lotta al patriarcato e l'ecologia. Temi molto caldi in questi anni anche in Europa, dato che è sotto gli occhi di tutti come questo sistema predatorio stia di fatto impoverendo le nostre esistenze e distruggendo il nostro pianeta. 

Per questo, dopo l'inizio di questo attacco, ho deciso di tornare qui in Rojava a fianco dei compagni e delle compagne che per un anno hanno vissuto con me, anche dando la possibilità a persone come me, internazionalisti, di entrare in contatto con questa realtà, di scambiare opinioni e di crescere, di crescere insieme.

Un altro motivo per cui sono tornato è sicuramente il fatto che mi sento profondamente disgustato dalle politiche del mio paese. L'Italia da un lato, di fatto, non ha mai supportato, neanche all'interno della coalizione internazionale, lo sforzo che queste popolazioni hanno fatto contro Isis e contro il fondamentalismo islamico. E dall'altra parte, come abbiamo visto proprio in questi giorni, criminalizza chi ha preso una decisione così importante, così coraggiosa, come venire in questi territori e combattere contro il fascismo rappresentato da Isis, contro questa minaccia che purtroppo anche nei nostri territori si è resa celebre grazie agli attentati, al terrore che ha portato proprio nel cuore d'Europa, in casa nostra.

Credo che questa rivoluzione sia una rivoluzione internazionale, che ha dato anche una centralità al lavoro dell'internazionalismo, dando la possibilità a tante e tanti di venire ed entrare in contatto con questa realtà. Ma è anche questa realtà che ha bisogno di avere persone che vengano, che mettano in campo le loro conoscenze, le loro capacità, per cercare di crescere e creare una prospettiva che sia compatibile con tutte le realtà e le persone che questo mondo lo vogliono cambiare.

Sicuramente una parte della mia scelta è stata anche dovuta a una parte emotiva. Come ho detto prima, ho passato un anno in questi territori, a fianco dei compagni, delle famiglie, della popolazione, che oggi sono sotto i bombardamenti dell'esercito turco e delle bande jihadiste che l'esercito turco sta utilizzando.

Credo che non solo sia importante fisicamente recarsi qui, ma che anche in Italia ognuno possa giocare il proprio ruolo, ed è fondamentale che questo avvenga. Se vogliamo che questa rivoluzione sopravviva e continui è necessario lo sforzo di tutti. Tante sono le cose che si possono fare! Le mobilitazioni che ci sono state in questo mese hanno sicuramente fatto pressione sui diversi governi per prendere posizione; anche il governo italiano, anche se ad oggi in maniera insufficiente, di fatto è stato obbligato a prendere una posizione in merito all'attacco militare della Turchia.

Dall'altro lato il boicottaggio delle ditte che hanno interessi qui in Turchia, o che direttamente portano e vendono armi. Citavo prima Leonardo Finmeccanica, ma anche tante altre: Unicredit ha grossi interessi in Turchia. O Ferrero, per esempio, che ha enormi interessi in Turchia nei campi di nocciole, per cui la maggior parte delle nocciole vengono acquistate dalla Turchia. Tra l'altro sono campi in cui vengono sfruttati i profughi siriani, usati come merce di scambio dalla Turchia per spaventare l'Europa e poter di fatto ricattarla con queste persone, che a oggi sono nel territorio turco perché sono fuggite da una guerra civile ad alta intensità. 

Credo che l'internazionalismo stia proprio in questo: nel fatto che anche noi nei nostri territori possiamo spostare l'ago della bilancia. Non dobbiamo cadere nella rassegnazione, ma anzi dobbiamo farci forza, vedere quali sono gli obiettivi. Come il capitalismo, come le potenze si siano coalizzate contro questa rivoluzione: è giusto e doveroso che anche tutti i movimenti, tutte le persone che vogliono proteggere questa rivoluzione, che vogliono cambiare l'esistente, creino un fronte unico contro la guerra e contro questa aggressione ai danni della rivoluzione in Rojava.

Per quanto riguarda il lavoro che svolgerò qui in Rojava, credo che sia importante anche dare un punto di vista e un aggiornamento su quello che qui succede, e cercherò nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, per quanto sarà possibile, di dare informazioni. Ma ci sono anche dei siti e delle pagine che stanno facendo un lavoro molto molto serio, molto molto importante, dove si possono trovare informazioni. Una di queste è il Rojava Information Center, che ha un sito internet, oppure ci sono le pagine della campagna RiseUp4Rojava, che quasi quotidianamente danno brevi aggiornamenti sulla situazione attuale per chi volesse informarsi.

 

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Riceviamo e pubblichiamo da un compagno a Parigi un commento sulla giornata di sciopero di ieri a Parigi.

 

La tanto attesa data del 5 dicembre è arrivata. Trainata dal protagonismo degli cheminots, i lavoratori delle ferrovie e dell’azienda del trasporto pubblico di Parigi, la mobilitazione si è presto espansa alla pressoché totalità del settore pubblico: lo sciopero dei trasporti si è trasformato, nel corso della sua costruzione, in sciopero generale, che ha strabordato a sua volta in forme di opposizione e resistenza alle politiche di ristrutturazione neoliberale ben oltre semplice giornata di giovedì. Sciopero illimitato, blocchi, cortei selvaggi, azioni e occupazioni di piazze hanno preceduto, attraversato e superato la giornata di ieri: una reale strategia di attacco verticale che punta direttamente alle stanze dell’Eliseo.

Sono gli studenti dei licei ad aprire, alla vigilia dello sciopero, le danze, con blocchi sparsi negli istituti superiori e cortei selvaggi nel centro della capitale francese. La serrata, messa in campo dalla dirigenza universitaria della Sorbona, di parte dei poli universitari e la presenza di agenti armati di fronte alla sua sede centrale è specchio di un forte timore da parte del potere, causato dal ritrovato protagonismo del mondo della formazione, che nelle mobilitazioni contro la precarietà studentesca delle ultime settimane ha ritrovato vigore e volontà di convergere nella mobilitazione contro la riforma delle pensioni che agita il paese. Il risultato è un 5 dicembre di blocco e paralisi di gran parte dei settori strategici: trasporti, istruzione, sanità, raffinerie e settore energetico registrano altissime percentuali di scioperanti, in tutto il paese. Più di un milione di persone sono mobilitate in tutta la Francia, di cui 250.000 in piazza a Parigi.

Della giornata parigina di giovedì è, anzitutto, il colpo d’occhio a impressionare. In una capitale completamente bloccata dallo sciopero dei mezzi, il numero e la composizione della piazza sono significativi. Gilets gialli, un’importante partecipazione di pompieri in divisa, k-way neri e lavoratori con l’uniforme del settore di appartenenza rappresentano una buona parte della marea che invade i boulevards parigini. Ai primi scontri, sarà proprio questa miscela sociale esplosiva a mettere in pratica forme di dura resistenza, che terrà impegnati gli agenti per ore. Dalle cariche, contro-cariche e barricate di Place de la République, fino alla risposta determinata alle sciocche provocazioni della polizia, alla fine del corteo a Nation. Forme di cooperazione sociale eterogenee, in cui la resistenza di piazza, trainata dalla componente giovanile, si è accompagnata a forme inedite di protagonismo di soggetti non tradizionalmente associati a forme radicali di conflitto, con colonne di pompieri in divisa che fronteggiano e fanno arretrare gli agenti, in più occasioni, o membri della base CGT, che contribuiscono attivamente alla resistenza di fronte ai tentativi di spezzare il corteo e dividerne la forza. L’affollatissima assemblea generale tenutasi alla fine della giornata di lotta rilancia la mobilitazione. Lo sciopero dei mezzi è, per ora, confermato fino a lunedì, mentre l’attenzione è rivolta alla giornata di sabato, quando gli scioperanti convergeranno all’interno del tradizionale atto dei Gilets Gialli.

È “convergenza” la parola d’ordine che guida la costruzione della mobilitazione. Gilets gialli, basi sindacali, studenti e pezzi del mondo dell’ecologismo radicale hanno costruito negli ultimi mesi una piattaforma trasversale che, intorno alla data del 5, è riuscita a imporre alle burocrazie delle realtà sindacali promotrici forme e contenuti di una mobilitazione che va ben oltre la rivendicazione del blocco della contestatissima riforma delle pensioni. “Macron démission”, obiettivo minimo, è l’epiteto di una critica radicale all’esistente che negli ultimi anni le piazze francesi sono riuscite a imporre al dibattito pubblico, consolidate in un anno di straordinaria agitazione sociale. Se “Giletjaunizzare lo sciopero” era uno degli intenti principali dei gruppi autonomi e radicali che vi hanno preso parte attiva, si può parlare di un risultato pienamente ottenuto.

La mobilitazione, in costante costruzione, vive della propria imprevedibilità. Non è dato sapere quanto durerà lo sciopero, né quali strategie di risposta verranno adottate, ma un dato è certo: l’autorganizzazione costruita negli ultimi anni di scontro e resistenza alle politiche di ristrutturazione neoliberali è, ormai, affermata in quanto grammatica del discorso politico quotidiano. Se la sfida è quella della tenuta e della continuità, si può stare certi che la mobilitazione non è che al suo inizio: continuons le début!

 

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Dopo i circa 180 procedimenti penali avviati già nelle prime settimane successive alla cosiddetta “guerra del latte” sono arrivati ora a 600 gli indagati tra pastori e solidali attivi nello sciopero dello scorso febbraio.

Una vera persecuzione di massa che deliberatamente intende punire le migliaia di persone – pastori ma non solo - che per quattro settimane hanno paralizzato la Sardegna per la prima volta ponendo l’inaggirabilità della crisi del settore. La lotta di febbraio muoveva dall’attacco alla speculazione degli industriali trasformatori caseari che, pagando ai pastori il latte a 60 centesimi al litro, sotto lo stesso costo di produzione, mantenevano sotto scacco migliaia di allevatori continuando a fare profitti sul mercato internazionale del pecorino romano. Attacchi alle cisterne del latte, presidi ai caseifici industriali, blocchi stradali, blocchi ai porti. Sono stati questi i comportamenti unificanti di uno sciopero che all’astensione dal conferimento del latte ai padroni univa la capacità di bloccare l’isola e la produzione di un formaggio prodotto con latte rubato al lavoro dei pastori. Questi stessi comportamenti che hanno posto il problema di uno squilibrio di poteri e interessi nella filiera sono ora sotto la lente della giustizia. Le procure corrono ai ripari per proteggere gli interessi degli industriali, per tornare a nascondere il problema o, come dichiara un “insigne” sociologo ascoltato dall’Unione Sarda qualche giorno fa, rifilare “una lezione da imparare”. Quale? Non alzare la testa.

Ma non sono dello stesso avviso i pastori protagonisti della lotta e quelli raggiunti dagli avvisi di garanzia. La lotta è stata giusta smuovendo l’opinione pubblica dell’intera isola, chiarendo gli in campo, il ruolo contrapposto di produttori e trasformatori industriali nella filiera, chiarendo il ruolo di un mercato predatorio. Una lotta giusta e doverosa per una categoria per anni paralizzata dalle vertenze spente nei tavoli regionali ma che tuttora risulta ben lontana dall’aver raggiunto soluzioni soddisfacenti All’inizio della nuova campagna il prezzo del latte resta basso, circa 80 centesimi al litro, lontano dalla richiesta dello sciopero di febbraio che rivendicava un prezzo giusto di un euro a litro. Il bando indigenti, la soluzione tampone del governo che avrebbe dovuto far salire il prezzo del pecorino romano sul mercato con il ritiro delle forme invendute facendo quindi contestualmente far salire il prezzo del latte non è mai arrivato. Le griglie di progressione legate alle variazioni sulla borsa delle quotazioni del pecorino non sono state rispettate e ancora tanti conguagli del 2019 non sono stati saldati. Insomma, ancora promesse disattese che fanno salire la tensione consigliando a magistrati, polizia e carabinieri di aumentare la pressione sui pastori per scoraggiare con denunce e provvedimenti amministrativi il ritorno della protesta.

Nel frattempo una rete di solidarietà tra pastori e sostenuta dall’associazione Libertade sta permettendo ai protagonisti della lotta di condurre una campagna per una comune difesa legale. Un importante strumento che si da come obbiettivo quello di non permettere di isolare gli allevatori e creare nuove reti di sostegno. Domani nel paese di Siniscola (Nu) in piazza del mercato si terrà un importante appuntamento pubblico di raccolta fondi per le spese legali dei prossimi mesi con l’importante sostegno di alcuni gruppi a tenore di Orosei, Orune, Siniscola, Mamoiada, Lula che si esibiranno in concerto. Intanto per il 7 gennaio è prevista la prima udienza in Procura a Nuoro sui fatti del blocco di Lula del 13 gennaio.

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