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Articoli filtrati per data: Thursday, 05 Dicembre 2019

In vista della marcia No Tav Susa - Venaus dell'8 dicembre pubblichiamo questo reportage da Salbertrand che rende bene l'idea del funzionamento del sistema delle grandi opere inutili. Buona lettura!

Salbertrand è un piccolo paesino di circa seicento abitanti quasi all'imbocco dell'alta valle. Chi percorre la statale che da Susa arriva fin su può notare il paesaggio che cambia in fretta, che si fa sempre più montano. Dopo una grande curva si apre la vista sul paese e il primo impatto è decisamente contrastante. Sulla destra l'abitato con i suoi tetti di lose e l'alto campanile, le classiche costruzioni di montagna di questa zona del Piemonte che tanto bene si mimetizzano tra la natura delle valli, sulla sinistra invece una spianata occupata da depositi, fabbriche, la ferrovia e il suo piazzale di manovra, il casello autostradale e le aree di servizio almeno fino al limitare del Gran Bosco che è un Parco Naturale di notevole importanza.

L'impatto che si ha con questa visuale dice già molto di quali siano le caratteristiche di questo territorio. Salbertrand è balzato agli onori della cronaca nazionale a causa di uno scandalo inaspettato, cioè il sequestro della Guardia di Finanza di un'area di deposito di materiali in cui era stoccato anche dell'amianto e sulla cui superficie sarebbe dovuta sorgere la fabbrica dei conci per il tunnel del TAV Torino - Lione. Una storia strana e paradigmatica di quello che è il sistema delle grandi opere, ma anche della vicenda di molte valli alpine sacrificate a un progresso effimero. Ma andiamo con ordine.

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Da molti decenni la zona di Salbertrand è stata investita da un processo di industrializzazione soprattutto nel campo della estrazione e della lavorazione di materiali inerti. E' stata in passato anche la sede di due siti di estrazione della FIAT Mineraria. L'area era predisposta dal punto di vista geografico e si prestava a una infrastrutturazione essendo dotata di una spianata di una certa ampiezza. Tanto che fu designata nel passato sia per la costruzione del piazzale di manovra, allora strategico, della ferrovia Torino - Modane, sia del casello autostradale denominato Oulx Est. Negli ultimi anni, come un po' ovunque, questo settore è andato in crisi, ma la pesante infrastrutturazione è rimasta con i sepolcri di diversi capannoni e depositi abbandonati di svariati materiali.

Dunque stiamo parlando di un territorio che già ha vissuto molti cicli di estrattivismo, di devastazione ed inquinamento come ci racconta una abitante del paese spiegandoci anche gli effetti nefasti di Pont Ventoux, una centrale idroelettrica che sfrutta le acque della Dora Riparia e parte di quelle del torrente Clarea:

"A Salbertrand c'è una certa abitudine a trovarsi in situazioni simili: prima c'è stata l'autostrada con il casello e i primi cantieri, i primi espropri, chi la voleva e chi invece no, poi la Pont Ventoux (centrale idroelettrica) ci ha portato via l'acqua, passando qui sotto. Tra l'altro pare che neanche funzioni a sufficienza (tanto che l'elettricità viene comprata da Terna). Sembra addirittura che i nostri sindaci neanche abbiano chiesto i risarcimenti al tempo per il fatto che fosse mancata l'acqua in tante case del paese, sono riusciti a dire che mancava non a causa della costruzione di Pont Ventoux, ma perché "non piove più e non ci sono più i ghiacciai", così di colpo da un anno all'altro. All'inizio l'acqua veniva portata con le autobotti! Tutto questo arco di montagna è rimasto senza. Non avevamo più l'acqua irrigua, spesso veniva razionata, venivano a controllare se tu bagnavi il tuo orto… Eravamo quasi noi inquisiti. Poi dopo una decina di anni la situazione dell'acqua si è risolta ed è venuto fuori che effettivamente la responsabilità era di chi aveva costruito Pont Ventoux. Credo che adesso stiamo prendendo l'acqua dall'altro versante della montagna che tra l'altro è di qualità inferiore perché è più acquitrinosa. Comunque tutta una parte di Salbertrand è rimasta completamente priva di acqua, asciutto in pratica: dove abitavo io prima che erano anche lì terreni acquitrinosi adesso è deserto, chi aveva l'orto lì ha mollato tutto. A parte che anche lì poi hanno costruito altri depositi di materiale."

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L'autostrada in particolare è un segno nella memoria di molti in paese, l'attuale sindaco, Roberto Pourpour ci ha spiegato che "il problema è che qua già con l'autostrada venivano fatti molti discorsi, io mi ricordo gli slogan: incrementerà il turismo del 40 %, si arriverà da Torino in poco tempo ecc… ecc… Per carità, si sono tolte tutte le code della domenica sera, però poi tutto il tessuto della valle ne ha risentito perché molte attività soprattutto la domenica pomeriggio incassavano ciò che non incassavano in settimana, per cui molte attività hanno chiuso."

Ma non è stato solo quello economico l'effetto nefasto dell'autostrada sul territorio, in tempi più recenti Salbertrand è stata investita anche dalle conseguenze legate alla costruzione della seconda canna del Frejus, come ci racconta ancora l'abitante del paese: "Da entrambi i lati della ferrovia ci sono depositi. Lì ci sono dei depositi temporanei cosiddetti diventati poi permanenti della seconda canna del Frejus. Tutti terreni dati in concessione per non so quanti anni a SITAF, Itinera e compagnia cantante che ci portano quello che vogliono." I depositi di SITAF con i materiali della seconda canna sarebbero dovuti essere rimossi e in teoria secondo un piano di "riqualificazione ambientale" deliberato nel 2012 dal consiglio comunale in quell'area avrebbero dovuto essere realizzati degli impianti di produzione di energie rinnovabili. Ovviamente questo non è mai successo ed è rimasto solo un cumulo di materiali di scavo, alla faccia della riqualificazione del territorio montano. Dall'altro lato della ferrovia invece insistono i depositi della stessa SITAF, di Sitalfa, di Itinera e di atre ditte di grossi gruppi. Tra questi anche quello ricco di amianto messo sotto sequestro dalla Guardia di Finanza.

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Dunque il progetto della fabbrica dei conci (i conci sono i blocchi semicircolari di calcestruzzo che dovrebbero essere utilizzati per rivestire il tunnel di base) per il TAV dovrebbe incidere su un territorio già devastato in una zona esondabile a due passi da un importante parco naturale, in un luogo dove è presente un deposito di materiali inerti tra cui l'amianto. A questo si aggiungerebbe l'inquinamento derivato dalle polveri sottili dello smarino (che una volta estratto dal cantiere di Chiomonte sarebbe portato lì per trasformarlo nei conci) e dal passaggio di oltre 400 camion al giorno previsti. Ci spiegano: "Alla fine questa è la ciliegina sulla panna. Sto cantiere che dalle previsioni sembra una cosa proprio enorme. Probabilmente questa storia della fabbrica di conci dà un po' più fastidio in paese, cominciano a rendersi conto, dopo varie serate informative, che il vecchio sindaco li aveva presi in giro, che l'inquinamento sarà devastante, che il sito è stato scelto nonostante sia una zona esondabile non per ragioni geologiche, ma di tipo logistico di difesa del cantiere."

A colpire significativamente la popolazione è proprio la dinamica con cui si è arrivati alla selezione dell'area per l'installazione della fabbrica. La decisione, presa dalla vecchia amministrazione, è stata nascosta alla cittadinanza fino alla fine.

"Qui la situazione è un po' questa: c'è paura perché, come si è visto in altre situazioni, quando vengono affrontati questi tipi di interventi i tempi non sono mai certi, il tipo di lavorazioni neanche. Soprattutto la cittadinanza di Salbertrand è venuta a conoscenza che la vecchia amministrazione aveva già preso degli accordi solo negli ultimi tempi. C'è stata una candidatura da parte della vecchia amministrazione fatta sotto banco per cui già la vicenda è partita male. Perché un intervento del genere e una richiesta da parte dell'amministrazione di far installare qua una fabbrica di questo tipo doveva perlomeno essere condivisa con la cittadinanza con cui bisognava affrontare un po' quelli che erano i temi. Ciò non è stato assolutamente fatto. Tant'è che io poi come cittadino nel 2017 avevo già fatto una raccolta firme ponendo diversi quesiti, prima di tutto sui siti attuali (dove ci sono questi cumuli e l'area che è stata messa sotto sequestro), evidenziando che già nel 2010 era stata messa sotto sequestro, erano stati fatti dei rilievi in cui si vedevano del personale munito di tute bianche e dei mezzi di movimento terra. Per sette anni, da quei rilievi, è poi rimasto così, in balia degli agenti atmosferici senza nemmeno i teloni di copertura. Nel momento in cui il sito è stato coperto mi sono sorti dei sospetti. Mi sono chiesto perché non l'avessero già fatto all'epoca, ma ad anni di distanza.

Da lì ho iniziato a fare la raccolta firme, una volta venuto a conoscenza della candidatura della vecchia amministrazione.

Ho cominciato a parlarne con i cittadini e abbiamo iniziato a organizzare delle serate informative dove sono venuti i tecnici a spiegare di cosa si trattasse in realtà, cioè di questa fabbrica. Sul primo intervento l'amministrazione ha ancora negato dicendo che non era a conoscenza di nulla, dopo di che sono riuscito a reperire una lettera che è stata inviata nel marzo del 2016 da parte del vecchio sindaco dove sostanzialmente manifestava di voler mettere a disposizione questi terreni, diretta al Ministero delle Infrastrutture, a Telt e alla Regione Piemonte. Portando anche i cittadini a conoscenza di questa lettera il sindaco non ha più potuto declinare l'invito e si è presentato a una seconda serata prendendosi i suoi fischi e le sue lamentele."

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Così il nuovo sindaco racconta come sono venuti a conoscenza del progetto. La popolazione è stata tenuta all'oscuro di tutto. Ma non solo come ci dice ancora Pourpour probabilmente la candidatura del sito è avvenuta anche per nascondere una cattiva gestione delle precedenti amministrazioni:

"Innanzitutto lì qualcuno avrebbe dovuto controllare e la problematica non sarebbe neanche dovuta sorgere. In pratica è stato permesso di fare tutto questo, non vi sono stati controlli e io come cittadino ho dovuto mettermi in gioco in questa situazione. Di certo non voglio stare zitto perché a volte è facile fermare il ragazzino col motorino e fargli la multa, o andare a controllare il piccolo artigiano mentre invece per queste situazioni tutto va bene e tutto è lecito. Che sia perché si urtano i poteri forti? Adesso noi ci stiamo attivando per capire come fare, perché il comune non può economicamente prendersi in carico la bonifica, il privato è in una condizione di seria difficoltà economica, i terreni sono di proprietà comunale per cui è una situazione abbastanza complessa da gestire. Qua però ci sono delle responsabilità a monte! A mio parere la proposta di installare la fabbrica dei conci in quella zona era stata fatta proprio con l'obbiettivo di togliersi queste due patate bollenti grazie a TELT. Non devono però pagare i cittadini per risolvere un problema che non è stato creato da loro. Specie quando qualcuno prende uno stipendio per controllare."

I dirigenti di TELT (il promotore pubblico del TAV) dopo il sequestro dell'area stanno facendo pressioni perché si proceda per la bonifica. Ma in questo "do ut des" hanno avuto un ruolo centrale chiudendo evidentemente entrambi gli occhi sulla situazione preesistente e sulle condizioni geologiche e morfologiche della zona.

Il territorio di Salbertrand è ostaggio di un modello di sviluppo vecchio e sorpassato che ad oggi ha più costi (tanto economici quanto sociali) che vantaggi. In molti sperano in un cambio di direzione nella vocazione economica del paese, guardando con più attenzione all'aspetto turistico. Ma l'imposizione del sistema TAV potrebbe far evaporare questo sogno. Roberto Pourpour e la sua lista sono stati eletti proprio in contrapposizione rispetto a questo progetto con oltre il 67% delle preferenze. Nella cittadinanza inizia a muoversi la coscienza dell'impatto che potrebbe avere questa opera sulle loro vite, sulla loro salute e sull'economia della zona. "Ciò vuol dire che i cittadini hanno recepito in modo reale quella che era la problematica di questa fabbrica. C'è molta paura, si parla di un'area di centodiecimila metri quadri e di lavori che procederanno a singhiozzo magari per venti, trent'anni conoscendo i tempi di queste opere. Fosse un'opera, al di là di tutte quelle che possono essere le problematiche, al di là del fatto che possa servire o non servire, con dei tempi certi come sostengono loro (tra i nove e gli undici anni), uno stringe i denti, però purtroppo si sa bene in Italia come funziona. Abbiamo avuto da poco l'esempio di nuovo del MOSE e ce ne sono molti altri che si potrebbero fare."

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Ad essere interessati dalla situazione sono molti comuni dell'alta valle che potrebbero essere raggiunti dalle polveri e che sul turismo costruiscono la loro fragile economia. Negli anni hanno spesso ceduto alla retorica dei promotori del TAV che affermavano, senza alcun fondamento, che l'opera avrebbe aumentato i flussi turistici promettendo compensazioni. Una bolla di parole e buoni intenti che oggi esplode di fronte all'evidenza di questo progetto. "Per dire quelli con la casa per le vacanze qui sono tutti incazzati. Dicono " ci spiega l'abitante che abbiamo intervistato. Il sindaco ci riporta che "Il problema a Salbertrand per esempio è che adesso c'era un artigiano che voleva costruire due villettine e ora sembra che ritirerà la concessione edilizia perché i clienti non hanno più assolutamente intenzione di venire ad investire qui una volta venuti a conoscenza di questo progetto. Questo ho paura che si ripercuoterà su tutta la valle. Al di là di quelli che sono gli aspetti come inquinamento atmosferico, polveri sottili, inquinamento acustico ecc… ecc…"

Certamente la difficoltà di relazione con il movimento NO TAV degli abitanti di questa zona della valle è ancora molta, ma nelle coscienze qualcosa inizia a smuoversi. L'impressione di essere stati presi in giro e la paura della desertificazione che potrebbe provocare questo progetto si fanno spazio tra la paura e l'inerzia. "A Salbertrand c'era già qualcuno che era timidamente No Tav, anche solo a livello minimo razionale, altrimenti altri avevano un po' creduto alla retorica delle compensazioni, con i comuni già pronti a beccarsi perché "rilanceremo il turismo" ecc… ecc… Ma cosa rilanci il turismo? Con questa fabbrica ammazzano l'alta valle e poi cosa rimane da rilanciare? Sono stati molto influenzati dai mass media, ma adesso sembra che alcuni inizino a farsi due domande."

Il sindaco per conto suo dice che è sempre stato contrario all'opera, ma che "non sono un no tav, stimo i no tav che è da anni che portano avanti questa battaglia, ma non voglio essere messo in un angolo ed etichettato come un estremista."

Di certo non sarà immediato colmare questa diffidenza, ma con il dato materiale evidente, con rischio che coinvolge la vita di molti è possibile trovare un dialogo di fronte a una controparte sorda le cui favole sono state messe in contraddizione dalla realtà e la strategia ingolfata dalle loro stesse malefatte.

Lasciamo Salbertrand con una buona dose di realismo, ma anche con un certo grado di entusiasmo per la difficoltà in cui versa il sistema TAV, con l'orgoglio, ancora una volta, di chi partecipa alla difesa di una valle che troppo ha subito e con la consapevolezza che fermarlo, anche qui, è possibile.

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L'Italia è un paese fragile, questo è ben noto, lo sentiamo regolarmente dire in tv e sui giornali dopo ogni disastro naturale. Ci viene propinata questa filastrocca come a giustificare quello che succede e a dire che in fondo non è colpa di nessuno.

Ma qual è lo stato reale del paese? E soprattutto qual è l'incidenza dei fenomeni legati al cambiamento climatico sulla fragilità della penisola? Chi avrebbe dovuto occuparsi di prevenire queste fragilità e di garantire la sicurezza dei territori?

I dati sono spaventosi se solo ci si ferma a leggerli e, immaginiamo, siano al "ribasso" considerando che sono elaborati da soggetti istituzionali e a volte dagli stessi che hanno governato i disastri degli ultimi trent'anni.

Il pericolo di alluvione secondo i dati del 2015 coinvolge circa l'8,1 % del territorio nazionale (circa 24mila km quadrati) e quasi 6 milioni di abitanti, quello invece determinato dal rischio frane riguarda una cifra più piccola, ma comunque consistente, cioè 1,2 milioni di abitanti. Questi dati per quanto recenti andrebbero considerati alla luce dell'impatto esponenziale provocato dai cambiamenti climatici e dalle loro accelerazioni. Infatti, come afferma una ricerca della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, l'impatto economico dei disastri collegati alle trasformazioni del clima tra il 1960 e il 2014 è aumentato a livello globale di circa 20 volte. Se sicuramente va considerata la crescita dei redditi e della ricchezza media come una delle causali dell'aumento dei costi del disastro, come spiega ancora la ricerca, questo non è sufficiente a giustificarne l'ammonto totale. Piuttosto ciò indica innanzitutto un imoltiplicarsi degli eventi (che ad oggi è sotto gli occhi di tutti, anche nella coscienza collettiva) e quindi la materialità degli effetti nefasti del surriscaldamento globale sui territori. Ma anche sta a dimostrare, potenzialmente, altri due punti: in primo luogo il sostanziale disinvestimento nella prevenzione e nella messa in sicurezza del territorio, in secondo luogo quello che potremmo definire "surplus" del capitalismo della catastrofe. In soldoni prima del 1970 un singolo evento catastrofico causava in media 500 milioni di dollari di danni, mentre nel 2010 le perdite erano già salite a 10 miliardi con un aumento medio all'anno (al netto dei redditi e di altri fattori) di 26 milioni. Per "surplus" intendiamo il profitto delle aziende che si occupano della ricostruzione in maniera privatistica, ma di questo ne parleremo più avanti.

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Oltre al rischio idraulico e idrogeologico ad emergere sono anche pericoli collegati a fenomeni che precedentemente avevano un basso impatto sui nostri territori, come quello delle trombe d'aria e dei piccoli tornado che a causa dell'aumento della temperatura del mar mediterraneo stanno aumentando in numero ed intensità.

I costi economici della combinazione tra dissesto idrogeologico e cambiamenti climatici però non si fermano solo alla ricostruzione, ma bisogna considerare il loro impatto su alcuni settori strategici dell'economia. In riferimento anche solo all'agricoltura (che probabilmente è l'ambito più facile da stimare) le superfici agricole utilizzate a rischio idraulico sono il 10,4% del totale e quelle a rischio di frana sono un po' più della metà.

Uno dei fattori che sicuramente ha contribuito ad aumentare i costi economici e sociali dei fenomeni collegati al clima è stato l'aumento del territorio urbanizzato che dagli anni '50 al 2017 è all'incirca triplicato. Spesso si è continuato a costruire anche in comuni ed in aree notoriamente a rischio, solo nell'ultimo decennio infatti in circa il 9% delle amministrazioni si è continuato ad edificare in zone pericolose.

L'Italia dunque è sì un paese dalla enorme fragilità, ma in cui la spesa pubblica è stata sempre di meno dedicata alla prevenzione. Legambiente ricorda che, tra il 1944 e il 2012, sono stati spesi ben 61,5 miliardi solo per i danni provocati dagli eventi estremi, e che l’Italia è tra i primi Paesi al mondo che spende ogni anno una media di 3,5 miliardi per rimettere a posto ciò che è stato danneggiato da disastri ambientali.

Dal 2010 al 2018 sono 198 i Comuni italiani colpiti da eventi meteorologici ricollegabili a cambiamenti climatici, con 340 episodi di fenomeni estremi, 64 giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo e 64 giorni di stop a metro e treni urbani. Tra le città più colpite ancora una volta la capitale, con 23 giorni di blackout, seguita da Milano (15), Genova (11), Napoli (9), Torino (5) e Brescia (1).

I dati sono molto fumosi e poco chiari, ma alcune stime plausibili ci sono. Per approntare una messa in sicurezza dei territori dai rischi sismici, idraulici e idrogeologici servirebbero almeno 30 miliardi parlando esclusivamente dei comuni più a rischio, se il conteggio dovesse comprendere tutti gli interventi necessari la stima salirebbe fino alla cifra da capogiro di 850 miliardi. Ma non solo, come è tristemente noto la crisi climatica e i suoi effetti sono anche da relazionarsi con lo stato delle infrastrutture esistenti in Italia che sono per lo più in pessimo stato. Solo per quanto riguarda il comparto autostradale per la messa in sicurezza sarebbero necessari investimenti per 40 miliardi: circa 6 volte di quanto impiegato attualmente.

Questo disegna un quadro molto complesso, ma con delle responsabilità specifiche innegabili e con una miopia politica che il paese si trascina dietro da decine di anni. In particolare sul caso delle autostrade ad esempio sarebbe da capire come mai i 24 concessionari privati che le gestiscono e che fanno utili mastodontici da queste infrastrutture non hanno provveduto nel tempo agli investimenti necessari. La risposta è semplice, minimizzare i costi, massimizzare i profitti… Alle spese di chi paga caselli salati e rischia la propria vita.

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Su un piano più generale si può dire che questo modello di gestione non riguardi solamente le autostrade, ma complessivamente tutto il paese. I territori sono considerati come aree da valorizzare per il profitto e quindi poco importa quale sia l'infrastruttura o l'intervento giusto per la sicurezza dei cittadini, ma piuttosto qual è quello che rende di più.

Il caso delle grandi opere inutili è evidente: i soldi che vengono spesi per TAV, MOSE, TAP e altre amenità varie sarebbe se non altro sufficiente a fare degli interventi strategici e a salvare vite, territori dalla desertificazione e il patrimonio naturalistico e artistico di cui è dotato il nostro paese. Bisogna evidenziare la correlazione che esiste tra lo spostamento degli investimenti su nuove infrastrutture inutili piuttosto che sulla manutenzione di quelle esistenti e dei territori su cui sussistono.

Abbiamo sentito in questi mesi di tragedie molto spesso i politici di ogni schieramento invocare la costruzione di grandi opere inutili in risposta a i disastri provocati dal clima o dall'incuria umana. Crolla il ponte Morandi e allora facciamo la Gronda, ci sono le frane sulla Torino - Modane e allora va costruito il TAV, Venezia viene allagata e dunque bisogna finire in fretta il MOSE. In realtà queste retoriche rispondono a una strategia precisa con cui quello che viene definito "capitalismo dei disastri" affronta le tragedie, trasformandole in occasioni di profitto, di impoverimento dei territori e di sfruttamento della natura e degli esseri umani.

Parlare di emergenza diventa quasi un ossimoro quando una serie di elementi concatenati mostrano che le condizioni attuali che definiamo crisi climatica sono sul piatto da un bel po’ di anni. Il terreno perchè il sistema capitalista possa riprodursi è servito: privatizzazione di fette sempre più ampie di infrastrutture strategiche della sfera pubblica, il parallelo disinvestimento nel pubblico a discapito della messa in sicurezza dei territori e della prevenzione delle catastrofi, la deregolamentazione delle attività di impresa e gli sgravi fiscali alle multinazionali. È chiaro come per invertire il processo in atto occorrerebbero delle misure che sono all’oggi totalmente incompatibili con la politica economica di austerity alla quale siamo abituati almeno da un decennio a questa parte.

Naomi Klein, scrittrice canadese e attivista spiega così la situazione “Non abbiamo intrapreso le azioni necessarie a ridurre le emissioni perché questo sarebbe sostanzialmente in conflitto con il capitalismo deregolamentato, ossia con l’ideologia imperante nel periodo in cui cercavamo di trovare una via d’uscita alla crisi. Siamo bloccati perché le azioni che garantirebbero ottime chance di evitare la catastrofe – e di cui beneficerebbe la stragrande maggioranza delle persone – rappresentano una minaccia estrema per quell’élite che tiene le redini della nostra economia, del nostro sistema politico e di molti dei nostri media.” La possibilità per il sistema capitalista di riprodursi, in una fase in cui crisi ed emergenza sono il paradigma con il quale spiegare la realtà, si annida nella capacità del sistema stesso di scaricare i costi della riproduzione sociale sui soggetti considerati subalterni. Senza lavoro di cura e lavori di servizio svolti dalle donne che suppliscono alle mancanze di welfare statale non ci sarebbero le gambe su cui marciare dato che il sistema capitalista patriarcale si basa sull’accumulazione originaria del lavoro riproduttivo delle donne e della terra.

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L’altra faccia di questa medaglia è il razzismo sistemico che ha permesso di non assumersi la responsabilità reale da parte dei governi di fronte a enormi catastrofi naturali, così come ha permesso di perpetrare un estrattivismo violento in determinati territori e di soprassedere sulle conseguenze sulla salute di lavoratori e abitanti di zone per lo più periferiche del mondo o “razzizzate”. Secondo una ricerca il 21.8% di bambini che vivono nelle case popolari del Bronx a New York soffrono di asma, una cifra tre volte maggiore rispetto a coloro che abitano in case private. Oltre allo scarico dei costi su fette ben precise della popolazione mondiale, tendenzialmente povera e nera, la conseguenza ultima di tutto questo ciclo è la chiusura delle frontiere a coloro che da territori devastati dall’estrattivismo, dal capitalismo sfrenato, dalle crisi climatiche, dalle crisi umanitarie, vorrebbero accedere al mondo dei bianchi.

Negli ultimi decenni si sono accumulati una serie di esempi di negligenza nei confronti di eventi catastrofici e nella ricostruzione, dall’uragano Sandy ai tifoni nelle Filippine, a Katrina. È evidente come in queste occasioni il parametro della razza abbia determinato chi avrebbe riavuto una casa e chi sarebbe rimasto abbandonato, in preda a un’esasperazione schiacciante. Si tratta di un vero e proprio capitalismo dei disastri che riesce a guadagnare e a beneficiare degli effetti anche quando si tratta di centinaia di migliaia di morti, case e città distrutte, strade e ponti che crollano, edilizia pubblica abbandonata alle intemperie, servizi pubblici sempre più inaccessibili. Quando nel gennaio 2010 il terremoto di Haiti sconvolse la regione, l’Heritage Foundation, think-tank americano neocon scrive «In mezzo alle sofferenze, la crisi di Haiti offre delle opportunità agli Usa. Oltre a fornire aiuti umanitari immediati, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto offre l'opportunità di ristrutturare il governo e l'economia di Haiti, che funzionano male ormai da tempo, oltre che di migliorare l'immagine degli Stati uniti nella regione».

Insomma, si tratta della volontà e capacità del sistema politico-economico mondiale di sfruttare lo shock post eventi traumatici, che siano catastrofi naturali o, come si può vedere in anni più recenti, di attacchi terroristici. Questo approccio economico deriva da una teoria sviluppata da Milton Friedman, premio Nobel per l’economia, consigliere e ispiratore di Pinochet, Reagan e Thatcher. Nel suo libro Capitalismo e libertà scrive «Soltanto una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile». Naomi Klein riprende questa teoria mettendo in evidenza come oggi i disastri vengano interpretati come splendide opportunità di mercato. Questo è possibile perchè in situazioni di shock e trauma la popolazione è pronta ad accettare qualsiasi proposta che venga loro presentata come risolutiva della loro situazione, uno shock che si nutre non solo delle conseguenze della situazione emergenziale ma che eredita un logoramento a causa delle condizioni di vita che precedono i disastri, come lo sbriciolamento del welfare, la crisi economica che imperversa, il deterioramento dei diritti, l’esaurimento della possibilità di lavorare e avere una casa dignitosa.

La catastrofe jacobin italia

In Italia vediamo una specificità, ossia la questione delle grandi opere, infrastrutture che drenano denaro pubblico per ingrossare le tasche di privati, mafie e imprese.

È come se la catastrofe venisse utilizzata per legittimare le grandi opere, come a Venezia che in seguito all’alluvione di qualche settimana fa si è tornati a parlare del Mose come se fosse l’opera che avrebbe impedito il disastro quando in realtà i movimenti per l’ambiente e contro le grandi opere sono anni che danno spiegazioni scientifiche e sociali per essere contro. La speculazione, la privatizzazione e il mettere mano alle risorse pubbliche sono nel nostro Paese una spina nel fianco. È esemplare il caso dell’Aquila dopo il terremoto del 2009, è proprio in questo territorio devastato che si sperimenta l’approfittarsi dello shock per fare profitto. L’idea di costruire delle new town al di fuori della città storica, utilizzando imprese per lo più non abruzzesi, con l’obiettivo di costruire 4500 abitazioni in pochi mesi è evidentemente fallimentare sin da subito. Quest’idea, promossa con il piano C.a.s.e. dall’allora presidente del consiglio Berlusconi, ha come risultato di non spillare un euro per la ricostruzione vera e propria della città ma solo di generare un fenomeno di urbanizzazione in campagna, in un contesto totalmente alienante, senza mezzi di trasporto nè servizi, che nessun abitante avrebbe mai accettato condizioni normali. Il tutto aiutato dalla costruzione di un immaginario di gestione dell’emergenza, capeggiata dalla Protezione civile, che ha fatto leva sul trauma per imporre un’autorità di gestione all’interno delle tendopoli, rinforzando l’idea di trauma e mantenendo in quella condizione chi l’ha subito in modo da garantirsi il maggior tempo possibile per farsi i propri affari.

In tutto ciò lo Stato assume un ruolo tutt’altro che marginale nel farsi da garante della privatizzazione e della transizione delle risorse pubbliche nelle mani dei privati. L’istituzione statale predispone il territorio ai cicli di valorizzazione attraverso il disinvestimento nella messa in sicurezza e la definizione delle competenze, si occupa di costituire le garanzie legali e di uso della forza per il capitalismo della catastrofe. In due casi molto diversi della storia recente italiana vediamo messo in atto questo ruolo di garanzia attraverso uno strumento specifico, tra gli altri, che è stato fonte di discussione e polemica mainstream: lo scudo penale. Nel primo caso, quello dell'Ilva, l'emergenza ambientale viene utilizzata come scusa per garantire l'immunità penale a una grande multinazionale, tutelandola anche da eventuali crimini ambientali. In sostanza si usa la bonifica come paravento per inquinare e sfruttare ulteriormente, per rilanciare l'estrazione di ulteriore profitto dalla fabbrica e dal territorio. Il secondo caso invece, quello più recente dell'alluvione in Liguria e Basso Piemonte, ha visto i due presidenti di regione, Toti e Cirio, invocare gli scudi penali per i sindaci. Fa pensare che sia una delle prime misure invocate di fronte alla tragedia, ma si inserisce perfettamente nella strategia di emergenzialità e estrazione di valore dai territori togliendo di mezzo i pochi lacciuoli istituzionali alla totale sopraffazione del libero mercato. In una fase in cui il sistema capitalista fatica a estrarre valore dai territori per produrre accumulazione sufficiente a ritmi adeguati per garantire la propria riproduzione, le tragedie nella loro emergenzialità permettono alla solita cerchia ristretta di appropriarsi di pezzi importanti, per lo più pubblici, dell’economia mondiale.

Queste riflessioni dovrebbero portarci a considerare che siamo già immersi nel paradigma della catastrofe e le contraddizioni figlie di questo paradigma che , via via, aumenteranno di scala e di intensità sono già qui. Per questo motivo non si può pensare di impedire l'avvitarsi della crisi climatica senza scardinare il modello di sviluppo che non solo l'ha prodotta, ma che ha apprestato già degli strumenti di messa a profitto delle sue conseguenze. La lotta alle Grandi Opere Inutili è naturalmente solo un aspetto di un conflitto necessariamente molto più ampio, ma si caratterizza per essere un punto di blocco della valorizzazione indispensabile per mettere i bastoni tra le ruote a chi della catastrofe ne ha fatto un business e per pensare una strategia materiale e generalizzata di lotta ai cambiamenti climatici.

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