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Articoli filtrati per data: Wednesday, 04 Dicembre 2019

Se c’è una leva che continua a muoverci in questi tempi confusi è certo la curiosità.

 

Ci siamo appassionati negli anni ai fenomeni sociali, ai movimenti, alle lotte, ai conflitti più o meno palesi con simpatia per i loro protagonisti. Gioiamo quando i protagonisti non siamo noi: militanti, compagne e compagni, amanti di una prospettiva radicale di alterità. Qualsiasi fenomeno smuova la realtà ai suoi livelli bassi, mettendo in gioco le passioni delle persone, promette nuove possibili amicizie. È d’altra parte anche per questa collocazione, ai piani bassi della vita sociale, che siamo in grado di rivendicare ancora una nostra appartenenza… di classe. Siamo forse degli inguaribili ottimisti, ingenui fino al punto di passare al meglio per gli utili idioti di qualcuno, pronti a rincorrere ogni folata di vento? No, sappiamo che le tempeste le portan le nuvole, bisogna guardare in alto, vedere quanto sono spesse e se uno squarcio nel cielo si possa aprire.

Non tutto si riduce alla buona volontà e non basta muoversi per fare un movimento. La realtà sociale si struttura per livelli e, nell’ordine attuale, ciò che sta sotto è deciso da ciò che sta sopra. Ma se il soggettivismo non basta certo non c’è una prospettiva di trasformazione se non si accordano le faglie della realtà nei suoi interessi sovraordinati alle possibilità di uomini e donne che prendono parola. In altre parole senza l’umano non c’è politica. Ed è pur vero che i fenomeni dell’oggi soffrono di mediaticità ed evanescenza, che – in gradi differenti da territorio a territorio – questo cosiddetto movimento delle Sardine è più o meno pilotato da interessi opportunistici, che ancora si trascina dietro il cadavere della sinistra, che è affezionato alla cultura della democrazia e dell’impotenza, ovvero del controllo e della (auto)repressione. Ma occorre guardare meglio dentro. Perché le parole che parlano di una cosa non sono mai la cosa stessa. Non tutto si sovrappone al velo pietoso di storie ormai concluse. Nel testo che presentiamo di seguito riportiamo alcune impressioni dalla piazza fiorentina delle Sardine di sabato 30 novembre con un solo intento, quasi una provocazione a questo punto: suscitare curiosità in un mondo militante più sicuro dei propri valori che della realtà su cui poggia i piedi.

E allora? No, non recitiamo la parte di Aristippo che accusato di aver offeso la superba indipendenza della filosofia per essersi prostrato al tiranno al fine di essere ascoltato disse: «non è colpa mia se Dionigi ha le orecchie ai piedi». Non si tratta di capovolgere la realtà per cavalcare una sardina di carta. Non siamo all’inseguimento di alcun soggetto, alla ricerca di alcun segmento forte. Il punto qui è che non abbiamo da farci ascoltare da questi fenomeni. Non siamo i filosofi a cui dar retta. Abbiamo da ascoltare… anche scendendo giù, fino ai loro piedi. O pinne.

 

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Caro compagno anti-sardine, il problema sei tu.

Caro compagno,

Hai detto che il movimento delle sardine è una merda, perché vogliono solo farsi una foto da pubblicare sui social. Forse è così, vogliono solo farsi una foto. Ma guarda quella foto, compagno. Piazza della Repubblica è piena, e pure le vie laterali. Non l'avevamo mai vista così. La partecipazione è sempre un fatto positivo, indice di qualcosa che si muove nella società. La direzione non è mai già scritta. Caro compagno, a rimanere sui social a lamentarsi, stavolta, ci sei rimasto tu: quello che vorrebbe indicare la strada. Quella gente che disprezzi è scesa in piazza, chissà se vedrà il tuo post.

No, caro compagno, non sono (solo) i soliti. Sabato in piazza ho visto l'elettore storico del PD, il 5stelle della prima ora e il trentenne che non ha mai votato, la professoressa di sinistra e l'inquilino delle case popolari, lo studente delle superiori, l'immigrato e l'attivista del comitato territoriale della provincia, c'è il centro (soprattutto,ok) ma anche la periferia. Dici che è “la solita piazza della sinistra”, ma faresti bene a fare un po di inchiesta. Anche per i più pigri, in questo caso, viste le dimensioni del fenomeno, basta chiedere a parenti, amici e colleghi: c'erano? Non c'erano? Che pensano?... forza compagno, senza paura!

Vedi compagno, i movimenti sono sempre una cosa complessa. Sono sempre contraddittori, ambivalenti e pure ambigui. Esprimono quello che nella società si s-muove, ma esprimono sempre anche quello che nella società semplicemente c'è, perchè è dalla società e non dal mondo delle idee che i movimenti nascono. E tu inorridisci per questo. Ieri erano i forconi e poi i gilet gialli, che erano tutti fascisti. Oggi sono le sardine, che sono tutte pedine del PD. Inorridisci e resisti. Ti rivendichi la tua resistenza “nonostante” loro. Tu non riesci a cambiare la società, ma resisti ad essa. I movimenti passano, ma tu resti. Da solo, ma resti. Nessuno movimento apre mai la strada alla rivoluzione, e tu lo sapevi già da prima. Ogni movimento ti sottrae spazio a te, che sennò chissà cosa avresti fatto se non ci fossero stati loro. Poi i movimenti vanno via, e tu lo sapevi già che sarebbero durati poco. E tornerai sui social ma a lamentarti che non ci sono movimenti. La loro assenza giustificherà il tuo immobilismo. Sai, compagno, sei diventato esperto in un arte: trovare sempre un buon motivo per relegare la tua radicalità alle tue enunciazioni e alle tue autorappresentazione. La tua ragion di vita all'autoriproduzione. E se non c'è la rivoluzione è sempre colpa di quegli altri. Quelli che tu vuoi rappresentare. Con i tuoi simboli e i tuoi codici, le tue ragioni, i tuoi discorsi e le tue verità.

Firenze sardine piazza della repubblica

Ho letto i tuoi post su Facebook. In questi giorni hai pensato che il tuo compito fosse spiegare al mondo che le sardine erano un fenomeno costruito dai media e manipolato dal PD. Che al PD gli serviva per le elezioni. Insegnare le cose al mondo, giudicare i movimenti perchè non sono come tu li vorresti. No, compagno. Di fronte a fenomeni come questi, chi vuole trasfromare il mondo, deve avere meno spocchia e più umiltà, meno sentenze e più curiosità. Non è che ti sbagliavi, caro compagno. E' tutto vero: la spinta dei giornali e delle TV, la strumentalità per il PD... E' che dicendo quelle cose hai scoperto l'acqua calda, invece di provare a scoprire quello che non conosci, quello che non si vede, quello che non è noto né palese. Si, compagno. Perchè quando si muovono cose nuove, bisogna partire dalla consapevolezza di non sapere.

Perché tutta quella gente è scesa in piazza? Questa è la domanda giusta. E se ti rispondi che è solo perché glielo ha detto la TV stai solo confermando il mio sospetto che in fondo disprezzi quella gente in nome del quale dici di combattere ma di cui hai tu stesso un idea tremenda, e ti dovresti chiedere se sia proprio questo il problema, il vero motivo per cui nessuno ti segue. Ma comunque, per fortuna, non è così.

Molto è ancora da scoprire, ma un cosa è certa: alla base di questo movimento c'è una genuina voglia di tornare a partecipare, e di farlo in modo nuovo. C'è la voglia di reagire al populismo leghista che in questi anni ha imposto non solo politiche ma anche i termini e i temi del dibattito politico e sociale nel paese. C'è la voglia di non sentirsi soli nelle proprie posizioni e di riconoscersi in un qualcosa di comune. C'è il bisogno di esorcizzare insieme la preoccupazione che una parte di società sente su di sé pensando all'ascesa del leghismo a livello politico e culturale nel paese. La disponibilità a contribuire a qualcosa che possa contare, anche solo facendosi contare ed esprimere così una potenza. La piazza delle sardine non è “il solito corteo”, e anche per questo funziona.

Per te questo movimento “non dice nulla sui problemi sociali e quindi è borghese”. Ma quando i proletari si mobilitano per i loro bisogni e problemi più stringenti, sei lì a misurare il loro di livello di “politicizzazione” e molto spesso concludi, con la stessa velocità, che anche loro non hanno capito nulla. Il punto, compagno, è che di fronte a movimenti che si costruiscono già sulla dimensione della politica, il nostro compito dovrebbe essere quello di scorgere il sociale dietro la dimensione politica esplicita. E viceversa riuscire a rintracciare il politico dei conflitti che si costruiscono ancorati ad una contraddizione sociale.

Ho parlato con molte persone diverse tra loro che sono state in piazza. E' davvero difficile trovare qualcuno che non esprima in qualche forza la propria insoddisfazione per la piazza a cui ha partecipato. Insoddisfazione perché la voce dei capi-sardine non hanno dato le parole a quello che li ha spinti a scendere in piazza. E così è capitato che l'intervento di una ragazza che dopo aver offeso Salvini ha rivendicato come sardina il diritto all'odio verso ciò che lui rappresenta – nella piazza che secondo gli organizzatori doveva essere la piazza contro l'odio e gli insulti – abbia raccolto il più caloroso e appassionato applauso della piazza di tutta la breve serata. E che i tentativi di riparare e stigmatizzare le parole della ragazza da parte di una capo-sardina, subito dopo, siano stati condannate dalla piazza all'attesa di un applauso che non è arrivato e mai arriverà. Vedi compagno? I movimenti sono così. Le loro rappresentazioni politiche dei movimenti costruite dall'alto, quasi mai rappresentano cosa dentro si muove in basso. Ma tu ti fermi sempre sulle prime, pensando da lì di capire le seconde. Ma quella gente, evidentemente, non è un libro bianco su cui i nostri nemici scrivono ciò che vogliono. A volte, addirittura, fanno proprio quello che avresti fatto tu come in questo caso. Avresti applaudito la ragazza e non la capo-sardina. Ma attenzione, compagno, non lo fanno perché glielo hai detto tu.

Caro compagno, mi sembra che tu hai visto nelle Sardine il ritorno del mostro della sinistra. Io vedo quel mostro che è costretto a confrontarsi con la sua inesorabile crisi. Perché è un dato di fatto che il mondo delle organizzazioni della sinistra storica non sarebbe mai stata capace di produrre nemmeno lontanamente questi numeri nelle piazze. Per produrle, oggi, hanno bisogno di altro. Tu vedi spazi che si chiudono. Io vedo un processo profondamente ambivalente. L'estremo vuoto di contenuto “imposto” al movimenti dai capi-sardine appare come l'unica soluzione possibile per tenere insieme l'irriproponibilità di certe retoriche ed ordini discorsivi logori e la difesa dalla possibilità che se ne costruiscano di nuovi. Ed è su quella possibilità di costruire – anche sulle macerie della sinistra – qualcosa di nuovo capace di esprime in nuovi codici, prospettive e ordini del discorso una tensione sociale alla trasformazione e all'alternativa che per noi oggi vale la pena di scommettere. In questo senso, quel vuoto, è ciò che di meglio potessero offrirci i capi-sardine.

Insomma compagno, non sappiamo cosa ne sarà di questo movimento. Se continuerà né come continuerà. Se si daranno dei meccanismi di partecipazione, dibattito e confronto oppure tutto si limiterà alla proposta di comparsa collettiva in giganteschi flash-mob. Se tutto resterà ad uso e consumo del partito democratico, o se questo fenomeno si guadagnerà una sua minima autonomia. Probabilmente le sardine passeranno in fretta, proprio come dici tu. Ma quello che ha mosso migliaia di persone a scendere in piazza resta. Noi avremo la possibilità di tornare a fare quello che facevamo prima, come prima.

È proprio quello che desideri, compagno?

 

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Mentre, tra spaccature e litigi a mezzo stampa, si consuma la oramai triste soap opera dell’assemblea gestionale della ormai ex cavallerizza occupata, i poteri forti di questa città ridono sotto i baffi e si preparano ad incassare.

Fondazioni bancarie e privati brindano alle incertezze di un’amministrazione cittadina che tanto ha investito nella stesura del Regolamento Beni Comuni della Città di Torino, quanto ha evitato di definire le linee guida di un progetto di ristrutturazione che evitasse o di assegnare ai privati gran parte delle strutture della Cavallerizza. Dopo lo sgombero, come per magia, ricompaiono alberghi e supermercati, insomma tutta quella filiera di servizi commerciali che alimentano a rendere il centro di Torino una vetrina vuota dalle apparenti forme sinuose.

Così, sotto gli occhi di tutta la Città, il Sistema Torino continua e porta avanti il suo scopo: svendere il Patrimonio Pubblico per cercare di coprire l’enorme debito pubblico, creato di fatto da tutte le amministrazioni governate in passato dal Pd, portate avanti senza sosta anche dall’attuale 5stelle.

Nel tempo sono cambiante le giunte e con loro i progetti sulla Cavallerizza Reale, anche se davvero di molto poco. Per esempio, la giunta Fassino parlava di Albergo di Lusso, la giunta Appendino parla di Ostello, senza però inserire alcun vincolo. Questo significa che se un ipotetico futuro proprietario vorrà realizzare tre stanze di camerate per viaggiatori con lo zaino, potrà senza problemi proseguire con la realizzazione di tre piani di camere di lusso.

 

Ma prima di provare a fare luce su quali cambiamenti potrebbe subire la Cavallerizza Reale, meglio ricapitolare chi sono oggi i suoi proprietari: il Comune di Torino, si classifica al terzo posto con una micro parte del compendio; al secondo posto invece una brillante Cassa Depositi e Prestiti; al primo posto si accaparra il bottino più grande la CCT – Società di Cartolarizzazione della Città di Torino, ente di natura privata (nato con la sola funzione di vendere il Patrimonio Pubblico).

È facile immaginare che, in base all’attuale piano regolatore, e qui il condizionale è d’obbligo, il progetto possa prevedere:

Per la proprietà di CCT – Società di Cartolarizzazione della Città di Torino:

-Un PARCHEGGIO PRIVATO interrato sotto i GIARDINI REALI ALTI riaperti dopo vent’anni d’incuria proprio dall’Assemblea Cavallerizza 14:45 all’inizio dell’occupazione. Nonostante la città di Torino sia tra le peggiori in Italia per il livello di smog, si continuano a collezionare progetti che vedono le auto in pieno centro città. -Un OSTELLO/ALBERGO DI LUSSO collocato nell’intera ALA DEL MOSCA (l’edificio principale che si vede entrando nei cortili da via Verdi), si vorrebbe che venisse acquistata direttamente dalla Compagnia di San Paolo (Fondazione bancaria privata, di cui i fondi arrivino per la maggior parte dai profitti della banca Intesa San Paolo, l’ente che aprì il debito con CCT prestando l’importo per l’acquisto della Cavallerizza). -I NEZOGI e gli ESERCIZI COMMERCIALI è facile pensare alle PAGLIERE, l’edificio andato a fuoco nel 2014 e poi nell’ultimo incendio dello scorso mese, così quando uno esce dall’albergo può spendere un po’ di cash. -HOUSING SOCIALE perché non all’interno delle strutture collocate nel primo cortile sulla sinistra (entrando da Via Verdi), che oggi ospita l’Associazione Euro 3, che probabilmente sarà gestito da Compagnia di San Paolo. -AULE UNIVERSITARIE potrebbero farsi spazio all’interno della ZECCA, l’edificio che oggi ospita il commissariato di polizia di Via Verdi.

Per la proprietà di Cassa Depositi e Prestiti:

-Le RESIDENZE UNIVERSITARIE predisposte nella MANICA LUNGA e nei piani soprastanti, solo che vista la posizione, è possibile che si potranno avere a costi molto ingenti.

Di proprietà del Comune di Torino restano solamente:

-L’AULA MAGNA DELL’UNIVERSITÀ, già in uso, a cui è stata in passato effettuata una ristrutturazione realizzata senza tenere conto dell’unione architettonica dell’intero edificio. Gli storici dell’arte la definiscono “un pugno in un occhio”. -La CAVALLERIZZA ALFIERIANA o anche detto MANEGGIO REALE e la PIAZZETTA DELL’ACCADEMIA MILITARE (che forse un girono traslocherà), restano ad oggi una completa incognita.

Come si può notare tutto continua ad essere in sospeso, mentre nel frattempo sono già stati buttati un fracco di soldi tra studi, progetti e i loro progettisti, incontri, master plan, protocolli d’intesa, chi più ne ha più ne metta.

E mentre gli occupanti litigano tra loro per chi vincerà un possibile/forse/chissà sgabuzzino nella trattativa con la Prefettura, il Master Plan non è ancora stato presentato pubblicamente e la possibilità che tutto si chiuda con l’ennesimo regalo alle banche è più che mai prossima.

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