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Articoli filtrati per data: Friday, 27 Dicembre 2019

Anche questo 2019 ha visto i territori martoriati della provincia di Caserta come luoghi prescelti per l’installazione di impianti di morte. Che si tratti di monnezza, o di energia, questi progetti strappano il potere decisionale sul proprio territorio ai suoi abitanti e lo concentrano nelle sole mani sporche di chi dovrà condurre l’affare milionario.

L’impiantistica “bio” come denominano i vari progetti che negli ultimi anni stanno investendo l’Agro Caleno, e l’impiantistica “eco” come la turbogas targata Edison di Presenzano, vanno guardate nel complesso con la lente dei saperi accumulati negli anni da parte degli abitanti campani. Questi impianti rispondono alla stessa logica di accumulazione nei luoghi prescelti, causando di fatto un saccheggio importante dei territori e delle risorse, dove l’impatto ambientale, le malattie, le malformità generazionali, l’avvelenamento dei terreni e dell’aria, sono “effetti di importanza secondaria” rispetto all’unico interesse predominante che è “il profitto”. In nome di questo infatti si piegano complici sindaci, istituzioni, enti sanitari e procura.

Vogliamo puntualizzare alcuni concetti: “Bio” ed “Eco” sono concetti che negli anni, come abitanti costantemente in lotta contro la crudeltà della devastazione ambientale, abbiamo imparato a leggere per quello che sono: il tentativo dei soliti carrozzoni del saccheggio di dotarsi di un green washing spendibile dopo decenni di soprusi imprenditoriali/territoriali. Oltre ad essere “concetti di facciata” infatti (visto che perfino i governanti del Mondo con la Cop25 hanno dichiarato il loro disinteresse per le reali sorti del pianeta mentre plaudono Greta) sono concetti svuotati ancor di più ponendo un briciolo di onestà cronologica e senso di realtà su come sono ridotti i nostri territori e la salute di intere comunità, soprattutto delle nuove generazioni, nei luoghi già ospitanti EcoMostri di rifiuti o di energia. Per questo, nella migliore delle ipotesi, non c’è alcun impianto talmente bio o talmente eco da poter invertire la rotta di miseria in cui versa il territorio provinciale. Su un corpo pieno di fratture e piaghe, poggiargli sopra una lama surriscaldata avrà l’effetto devastante di irritare ogni parte lacerata. Sullo stesso corpo le cui cure, per le ossa rotte e per le vesciche, vengono negate, e il dolore (per tutti nostri morti) trattato dai governi e dagli stessi imprenditori con imperdonabile cinicità.

Non staremo qui a fare la mappatura di tutti gli impianti della morte, discariche, cementifici, e quant’altro, non è neanche questo il luogo di calcoli tra piani energetici e reale fabbisogno. Questo è il luogo, il tempo e lo spazio in cui assume e deve assumere centralità la “lotta popolare”, non per vezzo discorsivo, ma come unica arma, vincente, contro chi vuole continuare a fare dei nostri territori delle scacchiere del profitto dove milioni di euro vanno a rimpinguare le tasche di una cerchia ristretta, dichiaratamente nemica di tutte le comunità.

Negli anni che hanno visto un’emergenza rifiuti senza soluzione di continuità, solo laddove le comunità si sono unite, riscoprendosi innanzitutto Fronte Unico e popolare, mettendo ognuno a disposizione ciò che la difesa collettiva richiede, lasciando alle spalle le microdivisioni (funzionali solo ai politicanti paesani per sedersi in poltrona e per poi rimangiare ogni promessa), solo grazie a questa maturità da parte di intere schiere di abitanti, si può oggi parlare di “vittoria popolare” dei territori casertani, e ce ne sono state tantissime.

Tranne una. Una sola lotta persa, ed è proprio quella contro la gemella sparanisana della Edison, la turbogas di Cosentino.

I blocchi di potere, e le pratiche già messe in atto da Edison nell’alto casertano, evocano una storia già vissuta nell’Agro Caleno, e crediamo che i saperi accumulati dalle lotte passate, vinte e perse, sono e devono essere patrimonio per tutti e tutte. Perchè nessuno ce le racconterà sui libri di storia, perchè ogni sapere collettivo, ogni strategia popolare, le azioni messe in campo, sono frutto della generosità di chi si è spogliato della cecità individualista e ha iniziato a ragionare su un piano collettivo, orizzontale: le mamme sono le mamme di tutti, i figli sono figli di tutti. Questi saperi, queste consapevolezze, sono state fondamentali per le vittorie riportate. In ogni lotta di autodifesa del territorio infatti le parti in campo sono sempre due, da un lato ci sono imprenditori selvaggi, politici arraffoni e i sempre-verdi personaggi appantanati nell’alveo grigio dei traditori in corso d’opera, dall’altra invece migliaia di abitanti determinati, liberi, arrabbiati, che nella lotta hanno finalmente ripreso le redini del proprio potere di scelta, che hanno ridato senso al concetto di “comunità”, sentendosene parte integrante e lavorando costantemente alla sua costruzione. Linguaggi e parole nuove come il termine “legittimità” (il diritto sacrosanto in capo alle comunità a poter decidere, secondo un più che spiccato buonsenso, e sicuramente migliore di chi agisce per soldi e profitto, della propria salute e dei propri territori) ha sostituito de facto nelle comunità in lotta il concetto di “legalità”, arma a doppio taglio che ha perpetrato soprusi, appunto legali, senza trovare freni nelle norme stesse, ma solo nella determinazione degli stessi abitanti in carne ed ossa.

Da Sparanise a Presenzano, stesso blocco di potere.

La General Construction (Attualmente “Geco” con amministratore delegato Alfonso Gallo, ex-braccio destro di Bassolino) che ha costruito la Turbogas di Sparanise sarà la stesa ditta che si occuperà della costruzione della gemella di Presenzano. Nel 2007 infatti la Turbogas di Cosentino, sponsorizzata da accordi bipartisan col Pd di Gallo, arrivò nell’Agro Caleno promettendo 700 posti di lavoro (oggi solo una decina), comprò le testate giornalistiche locali, e quindi l’informazione pubblica, creò grandi eventi in giacca e cravatta sponsorizzando la già forte squadra di pallavolo paesana, promise sconti su bollette e disse che la zona non avrebbe subito alcun danno.

Contemporaneamente a questa compra-vendita di consensi, il fronte popolare si ritrovò a fronteggiare blindati della polizia fuori i consigli comunali; ed all’interno dello stesso fronte la corruttibilità di alcuni esponenti politici spaccò la coesione facendoli prima aizzatori delle piazze e poi voltabandiera della peggior specie.

Risultato?

La battaglia fu persa, la centrale fu costruita e tante passerelle furono fatte al suo interno. Dopo poco si iniziò a parlare di innalzamento della temperatura in loco, sforamento limiti PM10 continuo e prolungato; casi plurimi di leucemia concentrati in tutte le abitazioni a ridosso dell’area, carenza idrica, e ci fermiamo qui… Questo intendeva l’asse pro-Turbogas a Sparanise quando promettevano il “volano di sviluppo”. I soldi elargiti ai vari gruppi di interesse paesani hanno rappresentato il prezzo dello stupro della nostra terra e del nostro DNA.

Ad ogni modo il dato che è sempre presente è il tentativo di raggiro che ciclicamente viene consumato nei confronti di migliaia di abitanti.

L’unica arma di difesa è creare uno zoccolo duro fatto da abitanti determinati, continuare a solcare i nostri percorsi dal basso e in autonomia, sulle tracce delle nostre nonne e di chi le ha precedute. No, la nostra terra non è più quella di un tempo, ma non permetteremo altri colpi mortali da parte soprattutto di chi governa i nostri territori.

Fortunatamente noi siamo le comunità che nel Dna, oltre le mutazioni genetiche tumorali, portiamo con noi un altro tipo di mutazione, forgiata nelle lotte e nell’indisponibilità territoriale, cresciuta tra i blocchi autostradali e i sabotaggi ai cantieri, sappiamo quanta forza si può scatenare dal basso se ci uniamo ai nostri stessi vicini di casa, difendendo i nostri paesi portone dopo portone.

Indietreggiare? giammai, al massimo solo per prendere la rincorsa.

Il 2020 sarà un anno importantissimo e cruciale per la provincia di Caserta, a partire dal 25 gennaio, data scelta dall’assemblea dell’Alto casertano contro Edison. Facciamo appello a tutti e tutte gli abitanti della provincia, ai/alle ribelli dei territori, per dare ciascun* il proprio contributo alla costruzione di una opposizione reale al cantiere Edison che aprirà (gira voce) ad Aprile.

Porteremo avanti, e le porteremo ovunque, le nostre battaglie: vogliamo la bonifica della ex-Pozzi, vogliamo sia riconosciuto ufficialmente il nesso tra inquinamento e malattie tumorali che ci portano via affetti di continuo, vogliamo che non ci sia più nessun progetto green, black o pink che arrivi a casa nostra, imposto con l’inganno e l’arroganza di chi non considera le nostre vite degne di essere vissute, e vissute bene. Degli impianti non sappiamo che farcene se non usarli come bersagli delle nostre pietre.

Chi decide? Ovviamente le comunità, ma per farlo c’è bisogno di camminare assieme, fianco a fianco, non sarà facile ma sarà fondamentale elaborare modi e forme per unire la rabbia e scaraventarla contro chi di questa terra ne sta facendo un esperimento di morte a cielo aperto.

Iniziamo dal 25 gennaio, tutti e tutte insieme conto Edison e per darle il benvenuto, intanto auguriamo a tutti e tutte che questo dicembre che ci accompagna al nuovo anno sia utile a rinsaldare i rapporti popolari nei paesi e alimentare focolai pronti ad esplodere nel prossimo anno.

LE COMPAGNE ED I COMPAGNI DI TEMPO ROSSO

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FCA, gruppo Fiat - Chrysler, e PSA, proprietario di Peugeot, Citroën e Opel, si sono uniti in un unico gruppo industriale, il quarto più grande dopo Volkswagen, Toyota e il gruppo Renault.

L’operazione è spacciata come “alla pari” ma l’amministratore delegato sarà Carlos Tavares, a John Elkann invece andrà la presidenza. Il gruppo francese oltre ad avere un suo uomo al comando, l’ A.D. Carlos Tavares appunto, ha anche la maggioranza nel consiglio di amministrazione, formato da cinque rappresentanti di Psa, cinque di Fca, ma con Tavares nel ruolo di undicesimo consigliere. E’ evidente, dal punto di vista decisionale, lo squilibrio in favore dei francesi. Fca d’altronde non poteva rischiare un altro no, dopo quello che era arrivato qualche mese prima, direttamente da Macron, per la tentata fusione con il gruppo Renault. Infatti non è la prima volta che gli italo-americani cercano un partner che gli venga in soccorso, soprattutto per il forte ritardo nella produzione e commercializzazione dei motori elettrici. Psa per esempio, ha già quattro vetture tra le dieci auto elettriche più vendute al mondo! Da sottolineare inoltre che, in Italia in dieci anni, la produzione di auto è diminuita di circa il 50% e per il 2019 i dati saranno al ribasso ancora più che nel 2018.

Secondo i due gruppi questa fusione porterà ad un risparmio di 3,7 miliardi di euro, con un giro d’affari intorno ai 170 miliardi euro. Ma quali saranno le conseguenze dal punto di vista occupazionale?

Questo risparmio, che il gruppo si è dato come obiettivo, significherà come sempre “ottimizzazione delle risorse” che coinciderà con licenziamenti, di cui molti presumibilmente saranno in Italia, visto lo stato di crisi a cui Fca ha portato gli stabilimenti. A Pomigliano d'Arco e nel reparto logistico di Nola ci sono circa 4500 lavoratrici e lavoratori in cassa integrazione. A Melfi quest’ estate sono aumentati i turni di blocco alla produzione di Jeep Renegade e 500X: lavoro a singhiozzo con un taglio sulle buste paga fino a 700 euro. Tra Mirafiori e Grugliasco da ormai 10 anni va avanti la cassa integrazione. Questi solo alcuni esempi. Intanto, prima della fusione dei due gruppi, gli azionisti di Fca hanno approvato un dividendo di circa 5 miliardi, di cui 1,7 alla famiglia Agnelli…

Vedremo dunque quale sarà il destino di Mirafiori, Cassino, Grugliasco, Pomigliano, Melfi, e ovviamente tutto l’indotto.

Alla luce di tutto ciò le lavoratrici e i lavoratori di Fca ovviamente non sembrano essere così sereni, come invece si dimostrano i sindacati confederali, rassicurati dalle dichiarazioni del nuovo gruppo di voler mantenere i livelli occupazionali. In realtà, come denunciano i sindacati di base, in una lettera congiunta, Psa ed Fca ribadiscono la volontà di tenere aperti tutti i siti di produzione (che non vuol dire mantenere la piena occupazione) ma all’ultimo punto scrivono che non possono garantire gli impegni presi nei punti precedenti.

L’obiettivo di questo accordo insomma è l’aumento dei guadagni per gli azionisti ma come sempre non porterà nulla di buono a chi lavora dentro le fabbriche.

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Le riflessioni di alcuni riders su quanto successo a Zohaib, giovane fattorino di Glovo travolto da un'auto a Torino il 19 dicembre...

Il 19 Dicembre durante un turno di lavoro con Glovo, azienda del food delivery, Zohaib è stato investito da un'automobile che lo ha trascinato per 20 metri, prima di darsi alla fuga lasciandolo inerme sull'asfalto.

Il ragazzo è ancora ricoverato in ospedale, in coma. La gravità della sua condizione non permette di delineare l'entità dei danni permanenti.

Per noi è immediato riconoscere nelle nostre condizioni lavorative le ragioni di questo incidente, siamo costretti a correre per 4 spicci a consegna se vogliamo guadagnare quanto ci è necessario a vivere, a questo si aggiunge il ricatto del ranking che ci obbliga ad avere un determinato livello di produttività per poter accedere alle sessioni di prenotazione dei turni.

In questi giorni, per noi molto impegnativi tra la necessità di confrontarsi con quello che è successo, le difficoltà di avere un amico e collega in coma, la rabbia, i tentativi di dare una risposta e di combattere i responsabili di quanto successo, ci siamo trovati più volte a doverci confrontare con discorsi a dir poco imbarazzanti, come domande su mancanza o presenza di luci e caschi (che le aziende non ci forniscono) o il “la colpa è dell’automobilista o sua?”.

Beh… La colpa è di Glovo.

Nel corso della notte dell'incidente così come in questi giorni stiamo facendo avanti e indietro dall'ospedale per seguire le condizioni di Zohaib e per sostenere le persone a lui vicine che oltre al dolore sono costretti all'incubo burocratico per permettere ai familiari di raggiungerlo dal Pakistan.

Noi tutti, e con noi la comunità pakistana piemontese ma anche tante altre persone indignate da quanto successo, stiamo lottando per avere giustizia, diritti e dignità.

Durante la nostra lotta all'interno del mondo del food delivery abbiamo ricorso spesso a pratiche di mutuo soccorso, ci siamo riparati le biciclette reciprocamente, ci siamo accompagnati al pronto soccorso, all'Inail, negli uffici delle aziende, condividendo esperienze e dandoci forza l’un l’altr*, per non farci schiacciare dall'isolamento a cui le nostre aziende costringono, non solo perché non avendo un luogo (che non sia l’intera città) di lavoro succede di vedersi e conoscersi solo sporadicamente, ma anche perché attraverso i punteggi reputazionali e il cottimo si crea competitività.

Con la solidarietà si sono costruite reti minime di supporto ma anche di condivisione, di rabbia e di organizzazione: attraverso la lotta vogliamo imporre alle aziende e allo stato di darci quanto ci spetta in tutele e diritti.

Negli ultimi anni è successo tante volte di raggiungere colleghi in difficoltà e la risposta da parte delle piattaforme per cui lavoriamo è sempre la stessa: ci ignorano. Ci ignorano finché non riusciamo a imporgli i nostri problemi, andando negli uffici in gruppo.

Per questo quando venerdì pomeriggio, dopo aver passato la notte in ospedale, ci siamo trovati davanti due responsabili di Glovo che hanno esordito dicendo che la loro presenza lì era volontaria, perché essendo collaboratori non era un obbligo per loro supportarci, gli abbiamo detto in faccia quanto ci disgustano, gli abbiamo raccontato quanti colleghi e colleghe abbiamo accompagnato in ospedale, con quanti siamo andati in ufficio per risolvere i mille problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente tra account bloccati e fatture sbagliate (sì, abbiamo uno stipendio da fame e riescono comunque a rubarci dei soldi) e, soprattutto, gli abbiamo chiesto come fanno ogni mattina a guardarsi allo specchio sapendo di avere le mani sporche di sangue.

Com’è prevedibile non hanno saputo risponderci, su niente.

Poco dopo ci siamo trovati in piazza Statuto, cogliendo l'occasione del presidio lanciato dai lavoratori di Domino's Pizza, catena di proprietà della S.p.a Epizza che si occupa di produzione e consegna di pizze. La catena sta venendo acquisita dallo stesso proprietario di Burger King nord-ovest. Cambiano i nomi ma la solfa è la stessa: nell’ultimo mese i lavoratori e le lavoratrici di Domino’s hanno subito alcune sospensioni disciplinari in seguito al rifiuto sdegnato di sottoscrivere un accordo con Epizza in cui i lavoratori avrebbero rinunciato ad un risarcimento per le condizioni di lavoro non conformi ai contratti firmati, e alcuni mancati rinnovi (o licenziamenti per gli scioperi?).

La rabbia per l’incidente era tanta e abbiamo sentito la necessità di scendere immediatamente in piazza per Zohaib e per tutte e tutti noi. I rischi che corriamo durante i nostri turni di lavoro sono molto alti ma le nostre vite valgono più dei 2 euro. La prima tappa del corteo è infatti stato proprio il luogo dell’incidente dove abbiamo deciso di bruciare un cassone, simbolo del nostro sfruttamento, e di urlare la nostra rabbia. (https://www.facebook.com/DeliveranceProject/posts/2839717509382190)

Domenica siamo stati al McDonald di Piazza Castello per un volantinaggio in solidarietà a Zohaib. In questa occasione abbiamo potuto raccogliere la solidarietà di molte e molti passanti e anche raccontato le nostre condizioni di lavoro e le nostre storie. (https://www.facebook.com/DeliveranceProject/posts/2842419119112029)

Lunedì mattina abbiamo provato a portare le nostre istanze alla sede di Glovo a Torino per avere delle risposte dall'azienda ma i responsabili dell'ufficio si sono dati alla fuga dal retro non appena ci hanno visto arrivare. Abbiamo così deciso di fare un’azione davanti all’ufficio e poi proseguire in corteo per le vie del quartiere, raggiungendo infine il centro città. (https://www.facebook.com/DeliveranceProject/posts/2844392632248011)

Nessuno dell'amministrazione cittadina si è espresso su questo incidente, nonostante i 5 stelle abbiano utilizzato la nostra condizione lavorativa come carta jolly nella propaganda elettorale.

Il decreto rider infatti è stato tanto voluto da Di Maio. Convertito in legge il 2 novembre, i suoi effetti per quanto riguarda l'assicurazione INAIL entreranno in vigore da Febbraio e Zohaib e tutte le persone che fino ad allora subiranno incidenti restano ancora invischiati nelle assicurazioni farlocche proposte dalle aziende.

Gli unici effetti del decreto che fino ad ora abbiamo visto hanno riguardato la riorganizzazione delle aziende per continuare a sfruttarci al meglio nel nuovo quadro normativo. Ad esempio Just Eat ha chiuso la fornitura con le aziende che offrivano la flotta di rider (come Food Pony/Deliveriamo qui a Torino) per strutturarsi con contratti di collaborazione occasionale, uguali a quelli di Glovo, Uber Eats e Deliveroo.

Dopo l'arresto del pirata della strada per l'opinione pubblica la questione è risolta ed è stato dato il via alla gogna mediatica ma noi sappiamo che le mani sporche di sangue sono quelle dei dirigenti delle nostre aziende.

In Italia le morti di rider non sono state poche, in Europa se ne contano decine e decine.

Sabato 28 dicembre ci troveremo in piazza Castello alle 17 per un corteo in bicicletta, perché non si può morire per portare una pizza. (https://www.facebook.com/events/2702980339795344/?active_tab=about)

Il Cottimo uccide, il food delivery uccide.

 

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Era il 15 febbraio 2012, quando una nave mercantile battente bandiera italiana nei pressi dell’india apriva il fuoco con raffiche di mitra su un peschereccio indiando.

Dopo molti anni dai fatti nessuno ha pagato per l’omicidio di due pescatori e nel giugno del 2019 l’Italia chiede alla corte ordinaria permanente dell’AJA la competenza per il processo a carico dei due marò che si sono macchiati di omicidio, diremmo un processo farsa se dovesse svolgersi in Italia, in quanto per lo stato Italiano i due uomini sarebbero protetti da immunità, l’udienza si è aperta con le parole dell’ambasciatore Francesco Azzarello secondo cui i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone “sono funzionari dello Stato italiano“, impegnati nell’esercizio delle loro funzioni “a bordo di una nave battente bandiera italiana” e “in acque internazionali”, e pertanto “immuni dalla giustizia straniera”.

 

“L’Italia, secondo le autorità indiane, ha infranto la sovranità indiana nella sua zona economica esclusiva” con i due marò che hanno “sparato con armi automatiche contro un peschereccio indiano, il St. Antony, che aveva pieno diritto a operare in quell’area senza” il timore di “essere fermato, essere oggetto di spari e avere due dei suoi membri dell’equipaggio uccisi”.

Il 10 settembre 2019, il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, dopo aver incontrato i due fucilieri ha scritto un post su Twitter in cui “esprime la vicinanza del governo e di tutto il Paese”, auspicando che “tutte le forze, politiche e civili, siano unite intorno ai nostri due marò”.

Per anni i due militari, per il reato a loro imputato, non hanno mai fatto carcere, hanno usufruito per ben due volte di permessi per rientrare in Italia, il primo permesso fu concesso per festeggiare con le famiglie le feste natalizie ed il secondo per le elezioni, restando comunque con l’obbligo di firma mentre erano in India, quindi in semilibertà per un reato di omicidio. Il ritorno dei due militari “definitivo “in Italia è avvenuto nel 2014, a causa di un ictus per Latorre, che ottiene dalle autorità indiane l’autorizzazione a tornare in Italia. Girone, invece, fu rimandato in Italia nel maggio 2016 quando gli viene concesso il rimpatrio per "ragioni umanitarie". In questo momento entrambi sono tornati in servizio, Massimiliano Latorre presta servizio a Roma mentre Salvatore Girone alla capitaneria di porto di Bari, ad entrambi rimane però l’obbligo di firma e il divieto di lasciare l'Italia.

Si dovrà quindi aspettare la sentenza della corte ordinaria permanente dell’AJA per iniziare il processo ai due militari che si sono macchiati del duplice omicidio di due pescatori Indiani.

 

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