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Articoli filtrati per data: Monday, 23 Dicembre 2019

Il commento di Marco Revelli sulle ultime vicende della ndranghetav (da Volerelaluna.it )

L’avevano chiamato il “popolo del si”, la “parte sana del Paese” che si ribella alla dittatura dei NO-TUTTO, il 10 novembre dell’anno scorso. Erano stati battezzati come quelli del “Basta con l’immobilismo di Torino” e della “Torino che si ripulisce” (sic), nei commenti esilarati sulla Piazza Castello delle “madamine” che chiamavano i SI TAV di tutto il mondo a unirsi. Paolo Griseri si era spinto a definire le promotrici “le magnifiche sette”, celebrando il loro storico e stentoreo “Torino non può restare isolata”. Era, nella retorica “di sistema” che nell’occasione non aveva trovato limiti, la “piazza pulita” di quelli che vogliono continuare a “credere nel futuro”, che “pensano positivo”, che “non si arrendono”, e che alla fine – “Partito del si” – salveranno la Nazione dal dispotismo del “Partito del No”.


Qualcuno li aveva paragonati anche alla “marcia dei 40.000” che nell’autunno dell’80 aveva chiuso la stagione del riscatto operaio, ma con un segno nobile, di modernismo e progressismo. A noi, di Volere la luna, era sembrata, quell’adunata in cui il colore prevalente non era stato l’arancione delle pashmine delle promotrici ma il grigio dei capelli dei partecipanti, un rimbalzo, fortemente regressivo, della Torino gozzaniana. Una sorta di grande, dilatato e affollato, salotto di nonna Speranza, segnato dalla nostalgia di una Torino che fu, inconsapevole delle sfide drammatiche del presente e del futuro, conformista fino all’autolesionismo nella subalternità alle logiche di Corte. Ma non sapevamo, allora – o per lo meno, lo sospettavamo e lo immaginavamo, ma non ne avevamo l’evidenza empirica – che tra i soprammobili e i velluti di quel salotto buono, mescolato al pubblico inconsapevole di quasi tutto, c’era anche qualche “invitado incomodo” – come direbbe il politologo latino americano Benjamin Arditi -, qualche ospite poco presentabile. Come dire? Un “omino nero” – più di uno -, per usare un topos della psicanalisi junghiana, qualcuno non troppo limpido, dagli affari non troppo puliti, che so?, un portatore di conflitto d’interessi, un colluso con cricche innominabili. Magari, dio ce ne scampi, uno ‘ndrangheto… Poi sono successe delle cose. Un mese fa, a un anno quasi esatto dalla manifestazione delle “madamine”, una delle figure che più si erano allora date da fare per celebrare la propria partecipazione allo storico evento, l’allora europarlamentare Lara Comi, era stata arrestata e finita ai domiciliari ”con le accuse di corruzione e truffa ai danni dell’Unione europea”. Da un paio di giorni figura nell’elenco dei “nuovi giunti” nel carcere torinese delle Vallette Roberto RossoRoberto Rosso, che il 10 dicembre dell’anno prima era stato uno dei più ispirati aedi dell’impresa, proclamando che “lì c’è la Torino che produce, non quella dei professionisti della protesta o peggio della violenza… Quella piazza non è di nessuno se non di Torino e della sua provincia, cioè di un territorio che per troppi anni ha visto l’interesse dei tanti soccombere per quello dei pochi e che non ce la fa più” (esattamente così, testuale). E’ accusato di “scambio elettorale politico-mafioso” per l’acquisto di pacchetti di voti da rappresentanti di primo piano in Piemonte della cosca dei Bonavota (nomen atque omen) di Vibo Valentia.

Roberto Rosso ha un consistente curriculum da militante SI TAV in servizio permanente effettivo, tale da garantirgli un posto sicuro come giardiniere onorario nel meleto delle madamine. E’ lui che il 20 maggio, insieme al collega Ghiglia, aveva srotolato dal balcone del Municipio di Torino uno striscione con la scritta a caratteri cubitali, rossi e neri, SI TAV e il simbolo “Giorgia Meloni – Fratelli d’Italia”. Sempre lui, 20 giorni prima, aveva sfilato nel corteo del Primo maggio ostentando la propria fede per il treno Torino-Lione, difeso da quello stesso servizio d’ordine Pd e sindacale che aveva tenuto invece a distanza i NO TAV. E ancora lui aveva dato battaglia nel centro-destra per non disertare la seconda manifestazione delle “madamine”, il 17 maggio – quella meno partecipata e più elettorale – motivando ciò con la necessità di “non lasciare a Chiamparino il verbo Si Tav” (per Forza Italia ci sarà la solita Lara Comi, per il Pd Maria Elena Boschi). Lo ritroviamo infine – ora Assessore regionale “alla Legalità” (sic) – il 10 novembre di quest’anno, a “festeggiare il compleanno della prima manifestazione” con una bicchierata insieme al collega Mino Giachino e al forzista Paolo Zangrillo, ancora una volta invocando il pugno duro della “Giustizia” contro i delinquenti dei centri sociali e i “fautori dell’illegalità” della Val di Susa…

Si dirà a ragione che non bisogna fare “di ogni erba un fascio”. E che qualche mela marcia – nel solito meleto gozzaniano – non può contaminare l’intera piantagione. E io sono convinto che, in quella piazza sbagliata, erano certo tante le persone in buona fede, quelli che credevano davvero alla fake secondo cui senza il super-treno e soprattutto il super-tunnel da 57 chilometri Torino resterebbe del tutto scollegata dall’Europa, e al racconto del Chiampa secondo cui al fondo di quella galleria si potrebbe contemplare il sol dell’avvenire anziché il ghigno degli affaristi transfrontalieri. Gente per bene, magari mescolata ad altra gente un po’ meno limpida, qualche commerciante di quelli che al bene comune antepongono la cassa della propria bottega (e che proprio negli stessi giorni conducevano la propria guerra privata contro la ZTL per conservare al centro cittadino il carattere di camera a gas, remando in direzione ostinata e contraria alla moltitudine dei giovani di Frydays for future che proprio a Torino si ritroveranno, riportando, loro sì, la nostra città all’onor del mondo; qualche imprenditore di quelli che più che ai futuribili e tutti da vedere collegamenti con l’Europa pensa ai quattro soldi degli appalti da accaparrarsi per coprire il deficit del proprio bilancio; qualche procacciatore d’affari più o meno limpidi. Filistei – vogliamo chiamarli così? -, ma non certo mafiosi. O criminali… E tuttavia, dai fatti, e dalle loro ricorrenze tali da far pensare quasi a una legge storica, qualche riflessione bisogna ben trarla.

Io la metterei così: “se è vero che non tutti i SI TAV sono mafiosi, è pur tuttavia altrettanto vero che tutti i mafiosi sono SI TAV”. Basta analizzare “scientificamente” – come direbbe Max Weber, “sine ira ac studio” – i fatti e la loro “invarianza”: questi ci dicono che dal momento in cui sono incominciate le maxi-indagini sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Piemonte, non ce n’è stata una che non abbia tirato nella rete qualche pesce più o meno grosso di ‘ndrina coinvolto con gli appalti TAV o fortemente interessato ad essi tanto da interferire più o meno pesantemente con le politiche locali, comunali, regionali, di valle o di comprensorio. Così è stato per la maxi-indagine “Minotauro”, in cui era incappato Giovanni Toro (condannato a sette anni), quello del “La mangio io la torta Tav”, la cui ditta aveva asfaltato la strada per i mezzi della polizia nel cantiere di Val Clarea e il cui uomo di fiducia, Bruno Iaria (condanna a cinque anni), capo della locale ‘ndrina di Cuorgné, era stato capocantiere per la ditta di Fernando Lazzaro (anch’egli finito in carcere) che eseguiva i primi lavori di insediamento a Chiomonte . Così anche per l’indagine “San Michele” della procura di Torino, che portò a rivelare le azioni intimidatorie compiute dalla ‘ndrina di San Mauro Marchesato al fine di favorire ditte vicine “agli interessi della cosca nei lavori di costruzione della Tav Torino-Lione” : in quel caso è stata la stessa Corte di Cassazione a certificare che “la ‘ndrangheta era interessata a lavori di costruzione del Tav Torino-Lione in Valle di Susa”. E anche l’ultima retata nell’ambito dell’inchiesta “Fenice” non ha portato solo all’arresto di Rosso ma alla scoperta di un fitto intreccio di interessi da parte della ‘ndrangheta a che i lavori per il TAV in Valle Susa riprendessero e “il cantiere di val Clarea andasse avanti”, documentati dall’impegno di due presunti ‘ndranghetisti di rango, Francesco Viterbo (quello che dice “io i giudici li metterei tutti sopra una barca e poi gli sparerei”) e Onofrio Garcea, “figura importante della ’ndrangheta a Genova (condannato in attesa di Cassazione), ma da tempo attivo a Torino” dove è stato spedito a riorganizzare le file dell’organizzazione mafiosa nell’area di Carmagnola, scompaginate a marzo dall’”operazione Carminius”. Forse c’erano anche loro in Piazza, il 10 di novembre, a tutelare i propri affari futuri. O forse no. Se ne stavano tranquilli a casa a sghignazzare – come gli imprenditori ignobili per il terremoto dell’Aquila – a vedere tanta brava gente lavorare per loro e a contemplare lo scempio paesaggistico e sociale del cantiere in Val Clarea.
Loro, a differenza di tanta brava gente, non hanno falsa coscienza e non credono alle favole. Sanno benissimo che un’opera inutile, dannosa, e soprattutto molto, ma molto, costosa, serve solo a chi la fa. E fanno di tutto per essere tra chi la fa.

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Dopo due settimane dalla data del proprio inizio, gli scioperi contro la legge sulle pensioni continuano a bloccare la Francia e generano dei risvolti di lotta sorprendenti.

Dei tentativi di negoziazione con i sindacati, messi in campo dal Primo Ministro Édouard Philippe, il quale si è detto disposto a ritrattare sull’età minima del pensionamento che la riforma pone a 64 anni (vaga promessa che non modifica la sostanza della riforma), hanno indirettamente offerto alla base sindacale la possibilità di radicalizzare la propria protesta non seguendo la direzione qualora questa decidesse di sospendere il fronte dello sciopero.

Una sempre maggiore spontaneità decisionale e organizzativa della base sindacale sembra esser stata una delle linee di evoluzione della protesta di questi giorni estremamente intensi. I ferrovieri annunciano, attraverso un tweet uscito un paio di giorni fa, che qualora i vertici dell’Unsa e CFDT, sindacati che detengono alte percentuali di iscritti tra RATP (trasporti parigini) e SNFC (ferrovieri dello Stato), invitassero alla tregua natalizia, loro non la rispetteranno. Tregua richiesta con toni pietistici dallo stesso Macron, che uscito dal suo sordo silenzio, prima di andare a festeggiare il natale in Costa d’Avorio, si è premurato di convincere i vertici dei suddetti sindacati a interrompere lo sciopero per assecondare i francesi nei loro spostamenti natalizi («le famiglie, prima di tutto»).

Lo scollamento tra Macron e l’opinione pubblica francese è ormai evidente. Gli ultimi goffi tentativi di delegittimare lo sciopero a livello mediatico si sono rivelati non solo fallimentari, ma perfino controproducenti. Si veda il sondaggio twitter lanciato da BMF-TV che chiedeva alle persone se sostenessero la “rovinafeste” CGT (sindacato dei trasporti che fin da subito si è mostrato ostile a qualsiasi compromesso sullo sciopero) e che si è vista rispondere di sì all’80% (fonte: https://www.acrimed.org/Bientot-Noel-les-superstars-de-BFM-TV-jouent-aux).

Accettare la pausa natalizia, dunque un arco temporale in cui i consumi aumentano consistentemente, significherebbe ignorare da parte di chi lotta che la forza di questo ciclo di scioperi siano state prevalentemente le strategie d’azione atte a incidere negativamente sull’economia di mercato. In questo senso, i consistenti blocchi di magazzini, stazioni e linee di trasporto hanno interrotto o messo in difficoltà il flusso di merci e persone che ogni giorno contribuiscono ad alimentare la catena di produzione del valore. Praticamente ogni giorno si intraprendono tentativi di blocco dei depositi bus, a Bretigny-sur-Orge gli scioperanti sono intervenuti su un centro di Amazon e la notte tra il 19 e il 20 vi è stato un enorme blocco al mercato internazionale dell’agroalimentare a Roungis. Pratiche che si fatica a non riconoscere debitrici con le strategie introdotte nella lotta dai Gilets Jaunes, da un anno a questa parte e che, nel tempo della rivendicazione, sembrano risultare molto più significative a quelle parti, sindacalmente o corporativamente organizzate, le quali non vedono più l’efficacia nei cortei di testa (anche di quelli che riescono a far scendere nelle strade francesi 1 milione e 800000 persone, come nel pomeriggio del 17 dicembre); soprattutto visto l’effetto di “addomesticamento” che provoca l’essere scortati dai cordoni laterali di polizia. Per un punto di vista interno su tali questioni si veda l’intervista ad un dipendente in sciopero della RATP.

In queste settimane un fronte di lotta importante è stato quello dei liceali: decine di blocchi all’ingresso degli istituti, culminati nei giorni del 17 e 18, giorni in cui si è lanciata una chiamata generale. Centinaia di studenti hanno impedito l’accesso agli istituti, nei casi migliori costringendoli alla chiudere, mettendo in atto delle pratiche di resistenza creativa e di risposta puntuale alle violenze della polizia (contro la quale vi fu una manifestazione delle madri nel corso della prima domenica di sciopero, a seguito degli episodi che hanno visto ragazzini messi al muro o fatti inginocchiare, la spara flash-ball puntata alla testa).

In questo contesto l’organizzazione della repressione contro i liceali ha messo in evidenza lo scarto classista che sussiste tra le scuole del centro e quelle della periferia parigina; è in particolare nei comuni esterni alla cintura che non si è risparmiato sull’uso di lacrimogeni, cariche e altre forme di brutalità. Ultimamente, gli studenti denunciano anche una forma di repressione inquietante ma significativa: la presenza di forze di sorveglianza privata fuori da scuola. Queste sarebbero incaricate, oltre che a disinnescare in anticipo le azioni (soprattutto facendo sparire i bidoni dell’immondizia, il principale oggetto che i ragazzi usano per bloccare gli ingressi, nonché per evitare il contatto diretto con la polizia), a spintonare gli studenti che scioperano verso l’entrata, nel mentre impartendo loro lezioncine morali sull’inutilità dei blocchi, le cattive influenze che starebbero subendo o l’obbligo di andare a scuola anche solo per avercela una pensione. L’atteggiamento di quella che già alcuni chiamano “milizia privata dell’accademia” denuncia un paternalismo, in questo caso di matrice statalista, contro cui i giovani risultano schierati, con dichiarazioni che vanno oltre l’indignazione per la riforma (sotto la quale, essendo ad applicazione progressiva, chi ora frequenta il liceo ricadrebbe in toto). 

La questione della precarietà studentesca ha da poco resuscitato un’enorme conflittualità che si è espressa attraverso gli atti di protesta conseguenti all’auto-immolazione dello studente lionese davanti al CROUS. «Quello di Lione non è un caso unico» testimoniano gli studenti radunati ai blocchi; ce l’hanno col governo che taglia i finanziamenti alle scuole e non elargisce quelli per le borse di studio (compromettendo così l’accesso ad una serie di beni primari come la mensa e i trasporti), ce l’hanno con la polizia che arriva sul posto e li picchia selvaggiamente, ce l’hanno con le istituzioni che rimangono impassibilmente sorde dinnanzi alle denunce di un presente insostenibile, un futuro incerto e dei rischi sempre maggiori che comporta l’espressione del dissenso.

In queste ultime ore si sono dati ulteriori tentativi di rompere il fronte di sciopero.

Giunge notizia che la canonica mail di auguri inviata ogni anno dal direttore accademico dei servizi dell’educazione nazionale a tutti gli e le insegnanti dei licei francesi si prodiga in ringraziamenti espliciti a chiunque stia perseguendo nel suo lavoro «nonostante le difficoltà [...] dovute al movimento sociale in corso».

Inoltre, il segretario della CFDT ha ufficialmente annunciato l’apertura di un fronte di dialogo col governo, chiedendo l’interruzione dello sciopero.

Ma lo sviluppo della protesta non sembra assecondare la linea della demonizzazione e del compromesso: la base del sindacato ha deciso di non seguire le direttive del vertice, il segretario della CGT ha dichiarato «guerra totale, fino alla fine», gli scioperanti si stanno preparando al natale attraverso una diffusione capillare della cassa di solidarietà e con iniziative in pieno stile GJ come massivi eventi di autoriduzione della spesa nei supermercati, tipo quello avvenuto ieri ad Aix-en-Provence.

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