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Articoli filtrati per data: Saturday, 21 Dicembre 2019

La falsa crisi di un’azienda in piena espansione

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo dossier a cura dell’assemblea cittadina contro RWM, la fabbrica di bombe tedesca presente a Domusnovas, provincia di Carbonia Iglesias, contra la quale da anni diversi comitati e lotte di vario genere si spendono per la chiusura. Negli ultimi mesi, da quando il governo ha decretato la sospensione temporanea di alcuni tipi di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, la questione RWM è stata monopolizzata dall'azienda e dalle RSU dell'azienda, che agitando lo spettro di una inesistente crisi industriale hanno saturato lo spazio dei media. Il dossier è un contributo che prova a riportare il focus del dibattito sugli interessi che ruotano attorno alla RWM e alla battaglia che li contrasta. Il documento è cofirmato da diverse sigle e associazioni. A questo link l’elenco completo.

 

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Il discorso pubblico regionale sulla fabbrica di bombe RWM Italia è caratterizzato dallo scorso luglio, ovvero da quando il governo italiano ha annunciato attraverso una diretta Facebook del Ministro Di Maio1la sospensione per 18 mesi dell’esportazione di bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dal monologo ininterrotto dei vertici aziendali dell’impresa e delle sue delegazioni sindacali e da qualche sporadico appello di qualche amministratore locale. Non solo sono state praticamente eliminate dal discorso le posizioni critiche riguardo all’azienda, ma si è anche evitato di mettere in evidenza le numerose contraddizioni palesi, le bugie e le omissioni che caratterizzano il discorso prodotto da queste parti in causa.

Attraverso il grimaldello retorico della “difesa del lavoro”, dopo l’annuncio di un numero non ben precisato di esuberi, si è accreditata l’idea falsa di una crisi aziendale, sviando completamente l’attenzione dalla bancarotta morale del sistema industriale di RWM Italia e dai meccanismi di potere opachi su cui si sostiene e si continua ad espandere nel territorio.

In questo documento vogliamo mettere in fila alcuni fatti completamente trascurati nell’attuale narrazione pubblica del caso RWM Italia, per cercare di riequilibrare tale narrazione, completamente distorta in quanto fabbricata a proprio uso e consumo dall’azienda stessa e replicata in maniera acritica dai giornali sardi.

 

La questione del lavoro:

i 200, 160 lavoratori in esubero annunciati questa estate sono già scesi a 130 (e giunge notizia che 20 saranno riassunti a breve); la vaghezza del numero non è solo un fatto di propaganda: il lavoro degli esuberi era lavoro interinale, con contratti a termine, dunque lavoro precario e privo di prospettive certe. Dato il contesto, che impedisce di strutturare un progetto di vita attorno a questo lavoro, è ovvio e auspicabile che molti degli esuberi possano cercarsi un’altra sistemazione, piuttosto che imbarcarsi in una vertenza sindacale senza prospettive in difesa della propria precarietà; è grazie alla complicità tra sindacati e azienda, con la contrattazione di II livello, che questa ha potuto abusare della contrattazione a termine e interinale aldilà dei limiti sanciti dal contratto nazionale, garantendosi le mani libere per gli esuberi; Infatti, nel Verbale di accordo sulla contrattazione di II livello stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno 2012 si può leggere: «con la dismissione delle produzioni rivolte al civile. Le commesse di lavoro non avranno più la caratteristica della omogenea continuità nel tempo, né saranno per larga parte facilmente programmabili. L’attività produttiva sarà dunque caratterizzata da picchi e flessi di lavoro che dovranno essere affrontati e organizzati con adeguati strumenti di flessibilità […]. È necessario dunque adeguare e rendere coerenti alcuni istituti contrattuali regolamentati dal CCNL dei chimici alle nuove e peculiari esigenze produttive del nuovo complesso mercato di riferimento della RWM Italia SpA»2. così, grazie alla collaborazione delle parti sindacali, RWM Italia nel 2018 faceva marciare i siti produttivi di Ghedi e di Domusnovas-Iglesias con il 59,2% di forza lavoro assunta con contratti di lavoro somministrato (a termine), percentuale che aumentava notevolmente nel sito sardo. Si consideri che se nel 2017 RWM Italia si serviva per il 56,2% di lavoro somministrato, in Sardegna su un totale di 281 lavoratori, ben 190 erano somministrati; se si prende in considerazione la suddivisione della forza lavoro tra i siti di Ghedi e quelli sardi, così come riportato nel bilancio presentato dall’impresa per il 2018, emerge che nei primi è concentrata la maggior percentuale di occupati in posizioni impiegatizie, mentre in Sardegna prevalgono le posizioni da operaio. Inoltre, si rileva il fatto che l’impresa si rifornisce di lavoro somministrato in relazione alle mansioni maggiormente dequalificate. L’impresa conta tra i suoi dipendenti diretti una quota pari al 27% assunti come impiegati e solo un 14% come operai. Si palesa in questo modo una maggiore precarizzazione e insicurezza delle condizioni economiche verso i lavoratori con minore capacità contrattuale. essendo tutti interinali e a termine, i 130 esuberi non hanno diritto ad alcun ammortizzatore sociale aldilà della disoccupazione; i sindacalisti di RWM Italia stanno spingendo questi lavoratori a intraprendere una vertenza senza speranza, con l’unico scopo di nascondere le responsabilità proprie e dell’azienda negli esuberi e veicolare attraverso i media la falsa notizia di una crisi aziendale inesistente; RWM Italia ha registrato un utile di 16,975 milioni nell’ultimo anno contabile e ha raggiunto un patrimonio netto di 71,122 milioni di euro: spenderne due per pagare gli stipendi a tutti gli esuberi lungo i 18 mesi di sospensione delle forniture ai sauditi non sarebbe certo un problema. Ne stanno spendendo molti di più per allargare le linee produttive, è una semplice questione di priorità. Le RSU della fabbrica stanno bussando alla porta sbagliata, è il modello di sfruttamento della manodopera precaria utilizzato da RWM che dovrebbero attaccare; il lavoro interinale e precario riguarda molta più gente dei lavoratori RWM Italia, qualsiasi diritto riconosciuto a loro dovrebbe essere riconosciuto a chiunque altro, per esempio alle migliaia di stagionali che sono rientrati a casa dopo il lavoro estivo. Ma i sindacati della fabbrica sono i primi ad avere accettato la disciplina sulla contrattazione a termine, per cui la loro posizione è meramente strumentale;

 

La crisi presunta e l’espansione reale

RWM Italia non è in crisi: la produzione procede regolarmente, la sospensione per 18 mesi di parte delle commesse all’Arabia Saudita è un incidente di percorso assolutamente previsto e tollerabile per l’azienda, la quale si rifornisce di lavoro usa e getta in relazione alla variazione dei flussi produttivi, cosicché alla loro diminuzione possa scaricare i lavoratori, considerati alla stregua di una zavorra;

la sospensione delle licenze di esportazione, giunta tra giugno e luglio, come si evince dalla Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2015, era una concreta possibilità ventilata e temuta dall’azienda da anni: per questo essa ha da tempo diversificato i propri clienti, rivolgendosi in maniera molto più sostenuta al mercato europeo, in particolare aggiudicandosi grosse commesse a favore dell’esercito francese e verso il Regno Unito. RWM Italia, oltre ad aumentare il proprio pacchetto clienti, ha provveduto ad ampliare la propria gamma di prodotti, cosicché ad oggi, oltre alle mine marine e alle bombe d’aereo, produce ed esporta munizioni da artiglieria di vario calibro. Nel 2018, si segnala così una commessa di esportazione per questi prodotti pari a 230.854.523 €3verso un ignoto paese destinatario. Commessa che, è bene ricordarlo, anche qualora fosse indirizzata ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non verrebbe bloccata dalla sospensione delle licenze votata dal Parlamento a giugno, poiché questa non riguarda le munizioni da artiglieria; RWM Italia nel 2018 ha effettuato investimenti pari a 12.218.323 €: questi, oltre ad essere indirizzati alla sostituzione dei macchinari usurati, sono serviti ad implementare ulteriormente le linee produttive sia di Ghedi che, specialmente, di Domusnovas. Annunciavano «per l’anno 2019 ulteriori ingenti investimenti per portare a termine gli investimenti in corso nel 2018 e per aumentare la capacità produttiva ad un livello utile per poter far fronte alle necessità produttive derivanti dagli ordini in portafoglio e a quelli di futura acquisizione»4; inoltre, proseguono i lavori di espansione delle linee produttive, a seguito delle decine di domande presentate agli uffici SUAP del comune di Iglesias e dei comuni limitrofi (per esempio Musei) negli ultimi anni. La presentazione di progetti non si è fermata dopo la parziale sospensione delle esportazioni all’Arabia Saudita, l’ultima domanda risale al 22 ottobre; l’azienda ha avviato i cantieri degli interventi che consentirebbero la triplicazione della produzione, oltre ad avere avviato la costruzione di un campo prove per la sperimentazione e il test di nuovi esplosivi: altro che chiusura; l’attività di espansione di RWM Italia si svolge in maniera opaca, con la complicità delle istituzioni nazionali e di quelle locali. Queste ultime hanno garantito una corsia preferenziale a tutti gli interventi proposti dall’azienda, e rinunciano ad operare le funzioni di controllo che spettano ad un impianto come quello in questione, nel quale si maneggiano sostanze chimiche tossiche e si producono esplosivi, e perciò sarebbe soggetto alla normativa per il rischio di incidente rilevante; per le modalità spezzettate di presentazione dei progetti, nonostante l’ampiezza e la natura degli interventi di espansione proposti, si è completamente evitato una Valutazione di Impatto Ambientale; la contiguità con le istituzioni è garantita da un solido sistema di porte girevoli: alcuni interlocutori istituzionali locali, responsabili di parti del processo autorizzativo, sono divenuti nel tempo dipendenti dell’impresa. Come rilevato da inchieste giornalistiche nazionali, ad esempio quella andata in onda a maggio nel programma di La7 «Piazzapulita»5, questo è accaduto per diversi amministratori del comune di Domusnovas, così come per il responsabile dell’ufficio Emissioni in atmosfera della provincia del Sud Sardegna che dal 2018 è diventato dipendente di RWM nell’importante ruolo di “Environment Protection Manager”; l’opacità del processo autorizzativo ha condotto il Comitato per la riconversione, Italia Nostra, Legambiente, e altre associazioni, a intraprendere una serie di ricorsi al TAR, il primo dei quali andrà a sentenza il 22 gennaio 2020. Sono anche stati depositati diversi esposti in procura contro gli abusi prodotti dall’amministrazione e dall’azienda; il processo di raccolta dei documenti e delle informazioni necessarie a conoscere la situazione, e dunque predisporre i ricorsi, una volta venuti a conoscenza delle opacità dei procedimenti, è stato segnato dal costante ostruzionismo praticato dagli uffici pubblici dedicati; un esempio grave di questo comportamento, in totale spregio delle norme sull’amministrazione trasparente, è la pubblicazione sull’albo pretorio del comune di Iglesias del provvedimento di autorizzazione all’inizio dei lavori sul campo prove 140 della RWM Italia, nel luglio di quest’anno, che per impedire al Comitato e alle associazioni la predisposizione di un ulteriore ricorso al TAR è stata operata rendendo sostanzialmente irriconoscibile il documento; il piano di sicurezza dell’impianto non è aggiornato, nonostante le disposizioni di legge, e le modifiche alla produzione e agli impianti avvenute dal 2012, anno di presentazione del piano. Ciò comporta un serio problema di sicurezza per i lavoratori e gli abitanti del circondario, considerando che da allora è cambiato il tipo di produzione (da civile a bellica), e soprattutto il volume della produzione, e che l’azienda continua ad espandersi, e a Iglesias possiede depositi di liquidi infiammabili ben aldilà dei perimetri di sicurezza previsti per i luoghi abitati.

 

La questione dello Yemen

si è ripetuto a sfinimento che la sospensione della vendita ai sauditi non fermerà la guerra. Si è invece dimenticato di dire che la sospensione non riguarda certo la sola RWM Italia, ma è parte di un movimento internazionale che coinvolge tutti i principali paesi europei, Regno Unito incluso. Negli Stati Uniti, solo il veto di Trump ha evitato una decisione analoga a quella presa dal governo italiano. I sauditi sono già in difficoltà, e l’obiettivo, parte di un movimento internazionale amplissimo che va ben aldilà della Sardegna, è realisticamente raggiungibile. Molto più realisticamente raggiungibile delle richieste al governo italiano di ammortizzatori straordinari per degli interinali cui è scaduto il contratto a termine; va ricordato, d’altronde, che la sospensione non nasce tanto da motivi umanitari, quanto dal rischio concreto che i governi dei paesi fornitori di armi si ritrovino chiamati in causa come corresponsabili dei crimini di guerra attuati dagli eserciti della coalizione a guida saudita ed emiratina. Il rapporto del Concilio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 3 settembre 2019, al punto 92, esplicita chiaramente questo fatto; un episodio di crimine di guerra attuato attraverso una bomba prodotta dalla RWM Italia di Domusnovas è già dimostrato: alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016, nel villaggio di Deir Al- Hajari, un uomo, una donna incinta e quattro bambini sono stati uccisi da una bomba MK-80, la quale viene prodotta dalla RWM Italia a Domusnovas. Sul posto sono stati trovati resti di un anello di sospensione, componente necessario per il carico dell’ordigno sull’aereo, con il codice di RWM Italia stampigliato sopra6. RWM Italia produce e vende armi da guerra. Armi che si usano per uccidere indiscriminatamente le persone, perché questa è la natura della guerra, e non certo solo in Yemen, o solo per mano dei sauditi. Il lavoro che si svolge nella RWM Italia non è un lavoro qualunque, è un lavoro che si regge sulla morte degli uomini e la distruzione dei territori. Pretendere da un’azienda del genere qualsiasi sensibilità verso le persone o il territorio è pura follia. RWM Italia farà sempre e comunque solo i comodi dei propri azionisti, e se ne andrà dalla Sardegna quando (è questione di tempo) troverà un posto da cui è più facile estrarre profitti. La Sardegna è piena di aziende in crisi, di disoccupati, sottoccupati, precari, in settori che possono rappresentare una reale utilità sociale, contribuire realmente al benessere collettivo della Sardegna e del Mediterraneo. Eppure pochi hanno ricevuto anche solo un decimo dell’attenzione ricevuta da chi per lavoro produce bombe. Pretendere di sostenere RWM Italia con soldi pubblici, affidandole commesse destinate “alle forze armate nazionali”, come fanno alcuni parlamentari, in risposta ad una crisi aziendale inesistente, è uno schiaffo a tutte le situazioni di bisogno reale, come quelle della sanità, e a tutti i progetti di sviluppo sostenibile e durevole che si tenta di creare in Sardegna, spesso scontrandosi con la sordità e l’ostruzionismo di quelle stesse istituzioni così servili, invece, verso la fabbrica RWM Italia. Pretendere di drenare ulteriori risorse economiche pubbliche a favore di una fabbrica che fa parte di un gruppo multinazionale degli armamenti, in una condizione in cui lo Stato italiano, secondo quanto rilevano gli studi Mil€x7, impegna nella spesa militare all’incirca 25 miliardi di euro annui, è oltremodo oltraggioso; con la scusa di rappresentare il lavoro, le RSU dell’azienda si arrogano addirittura una superiorità morale verso chi contesta la fabbrica RWM Italia. Ma è il sindacato stesso, per esempio la CGIL nazionale, ad avere preso ferma posizione contro questa produzione di RWM Italia8, che è intrinsecamente contro il lavoro e i lavoratori, perché fornisce i mezzi per distruggere infrastrutture, fabbriche, case, e uccidere i lavoratori stessi. Sono lavoratori i componenti dei comitati contro la fabbrica delle bombe, sono lavoratori i portuali che a Genova si rifiutano di caricare le bombe saudite. Le RSU della RWM Italia rappresentano l’azienda, al più sé stesse, non il lavoro né i lavoratori.

 

Assemblea Cittadina Contro RWM

 

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1 Luigi DI MAIO, annuncio sospensione esportazioni bombe d’aereo e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, 11/07/2019, [Facebook post], https://www.facebook.com/watch/?v=459741458141049. Oltre a questo inusuale annuncio, non si registra alcun Atto pubblico ufficiale dell’Esecutivo o degli uffici competenti

2 Verbale di accordo Contrattazione di II livello, stipulato tra Parti sociali e RWM Italia il 15 giugno 2012.

3 Esportazione autorizzata da UAMA ad RWM Italia per esportazione pari a 230.854.523,04 euro per «16.320 NUMERO CARTUCCIA DA 120MM X 570 - ATTIVA; 1.664 NUMERO RH125 SMOKE COLPO DA 155MM - ATTIVA; 2.616 NUMERO SPOLETTA TIPO L0163Q - ATTIVA; 10.630 NUMERO SPOLETTA TIPO L0166Q - ATTIVA; 157.368 NUMERO CARICA MODULARE PER COLPO DA 155MM - ATTIVA; 30.432 NUMERO INIZIATORE DM191A1 - ATTIVA». Cfr. Relazione al Parlamento per le attività del 2018, Doc. LXVII, n. 2, XVIII LEGISLATURA, 2019, vol. 1, p.298.

4 RWM Italia, Relazione sulla gestione al bilancio chiuso al 31/12/2018, p.60.

5 Corrado FORMIGLI, «Piazzapulita» – La7, puntata del 02/05/2019, https://www.la7.it/piazzapulita/rivedila7/piazzapulita-la-rincorsa-puntata-02052019-03-05-2019-270505.

6 Rete Italiana per il Disarmo, Mwatana for Human Rights, European Center for Constitutional and Human Rights, “Le responsabilità europee per i crimini di guerra commessi in Yemen”, Aprile 2018, https://www.disarmo.org/rete/docs/5211.pdf.

7 Francesco Vignarca, Spese militari 2019: i primi dati dalla Legge di Bilancio, Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane, http://www.milex.org/2019/02/17/spese-militari-2019-i-primi-dati-dalla-legge-di-bilancio/http://www.milex.org/2019/02/17/spese-militari-2019-i-primi-dati-dalla-legge-di-bilancio/.

8 Risoluzione approvata al XVIII Congresso CGIL, Per un mondo di pace, senza più armi nucleari, dove ogni donna ed ogni uomo possa avere pieno accesso ai diritti universali, alle libertà ed al lavoro dignitoso, Bari, 23 gennaio 2019

 

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Di Karim Metref per volerelaluna.it

Il 12 dicembre 2019, in Algeria, ci sono state le elezioni presidenziali per colmare il vuoto istituzionale creato dalle dimissioni dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, presentate il 2 aprile scorso. Il Consiglio costituzionale ha validato i risultati il 13 dicembre e ha annunciato una partecipazione di 9.755.340 votanti, pari al 39,88% degli iscritti alle liste elettorali. Secondo la stessa fonte le preferenze a favore del presidente “eletto”, Abdelmadjid Tebboune, sarebbero state 4.947.523, pari al 58,13% (www.aps.dz/algerie/99035-le-conseil-constitutionnel-annonce-les-resultats-definitifs-de-la-presidentiellewww.aps.dz/algerie/99035-le-conseil-constitutionnel-annonce-les-resultats-definitifs-de-la-presidentielle). Un processo elettorale quasi normale, dunque, con un tasso di partecipazione di poco inferiore alla media delle elezioni precedenti. È quello che le autorità algerine vogliono far credere ma la realtà è tutt’altra.

 

Durante tutto il weekend elettorale, la popolazione che chiede una vera transizione verso la democrazia ha rifiutato, nella sua maggioranza, queste elezioni e si è mobilitata per ostacolarle. Ci sono state manifestazioni ovunque, chiusura di uffici elettorali, urne bruciate, incursioni in molti seggi per documentare l’assenza di affluenza, la presenza di molti militari della leva, costretti a simulare un minimo di presenza, e uno strano traffico di urne piene in anticipo. Secondo il movimento (Hirak) l’affluenza reale è stata bassissima e potrebbe essere sotto il 10%. L’annuncio dei risultati validati non ha intaccato la volontà della popolazione, che continua a riempire le vie e le piazze del Paese. Abdelmadjid Tebboune, battezzato dalla popolazione «Mr. Cocaina», perché – dicono – lui e i suoi figli, sarebbero alla testa dei traffici di droga in Algeria, è rifiutato chiaramente dalla piazza algerina, che lo considera solo un rappresentante del proseguimento del regime corrotto di Bouteflika e dei militari.

Secondo la road-map tracciata dal governo nominato dai militari, la soluzione alla crisi istituzionale che vive l’Algeria passa per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. Ma secondo la popolazione che manifesta dal 22 febbraio scorso, prima contro Bouteflika, poi contro tutto il regime, la strada è tutt’altra. La repressione (cresciuta in modo impressionante con centinaia di feriti) e la validazione delle elezioni non sembrano avere effetto sulla mobilitazione della popolazione. La lotta continua. «Hna oulad amirouche marche arrière ma nwellouche» («Siamo figli di Amrouche [eroe della guerra d’indipendenza, ndr] e indietro non torniamo»), continua a cantare la piazza algerina.

Quando il vecchio presidente, ormai malato e a malapena capace di muoversi e di parlare, si presentò di fronte al Consiglio Costituzionale per presentare le dimissioni, ci furono dei timidi festeggiamenti. Le strade algerine si riempirono di persone, macchine, clacson, canti e balli. Il popolo aveva vinto una battaglia, ma fu da subito chiaro che se per l’esercito, che aveva “accompagnato” la volontà del popolo di mettere in pensione il vecchio presidente, quella era la vittoria attesa, per i manifestanti la partenza di Bouteflika e dei suoi fedelissimi era soltanto una tappa verso una vittoria più grande. Un giovane che passava di fronte a una troupe di Sky News in arabo che annunciava “la vittoria del popolo algerino”, si mise tra l’inviata e la telecamera e disse: «Non è vero che è questa la vittoria che volevamo. Noi vogliamo la partenza di tutto il regime: li dobbiamo togliere tutti». Da allora quella divenne la nuova parola d’ordine dell’Hirak, il movimento di protesta. «Yetnehaw ga’», li dobbiamo togliere tutti (vds il video originale: www.facebook.com/watch/?v=400344140793586www.facebook.com/watch/?v=400344140793586). Da 10 mesi, ormai, le manifestazioni sono settimanali: ogni venerdì pomeriggio un fiume pacifico ma determinato di uomini e donne di tutte le età, di tutte le classi sociali e in tutte le città del Paese scende in strada. Milioni di persone che dicono che si deve cambiare il sistema. Chiedono l’apertura di un largo dibattito politico, libero e trasparente, una fase di transizione, un’assemblea costituente per riscrivere la costituzione algerina. Quella attuale – dicono – è stata troppe volte ritoccata per assecondare le esigenze del regnante di turno. Si parla di rifondare una nuova Repubblica. Una Repubblica veramente democratica e giusta, che rispetti i diritti e le libertà di tutti.

Il capo di Stato maggiore, generale Ahmed Gaid-Salah, uomo forte del Paese, non vuole sentir parlare di Costituente. Sostiene che il Paese ha solo bisogno di un nuovo presidente. Perciò ha indetto le elezioni presidenziali del 12 dicembre. E in seguito alle proteste dell’Hirak contro questa decisione ha dichiarato che avrebbe validato le elezioni anche in caso di voto di poche centinaia di persone. L’Hirak da parte sua ha deciso non solo di boicottare le elezioni, ma di impedirne il regolare svolgimento. «Makanch intikhabat ma’a l’issabat» («Non ci sono elezioni con le cosche mafiose») è diventato il secondo motto della protesta, aggiungendo: «Dawla madania, maci ascaria» («Uno stato civile e non militare»). Il braccio di ferro è ormai aperto. Dalla sera del 15 settembre, data in cui il Presidente della Repubblica ad interim, Abdelkader Bensalah, ha annunciato la data ufficiale delle presidenziali, le manifestazioni si sono fatte più numerose, più partecipate e tutti gli interventi dell’Hirak, popolazione e attivisti, vanno nella stessa direzione: no elezioni.

Il regime, da parte sua, ha adottato una linea dura. Le forze dell’ordine hanno cominciato a reprimere le manifestazioni, mentre prima avevano un atteggiamento amichevole. Il generale Gaid-Salah, in un tentativo di dividere la protesta tra berberofoni e arabofoni, ha ordinato di arrestare chiunque porta in piazza un simbolo diverso dalla bandiera ufficiale dello Stato algerino. Le forze dell’ordine hanno ottemperato e arrestato decine di manifestanti che si erano presentati con la bandiera del popolo amazigh (berbero). Gli arresti sono fuori da qualsiasi legalità. La costituzione algerina riconosce l’origine amazigh del popolo algerino e riconosce la lingua amazigh come lingua ufficiale dello Stato. Ma i “portatori di bandiere” come vengono chiamati, sono stati solo i primi arrestati. Presto la repressione si è abbattuta su attivisti, giornalisti, blogger e personalità politiche che continuano a sostenere le tesi del movimento popolare. Oltre ai “portatori di bandiere”, come prigionieri di opinione attualmente in carcere si possono citare: Louisa Hannoune, portavoce del Partito dei Lavoratori, arrestata nelle prime settimane della protesta per aver partecipato a una presunta “cospirazione contro lo Stato maggiore”, Lakhdar Bouragaa, eroe della guerra di liberazione nazionale e vecchio oppositore politico, e gli oppositori e attivisti dell’Hirak Karim Tabbou, Hakim Addad, Samir Belarbi e Fodil Boumala. In più, decine di semplici manifestanti, persone arrestate per aver indetto eventi di protesta su Facebook e altri reati di questo genere. La scelta della repressione dimostra quanto il regime conosce poco il suo popolo. La repressione non è mai stata il miglior strumento per impedire agli algerini di arrivare a un obiettivo condiviso. La Francia l’ha capito solo dopo aver massacrato quasi un decimo della popolazione. Vedremo se l’esercito algerino sarà più saggio di quello di De Gaulle.

Nella settimana precedente le elezioni, sia le proteste che la repressione hanno visto un incremento notevole della loro intensità. Le manifestazioni sono passate da settimanali a quotidiane. Centinaia di sindaci hanno annunciato la loro intenzione di non organizzare le elezioni. Laddove l’amministrazione locale non ha annunciato la disobbedienza, spesso la popolazione è andata a chiudere gli uffici comunali (o della sotto-prefettura). Si sono viste scene di distruzioni di urne sulle piazze e gruppi di cittadini che hanno murato o saldato i portoni dei seggi. Nella diaspora, le elezioni sono iniziate l’8 dicembre e sono proseguite sino al 12. I consolati si sono organizzati per fungere da ufficio elettorale, come al solito. E nei Paesi dove c’è una diaspora abbastanza numerosa, sono stati organizzati uffici decentrati in varie città. In Italia ad esempio, gli uffici sono presso le due sedi dei Consolati Generali di Algeria a Roma e Milano, ma anche presso uffici distaccati a Napoli. Palermo, Parma, Brescia e Rovereto. Ovunque gli attivisti dell’Hirak, molto presente anche nella diaspora, hanno presidiato questi uffici, se non per impedire almeno per disturbare il voto e testimoniare l’assenza di affluenza alle urne. Ovunque si è potuto osservare un bassissimo numero di votanti. Si parla di percentuali inferiori all’1%.

In tutto questo tempo, la “comunità internazionale” è rimasta abbastanza silenziosa di fronte a ciò che succede in Algeria. Lo testimonia il silenzio dei mass-media internazionali che hanno relegato le notizie dal più grande Paese africano a pochi e brevissimi lanci di agenzia raramente ripresi dalle singole testate. Ciò si spiega con l’imbarazzo di tutte le potenze internazionali nei confronti della questione algerina. Tutte sanno che il regime è una vera e propria mafia che ha saccheggiato uno dei Paesi più ricchi del pianeta. Ma tutte hanno coperto il saccheggio in cambio di succosi contratti per l’estrazione del petrolio e del gas, per l’estrazione di altre ricchezze naturali, per la vendita di armi e tecnologie di guerra, per la partecipazione alle costruzioni faraoniche di cui il Paese ha fatto un consumo frenetico negli ultimi 20 anni. Hanno coperto il crimine, perché loro stessi ne sono complici diretti o indiretti. Tutti hanno banchettato sul corpo nudo dell’Algeria e del suo popolo ridotto alla disperazione. USA, Francia, Cina e Italia in testa, ma anche Canada, Spagna, Germania, Emirati Arabi, Turchia e molti altri. E oggi, per paura di perdere quella manna, tutti stanno in silenzio. Il regime ne è ovviamente cosciente e, per assicurarsi ulteriore complicità internazionale, ha fatto approvare dal Parlamento, in un momento di transizione in cui le istituzioni dovevano gestire solo l’ordinaria amministrazione, una nuova legge sulle risorse energetiche che apre ulteriormente il campo dello sfruttamento del sottosuolo alle multinazionali, scendendo sotto la soglia del 51% a favore dello Stato algerino, che era imposta nelle leggi precedenti. E anche con l’apertura alla pratica del fracking per l’estrazione del gas di scisto, apertura fermata negli anni precedenti dopo grandi proteste popolari, soprattutto nelle province meridionali del Paese che ne avrebbero sofferto maggiormente.

Il popolo algerino, dunque, lotta da dieci mesi in solitudine. Ma niente sembra intaccare la sua decisione, né le settimane che passano, né le intemperie, né la repressione e ancora meno la solitudine e la mancanza di solidarietà internazionale. Le folle oceaniche che ogni settimana, da dieci mesi, manifestano hanno una sola cosa in mente: la fine del sistema mafioso per una Algeria libera e democratica.

Dopo il 12 dicembre rimangono due alternative. O chi tiene le redini del Paese si arrende alla realtà dei fatti e accetta di liberare i detenuti e di aprire il campo politico e mediatico per un dialogo nazionale libero, trasparente e inclusivo e per l’inizio di una fase di transizione verso la Repubblica democratica che chiede il popolo. Oppure si decide di schierare i carri armati nelle strade e di sparare sulle folle in protesta aprendo così la strada a una fase di caos di cui nessuno può prevedere i risultati. Risultati che avranno sicuramente gravi ripercussioni sul continente e sull’intera regione mediterranea.

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