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Articoli filtrati per data: Thursday, 12 Dicembre 2019

Da ieri, i principali media italiani, riprendendo un lancio di agenzia ANSAlancio di agenzia ANSA, riportano la notizia di una sorta di “vittoria” della piazza francese nella mobilitazione contro la riforma delle pensioni che scuote in questi giorni il paese.

Il primo ministro, Philippe, ha annunciato, infatti, che l’età legale per accedere al pensionamento non verrà aumentata, ma resterà ferma a 62 anni. Siamo abituati alle fake news dei media mainstream italiani, ma non possiamo esimerci dal compito di fare chiarezza, in un contesto in cui, senza l’opportuna attenzione, si corre il rischio di non comprendere le dinamiche, complesse, che sottendono a una mobilitazione che sta mettendo sotto scacco il governo d’oltralpe. In gioco vi è la resistenza a uno dei più pesanti tentativi di aggressione alle classi subalterne messi in atto dalle élites neoliberiste francesi ed europee. Se durante la conferenza stampa di ieri Philippe ha tentato di stemperare la tensione dichiarando che “questa riforma non è una battaglia”, la verità è che ci troviamo di fronte a una vera e propria dichiarazione di guerra, come sostenuto dal media indipendente ACTA.

Perché una discrasia così forte fra la realtà dei fatti e quanto riportato dai media italiani? La notizia del mantenimento dei 62 anni come età legale per accedere alla pensione è, formalmente, corretta, ma risulta falsa se isolata rispetto al contenuto complessivo della riforma: di fatto una fake news. In breve, se a 62 anni si potrà ancora, volendo, accedere alla pensione, ma saranno i 64 anni di età ad essere considerati “età di equilibrio”, a partire dai quali riscuotere un assegno pensionistico decente. La promessa di non modificare l’età legale è, quindi, rispettata nella forma, ma calpestata, di fatto, con l’introduzione di un sistema bonus/malus a punti, che dovrebbe accompagnare il lavoratore fino alla fine del percorso professionale. A ciò si aggiunge la promessa della soppressione dei regimi di pensionamento speciali, applicati alle forme di lavoro considerate usuranti, fra cui gli “cheminots”, i ferrovieri, che guidano la mobilitazione, paralizzando il paese da circa una settimana. Non poteva che essere il governo delle banche e dell’alta finanza a tentare di trasformare il welfare in una specie di assicurazione privata, con il medesimo linguaggio e i medesimi meccanismi di una polizza auto.

I piani di Macron&co sembrano, tuttavia, in salita. L’annuncio di ieri, checché ne dicano i nostri giornali, ha avuto come unico esito il rilancio della mobilitazione e il compattamento del fronte di lotta, cui si aggiunge l’importante, in termini numerici, sindacato CFDT, fino ad oggi accomodante rispetto alle proposte di riforma. Questa mattina i blocchi di fronte ai depositi delle aziende di trasporto pubblico, ai porti, con un picco di mobilitazione attorno a quello di Le Havre che sembra essere bloccato da qualche migliaio di persone in questo momento, alle raffinerie, ad alcuni magazzini logistici, centri di smistamento postale e rotonde si sono moltiplicati rispetto ai giorni scorsi, arrivando in alcune occasioni allo scontro con la polizia. Anche alcuni licei e poli universitari risultano bloccati dagli studenti. È evidente che, lungi dall’essere considerata come vittoria, la dichiarazione di ieri ha donato nuova energia alla mobilitazione, di cui non si intravede ancora, neanche lontanamente, il termine. La pratica del blocco dei centri nevralgici di circolazione delle merci e dei flussi, introdotta definitivamente nella grammatica del discorso politico durante un anno di mobilitazioni dei Gilets Jaunes, è chiaramente sdoganata e la potenza del movimento di opposizione alla riforma delle pensioni sembra ridisegnare, innanzitutto, la dinamica dei rapporti fra basi e sindacati. Ciò che emerge qui è, infatti, l’assoluta strumentalità delle piattaforme sindacali, oscurate dal protagonismo dei suoi tesserati, che, di fatto, impediscono mediazioni al ribasso tramite una pratica, quotidiana, di radicalità. Gli occhi sono ora puntati sul 17 dicembre, giornata in cui una piazza è stata convocata a Parigi: la prima grossa convergenza dopo la decisione del governo di scoprire le proprie carte. Una prova di forza importante in termini di continuità e di scontro.

 

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È davvero un mistero irrisolto quello della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969?

Tra le tante incognite a cui si è cercato di restituire coerenza storiografica e politica nei cinquanta anni trascorsi dell’attentato che inaugurò la strategia della tensione in Italia, è forse questa la domanda che si è ripresentata più volte e alla quale tentano di rispondere gli autori del volume “Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia” (Mimesis 2019).

Il libro, doppiamente utile per l’impostazione con la quale è stato scritto e per la direzione storiografica scelta, è in realtà un tentativo di rispondere ai tantissimi interrogativi stratificatisi in questi anni. Domande irrisolte, o il più delle volte risolte e accantonate da chi avrebbe dovuto renderle ufficiali, al punto da costruire l’impalcatura di una vera e propria “narrazione tossica” dei fatti precedenti e successivi alla strage, come sottolinea Elio Catania nel suo saggio.

Sono proprio i temi delle narrazioni, delle rappresentazioni, dell’immaginario e della memoria pubblica a costituire il canale privilegiato attorno al quale ruota la disamina storica di “Dopo le bombe”. Un approccio non scontato, in un epoca in cui le ricorrenze ormai ultradecennali della stagione dei movimenti sono diventate il pretesto per delegare l’analisi storico-politica alle penne pigre - e spesso incompetenti - di giornalisti e “testimoni”. L’impostazione del volume è quindi doppiamente meritoria perché da un lato mette in dialogo tre generazioni di storici concentrando «anni di studi sulla strage di piazza Fontana in un volume corale, accostando le nuove linee di ricerca sul tema a un documentato inquadramento degli eventi», e dall’altro utilizza la chiave analitica della public history per provare a restituire un quadro interpretativo che fa degli interrogativi il suo punto di forza, dimostrando come un’analisi accurata dei fatti e del contesto possa aiutare a diradare quella “nebbia” che, in fin dei conti, rappresentava il vero obiettivo dell’azione eversiva attuata nel quinquennio 1969-1974.

Perché se è vero che i responsabili della strage di piazza Fontana, contrariamente a quanto percepito dal senso comune, sono stati identificati (sebbene non condannati) nelle cellule dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo, fa impressione leggere come la “verità” giudiziaria sia arrivata più per i colpevoli dei numerosi “depistaggi” a copertura delle stragi che per gli autori materiali stessi. Sono questi dati empirici, per quanto spuri e forse inutili se non incasellati nel complesso contesto di quegli anni, a costituire un perno attorno al quale innestare il tentativo di ridefinire una memoria pubblica lontana dalle deformazioni del cosiddetto «paradigma vittimario» e dal complottismo ma anche dalla retorica nazional-patriottica di una democrazia che avrebbe “retto gli urti” della destabilizzazione. Riconoscere la mano fascista nelle bombe e il ruolo di prim’ordine degli apparati di sicurezza (questi ultimi non “deviati”, ma parte integrante di una strategia atlantica che vedeva nella dottrina della “guerra rivoluzionaria” uno strumento di controllo geopolitico) è il punto di partenza, non di arrivo, grazie al quale destrutturare le narrazioni tossiche da cui siamo circondati. In questo senso, l’attenzione del saggio di Erica Picco e Sara Troglio verso i manuali scolastici è fondamentale, nel momento in cui la definizione di una didattica sensibile alle dinamiche della processualità storica non può che essere uno degli strumenti principali per sperimentare una ridefinizione pubblica di quella stagione.

In ultimo, tra i tanti spunti forniti dal libro, non si può non sottolineare l’attenzione posta nel contestualizzare l’episodio di piazza Fontana “slegandolo”, per quanto possibile, dallo sviluppo dei movimenti sociali che raggiunsero il loro apice con le lotte operaie del 1969. Questo non perché l’episodio non rappresenti un tentativo di ridimensionare (anche) le spinte rivoluzionarie della Nuova sinistra, ma soprattutto per uscire dal perdurante limite interpretativo del 12 dicembre come “perdita dell’innocenza” per quei militanti che poi avrebbero, a distanza di anni, intrapreso la scelta della lotta armata. Sebbene molti testimoni nel corso degli anni abbiano ridimensionato il peso di quell’episodio («i nostri eskimo non erano innocenti prima di Piazza Fontana» ha detto Cecco Bellosi di Potere operaio in una testimonianza del 2005), in molti continuano a sostenere che quantomeno la “percezione” del fatto abbia rappresentato un punto di svolta nell’evoluzione della sinistra extraparlamentare. È possibile che entrambe le affermazioni abbiano un fondo di verità, anche se è innegabile che la teoria della perdita dell’innocenza abbia contribuito, nel tempo, a stratificare la percezione assai diffusa degli anni ’70 come un calderone di violenza diffusa caratterizzata dallo scontro concorrenziale tra “opposti estremismi”.

Nulla di più lontano dall’evidenza storica e politica di quegli anni, ma allo stesso tempo nulla di più vicino alla percezione immaginaria della società in cui viviamo. Come sempre, in casi come questi, parlare di verità assolute sembra rappresentare più un limite che un punto di forza, ed è allora proprio per questo motivo che un volume volutamente “interrogante” e allo stesso tempo puntuale come “Dopo le bombe” rappresenta uno strumento storiografico e metodologico imprescindibile.

Di questi e di tutti gli altri spunti forniti dal libro parleremo insieme il 13 dicembre a Palazzo Nuovo (aula 11) in compagnia degli autori alle 17,30. Vi aspettiamo!

Archivio dei movimenti sociali - 14 dicembre

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in CULTURE

Il dossier “A cena col sultano” presentato oggi a Pisa per lanciare il boicottaggio di Barilla e Ferrero, aziende italiane che sostengono l’economia del regime turco.

A cena col sultano
Il 5 febbraio del 2018 il presidente turco è in visita a Roma, dove incontra il Papa, Gentiloni e Mattarella per colloqui rigorosamente vietati ai giornalisti; di cosa si dicono, trapelerà ben poco.
All’esterno, in una capitale militarizzata, fra strade rese deserte per motivi di sicurezza, dove la auto parcheggiate sono sostituite da numerose camionette, si svolge un presidio di protesta. Sono i giorni apicali dell’aggressione turca al cantone di Afrin, nella Siria del Nord; con l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, iniziata il 20 gennaio, Erdogan ha dato il via all’attacco dell’esperienza del Confederalismo Democratico. Ne seguiranno giorni intensi di guerra, massacri, violenze, sostituzione etnica; diverranno chiari e innegabili i rapporti tra l’esercito turco e le bande di jihadisti. Ma, per quanto possibile, le forze di protezione del popolo rivoluzionarie daranno filo da torcere agli aggressori, anche con azioni di guerriglia che nel cantone di Afrin durano tutt’ora, mentre in tutto il mondo scende in piazza la solidarietà.

Il 5 febbraio il presidio convocato dalle comunità curde sfida l’apparato poliziesco schierato in difesa del “sultano” Erdogan. Lo squilibrio è soverchiante, sono 3500 gli agenti mobilitati per la giornata, la piazza resiste ad alcune cariche, diversi manifestanti vengono feriti, uno viene fermato, per essere rilasciato poco dopo. Le forze dell’ordine arrivano a circondare completamente il presidio, impedendo qualsiasi movimento ai manifestanti e tenendoli sequestrati per ore, fino a che Erdogan, finiti i colloqui, non si allontana. Di fatto, però, un obiettivo è stato raggiunto, quello di rovinare la passerella di questo “amico scomodo” dell’Italia e dell’Unione Europea.
Del colloquio fra Erdogan e i Presidenti del Consiglio e della Repubblica ben poco emergerà; ma un altro particolare, tutt’altro che irrilevante, passerà sotto silenzio. Quella sera il sultano ha un invito a cena.
La cena è organizzata da Confindustria; si svolge presso l’Hotel Excelsior di via Veneto, rilevato alcuni anni fa dalla catena Katara Hospitality, di proprietà di uno sceicco del Qatar.
Al tavolo siedono, oltre al Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, gli amministratori delegati di alcune delle principali aziende italiane con interessi in Turchia: da Astaldi a Salini-Impregilo, da Barilla a Ferrero; e poi Leonardo, Pirelli, Maccaferri, Snam, Elt-Elettronica Group, Cementir, Fincantieri. L’evento è stato organizzato insieme all’Agenzia per la promozione degli investimenti in Turchia.

E’ questa una parte fondamentale della visita di Erdogan in Italia. L’incontro coi capi di Stato ha probabilmente ridefinito dei rapporti; dell’antico mantra del “valutare le condizioni per l’ingresso della Turchia in Europa”, non si parla neanche più. Da ambo le parti (UE e Turchia) si è definitivamente valutato più conveniente il rapporto a distanza. L’Unione Europea stanzia ogni anno miliardi al governo di Ankara per “gestire la crisi dei rifugiati” (cioè istituire terrificanti lager e centri di detenzione per impedire l’arrivo dei profughi in Europa); la stessa UE non si deve però preoccupare delle sistematiche violazioni dei diritti umani, dei rapporti ambigui col fondamentalismo islamico, delle aggressioni militari in Siria, né, appunto, delle condizioni di detenzione dei profughi, poiché la Turchia “non è parte dell’Unione Europea”. Dal canto suo, Erdogan è ben contento di incassare senza dover rendere conto di come quei soldi vengano spesi (anzi, probabilmente una buona parte finisce a finanziare l’economia di guerra della Turchia, che crea nuovi profughi e nuove emergenze).

Se quindi nelle relazioni coi Governi europei il sultano si sente in una posizione di forza e ritiene di poter imporre le proprie condizioni, con le aziende e multinazionali che in questo momento tengono in piedi il sistema economico del suo paese deve utilizzare ben altro registro. Gli imprenditori italiani che operano in Turchia vogliono la certezza che questa nuova guerra non scalfirà i loro affari; che ci sono le condizioni per continuare a investire in Turchia e sviluppare nuovi progetti.

L’Italia infatti è il quinto partner commerciale della Turchia. Unicredit, Pirelli, Fca sono solo alcuni dei grandi nomi impegnati ad Ankara. Tra Italia e Turchia viaggiano quasi 20 miliardi di prodotti, beni e servizi. Nel 2017 le aziende italiane hanno potuto ben approfittare della crisi economico-finanziaria della Turchia vendendo per circa 10 miliardi di euro, a fronte di oltre 8 miliardi di import. Si mette in conto una potenziale crescita del 6% delle vendite di Made in Italy, fino ad arrivare a 12 miliardi di export nel 2021. Tra i progetti che coinvolgono le aziende italiane c’è anche l’ampliamento dell’aeroporto di Istanbul, che dovrebbe essere completato nel 2024 e avere un flusso di 150 milioni di passeggeri.

Barilla
La multinazionale Barilla rappresenta senza dubbio una delle aziende più significative dell’economia italiana. Nata a Parma nel 1877, Barilla è oggi il primo gruppo alimentare italiano.
Durante sua scalata al mercato mondiale, iniziata soprattutto con le costituzioni joint venture negli anni Novanta, la Barilla ha assorbito il gruppo Filiz Gida, leader della pasta in Turchia, acquisendone il 35% nel 1994, e l’intera proprietà nel 2003, compreso lo stabilimento a Bolu, nel nord del paese, 250 km a est di Istanbul.
Al momento attuale la Barilla detiene in Turchia un mulino, uno stabilimento produttivo e una sede commerciale; escludendo gli stati europei e gli Stati Uniti d’America, quindi, ci troviamo di fronte al paese con più infrastrutture del colosso alimentare.
Se i ricavi di Barilla non sembrano conoscere crisi (3,483 miliardi di euro il fatturato Barilla per il 2018, +3% rispetto al 2017 al netto dell’effetto cambio), è anche e soprattutto merito del mercato internazionale; ad esempio in Turchia la multinazionale ha registrato una crescita sul fatturato del 7% nel 2017 e ben del 15% nel 2018.
Come la stragrande maggioranza delle multinazionali, la Barilla si dipinge come un’azienda dal forte connotato etico e attenta alle contraddizioni del presente; ad esempio tramite il suo “Refugee Program” che si concretizza, a detta di Barilla, non solo attraverso donazioni economiche e di prodotto, ma anche tramite il collocamento e il supporto all’inserimento in azienda di rifugiati. Nello stesso momento, però, questo pubblica operazione di pulizia cerca di coprire gli stretti rapporti con la Turchia di Erdogan che, con la sua economia di guerra, alimenta ogni giorno che passa la crisi dei rifugiati nelle aree del Medio Oriente.

Ferrero
La Ferrero è probabilmente la più importante azienda italiana nel reparto dolciario. Nata ad Alba, nel cuneese, nel 1946 ad opera del pasticcere Pietro Ferrero, ha mantenuto stretto il legame col territorio: nonostante le gigantesche proporzioni attuali, il cuore della produzione è rimasto ad Alba, anche se il quartier generale si è spostato in Lussemburgo, dove le politiche fiscali sono ben più flessibili. La presidenza è ora di un altro Ferrero, Giovanni, nipote di Pietro, artefice di un’ambiziosa politica commerciale: sotto la sua presidenza la Ferrero è divenuta la terza multinazionale dolciaria del mondo, assorbendo nomi importanti come le divisioni Usa di Nestlè e Kellog. Giovanni Ferrero, con un patrimonio personale stimato sui 22 miliardi di dollari, è il secondo uomo più ricco d’Italia.

Una produzione dolciaria del genere, ovviamente, necessita di recuperare materie prime anche al di fuori dei confini nazionali. Ogni anno nel mondo si producono 350mila tonnellate di Nutella; la fabbrica principale è ad Alba, ma le materie prime con cui la si confeziona vengono da mezzo pianeta: olio di palma dal sudest asiatico (Indonesia e Malesia), cacao dall’Africa occidentale e dall’Ecuador, zucchero da barbabietola europeo e da canna sudamericano. E poi le nocciole, per le quali il principale mercato di rifornimento rimane la Turchia.

Con circa il 70 per cento della produzione mondiale, la Turchia detiene il primato nel mercato. La Ferrero compra circa un terzo della produzione turca di nocciole; i produttori locali, quindi, trovano nell’azienda piemontese un partner di cui non possono più fare a meno. Nel 2014 l’azienda ha acquisito la Oltan, primo gruppo turco nella commercializzazione delle nocciole; con questa mossa la Ferrero, oltre a garantirsi la fornitura, ha assunto un nuovo ruolo: non più semplice compratrice, ma anche venditrice di materia prima ai propri concorrenti.

Il settore produttivo della nocciola in Turchia sta attraversando un profondo periodo di crisi, a causa delle politiche di liberalizzazione introdotte da Erdogan.
Fino ai primi anni duemila, il raccolto era comprato da un ente parastatale, la Fiskobirlik, che si occupava poi di rivendere il prodotto sul mercato. Fondato nel 1938, questa specie di consorzio contava al suo interno oltre 200mila agricoltori e garantiva ai produttori un prezzo d’acquisto in linea con i costi e la resa media del raccolto.

La crescente scarsità di risorse ha spinto il governo a smantellare il sistema e ridimensionare progressivamente il ruolo della Fiskobirlik, tramutandola in un’unione privata, con scarsa capacità di tutela degli interessi dei produttori.
A cascata, il ribasso del prezzo di mercato delle nocciole si ripercuote sui lavoratori del settore.
Ogni estate circa 350mila lavoratori stagionali, in prevalenza curdi e arabi, affluiscono dalle regioni povere della Turchia orientale e sudorientale alle coste del Mar Nero per raccogliere nocciole: in media 600mila tonnellate all’anno, che rappresentano appunto il 70% della produzione mondiale. Sfruttamento per oltre 9 ore al giorno, 7 giorni su 7, lavoro minorile, mancanza di sicurezza e contributi pensionistici, salari da fame; queste le condizioni a cui sono costretti gli stagionali.

Il lavoro dei migranti agricoli del sud-est è organizzato da intermediari, detti dayibasi, che riuniscono, a seconda delle esigenze dei produttori, squadre che vanno da una decina a una trentina di lavoratori. Gestiscono il trasporto delle squadre e tutti i problemi che possono sorgere sul posto, riscuotendo il 10% dai redditi dei lavoratori.
Sono quindi enormi le responsabilità della Ferrero nei confronti del collasso delle condizioni dei produttori e raccoglitori di nocciole in Turchia; e di pari passo è enorme l’influenza del colosso dei dolci nei confronti di Erdogan, che più volte si è mostrato disposto a piegarsi alle condizioni di quello che ormai è un vero e proprio ente monopolista del settore.
“Ferrero è il vero ministro dell’agricoltura” si legge scritto su molti muri nelle città di Alba e di Giresun, nel nord della Turchia.

Una cena indigesta
Con l’operazione “Fonte di pace” iniziata il 9 ottobre 2019, Erdogan ha dato il via a una nuova offensiva nel nord della Siria. Ancora una volta si stanno ripetendo gli orrori visti ad Afrin, ancora una volta l’esperimento rivoluzionario del Rojava dovrà difendersi da una feroce aggressione.
Le aziende italiane che continuano a fare affari in Turchia stanno nei fatti sostenendo l’economia di guerra di Erdogan; una cosa inaccettabile.
Per questo è necessario fare pressioni perché cessino o siano ridimensionate le relazioni commerciali fra queste aziende e la Turchia.
Per questo è necessario in questo momento boicottare i prodotti Barilla e Ferrero.

 

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Fonti
6 febbraio 2018 – Erdogan per l’Italia è un grande affare e non bisogna disturbare con i diritti civili (Tiscali Notizie)
https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/erdogan-grande-affare-per-italia/
6 febbraio 2018 – Erdogan a Roma: scontri al sit-in di protesta, un ferito (Ansa)
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/02/04/roma-blindata-arriva-erdogan-tra-polemiche-e-proteste_5c6d049e-a980-48e2-aed2-ab2888889ef1.html
10 agosto 2018 – Turchia, per l’Italia un partner da 20 miliardi di scambi (La Repubblica) https://www.repubblica.it/economia/2018/08/10/news/turchia_un_partner_da_20_miliardi_di_scambi-203811572/
5 maggio 2019 – Le nocciole della Turchia e i rifugiati siriani (Il Post) https://www.ilpost.it/2019/05/05/nocciole-turchia-rifugiati-siriani-sfruttamento/
21 giugno 2019 – Il gusto amaro delle nocciole (Internazionale) https://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2019/06/21/nutella-gusto-amaro-nocciole-ferrero
13 agosto 2019 – Nei campi di nocciole turche, il sapore amaro della Nutella (Popoff) https://www.popoffquotidiano.it/2019/08/13/nei-campi-di-nocciole-turche-il-sapore-amaro-della-nutella/
Bilancio Economico Barilla 2017 e 2018
https://www.barillagroup.com

 

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