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Articoli filtrati per data: Tuesday, 10 Dicembre 2019

Premessa: trovo abbastanza inusuale tornare a parlare di un argomento come il Tav. Tutto questo perché, a più di 25 anni dall’inizio dei lavori, questa grande opera, nonostante tutte le parole spese a suo favore da determinate categorie sociali, assume sempre di più le vesti di un semplice spreco di denaro pubblico.

Purtroppo il penultimo esecutivo in carica, quello nato dal patto tra Movimento Cinque Stelle e Lega, ha messo altra carne al fuoco su questa tematica. Non a caso la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso e portato alla caduta del governo gialloverde ha cominciato a formarsi proprio sulle diverse vedute che le forze di maggioranza avevano sulla questione Tav.

Poche settimane prima della caduta dell’esecutivo il presidente del Consiglio aveva detto che, nonostante la ferma opposizione del movimento di Di Maio, «alla luce degli investimenti comunitari, non realizzare il Tav costerebbe più che completarlo». Insomma il Belpaese va avanti nella realizzazione della grande opera che collegherà le città di Torino e di Lione.

Dai primi anni Novanta del XX secolo però è nato anche un movimento, conosciuto con il nome di No Tav, che si è dichiarato totalmente contrario alla realizzazione della grande opera. Nel corso degli anni i suoi attivisti si sono resi protagonisti di alcune azioni di protesta esemplari.

La più famosa di tutte forse avvenne l’8 dicembre 2005, quando decine di migliaia di persone si riversarono nelle strade del paese di Venaus e riuscirono a occupare la zona dove sarebbe dovuto sorgere il cantiere Tav. Per questo motivo il medesimo cantiere dovette essere spostato in un’altra località della Val Susa.

Sono passati ben 14 anni da ciò che successe in quel giorno di fine autunno. Da allora quegli avvenimenti sono ricordati come “la presa di Venaus”.

Grazie a questa e ad altre iniziative la questione Tav è diventata un caso di portata nazionale. Purtroppo, però, tale situazione non sembra aver interessato granché l’ambito del pallone nostrano.

Uno dei pochi calciatori che hanno mostrato una certa vicinanza alla vicenda è stato Paolo Sollier, storico centrocampista del Perugia negli anni Settanta. Questo suo interessamento alla causa legata alla linea dell’Alta Velocità può essere spiegato in vari modi.

Paolo Sollier è infatti nato il 13 gennaio 1948 nel paesino della Val Susa di Chiomonte, che nel corso degli anni ha avuto più volte a che fare con questa grande opera. Proprio qui infatti, dopo i fatti di Venaus, si è deciso di realizzare il nuovo cantiere.

Lo stesso centrocampista, inoltre, è stato uno dei primi giocatori che abbiano mostrato un certo interesse per la politica. D’altronde gli anni Settanta sono stati un periodo parecchio importante per la storia politica dell’Italia contemporanea.

Militante attivo di Avanguardia Operaia, Paolo Sollier diventò famoso perché si rivolgeva ai tifosi del Perugia, che avevano idee politiche in buona parte vicine all’estrema sinistra, salutandoli con il pugno chiuso. Questa sua presa di posizione abbastanza marcata fu la causa dell’antipatia che determinate tifoserie neofasciste, in primis quella della Lazio, ebbero nei suoi confronti.

Tutto questo lato militante è stato descritto nel libro Calci e sputi e colpi di testa scritto dallo stesso trequartista. In quelle pagine viene descritta la militanza in Avanguardia Operaia e il mondo del calcio è visto da un punto di vista alternativo rispetto a quello dei colleghi.

Pochi giorni fa abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e gli abbiamo fatto alcune domande sulla situazione attuale in Val Susa e sulla vicinanza del mondo sportivo attuale a una lotta del genere.

Qual è la situazione attuale in Val Susa? Dopo il sì del governo gialloverde al Tav si sta davvero andando avanti nella cosiddetta “grande opera”?

In questo momento i lavori sono fermi, mentre è stata scavata una porzione del tunnel geognostico.

È importante sottolineare che quanto è stato fatto finora serve solo a realizzare uno studio sulla composizione delle rocce e su come comportarsi, ad esempio, per affrontare il danno di minerali pericolosi quali amianto ed elementi radioattivi. Insomma, sono lavori esplorativi e non definitivi.

Infatti i bandi per il tunnel di base non sono ancora partiti e incontrano anche alcune criticità (1). Chi dice che, siccome i lavori sono a buon punto, convenga ultimarli, mente clamorosamente. Forse è il caso anche di ricordare che l’analisi costi benefici, affidata a Marco Ponti e altri esperti, è risultata negativa, ma non è stata neppure presa in considerazione. E senza dimenticare un documento del governo, a inizio anno, che ha ammesso di aver sbagliato le previsioni sul traffico, dato in aumento progressivo e invece in diminuzione costante (2).

Inoltre, anche la sbandierata valenza ecologica del Tav appare come una presa in giro. Tenendo conto del bilancio del carbonio, le emissioni di Co2, teoricamente risparmiate quando la linea entrerà in funzione, saranno aumentate a dismisura durante i lavori di preparazione. Secondo Luca Mercalli, sarebbe come dire a un diabetico che dopo dieci anni arriverà l’insulina per curarlo e, nel frattempo, rimpinzarlo di torte. Dopo dieci anni sarà morto.

A ulteriore testimonianza, basta informarsi sulla posizione del governo francese: lavori rimandati al 2038. Lo ha stabilito il 1° febbraio 2018 il Coi (Conseil d’orientations des infrastructures), che ha escluso la tratta nazionale francese della Torino-Lione dai progetti infrastrutturali programmati fino al 2038: «Non è stata dimostrata l’urgenza di intraprendere questi interventi, le cui caratteristiche socioeconomiche appaiono chiaramente sfavorevoli in questa fase. Sembra improbabile che prima di dieci anni vi sia alcun motivo per continuare gli studi relativi a questi lavori che, nel migliore dei casi, saranno intrapresi dopo il 2038». Il Coi conferma, del resto, il rapporto della Commissione “Mobilité 21” che già nel 2013 aveva affermato che le opere di accesso dalla Francia alla galleria transfrontaliera non erano giudicate prioritarie (3).

Cosa ha rappresentato per voi valsusini la cosiddetta presa di Venaus dell’8 dicembre 2005? Si può dire che vi sono due fasi della lotta, prima e dopo ciò che accadde quel giorno?

La presa di Venaus è stata la prima vittoria, dunque rimane un prezioso valore identitario, ma, come sappiamo, nel 2011 il progetto Tav è stato rinnovato con l’apertura del cantiere alla base della val Clarea, nel comune di Chiomonte, dove sono cominciati gli scavi e le relative, indomabili, contestazioni del movimento No Tav. Ci sono state negli anni manifestazioni con una partecipazione incredibile e un’ammirevole coscienza collettiva.

E poi anche disordini, certo, e ribellione ai divieti, ma anche comportamenti delle forze dell’ordine assai violenti e raramente sanzionati, mentre la magistratura si è accanita spesso contro i manifestanti, come dimostrano processi e condanne distribuiti con evidenti forzature.

Tornando a Venaus, da alcuni anni, nel mese luglio, si tiene il festival dell’Alta Felicità, con incontri, dibattiti, spettacoli, proprio per rinnovare l’identità culturale e la voglia di confrontarsi che, dall’inizio, accompagnano le ragioni del movimento nella radicale opposizione al Tav Torino-Lione.

Vi è stato un contributo dato dall’ambito sportivo popolare torinese alla lotta No Tav? Se sì, in quale forma?

Ricordo alcuni eventi sportivi, come tornei o amichevoli di calcio e rugby, ma certamente marginali nel contesto di cui si parla. Non ho invece notizia di prese di posizione a favore del Movimento di sportivi importanti.

Alla base della lotta No Tav, così come nell’ambito del calcio popolare, vi sono alcuni ideali militanti come quello di resistenza. Non pensi che esso possa essere un ulteriore collante tra i due?

Che nello sport la resistenza, la testa dura e la voglia di migliorarsi siano essenziali è scontato. E, in effetti, ogni iniziativa del movimento No Tav ha anche un grande senso agonistico. Basta pensare alle lunghe marce o alla capacità di resistere alle cariche, spesso provocatorie, della polizia. Importante è poi soffermarsi sulle qualità quasi atletiche degli studiosi che accompagnano il movimento, impegnati quotidianamente a smontare le palle dei promotori dell’opera. Il lavoro intellettuale diventa in questo caso una vera competizione, dove sbugiardare la narrazione ufficiale diventa un pensiero muscolare.

Quale contributo potrà ancora portare lo sport popolare alla lotta contro il Tav in Val Susa?

Intendo lo sport popolare come partecipazione e reciproco sostegno. Ma qui andiamo su quelle che sono le idee ed opinioni personali. Uno sportivo impara subito a lottare, ma, appunto, credo che ci siano sportivi anche favorevoli al Tav, dunque anche qui si scende in campo per battere l’avversario, l’importante è farlo con lealtà e correttezza, qualità non troppo di moda al giorno d’oggi.

La militanza e il calcio sono due ambiti che, da parecchio tempo, si cerca di tenere separati. Tutto questo in maniera abbastanza difficile visti anche alcuni avvenimenti recenti. Lei cosa pensa al riguardo? Un giorno si potranno sciogliere definitivamente questi due ambiti o rimarranno, sempre, legati in qualche modo tra loro?

Ho sempre visto il calcio e gli altri sport come una delle espressioni delle persone, dunque dipende dal modo in cui ognuno imposta vita, valori e priorità. Penso, come dimostra la mia esperienza calcistica, che chiunque dovrebbe esprimere, in ogni ambito della propria esistenza, le sue posizioni e relative scelte, sia in campo sportivo che sul terreno politico e culturale, confermandole coerentemente nei rapporti personali.

Per chi volesse approfondire, Paolo Sollier ci ha consigliato tre link di articoli che vi mettiamo di seguito in chiusura del pezzo:

1) https://torino.pro-natura.it/appalto-tunnel-base-violazione-accordi/

2) https://www.dinamopress.it/news/valsusa-governo-senza-pudore-le-previsioni-crescita-traffico-errate/

3) http://www.giannibarbacetto.it/2019/03/08/tav-la-francia-ha-congelato-i-suoi-lavori-intanto-paga-litalia/http://www.giannibarbacetto.it/2019/03/08/tav-la-francia-ha-congelato-i-suoi-lavori-intanto-paga-litalia/.

Roberto Consiglio

da sportpopolaresportpopolare

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L'Assemblea popolare #NoTurbogas di stamattina, indetta dal Comitato Antica Terra di Lavoro, ha dimostrato a tutti che i cittadini sono stanchi dei giochi di potere sulla loro pelle.
In 300, come gli Spartani, in Piazza Unità d'Italia a Vairano Scalo, hanno ribadito il rifiuto categorico, senza se e senza ma, al progetto dell'Edison (autorizzato da tutti gli enti e i governi che si sono succeduti) di installare a #Presenzano l'ennesima centrale che produce denaro per pochi e veleni per molti.

Ringraziamo tutti i Sindaci che sono intervenuti al nostro fianco, loro sono i primi cittadini. Daremo tutto il sostegno popolare necessario per ogni iniziativa istituzionale che vorranno intraprendere per fermare la Turbogas. Siamo convinti, allo stesso modo, che quando arriverà il momento della marcia popolare, non faranno mancare un supporto numeroso delle comunità che rappresentano.

Ringraziamo i Vescovi Cirulli e Cibotti, sappiamo quanto importante sia il ruolo della Chiesa nelle rivendicazioni di una comunità.

Abbiamo riacceso la speranza, la voglia di un territorio di combattere. Non ci fermeremo fino a quando non avremo scongiurato questo pericolo. Fino a quando non vedremo stracciate le autorizzazioni. La scelta è politica, chi è al Governo, scelga da che parte stare. Noi abbiamo tracciato la rotta. Il motore è acceso, si va avanti, non si può più scendere.

L'unica energia che ci serve non è prodotta dal gas, ma dalla fame di riscatto delle persone, per troppo tempo calpestate. Chi finora non ci ha ascoltato, sarà costretto a rincorrerci.

Insieme a studenti, disoccupati, movimenti di lotta, associazioni, agricoltori, famiglie, ci riprenderemo un diritto che ci è stato a lungo sottratto: quello di poter decidere la nostra sorte.

Dal Molise all'Agro Caleno, un unico fronte popolare.

Il 25 Gennaio prossimo sarà il giorno della grande mobilitazione di massa. #SiLotta

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Condividiamo il comunicato della rete Campagne in LottaCampagne in Lotta sullo sciopero e le mobilitazione dei lavoratori braccianti del 6 dicembre.

La mobilitazione ha visto i lavoratori di Rosarno e Foggia coordinarsi nello sforzo di bloccare produzione, logistica e consumo, combinando allo sciopero il blocco di alcuni nodi strategici, ovvero il porto di Gioia Tauro in Calabria e il casello dell’autostrada A14 ed il centro commericale GrandApulia in Puglia. Al centro della protesta sono casa, documenti e contratti di lavoro.

Per quanto riguarda il tema dei documenti l’obiettivo delle lotte è smantellare l’attuale politica migratoria. Si rivendica l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza, la reintroduzione del permesso umanitario, i permessi di soggiorno per chi non li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa.

Per quanto riguarda il tema dell’abitare, si chiede l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali, lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case. Come mette bene in luce l’analisi della rete Campagne in Lotta (qui il linkqui il link), segregazione, frontiere e documenti si intrecciano ormai in modo sempre più coerente allo scopo di contenere, reprimere e sfruttare i lavoratori immigrati.

Apartheid e razzismo istituzionale precarizzano la condizione giuridica e abitativa degli immigrati, escludendoli da ogni forma di welfare e tutela legale. Lottare contro di essi significa demolire i presupposti dell’esclusione che permette il rinnovarsi, anno dopo anno, dello sfruttamento di tutti i lavoratori immigrati, che a cascata si ripercuote su tutta la classe lavoratrice.

Solidarietà a chi lotta!

LA PAURA NON CI APPARTIENE: CHE LA LOTTA DELLE CAMPAGNE TROVI ECO IN TUTTA ITALIA. BLOCCHIAMO IL PAESE!

Bloccare in contemporanea, per ore, i varchi di uno dei porti commerciali più importanti d’Italia e una zona industriale strategica, in un Paese come quello in cui viviamo, è una scelta ben precisa e ponderata. In un contesto in cui le leggi razziste e fasciste reprimono con sempre maggior forza le forme di conflittualità tipiche di quelle lotte che negli ultimi anni hanno fatto tremare il paese; in un tempo in cui ci si indigna, ci si dichiara antirazzisti e si parla, dai palchi e sugli schermi, di opposizione al DL Salvini, per chi è costretto a vivere segregato in ghetti e campi l’unica arma efficace per farsi ascoltare è bloccare i flussi di merci che alimentano il sistema che ci strozza.

Lo sanno bene le centinaia di lavoratori e lavoratrici dell’agroindustria che nella grande giornata di lotta del 6 dicembre, a Foggia ed in Calabria, hanno scelto di mettere in gioco i propri corpi, il proprio cuore, il proprio coraggio perché consapevoli che il tempo delle chiacchiere è finito: non si può attendere oltre. Lo hanno fatto nonostante la giornata sia stata segnata da molti momenti estremamente gravi. Sono riusciti a trasformare la rabbia, per i compagni investiti a Gioia Tauro – un gesto razzista di estrema arroganza, intrapreso per forzare il blocco – e per un altro picchiato e portato via dalla polizia a Foggia, in forza per continuare. Hanno tramutato in determinazione le aggressioni subite nelle cariche, con le annesse manganellate e lacrimogeni.

Lo hanno fatto nel periodo prenatalizio, in cui la macchina capitalista che gestisce la circolazione di merci, denaro e persone secondo i suoi interessi e per il profitto si mostra in tutta la sua imponenza e ferocia. Hanno scelto di bloccare dei colossi dal valore non solo materiale, ma altamente simbolico. Un importante porto di transhipment nel Mediterraneo, un luogo che è anche una frontiera e che come tale è un emblema di ciò che ci opprime e ci divide, e che il giorno prima aveva ricevuto la visita del patron di MSC (multinazionale con sede in Svizzera…alla faccia del prima gli italiani) Aponte a sottolineare quanto cruciale sia il progetto della ZES e l’investimento sull’aumento dei volumi di scalo – mentre molti lavoratori portuali, a cui va la nostra solidarietà, sono ancora in attesa di essere riassunti. Dall’altro uno snodo stradale che dal casello della A14 porta alla zona industriale di Foggia, in cui sono presenti, oltre alle fabbriche di trasformazione del pomodoro, anche la divisione aerostrutture di Leonardo SPA, gigante della produzione ed esportazione di quelle armi che giocano un importante ruolo nel determinare flussi migratori, povertà e distruzione, e uno dei centri commerciali più grandi del sud Italia, il GrandApulia, tempio dello shopping consumistico soprattutto in questo periodo dell’anno.

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Come sempre, alla determinazione, al coraggio, alla fermezza delle rivendicazioni dei lavoratori le istituzioni hanno risposto da un lato con indifferenza e vaghezza, continuando a ignorare la necessità urgente di regolarizzazione per tutti e la cancellazione degli ultimi due decreti, dall’altro mostrando la forza e utilizzando tutta la violenza dell’apparato repressivo. Di sicuro le istituzioni non hanno gradito l’ingente perdita economica che il blocco di questi due punti cruciali ha provocato: 4 km di camion in fila davanti al Porto, fino allo svincolo autostradale, e la mancata distribuzione di merci per lo shopping natalizio al GrandApulia.

Il bilancio finale è di quattro denunce, tra cui quella al lavoratore che è stato investito davanti al Porto di Gioia Tauro, il quale ha ricevuto cure sommarie e un trattamento decisamente ostile, a differenza dell’investitore che si è tranquillamente allontanato dal blocco, e quella al lavoratore picchiato dalla polizia, trattenuto per ore in Questura a Foggia e poi rilasciato grazie alla determinazione del presidio creatosi in solidarietà davanti ai cancelli della stessa questura. Nonostante una costola rotta, è stato costretto dal personale del Pronto Soccorso di Foggia ad attendere ore per farsi visitare. In entrambi i casi, il personale ospedaliero si è dimostrato complice della repressione, cercando in tutti i modi di ostacolare non solo le cure ma l’attestazione della verità di quanto accaduto.

Non diversamente, d’altronde, hanno fatto i pennivendoli delle varie testate giornalistiche al servizio del potere. L’immagine della giornata che emerge dai resoconti mediatici e dalle bocche di chi rappresenta il potere è ancora una volta distorta ad arte per far passare chi scioperava come un violento manipolato da forze oscure. Non si parla di lotte autorganizzate, perché, si sa, gli africani non sono capaci di ribellione autonoma, e c’è sempre qualche bianco ‘figlio di papà’ che li pilota; ancora una volta si mente sulla violenza della polizia, non scrivendo dell’attacco deliberato e immotivato alle persone che stavano manifestando ma inventando inesistenti lanci di pietre da parte dei lavoratori, associando in ogni articolo la questione immigrazione a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico come d’altronde ci hanno abituato a sentire e leggere da decenni a questa parte. Abbiamo imparato a non stupirci della vigliaccheria e del razzismo di molti giornalisti, non ci impauriscono le loro bugie e diffamazioni: arriverà il tempo in cui vi faremo pagare tutto.

campagne in lotta

Dulcis in fundo, le dichiarazioni di CGIL e PD hanno superato a destra anche i partiti fascisti e razzisti, gettando fango sulla lotta dei lavoratori, delegittimandone l’enorme importanza, affermando accuse gravissime che vanno a braccetto con quelle di Fratelli d’Italia e Lega. A quanto pare le leggi ingiuste si possono violare solo in alcuni casi, quando a farlo sono i rappresentanti italianissimi dell’accoglienza degna su cui si pensa di poter capitalizzare alle urne, e l’antifascismo va bene solo nella versione edulcorata e di facciata di piazze mute e disciplinate, mentre si attaccano lavoratori che resistono perché non accettano di essere presi in giro. Si cantano canzoni partigiane, si fa un gran parlare di quanto ingiusto sia il DL Salvini, ma quando i diretti interessati decidono di protestare contro la legge razzista e fascista, ecco che li si colpisce con la violenza e la vigliaccheria tipiche di chi è abituato a giocare con la vita degli altri per ottenere un tornaconto di visibilità e carriera. Gli avvoltoi, da sempre, sono quelli che approfittano e lucrano sulle lotte per i loro sporchi interessi: non certo i lavoratori che si organizzano da soli per cambiare l’esistente, per fare in modo che tutti, non solo gli immigrati, possano avere una vita migliore. Non paghi delle becere accuse lanciate, CGIL e USB, quegli stessi sindacati che con tanta energia amano definirsi in prima linea a fianco dei lavoratori migranti, non hanno esitato nei giorni successivi alla manifestazione a minacciare e intimidire biecamente coloro che hanno partecipato alla giornata di lotta, dimostrando, una volta in più, la loro complicità con il razzismo istituzionale e il suo apparato repressivo.

Ciò che giornali e politici hanno evitato di riportare sono le concrete rivendicazioni che gli scioperanti hanno portato ai due blocchi: l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza e la reintroduzione del permesso umanitario; i permessi di soggiorno per chi non ce li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario; l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali; la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa; lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case. Tutte proposte con le quali chi pretende di essere un difensore dei diritti dovrebbe concordare.

Siamo disgustate da tanta ipocrisia, falsità, violenza. Ancor di più questo ci convince che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta e la solidarietà che ci arriva da chi in altri luoghi d’Italia e d’Europa lotta per i documenti e sul lavoro ci scalda il cuore e ci fa sentire meno sole, più forti.

Ne siamo sempre più convinte, se ci impediscono di vivere liberi da sfruttamento e repressione, dove e con chi vogliamo, bloccare il serpente che ci stritola è l’unica cosa da fare. Sempre di più, in maniera sempre più diffusa e pervasiva, alla vostra violenza risponderemo con unione, coraggio e determinazione.

BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO! DOCUMENTI PER TUTTI E TUTTE!

VIVA LE LOTTE AUTORGANIZZATE!

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