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Articoli filtrati per data: Saturday, 09 Novembre 2019

Lione, 8 novembre. Uno studente di 22 anni si dà fuoco davanti al Crous, un edificio pubblico-amministrativo che si occupa degli aiuti sociali per studenti. 

Quando sono arrivati i pompieri, il corpo del ragazzo originario di Saint-Étienne era bruciato al 90%, e si trova in questo momento tra la vita e la morte.

Poco prima di coprirsi di benzina e di darsi fuoco, lo studente aveva pubblicato un messaggio su Facebook in cui spiegava la sua condizione di difficoltà economica rispetto al welfare (non) erogato dall'Università francese. Ma la sua lettera ci parla anche e soprattutto delle condizioni di vita di centinaia di migliaia di giovani, e di un riscatto collettivo che è sempre più urgente costruire.

Buongiorno,
oggi commetterò l’irreparabile, e se ho scelto l’edificio del CROUS a Lione non è un caso: ho deciso di puntare dritto verso un luogo politico, il ministero dell’istruzione superiore e della ricerca e, per estensione, il governo.
Quest’anno sto ripetendo il secondo anno di università per la terza volta, non ho più la borsa di studio, e quando ce l’avevo erano 450€ al mese, come può essere abbastanza per campare?
Ho avuto la fortuna di avere vicino a me delle persone formidabili, la mia famiglia e il mio sindacato, ma dobbiamo davvero continuare a sopravvivere così come lo si fa oggi?
E dopo gli studi quanto tempo dovremo lavorare, mettere da parte, per una pensione decente? Riusciremo a mettere da parte abbastanza con una disoccupazione così diffusa?
Mi riapproprio di una delle rivendicazioni della mia federazione sindacale di oggi: uno stipendio per chi studia o meglio, uno stipendio a vita, per non rischiare di perderla cercando di guadagnare.
Passiamo a 32 ore lavorative a settimana per esempio, non ci sarebbero più problemi di disoccupazione che portano centinaia di persone a situazioni come la mia, che si danno la morte nel silenzio totale.
Lottiamo contro la risalita del fascismo che non fa altro che dividerci e alimentare il liberalismo, che a sua volta crea diseguaglianze.
Accuso Macron, Hollande, Sarkozy e l’Unione Europea di avermi ucciso creando incertezza sui nostri futuri, accuso Marine le Pen e i giornalisti di aver creato paure accessorie.
Il mio ultimo desiderio è che i miei compagni continuino la lotta, per farla finita con questo sistema.
Viva il socialismo, viva l’autogestione e viva la previdenza sociale. Perdonatemi per la prova a cui vi sto sottoponendo. Arrivederci.

 

 

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La sgangherata macchina della Torino Lione è già impantanata prima ancora di partire. Tutto bloccato a Salbertrand, fulcro del progetto. Succede così. Politica e media passano l’estate a cantare in coro che “ormai il TAV si fa…”. Poi, tutto di un tratto, i cartoni della scenografia crollano e dietro si scopre solo una montagna di chiacchiere.

Questa mattina nientepopodimeno che una Top News su La Stampa: articolo e video con dovizia di particolari. L’area dove dovrebbe sorgere la fabbrica dei conci per il tunnel di base è stata sequestrata dalla Guardia di finanza. Ma questa è una storia lunga che noi conosciamo molto bene. Ecco come stanno le cose.

Salbertrand sarebbe il sito scelto dal progetto TAV per la lavorazione del materiale di scavo del Tunnel di Base in Italia. Un’immensa area di oltre 120.000 metri quadrati, con un fronte continuo di capannoni lungo 1 km e alti 25-28 metri, dove arriveranno centinaia di migliaia di camion colmi di detriti da frantumare in nuvole di polvere. Un inferno dantesco che vorrebbero imporre nel bel mezzo della candida Alta Valle dello Sci Olimpico, con tutte le sue nefaste conseguenze sull’economia turistica, oltre che sulla salute, l’ambiente, la qualità della vita e le casse dello Stato.

Peccato che l’area non sia libera. 200.000 metri cubi di “materiali” (non meglio precisati…) occupano l’area. Tra questi una parte contaminata da amianto. Una grana colossale rimasta irrisolta da oltre dieci anni. E che al momento non ha alcuna ipotesi di soluzione. Uno stallo perfetto che rischia di bloccare sine die l’arrivo del cantiere industriale. Quindi potremmo dire no Salbertrand, no party. O meglio no TAV. Addio cronoprogramma della Torino Lione, sul quale il ritardo accumulato è già imbarazzante (basti pensare che i lavori avrebbero dovuto partire 2 anni fa…).

Per non parlare del rischio di esondazione: tutto il cantiere è in zona esondabile (la Dora la invase nel 1957). Infatti, nel progetto, i fabbricati non possono essere completamente chiusi per consentire il transito delle acque… e della polvere!

E inoltre che dire dei soggetti in qualche maniera coinvolti (anche se non indagati) nell’ultimo scandalo? La parte dei terreni appena sequestrata dalla GDF appartiene a Itinera spa (Gruppo Gavio), che ce l’ha in concessione fino al 2024 ed è accusata dai finanzieri di non aver svolto le bonifiche sui materiali pericolosi che dovevano essere terminate anni fa.  Questo campione di ambientalismo, cosi scrupoloso nel rispetto delle leggi di salvaguardia del paesaggio, è una delle imprese a cui è già stata affidata… parte del progetto tav, ovvero lo svincolo autostradale di Chiomonte.

Insomma, mentre TELT dice ai valsusini “circolate qui non c’è nulla da vedere”  mette la valle nelle mani di costruttori già coinvolti in scandali ambientali.

Al di là di una sfacciataggine che non smette mai di stupirci, questa volta i Signori del TAV si sono fregati da soli. Salbertrand era la migliore delle scelte per inchiodare la Torino Lione e ora rischia di tramutarsi nel peggiore dei loro incubi. Infatti pare che, da alcune settimane, i funzionari di Telt siano molto molto nervosi…

L’imbroglio del TAV continua a perdere pezzi ma purtroppo impegna ancora miliardi di euro. Risorse che oggi sarebbero utili per bonificare e riconvertire siti inquinati, come l’ILVA di Taranto. Il Movimento NO TAV lo dice da sempre.

Da notav.infonotav.info

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Per capire a pieno, e misurare, la dose d’”istinto criminale” che guida le grandi transnazionali corsare che navigano con spirito predatorio nel gran mare della globalizzazione, quello dell’Ilva di Taranto è davvero un caso esemplare.

Di Marco Revelli per volerelaluna.it


Lo “scudo penale” che pretende “l’Acquirente”, come condizione per restare è una vera e propria “licenza di uccidere”. Anzi il prolungamento di quel lasciapassare per la morte (degli altri, naturalmente, dei bambini di Taranto, degli abitanti del quartiere Tamburi, degli operai stessi dell’acciaieria) che già il primo governo Renzi alla fine del 2014 aveva rilasciato al Commissario straordinario che avrebbe dovuto realizzare il Piano ambientale di risanamento (sulla carta da completarsi all’80% entro il luglio del 2015). E che successivamente il ministro Calenda avrebbe esteso anche ai futuri compratori dilatandone nel tempo scadenze e immunità penale. In quello sciagurato decreto si stabiliva che le condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale “non possono dar luogo a responsabilità penale o amministrativa” in quanto “costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza del lavoro” (sic!).
Che lo costituissero davvero era posto come articolo di fede, non essendo previsto (o comunque sanzionato in caso di inadempienza) nessun controllo periodico sull’”adempimento”, né sul rispetto delle “migliori regole” (non meglio precisate) né sui tempi dei lavori di realizzazione del Piano ambientale (il quale al momento del decreto non era neppur pienamente definito), tant’è vero che questi si sono dilatati a dismisura: la “completa copertura” dei parchi primari, fonte di quantità spaventose di polveri mortali, che avrebbe dovuto, secondo l’originaria Autorizzazione integrata ambientale (AIA) del 2012 Autorizzazione integrata ambientale (AIA) del 2012 essere completata tassativamente entro il 27 ottobre del 2015 entro il 27 ottobre del 2015 (termine prorogato dal decreto renziano a fine 2016), risultava ancora, nella primavera di quest’anno (2019!), realizzata per meno della metà. E quanto alla diossina, secondo la denuncia di Angelo Bonelli secondo la denuncia di Angelo Bonelli coordinatore nazionale dei Verdi, sarebbe ritornata assai vicina ai valori devastanti registrati nel 2009, quando scoppiò la bomba dei 1124 capi di bestiame della masseria Carmine condannati a essere abbattuti perché altamente inquinati (“In un anno il valore della diossina a Taranto è aumentato del 916%”, passando “da 0,77 picogrammi del 2017 a 7,06 picogrammi del 2018, molto vicino agli 8 picogrammi del 2009”).
In realtà, al di là delle sue formule bizantine, quel decreto non regolava affatto l’adempimento del Piano ambientale per rendere compatibile quello stabilimento con la salute dei cittadini e degli operai ma era diretto a garantire una piena immunità (e impunità) ai gestori della fabbrica dei veleni per consentir loro di prolungarne le attività produttive (comprese quelle nocive) al riparo degli interventi sanzionatori della magistratura. Tant’è vero che ben tre procedimenti per emissioni inquinanti del siderurgico, aperti dalla procura di Taranto, sono stati archiviati perché coperti appunto dallo “scudo penale”, il che aveva convinto il gip Benedetto Ruberto a ricorrere alla Corte costituzionale contestando la costituzionalità dei decreti che permettevano la prosecuzione dell’attività degli impianti nonostante il sequestro del 2012, e sottolineando in particolare “lo spostamento costante della data di ultimazione dei lavori” e “l’immunità penale” concessa ai vertici aziendali.
In sostanza dietro al ricatto-pretesa da parte di Mittal dell’”immunità penale” sta una concezione delle relazioni giuridiche e sociali da Ançien régime (solo il Sovrano Assoluto era legibus solutus), incompatibile con ogni ordinamento moderno, anche il più compiacente e subalterno alla logica del profitto. Una sorta di ritorno a un medioevo giuridico o allo spirito della Constitutio criminalis carolina (dal nome di Carlo V che la emanò) per la quale, come è stato ricordato, le pene “venivano qualificate non sulla base del bene danneggiato, ma in relazione alla posizione dell’accusato” e al suo status. Qualunque governo “moderno” (nel senso di “successivo al 1789”) che pensasse di adottare una simile aberrazione giuridica, si coprirebbe di ridicolo, compreso il governo Conte, che pure è uomo di legge. E che perderebbe definitivamente la faccia (anzi forse l’ha già persa) nel momento in cui per trattenere i baroni franco-indiani si provasse a riproporgli l’esca appetitosa dell’impunità ad personam.

Date queste premesse, ci si sarebbe potuto aspettare che quantomeno una buona parte dell’eletta schiera di chi partecipa quotidianamente alla conversazione pubblica, nell’ambito politico, culturale, sociale, si sollevasse come un sol uomo di fronte alla provocazione predatoria dei padroni dell’acciaio, invece no. Anzi.
Repubblica – che pure aveva fatto a suo tempo la prima pagina su Greta Thunberg e il suo “Come osate voi!” che sapete parlare solo di soldi mentre il pianeta muore -, Repubblica appunto, il giorno dopo la rottura di Mittal, alludendo alla colpa di chi aveva sospeso lo “scudo penale” intitolava SULLA PELLE DELL’ILVA. E il suo editorialista di punta, Massimo Giannini, per fugare ogni dubbio sulle posizioni del giornale, definiva quello di Taranto “uno dei migliori stabilimenti siderurgici d’Europa” (sic!).
Il Pd, nelle cui file hanno militato alcuni dei maggiori responsabili della gestione irresponsabile della vicenda Ilva a danno della tutela dei cittadini, da Matteo Renzi appunto a Carlo Calenda (ho usato l’imperfetto perché entrambi hanno seceduto), si è stracciato le vesti sul latte versato della siderurgia italiana, minacciando strappi nella maggioranza se l’ineffabile scudo non fosse ripristinato. Per non dire della destra, che per bocca dell’altro Matteo terribile, Salvini, minaccia addirittura l’ostruzionismo parlamentare (contro cosa non si sa) se non si ritornasse al regime d’immunità per quei nuovi padroni così vessati poverini dai giallorosa, e fa un po’ ridere questo sovranismo dei nostri stivali, che grida “prima gli italiani” quando si tratta di metter sotto i migranti e poi si sbraccia per metter prima i franco-indiani e i loro miliardi sacrificando al loro profitto la vita dei propri concittadini.
Ma poi ci sono i sindacati: quelli che non solo al “lavoro” ma alla vita dei “lavoratori” e delle loro famiglie dovrebbero essere particolarmente attenti e che invece – al momento della stipula del contratto con Ancelor Mittel – per primi si dichiararono d’accordo con la clausola immunitaria, e ancora oggi dichiarano (Luigi Sbarra, della Segreteria nazionale CISL) – “inconcepibile ed incomprensibile la decisione del Governo di smantellare lo scudo legale indispensabile per concludere il percorso di ambientalizzazione” (sic). Io stesso ho sentito, con le mie orecchie, come si dice, un rappresentante Uilm di Taranto dichiarare ai microfoni di Radio1, che si è fatto di tutto per impedire a Mittal di lavorare! Per fortuna non è quello il punto di vista degli operai: come riporta lo stesso “Sole 24Ore”, secondo un sondaggio realizzato dall’Unione dei sindacati di base (Usb) con un questionario distribuito ai circa 8.200 lavoratori presenti alle assemblee in fabbrica di fine ottobre, il 96,6% di chi ha risposto (1.211 su 1.254) ritiene che non sia giusto «garantire ad ArcelorMittal o ad altri lo scudo o l’immunità penale fino alla scadenza delle attività Aia». E 1.223 operai (97,6%), pensano che “l’attuale ciclo produttivo integrale a carbone non è compatibile con il rispetto della salute umana e dell’ambiente”.

Ora poi si apprende – dalla “trattativa” (si fa per dire) avviata col Governo – che come condizione per tenere aperto lo stabilimento non basta in pegno la pelle dei cittadini di Taranto esposti al rischio, si  vuole anche la testa di 5.000 operai considerati in “esubero”. Ed emerge l’ipotesi, assai plausibile, non solo e non tanto che il management avesse “sbagliato” clamorosamente il Piano industriale, ma che tutta l’operazione Ilva, fin dall’inizio, fosse stata concepita dal gruppo franco-indiano al puro scopo di eliminare dal mercato un possibile concorrente, fingendo di acquistarlo per suicidarlo. Come che sia, è abbastanza evidente che padroni così, a Taranto e in Italia, è meglio perderli che trovarli.
Meglio, molto meglio, nazionalizzare il complesso siderurgico, per risanarlo se possibile, de-carbonizzandolo, e poi solo a quel punto restituirlo al mercato. In realtà la soluzione della nazionalizzazione avrebbe dovuto essere la via maestra fin dal 2012, quando con provvedimento coraggioso, la magistratura tarantina aveva sequestrato parte di quella fabbrica della morte sulla base di dati scientifici inconfutabili relativi al suo impatto devastante sulla salute: nessun privato, infatti, operando con regole di mercato, potrebbe realisticamente realizzare un’opera insieme così necessaria ma così impegnativa. Soluzione che l’allora governo Monti, dominato dal suo dogma ultraliberista, non aveva neppur considerato, e che quelli successivi, cresciuti sotto la stessa egemonia ideologica, hanno regolarmente scartato. Oppure si sarebbe potuto immaginare un grande progetto di riqualificazione eco-compatibile dell’intera area industriale, sul modello Ruhr in Germania, magari tentando di coinvolgere l’Unione europea nell’impresa.  Opzioni che ancor ora dovrebbero essere in bella vista sul tavolo governativo, se chi siede ad esso avesse un minimo di responsabilità, di coraggio e di fantasia.

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