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Articoli filtrati per data: Thursday, 07 Novembre 2019

C’è anche lui, Pierfranco Bertolino, tra le decine persone coinvolte in una maxi-operazione sulle ‘ndrine di Volpiano e San Giusto Canavese.

Il celebre penalista torinese è una figura ben nota ai notav. Non solo è stato legale di fiducia del giornalista Massimo Numa, uno dei più accaniti cronisti anti-notav de La Stampa, condannato poi per diffamazionecondannato poi per diffamazione proprio per i suoi articoli sul movimento. Bertolino è anche l’avvocato che regolarmente si costituisce come parte civile dei poliziotti e dei carabinieri nelle fantasiose ricostruzioni portate avanti nei processi contro i notav chiedendo agli imputati di pagare decine di migliaia di euro di risarcimenti alle truppe di occupazione inviate in Val Susa.

Il meccanismo, ben rodato, ha spesso assunto negli anni passati una vera e propria dimensione industriale. Celebre è il caso, rivelato dal gruppo hacker Anonymousrivelato dal gruppo hacker Anonymous, in cui agli agenti venivano inviate querele pre-stampate per riportare presunte ferite già PRIMA delle manifestazioni. In quel caso il servizio veniva svolto in joint venture con il SAP, il sindacato di polizia salviniano (il suo segretario generale, Gianni Tonelli, è oggi deputato della Lega) di cui Bertolino è simpatizzante. Quella dell’avocato contro i notav è d’altronde una vera e propria crociata. Proprio in occasione di uno dei congressi del SAP, nel 2014, aveva dichiarato alla platea “la Val Susa è un parco giochi per delinquenti”. Dopo aver insultato per anni la valle, è venuto fuori che i giochi coi delinquenti, dietro lauto compenso, li faceva lui. Già, nel giugno dell’anno scorso era trapelato il suo coinvolgimento nella famosa “cricca dei favoricricca dei favori” della procura di Torino che vede pesantemente implicato un’altra vecchia conoscenza del movimento notav, il PM Padalino, responsabile di decine di processi contro valligiani di ogni età. Già all’epoca si parlava di intercettazioni vendute da Bertolino per il modico prezzo di 20.000 euro. Ora viene confermato che l’avvocato anti-notav cedeva a vari ‘ndranghetisti informazioni sulle indagini in corso, fornendo le soffiate su chi era sotto intercettazione e addirittura copie delle registrazioni delle stesse.

Insomma, OGNI SINGOLA DENUNCIA che il movimento notav ha portato avanti per anni nel silenzio generale sulla trama che si andava intrecciando intorno alla nuova Torino-Lione congiungendo imprenditoria, mafia, informazione, polizia e magistratura si sta oggi rivelando esatta. Ma di questo, tutt’al più, si trova traccia in qualche trafiletto della cronaca locale.

Da notav.infonotav.info

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Il giornale La Repubblica, del 10 settembre 2013, ha voluto riprodurre parte della mia “lettera ai compagni”, diffusa da Carmilla in primo luogo.

Voglio ringraziare la redazione de La Repubblica per l’attenzione, alcuni passaggi riportati corrispondono essenzialmente al messaggio che volevo divulgare. Mi sento però in obbligo di contraddire alcune informazioni contenute specialmente nel “commento” firmato dal signor Carlo Bonini. Mi dispiace dirlo, perché suona a polemica e io avrei preferito dialogare in un clima di comprensione, ma pare che il signor Bonini abbia qualche difficoltà a trattare il caso con la distanza e la serenità dovuta da chi, come lui, ha l’autorevole responsabilità di informare il pubblico, quindi creare opinione.

Purtroppo, il signor Bonini non resiste alla tentazione di riprendere il “gioco al massacro” con l’uso dei soliti argomenti, frutto proprio di quelle distorsioni che hanno alimentato, durante tutti questi anni, la disinformazione a cui accennavo nella “lettera” e che lo ha fatto arrabbiare. Ora, è proprio di questo che si tratta nel commento da lui firmato.

Mentre il signor Bonini mi tratta da narcisista – che c’entra poi – e menzognero, commette varie disinformazioni. Vediamo quali.

1) Lui parla di 37 anni di “latitanza”. Avrebbe dovuto però dire, questione di etica, che è latitante colui che si ricerca e non si sa dove sia. Cesare Battisti invece, durante tutto il suo esilio, aveva un indirizzo dichiarato alle autorità del paese ospitante e dalle stesse trasmesso all’ambasciata d’Italia; aveva documenti rilasciati dalle autorità competenti; aveva famiglia, lavoro dichiarato, pagava le tasse, aveva attività pubblica alla quale gli stessi giornalisti de La Repubblica avevano avuto accesso a volontà.

2) Continua a chiamarmi “il terrorista”. Sarà che non gli viene la particella EX (ammesso che sia questo l’appellativo più appropriato alla mia militanza armata), oppure lo fa intenzionalmente, non potendo egli resistere alla tentazione di alimentare i dubbi?

3) Scrive inoltre “giudizio di comodo e postumo sulla lotta armata”. Postumo sì, ma perché omettere di specificare che già dall’81 io mi pronunciai contro la lotta armata – lo sanno tutti meno lui? Criticai allora la scelta armata del Movimento e continuai a ribadirlo in seguito in numerose interviste, nonché nel contenuto dei miei libri. Quindi non è un tantino tendenzioso questo suo appunto di “comodo”?

4) Scrive anche che io sarei stato “reso alieno e trasversalmente detestabile… anche ai pochi che avevano continuato a sostenerlo nella latitanza…”. Mi viene da dire che questo signore ha la coda di paglia. Sennò perché tanto sforzo (i pochi che lui dice sarebbero invece centinaia tra partiti, associazioni, ecc.) per tentare di ritorcermi contro la mia lettera? Come se ci fosse stato qualcuno, tra tutti coloro che mi hanno sostenuto durante l’esilio – e non latitanza, ripeto – che mi abbia ripudiato pubblicamente. Ma da dove gli vengono questi giudizi? Io, al contrario, posso citare centinaia di situazioni politiche e sociali che mi manifestano tuttora apertamente appoggio incondizionato. Ciò perché l’innocenza non era assolutamente l’argomento principale per coloro che mi hanno dato asilo, malgrado la “disinformazione”.

5) Si dice anche, nell’articolo, che avrei confessato nella speranza di accedere ai benefici. È falso. Non ci vuole molto a verificare che nella condanna all’ergastolo, più sei mesi di isolamento diurno, non figura assolutamente l’ostativo, ossia l’articolo che impedirebbe l’accesso ai benefici. Perché all’epoca, semplicemente, questa misura non esisteva e la retroattività negativa, se non sbaglio, è incostituzionale. Una svista anche questa, o è intenzionale?

6) “La legittima estradizione dalla Bolivia”, scrive ancora il signor Bonini, senza dire ai suoi lettori dov’è il mandato di estradizione che l’Italia avrebbe inoltrato alla Bolivia. In alternativa potrebbe citare la sentenza della Corte d’Assise di Milano emessa il 17 maggio dell’anno in corso, dove apparirebbe la formula “estradato dalla Bolivia”? Non può, perché non esiste mandato, così come non c’è stata estradizione perché, se le cose fossero andate in questo senso, ci sarebbe stato un legale processo di estradizione, la quale sarebbe stata rifiutata perché la legge boliviana non la consente per reati politici e quando incorre prescrizione, come è il caso delle mie condanne. Ecco perché è sequestro. Ecco perché è stata raffazzonata un’espulsione illegale (vedasi legge boliviana in merito), fattomi scendere dall’aereo brasiliano per imbarcarmi in tutta fretta in quello italiano. Questa è la realtà documentata, e non frutto delle solite illazioni, dei non detti tanto cari a coloro che si incomodano con la parola “disinformazione”.

Voglio concedere la buonafede ai giornalisti de La Repubblica, ai quali riconosco anche l’immediata denuncia dello squallido spettacolo all’aeroporto di Ciampino. Sicuramente questa volta non avevano le buone informazioni. Ma, perbacco, sono ben sei le “disinformazioni” contenute in un articolo che sta appena in una colonna!

di Cesare Battisti

 

da carmillaonline.com

 

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in varie

È bio, green, giovane, globale, made in Italy e piace alle borse. Parole e retorica che ci si aspetta da ogni startup di successo degna di questo nome. Bio-on non fa eccezione.

"Bologna, dagli scarti delle patate nasce la plastica biodegradabile", "Azienda bolognese crea una tecnologia per pulire il mare", "Bio-On, semestre di corsa per le plastiche amiche dell'ambiente", "Bio-on, polimero per filtri sigarette riduce sostanze nocive. Titolo festeggia risultato". Solo alcuni dei titoli che hanno accompagnato negli anni il successo dell'azienda bolognese. Ma le bolle a volte scoppiano, specialmente quando dentro non hanno neanche l'aria.

A Luglio la Quintessential Capital Management pubblica un report tagliente in cui smonta il castello di carte su cui è costruita l'azienda. Scoprendo che la quasi totalità delle entrate provenivano dalla vendita di licenze ad aziende controllate (in pratica a se stessa). Insomma nessuna produzione, nessuna rivoluzione green, solo un gioco di specchi.

Immediate le reazioni: il titolo crolla in borsa, viene sospeso, partono querele ed esposti in tutte le direzioni, ma il destino della spa sembra segnato. Giornali, agenzie e la stessa borsa di Milano si affrettano a smarcarsi dalla situazioni difendendo le aziende "buone". "Non c’è un problema sull’Aim [mercato di quotazione per piccole e medie imprese]. Possiamo migliorare i regolamenti all’infinito, ma se si vuole un mercato con regole più semplici per favorire la quotazione in Borsa delle Pmi bisogna accettare una componente maggiore di rischio. I mercati di questo tipo hanno ormai la stessa filosofia in tutta Europa e gli investitori lo sanno. Per questo prendono contromisure: maggiore cautela, maggiore analisia" [1]. Queste le parole di Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, sintetizzabili in "c'era da aspettarselo!".

Infatti dopo lo scoppio del caso alcuni incominciano a grattare alla porta della borsa di Milano per chiedere spiegazioni, regolamenti, controllori e interviste. Spuntano i nomi delle aziende "Nomad" (Nominated advisor) ovvero quelle chiamate dalla borsa a certificare lo stato di salute delle imprese quotate. Un caso di esternalizzazione e privatizzazione del lavoro che dovrebbe fare la Consob. Ma queste non sono tenute a vigilare realmente sulle aziende che assistono, si limitano a certificarne la bontà nel momento in cui fanno il loro ingresso nella borsa e poi sono "a loro disposizione", ovvero a disposizione dei loro benefattori, infatti chi paga i Nomad non è, come ci si potrebbe aspettare, la borsa o la Consob, ma direttamente l'azienda che ha bisogno della revisione. Ma chi potrebbe vedere un conflitto di interessi in questo meccanismo non ha nulla da temere, dato che il Nomad, come ci spiega nuovamente l'ad di Borsa Milano "non può detenere una partecipazione superiore al 10% nel capitale delle società che assiste. Il fatto che sia pagato per svolgere un’attività, tra l’altro molto complessa, non costituisce un vero conflitto di interessi". Tutto a posto, non c'è niente da temere.

Il caso Bio-on ci parla della relazione evidente tra un rilancio della finanziarizzazione e la presunta conversione del capitalismo verde, ma non solo. Infatti a far emergere la vicenda di questa vera e propria truffa è un fondo speculativo con base negli Stati Uniti. Questo fondo, come molti altri, svolge attività di dossieraggio delle aziende alla ricerca di incongruità nel bilancio o nei piani industriali per poi pubblicare le inchieste, naturalmente dopo aver scommesso "contro" sul mercato nei confronti dell'azienda nel mirino.  E' un meccanismo sempre più di successo nei mercati internazionali, con la capacità di avere un ruolo, per quanto ancora marginale, anche nei conflitti geopolitici. Questi "spazzini necrofagi" della finanza si sono moltiplicati dallo scoppio della crisi globale e vengono da alcuni considerati come un sistema di autocontrollo della finanza con tro truffe e bolle speculative.

Il giornalismo italiano si è diviso tra chi ha incensato il Quintessential per aver fatto emergere la vicenda (ed aver fatto un bel gruzzoletto) e chi invece difende a spada tratta il made in Italy anche di fronte all'evidenza. Di questa storia, però, a pagare sono soprattutto i lavoratori e magari alcuni piccoli risparmiatori che hanno pensato che scommettere sul green oggi fosse un buon investimento.

La Bio-on è dunque paradigmatica perché dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che il rilancio del capitalismo attraverso la green economy è ricco delle contraddizioni del ciclo precedente, probabilmente insostenibile e, soprattutto, non è detto che riesca o sia sufficiente per uscire dalla crisi. E' evidente che una base reale estremamente ridotta, una finanziarizzazione inevitabilmente galoppante, una prateria per avventurieri di ogni tipo (si guardi anche solo il caso ex-Embraco Ventures a Torino) promettono bolle speculative ancor prima che la ristrutturazione (se mai ci sarà) si possa in qualche grado consolidare. Dunque il conflitto tra "sovranisti degli idrocarburi" e "apologeti del Green New Deal" non può essere il campo di un ambientalismo che realmente si pone il problema di come mutare il rapporto tra uomo e natura e tra gli stessi umani. In fondo "it's capitalism baby!"

 

[1]: https://www.ilsole24ore.com/art/non-c-e-caso-aim-italia-regole-solo-mini-lifting-ACqRWev

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