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Articoli filtrati per data: Monday, 04 Novembre 2019

Il week end appena concluso ha visto la partecipazione di più di 600 Gilets Jaunes all’Assemblée des Assemblée, ormai alla sua quarta edizione dall’inizio del movimento. Contemporaneamente, le piazze di alcune città, Parigi, Toulouse, Bordeaux, Rennes, sono state nuovamente attraversate da manifestazioni per ricordare a tutti “che siamo ancora qua”.

L’assemblea, svoltasi a Montpellier in un museo agricolo lasciato all’abbandono e occupato per l’occasione, ha visto la partecipazione di più di 200 gruppi e comitati locali di GJ provenienti da tutto l’esagono, dalle città ai paesi più piccoli; la principale vocazione era di ritornare sulle questioni di metodo e discutere di quali strumenti dotarsi per fare dei passi in avanti verso un orizzonte di democrazia diretta. Infatti, nell’appello che il comitato organizzativo dell’assemblea aveva fatto circolare precedentemente, venivano spiegate le modalità di partecipazione, strutturando le tre giornate in momenti di dibattito in piccoli gruppi e poi delle restituzioni in plenaria. Le discussioni rielaborate durante l’assemblea dovranno essere messe al vaglio nelle varie assemblee locali.

Gli obiettivi, esplicitati nel documento di lancio, raccolgono numerose domande: quale ruolo deve avere l’Assemblea, come ritrovare un legame con la popolazione, dato che all’oggi ancora il 70% dei francesi resta insoddisfatto dal governo Macron, come interagire rispetto alle prossime elezioni municipali, come lavorare per una reale convergenza con altre realtà e collettivi, come premunirsi di fronte alla repressione, come identificare i propri nemici e i propri alleati. Un posto importante nella discussione ha avuto l’anniversario dell’inizio del movimento dei GJ. A conclusione dell’assemblea due sono stati gli appelli condivisi: sostenere e prender parte allo sciopero generale previsto per il 5 dicembre contro la riforma delle pensioni e bloccare il paese per il week end del 16 e del 17 novembre.

Sui numerosi gruppi FB dei gilet jaunes sparsi per tutta la Francia si apre il dibattito su quale legame si possa intrattenere con i sindacati, organizzazioni sin dall’inizio aspramente criticate dal movimento ma alla base della chiamata per lo sciopero del 5 dicembre, così come si indica la data dell’anniversario del movimento come spartiacque rispetto all’avvenire. È interessante notare come l’assemblea dei GJ abbia ricevuto una copertura importante da parte dei media francesi che allo stesso tempo non perdono occasione per ribadire che il movimento delle piazze si sia affievolito. Resta centrale la consapevolezza che si sta costruendo rispetto a cosa significa l’esistenza di un movimento che attraversa in maniera così trasversale la società a livello geografico, spaziale, di classe e di generi nel rappresentarsi come una possibilità nuova e necessaria. In un video apparso su fb un GJ intervistato a margine dell’assemblea dice “ noi Gilets Jaunes, abbiamo risvegliato la Francia! Abbiamo smosso le cose mostrando che era possibile fare scioperi senza preavviso, bloccare come ne abbiamo voglia, agire direttamente e senza perdersi in concertazioni che durano un anno intero!”

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Come ogni anno a metà autunno le scuole ancora piangono insegnanti, è assurdo, ma nonostante le graduatorie straripanti la precarietà dilaga. Ogni anno diminuisce il numero degli insegnanti di ruolo assunti dalle graduatorie, addirittura chi aveva precedentemente superato il concorso, ha dovuto ripeterlo in quanto passati troppi anni e mai chiamati in ruolo. 

In Piemonte, ma non solo, quest’anno su più di 3000 docenti dell’infanzia e della primaria che hanno passato l’ultimo concorso, ne sono stati assunti 166 nonostante le cattedre vuote. In controluce, si può leggere la volontà politica di frammentare la categoria attraverso un sistema di gironi infernali chiamate “fasce”, utili solo a generare una guerra tra poveri. Per non parlare della situazione del personale ATA, sulla quale a seguito della tragedia di Milano i giornali si sono soffermati, riponendo l’attenzione sulle responsabilità dei singoli invece che sulle condizioni in cui si lavora.

Il funzionamento della macchina scolastica è completamente lasciato alla discrezionalità di singoli che a loro volta sono abbandonati dai servizi, navigando nell’incapacità di fare rete per affrontare le numerose situazioni di criticità. Il ricircolo degli insegnanti sfiora ritmi altissimi a causa di contratti precari di varia tipologia, all’ultimo gradino di questa scala c’è la “messa a disposizione”, unica via di accesso rimasta alla scuola pressochè diretta e poco vincolante. La terminologia riflette la sostanza, mettersi a disposizione per la scuola significa andare a coprire quei buchi che ad autunno inoltrato restano scoperti laddove il sistema di graduatorie di varia fascia non ha soddisfatto la domanda. In questo caso, si entra a far parte di un’istituzione per la quale si rappresenta il fondo di un barile che deve rispondere alla richiesta di emergenzialità e di flessibilità. Questo sistema, essendo poco vincolante in termini di titoli pregressi per accedervi, implica che se fa capolino un “avente titolo” occorre lasciare il posto in qualunque momento dell’anno e senza preavviso.

In un contesto del genere, la responsabilità di garantire la continuità viene scaricata sulle spalle degli insegnanti che si trovano ad anno inoltrato a coprire buchi senza alcuna garanzia, senza prospettive, senza passaggio di informazioni. Non è di poco conto il fatto che la maggior parte di coloro che si trovano in questa condizione sono gli insegnanti di sostegno, a totale discapito dei soggetti in condizioni di fragilità psichica, fisica, sociale di cui devono occuparsi. In questo senso, il sistema scolastico accenna la fioca intenzione di fare rete sul territorio chiedendo l’intervento di servizi sociali e asl ma ciò implica doversi scontrare con l’inefficacia dei servizi e la mancanza di fondi per attivare percorsi al di fuori della scuola.

A causa di questi limiti materiali il rapporto che si instaura tra la scuola, la famiglia e i servizi territoriali è marchiato da colpevolizzazione reciproca e si limita a tamponare le criticità nell’impossibilità di mettere in campo un lavoro di lungo periodo e coordinato su più fronti. Molto spesso poi, sono le mamme che diventano il bersaglio congiunto, colpevolizzate da un lato della scuola e dall’altro dai servizi: non si è delle buone madri se si ha un figlio con dei problemi, se non lo si segue abbastanza perchè non si hanno né i mezzi né il tempo. Quelle stesse donne però oltre a occuparsi dei figli, si occupano della casa, dei mariti, lavorano in nero otto/dieci ore al giorno, si trovano a fronteggiare da sole i servizi sociali e la scuola. Allo stesso tempo, chi ricopre una posizione di forza nei confronti delle famiglie sono a loro volta donne, madri, lavoratrici: sono le maestre lasciate sole ad affrontare situazioni di violenza e di disagio, sono le assistenti sociali che non hanno i fondi sufficienti da stanziare per interventi educativi territoriali. Nella frenetica quotidianità scolastica lo spazio per l’ascolto, la cura per lo stare bene nel gruppo classe, l’attenzione alle esigenze di ciascuno e ciascuna dipendono completamente dalla buona volontà e predisposizione di singoli insegnanti. Situazioni di violenze domestiche, di precarietà esistenziali e materiali, di criticità legate alle condizioni di vita quotidiana vengono inascoltate, sminuite e relegate all’intervento di esperti.

Ma che scuola è quella che licenza ogni anno a giugno gli insegnanti e i collaboratori scolastici per beceri calcoli economici? Che cosa gli si vuole insegnare? Gli si vuole insegnare che le loro vite probabilmente non valgono abbastanza e le priorità sono altre. Tutto ciò concorre alla riproduzione di un sistema che per tenersi in piedi punta sul disciplinamento sconsiderato degli alunni a totale discapito della costruzione di autonomia, sulla competitività tra categorie e all’interno delle stesse, sul fare economia trascurando la sicurezza in termini di edifici che non cadano a pezzi, di personale in possibilità di sostenere le difficoltà, di manutenzione reale degli spazi in cui si passa almeno un terzo della vita.

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Per la terza domenica di fila, le piazze del Libano si sono di nuovo riempite in quella che è stata chiamata la “giornata dell’unità”. Beirut, Tripoli, Saida, Tiro, Byblos...

Quando molti iniziavano a credere che la protesta fosse implosa – dopo le dimissioni di Hariri e le neanche troppo velate minacce di Nashrallah, leader di Hezbollah – la partecipazione è tornata massiccia e gioiosa come i primi giorni. Dopo l’ampio spazio che i media locali hanno dato alla manifestazione delle prime ore di domenica alle migliaia di persone che si erano unite per sostenere l’ancora in carica presidente ottuagenario Michel Aoun, decine, forse centinaia di migliaia di libanesi hanno rioccupato lo spazio pubblico per ribadire che , ‘kellon 3ayneh kellon,’ (“tutti significa tutti” [devono andare a casa]). Partita dal pomeriggio la nuova prova di forza si è intensificata sul far della sera, con blocchi che interrompevano la circolazione stradale a Jounyeh e Jal al-Dib sulla direttrice Beirut-Tripoli e nei pressi di Saida, verso Sud. Altri blocchi venivano segnalati sulla highway Beirut-Damasco e in alcuni punti della capitale, di fianco al Ring (importante snodo del traffico cittadino, sede di uno dei primi presidi della protesta), bloccando la tangenziale interna che collega Beirut est a Beirut ovest e di Hamra, non distante dalla American University.

La convocazione di ieri, partita ancora una volta dai social, rispondeva meno ai lealisti pro-Aoun che all’ultimatum di 72 ore posto dalla stessa piazza. Il primo ministro Said Hariri, dopo aver ceduto alle mobilitazioni e aver rassegnato le dimissioni, si è dato disponibile a formare un nuovo governo tecnico ma qui entra in gioco l’intricato rompicapo politico libanese, fatto di equilibri incrociati e dure polarizzazioni identitarie, vero obiettivo politico delle proteste.

Che cosa vuole dunque questa strana piazza libanese, che si caratterizza più per la festa e il ballo che per lo scontro diretto con le forze dell’ordine (almeno per ora…)?

Se si guardano le richieste esplicite esse si riassumono in tratti tanto radicali quanto generici: fine della corruzione, tutti a casa e “governo tecnico”.

A ben guardare sono questi i contenuti di tutte i cicli-sequenze di lotte (chiamiamoli come volete) che dal 2011, con specifiche e situate differenze, interessano l’Europa e, con ben altra intensità, Nord Africa e Medioriente. Non sono forse queste le istanze che definiscono quel fenomeno bizzarro che i media definiscono come “populismo”? Critica generale della “casta” politica, protesta contro la corruzione che da essa promana, domanda di più democrazia e, somma (apparente) dell’impoliticità… governo tecnico. Sappiamo bene quanto ambigue possano essere istanze di questo tipo ma è altrettanto chiaro che la concretezza delle situazioni caratterizzano altrimenti tono e significato di queste domande. In un’Europa impaurita dalla propria provincializzazione ed invecchiamento la crisi sbocca non di rado in difesa del proprio privilegio residuo, nelle giovani piazze mediorientali e nordafricane l’apparente idealistica richiesta di “più democrazia” ha un senso ben altrimenti materiale.

Nella protesta libanese questi aspetti sono tutti presenti. Si respira un’aria che ricorda molto le primavere arabe del 2011 ma l’esito di quei processi e le conseguenze nefaste cui hanno portato (tra gli 800.000 e il milione e mezzo di sfollati siriani in un paese di meno di 4 milioni di abitanti) fungono da monito ad una popolazione che ha già alle proprie spalle, come esperienza storica che si è fatta carne di questo popolo, una guerra civile durata 15 anni.

Lo specifico libanese che si aggiunge a richieste e desideri che hanno variamente interessato le primavere arabe, è la messa in discussione dell’organizzazione confessionale del sistema politico libanese, che prevede cariche istituzionali assegnate su basi comunitarie fisse per cui il Presidente della Repubblica è da sempre, per costituzione, cristiano-maronita; il primo ministro sunnita, il presidente del Parlamento sciita. Questa organizzazione dello Stato (se di stato si può parlare) si riflette nella costituzione materiale di un paese in cui la collocazione relativa della forza-lavoro e la soddisfazione dei bisogni riproduttivi sono assicurati dalla comunità di appartenenza, con quote precise di assegnazione nel comparto pubblico e nel lavoro privato.

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Ora l’aspetto fondamentale di questa sollevazione è la messa in discussione di un sistema che regge dalla fine del mandato francese il precario equilibrio libanese. La critica di questo assetto investe in maniera profonda tutta la società. È alquanto significativo che i soggetti principali di questa piazza siano le giovani generazioni nate col finire della guerra o a guerra già finita, come a dire il Libano post-guerra civile, chi in ogni caso non ha vissuto direttamente i traumi di quel conflitto ma ne conserva il senso politico, sociale, esistenziale. Tra questi, fondamentale la presenza femminile (e non di rado esplicitamente femminista) che attraversa le piazze con una insistente presa di parola. Perché criticare la compartimentazione confessionale significa, ad un livello ben più profondo, mettere in discussione l’organizzazione patriarcale della società.

Il tratto iconografico distintivo delle manifestazioni è lo sventolio di bandiere nazionali e la totale assenza di vessilli comunitario-identitari. Diretta conseguenza di questo, il riconoscimento dell’esercito nazionale come propria estensione protettrice (non era già stato questo il caso egiziano?). Sui muri del centro, accanto a slogan e iconografie sovversive, si possono leggere scritte come “respect our army”. La piazza è, almeno nelle due grandi città, Beirut e Tripoli, fortemente a-confessionale, non nel senso di anti-religiosa ma post-comunitaria. Tutte le componenti della società libanese sono presenti in piazza. Se ‘kellon 3ayneh kellon,’ (“tutti vuol dire tutti”) ‘kelna 3ayneh kelna,’ (“tutti noi, vuol dire tutti noi”).

Se non fosse troppo azzardato, verrebbe da dire che i fantasmi della guerra civile hanno infine prodotto il proprio popolo, un Libano prima solo somma instabile delle differenti comunità. Agisce in questo processo, in maniera più sotterranea ma altrettanto e forse più profondamente produttrice di soggettività, la globalizzazione capitalistica e neoliberale che distrugge le forme di vita tradizionali e produce individui soli, atomizzati che ritrovano lo spettro di una comunità possibile nello stare insieme che la lotta produce.

Due voci a caso che abbiamo incrociato possono essere in qualche modo esemplificative delle ansie, delle rassegnazioni e delle speranze di questa ennesima (ma quantomai nuova) “crisi” libanese. Un anziano tassista (qui un mestiere povero, i taxi assicurando la mobilità per buona parte della popolazione urbana), mite e bonario, ci dice che questa protesta ha portato solo problemi e due settimane senza lavoro, perché “tanto qui non cambia mai niente, via uno, ne arriva un altro, figlio o familiare… a me nessuno mi dà i 10 dollari che mi servono per campare, solo il mio lavoro… in Libano non cambia mai niente”. Di tutt’altro tenore la voce di una giovanissima madre musulmana, in piazza con la figlia: “vengo in piazza ogni giorno, dall’inizio della rivoluzione, e porto mia figlia. Veniamo perché lei non può andare all’Università, perché troppo costosa, e anche le cure non ce le possiamo permettere. Mio marito non può venire perché ha delle questioni con Hezbollah [il senso del rapporto non è chiaro] ma io continuerò a venire, tutti i giorni, perché così non può andare avanti… Cosa succederà? Chi può dirlo..”

Ora, il problema di fondo è che mettere in discussione l’impalcatura della società libanese vuol dire niente po’ po’ di meno che aprire il già noto, triste e insoddisfacente tran-tran del vivere quotidiano libanese, sul baratro di un a-venire tanto potenzialmente liberatorio quanto realisticamente cupo.

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La variabile più pesante, che pesa come un macigno sulla voglia di trasformazione delle piazze libanesi è oggi Hezbollah. Il Partito di Dio, che poteva ancora giocare un ruolo di fondamentale compagno di strada nelle proteste dei rifiuti del 2015, è oggi parte del sistema che ha molto da perdere da queste agitazioni. Unica milizia organizzata non disarmata, perno di equilibrio del governo in carica, attore regionale che si muove sullo scacchiere geopolitico mediorientale come entità statale, vero e proprio stato-nello-stato ed esercito-nell’-esercito, ha sulle prime finto di condividere le ragioni “buone” della protesta (critica della corruzione e del carovita) per poi rapidamente richiamare a casa i propri elettori e puntare il dito sul rischio di derive settarie e infiltrazioni-pressioni occidentali negli affari interni libanesi. Se la prima accusa è piuttosto surreale – ed il rischio di una polarizzazione in quel senso potrà solo essere il prodotto di un suo intervento contro la piazza – la seconda ha non pochi aspetti di verità, ma più nel senso di un cambiamento del vivere e del pensare cui accennavamo prima come prodotto inesorabile della modernità (capitalistica) che non come effettiva intromissione di americani/sauditi/europei, che al massimo potranno arrivare in seconda battuta (certo, condizionando non poco). Lo scorso martedì alcuni shabeb (giovani delle milizie) sono intervenuti per sgomberare alcuni presidi, smontando tende e cercando di cacciare i presidianti. Hezbollah ha dichiarato l’estraneità ai fatti, bollandola come responsabilità di provocatori ma nei sui discorsi il carismatico leader ha più volte fatto intendere che è meglio “non obbligarci ad intervenire”.

L’assenza di strutture organizzative forti e di obiettivi chiari sono la debolezza di questa (e simili) sollevazioni, sul medio-lungo periodo prevarranno sempre le dimensioni più strutturate ma questi contenuti e queste forme sono la cifra dell’epoca in cui viviamo, e si riproporranno senza sosta perché l’assenza di un’appartenenza specifica a un’identità assegnata sono tanto il prodotto negativo della post-modernità capitalista quanto l’irrealizzato cui tende ogni autentico processo di liberazione, dove le possibilità dell’individuo si realizzano in una collettività che non ha altre appartenenze che non siano il proprio agire creativo in comune.

Quali che siano gli sviluppi della thawra (rivoluzione), la giornata di oggi potrebbe rappresentare un passaggio decisivo: tutte le strade in entrata ed uscita di Beirut sulle principali arterie sono bloccate, scuole, uffici pubblici e banche chiuse. Un cielo terso e un sole limpido illuminano il 19° giorno di questa strana e bella sollevazione popolare contro “il sistema”.

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Il 15 Ottobre si è svolta al tribunale di Torino l'udienza per la richiesta della Procura di Torino per la sorveglianza speciale ad Eddy (ex combattente al fianco delle donne curde, le Ypj), Pachino (ex combattente al fianco delle unità curde maschili, le Ypg) e Jacopo (ex militante civile del Movimento per la società democratica del #Rojava).

Dopo nemmeno un'ora, il giudice, dopo la richiesta del nostri avvocati di poter ascoltare alcuni testimoni per i fatti contestati, si è riservato di decidere.

Dopo 15 giorni è arrivata la risposta del tribunale in cui viene accolta la richiesta fatta dal nostro difensore e vengono fissate 3 udienze: una il 25 novembre in cui verranno ascoltati i testimoni, le altre due il 9 e il 16 dicembre per la discussione.

Si ricorda che sono decine i casi segnalati per ognuno di noi, ma non si tratta di reati. Le segnalazioni arrivano da parte della polizia politica, la Digos, e riguardano la nostra presenza a presidi o cortei, senza aver commesso reati.

È ridicolo che venga scelto solo un giorno per l'ascolto dei testimoni, ma a breve uscirà un nostro scritto sulle valutazioni e le prossime iniziative in programma per le date dell'udienze.

Jacopo Bindi
Davide Grasso
Fabrizio Maniero
Maria Edgarda Marcucci
Paolo Pachino

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Avremmo voluto che le cose andassero molto diversamente. Avremmo voluto lo sciopero di oggi 31 ottobre fino in fondo, uno sciopero giusto e sacrosanto, contro un licenziamento provocatorio, inaccettabile, che esula persino dal Jobs Act perché privo di qualsiasi motivazione oggettiva.


Invece ci troviamo con uno sciopero sospeso e poi revocato e con un lavoratore del porto di Genova senza lavoro. Per cui siamo costretti a dire la nostra, a spiegare come sono andate davvero le cose.
Un lavoratore delle biglietterie di GNV è stato licenziato, senza precedenti lettere di richiamo o provvedimenti disciplinari. Senza un motivo formale se non la crisi dell'azienda che i debiti sì ce li ha, ma solo per gli interessi alle banche per le navi, mentre il conto economico del terminal è in attivo, grazie alla produttività dei lavoratori.


Motivazione del tutto risibile per un licenziamento individuale in un azienda di 1600 addetti, con più di 500 dipendenti registrati solo a Genova. Un lavoratore impegnato in un reparto che ora paradossalmente si trova sotto organico. Insomma, un evidente licenziamento provocatorio, un esperimento per vedere come reagiscono i lavoratori, un test non solo per GNV ma anche per altri terminal.
Questo licenziamento ha mosso da subito l'iniziativa e la solidarietà di tanti lavoratori, e le decine di comunicati delle rappresentanze sindacali dei vari terminal lo dimostrano, così come le assemblee tra colleghi. Di fronte ad un licenziamento di questo tipo l'unica risposta all'altezza della situazione era lo sciopero, uno sciopero che i lavoratori sono riusciti ad ottenere unitariamente, convocato da tutti, per ottenere il reintegro senza condizioni del lavoratore licenziato e per pretendere a gran voce il ritiro del Jobs Act, vera e propria mannaia per i tutti i lavoratori.
Quello che è successo dopo è mantenuto in un alone di mistero ma è purtroppo molto chiaro.


Al tavolo con l'azienda, i verbali lo testimoniano, non si è mai discusso del giusto e imprescindibile reintegro, ma piuttosto di un ricollocamento. Ma un ricollocamento non in altra mansione dentro GNV o nel gruppo MSC, ma come guardiafuochi presso un'azienda che nulla ha a che vedere con la professionalità del lavoratore.
In nessun modo quindi si è contrastato quello che è a tutti gli effetti un licenziamento discriminatorio e politico.
Il lavoratore ha rifiutato il ricollocamento volendo solo il reintegro e, contrariamente alle voci che qualcuno ha messo in giro, non ha accettato nemmeno una compensazione economica come contropartita – decidendo, questo sì, di proseguire per vie legali, vie che però esulano e non hanno alcuna contraddizione con il proseguimento della battaglia sindacale.
In tutta risposta i sindacati hanno prima sospeso e poi ritirato lo sciopero.


Le motivazioni le ignoriamo del tutto e non ci convincono affatto quelle che sono state dichiarate pubblicamente. Aspettiamo di sentirle all'Attivo dei delegati che vogliamo che sia convocato immediatamente dalle segreterie sindacali. Per noi rimangono assolutamente valide tutte le ragioni per confermare e rilanciare una lotta per la revoca del licenziamento e il reintegro in azienda del lavoratore, contro la deregolamentazione del lavoro portuale attraverso il precariato, contro il Jobs Act e i Decreti Sicurezza che ne sono il braccio armato, per l'applicazione delle norme sull'Organico porto" eluse dall'Autorità portuale, contro tutti i tentativi di attaccare le nostre condizioni di lavoro, da parte di chicchessia.
Lo sciopero è arma dei lavoratori e non ce la faremo togliere. Su quella strada bisogna proseguire, proseguiremo, senza alcuna ritirata.

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
Lavoratori per l'Unità Portuale
Genova 31-10-2019

 

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