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Articoli filtrati per data: Friday, 29 Novembre 2019

Oggi 29 novembre lavoratrici e lavoratori della New Holland di San Mauro T.se hanno in scioperato per l’intero turno.

L’azienda, a settembre, ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Pregnana M.se e contestualmente di voler convertire la produzione dello stabilimento di San Mauro T.se in polo logistico, sacrificando però 100 persone considerate esuberi, e avviando per gli altri un lungo periodo di cassa integrazione straordinaria a zero ore. Infatti a dicembre cesserà la produzione dei mini-escavatori e ad aprile quella degli escavatori.

I sindacati confederali non hanno più dato informazioni sui tavoli al Mise e venerdì 6 dicembre avranno un incontro con il sindaco di San Mauro e i vertici aziendali. Da questo incontro sono esclusi i sindacati di base, da sempre attivi all’interno della New Holland, a cui è stato concesso, nella stessa giornata, un incontro con il sindaco aperto a tutte e tutti i lavoratori ma senza le rappresentanze aziendali… Come sappiamo la crisi della New Holland è una delle tante, troppe crisi, che si stanno aprendo in Piemonte in questi ultimi mesi. Proprio di questi giorni la notizia della procedura di licenziamento collettivo di oltre 100 persone negli stabilimenti di Collegno da parte di Moreggia e Avionitaly.

Qualche giorno fa anche la LinaNova di Saluggia annuncia 83 licenziamenti per trasferimento produzione in Canada, fino alle crisi di Olisistem, Blutec e addirittura 140 licenziamenti di Banca Intermobiliare. Questo mese la Alcar di Vaie non ha pagato le retribuzioni, dopo le dimissioni dell’amministratore delegato. Preoccupati anche i lavoratori di Fca e Peugeot, per l’annuncio una fusione rischiosa in una società terza di proprietà tra i due gruppi, con sede in Olanda.

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di Cesare Battisti da Carmilla

Così come lo Stato italiano, affiancato da media servizievoli – niente da obiettare – si è autorizzato tutti i mezzi disponibili, senza curarsi di cadere nell’illegalità, per riportarmi in Italia, io mi sono valso del diritto che la legge mi consentiva per evitarlo. Ma non era mia intenzione rifugiarmi qui dietro una supposta condotta legale da un lato e supposti abusi di potere dall’altro. Sappiamo che quando entra in campo la “ragione di Stato” diritto ed etica vanno in panchina. O vogliamo essere tanto ipocriti da negarlo? I moralisti d’occasione però non demordono, il linciaggio è il loro pane quotidiano. Dotati di una creatività di gusto discutibile, essi trovano sempre mille ragioni per improvvisarsi giudici e preti, assolvere o condannare anche quando nessuno glielo chiede, oppure quando non rimane più niente da dire: lo Stato mi ha scaricato a Oristano, ho ammesso le mie responsabilità, ho espresso la mia compassione per tutte le vittime senza distinzione.

A questo punto io dovrei chiudere questa lettera. Si dà però il caso che finora a parlare siano sempre stati gli stessi, quelli chiamati ad assolvere gli uni e a condannare sempre gli altri. Succede allora che non sono poche le persone che oggi mi chiedono un parere su questo o quell’avvenimento consumatosi in Brasile. Sono soprattutto tre gli episodi che mi è stato chiesto di chiarire. Vorrei qui trattare solo due di questi. Il terzo e ultimo merita un capitolo a parte in seguito, se sarà ancora il caso. Tengo a precisare che tutte le informazioni qui riportate sono documentabili nei rispettivi luoghi di competenza. So che non posso dilungarmi, questione di spazio ma anche di opportunità. Devo comunque premettere alcune informazioni basilari sul mio stato civile in Brasile, altrimenti certi avvenimenti perderebbero senso.

Dopo il decreto di non estradizione firmato dall’ex presidente Lula e la successiva conferma del Tribunale Supremo Federale nel 2011, ottenni un documento di residenza permanente in Brasile. Escluso quello di votare, questo documento mi conferiva tutti i diritti di un cittadino qualsiasi. Durante tutto il periodo brasiliano, oltre alla normale attività di scrittore, ho svolto diverse altre attività lavorative, tutte debitamente registrate, avendo così accesso come contribuente ai servizi prestati dallo Stato. Ho pubblicato alcuni romanzi, fatto traduzioni, militato in differenti situazioni politiche e socio-culturali, senza mai sconfinare nell’illegalità. Nel corso delle mie attività mi è capitato di visitare alcuni paesi confinanti col Brasile, come Uruguay, Argentina, Bolivia. Il documento rilasciatomi dall’autorità brasiliana mi consentiva di passare queste frontiere. Per finire, nel 2013 è nato mio figlio e nel 2015 mi sono sposato con la donna con cui convivevo dal 2004.

Detto ciò, vorrei passare a spiegare per grandi linee, così mi è stato chiesto, come sono avvenuti i miei due arresti in Brasile: quello del 2015 a Embù das Artes, Sȃo Paulo, e l’ultimo nel 2018 alla frontiera con la Bolivia.

I tentativi dello Stato italiano di strapparmi dal Brasile a ogni costo sono stati ininterrotti, e più efferati a ogni scacco inflitto dalla legge brasiliana. Era da tempo che apparati italiani in Brasile studiavano la possibilità, tra altre innominabili, di farmi ritirare la residenza e quindi ottenere l’espulsione. A questo proposito fu attivato un procuratore, noto magistrato di estrema destra, legato all’ambasciata italiana, tramite la lobby militarista che porterà Bolsonaro al potere.

Costui, dopo alcuni tentativi abortiti sul nascere, tanto flagrante era la sua interpretazione delle leggi nazionali, finì con l’associarsi a una giudice federale del foro di Brasilia, anch’essa nella sfera d’influenza militare e quindi dell’ambasciata italiana. Si istruì in segreto un processo dove, in barba a tutte le norme giuridiche previste, non furono mai convocate le parti.

Nel 2015 la sentenza della giudice federale Adverci Lates Mendes de Abreu, in una udienza da sottosuolo, mi revoca la residenza ordinando l’espulsione dal paese. Con l’intenzione di battere sul tempo gli avvocati difensori e le istanze superiori la giudice non fa pubblicare la sentenza, però ordina l’arresto e l’espulsione immediata. Il piano dell’ambasciata italiana con la lobby Bolsonaro sembrava ormai andato in porto.

Un giorno del mese di marzo l’Interpol si presentò a casa mia. Con l’aria di scusarsi, gli agenti mi invitarono a seguirli, rimproverandomi la leggerezza di non avere contattato in tempo il mio avvocato. Sembravano sinceramente preoccupati per quello che stava succedendo. In quel momento io non sapevo ancora che c’era un aereo pronto a imbarcarmi all’aeroporto internazionale di Sȃo Paulo. Non so ancora chi abbia avvertito l’avvocato. So solo che qualche ora dopo uscii libero dalla questura. L’avvocato fece in tempo a far valere l’art. 63 dello Statuto: “Non si procederà a espulsione se questa metta in questione un’estradizione non ammessa dalla legge brasiliana”.

Il 14 settembre 2015 la sesta sezione del Tribunale Regionale della Prima Regione (Sȃo Paulo) dichiarò illegittimo il mio arresto temporaneo avvenuto nel marzo 2015 in seguito alla sentenza di questa giudice. L’Italia reagì con la solita isteria (“Non avremo pace”, si urlò), come se imporre la propria volontà a un altro paese usando vie traverse fosse legittimo.

Lo Stato italiano mantenne viva la sua promessa. Avvalendosi di ogni mezzo disponibile, con l’obiettivo di farmi terra bruciata intorno e annientarmi psicologicamente, nei tre anni successivi trasformò in un inferno la mia vita quotidiana e quella della mia famiglia. Nessuno dei vicini di casa, l’ambiente di lavoro e le istanze del movimento politico e culturale da me frequentato, è stato risparmiato dalle pressioni, dalle calunnie provocatorie e dall’assedio ininterrotto di media aggressivi.

Nonostante la manovra di soffocamento, la solidarietà nei miei confronti si saldò, permettendomi di non rinunciare ai miei impegni familiari, professionali o di attività politica in seno ad alcuni movimenti sindacali e sociali, come l’MST (movimento di senza terra) e l’MTST (movimento di lavoratori senza tetto). Sono queste le istanze militanti che, negli anni precedenti, mi avevano consentito di allargare i contatti politico-culturali oltre frontiera. Fu il caso con alcuni membri del governo di Evo Morales e movimenti di lotta boliviani.

Fu credo alla metà del 2018, quando approfittai del viaggio di due membri del sindacato della USP (Università di Sȃo Paulo), di cui uno era il legale, per recarmi in Bolivia. Era mia intenzione rinnovare alcuni contatti politici e culturali (lavoravo all’epoca a un progetto editoriale), ma anche per accertarmi della futura disponibilità di asilo in quel paese, in vista della scalata al potere di Bolsonaro.

Partimmo da Sȃo Paulo. Ognuno di noi aveva con sé una modesta somma di denaro per coprire le spese di trasferta, e con il resto comprare nella zona franca qualche articolo d’informatica a prezzo ridotto. Giunti a circa 200 km dalla frontiera, fummo fermati a un posto di blocco. Si capiva subito che ci stavano aspettando. Dopo il controllo dei documenti, ci sottoposero a una perquisizione così accanita che durò ben due ore. Non si rassegnavano all’idea, era troppo evidente, che non fossimo in possesso di falsi documenti d’identità: erano stati dislocati apposta per eseguire un arresto con questa accusa.

Quando furono costretti a rilasciarci e ci restituirono documenti e valori, ci accorgemmo che i nostri soldi erano stati mischiati in un’unica mazzetta. Non ci facemmo troppo caso, al riprendere il cammino li separammo, a ognuno il proprio. Contammo allora, tra dollari, euro e moneta nazionale un totale di 22.000 reais (l’equivalente di circa 5.500 euro, mentre il limite di esportazione di valuta per persona, ignorato da tutti, sarebbe di 10.000 reais).

Al passo di Corumbà, Mato Grosso do Sul, ci attendeva un’altra sorpresa: il posto di frontiera, normalmente in disuso dopo la creazione del Mercosur, pullulava di polizia. Immaginammo subito che si fossero scomodati solo per noi, ma non avendo niente da recriminarci, tirammo dritto. Questa volta neanche finsero di controllare i bagagli o i documenti, erano interessati solo ai soldi. Al vedere che questi erano stati di nuovo separati si innervosirono. Cominciarono le intimidazioni, le minacce, poi mescolarono tutti i soldi su un tavolino e chiamarono un fotografo che gironzolava lì attorno, al quale dissero che la valuta era stata rinvenuta negli effetti personali di Battisti.

A nulla valsero le nostre rimostranze, ci consegnarono tutti e tre a una squadra del DIP (Dipartimento di Intelligence di Polizia) fresca arrivata da Brasilia. Fummo trasferiti in questura, dove cominciarono a tartassare i miei amici, affinché mi accusassero di qualcosa. Precedentemente – abbiamo saputo dopo – l’ambasciata italiana aveva avviato la parte finale del piano. Ossia, attivato il giudice Odillon, reuccio dittatore del foro di quello Stato, terrore degli avvocati, nemico giurato dei “signori dei diritti umani”. Questo personaggio doveva essere l’asso nella manica dell’ambasciata italiana: famigerato giustiziere, figura scomoda anche per la giustizia federale, sarebbe andato in pensione proprio il giorno seguente al nostro arresto.

In cambio di un’uscita gloriosa dalla carriera di magistrato e l’appoggio alla candidatura a governatore, il giudice Odillon si incaricò di mettermi ai ferri, costruire una falsa accusa di traffico di valuta (sic!), aggravata da nientedimeno che “lavaggio di denaro” – 22.000 reais in tre.

Una volta di più, lo strafare dei soliti furbi non ha pagato. L’accusa fu tanto inverosimile che un giudice d’istanza superiore (di origine italiana e, a suo dire, dispiaciuto di farlo) ha dovuto ordinare l’immediato rilascio del sottoscritto, con una lavata di testa allo sfortunato giudice Odillon, che poi perderà anche le elezioni. Per l’ennesima volta, il solito aereo di Stato, sempre a disposizione di Cesare Battisti, dovette tornare in Italia senza il “mostro”.

Per il prossimo capitolo posso anticipare questo aneddoto. Disse all’epoca dei fatti un ministro brasiliano di Giustizia, e grande amico di Bolsonaro: “Sono stati ingenui ad agire a quel modo. Io lo avrei lasciato passare in Bolivia, lì sarebbe stato presa facile”. Lo stesso ministro che ha impedito a Lula di presentarsi alle presidenziali, mantenendolo in prigione, firmò il 18 dicembre di quell’anno (casualmente il giorno del mio compleanno) l’autorizzazione per la mia estradizione.

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Il Block Friday riempie di centinaia di migliaia di giovani le piazze di tutta Italia e di molte città nel mondo. 

Il movimento di Fridays for Future è sceso nuovamente nelle piazze di tutto il mondo. Uno sciopero chiamato "Block Friday", in antitesi rispetto al Black Friday, la giornata dei saldi dei prodotti tecnologici (e non solo). A ridosso della Cop25 che si terrà a Madrid a partire dal 2 Dicembre, il movimento continua a chiedere interventi strutturali per affrontare la crisi ecologica. Nonostante la pioggia nel nostro paese sono stati organizzati presidi e cortei in oltre 100 città. A Roma circa 30.000 persone si sono mosse da Piazza della Repubblica, fino a Piazza del Popolo. Una composizione prevalentemente proveniente dalle scuole superiori. A differenza del 27 Settembre non si è registrata la stessa presenza di ragazzi delle medie e delle elementari, quando dalle stesse scuole le maestre e i maestri avevano accompagnato i propri studenti in piazza. Una grande scritta "Ilva uccide" è stata lasciata lungo il percorso in solidarietà con gli abitanti di Taranto. Diverse banche sono state segnalate lungo il percorso per denunciare il finanziamento degli investimenti inquinanti.

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A Milano in 20.000 sono partiti da Largo Cairoli. Il corteo milanese si è concentrato soprattutto sull'attaccare Amazon, per gli enormi profitti prodotti con il Black Friday. Profitti che alla base si poggiano su un consumo insostenibile e sullo sfruttamento di tanti lavoratori. A Napoli lo striscione di testa recitava "Non ci bastano le parole" sottolineando le responsabilità dei politici, incapaci di portare soluzioni concrete ai problemi ambientali. A Venezia la manifestazione è partita dalla Stazione di Santa Lucia. Circa 2.000 persone sono scese in piazza. Il corteo ha praticato diversi blocchi di fronte ai negozi di Burger King, H&M e campo di Santa Lucia. Venezia nelle ultime settimane è stata simbolo delle conseguenze drammatiche che la crisi climatica può comportare. Il corteo ha chiesto un futuro diverso rispetto a quello che ad oggi, sembra essere già stato scritto.

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Torino

A Torino circa 4.000 giovani sono scesi in piazza divisi in tre cortei partiti dal Campus Einaudi, da Piazza Bernini e da Corso Dante con il fine di bloccare la città e mettere in difficoltà il traffico automobilistico. Durante i cortei molte sono state le controparti segnalate o sanzionate: dal Comune alla Rai, dalla Regione Piemonte che si rifiuta di dichiarare l'emergenza climatica fino al MIUR. Le tre piazze si sono poi ricongiunte davanti a Porta Nuova e hanno occupato Via Roma (salotto dello shopping cittadino). Anche a Torino molti interventi sono stati in solidarietà con i lavoratori di Amazon. Ad Avigliana, a pochi chilometri di distanza, moltissimi studenti hanno risposto alla chiamata di Fridays for Future - Val di Susa in Piazza De Andrè per contestare il nuovo McDonald's e l'impatto ambientale dei fast food. Nel pomeriggio a Sannazzaro tra Pavia e Alessandria alcuni manifestanti hanno bloccato la raffineria di Eni. Sugli striscioni si legge "Eni distrugge il pianeta, usciamo dal fossile".

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Bologna

A Bologna 3.000 persone hanno partecipato al corteo, partito da piazza XX Settembre, dietro uno striscione che portava la scritta "Block the Planet, Block Friday". La giornata è stata all'insegna del blocco, a partire dal die-in messo in atto a Porta San Felice, in direzione dei Prati di Caprara dove da diverso tempo è in corso una lotta contro i processi di speculazione sull'area. Da lì il corteo si è mosso per i viali che circondano il centro cittadino, paralizzando il traffico. Presenti le tute verdi di Until the Revolution, che martedì scorso si sono riappropriate di uno spazio in università, " La Huelga". Sanzionati un negozio di Zara e un Amazon Locker per denunciare gli effetti sull'ambiente  e sui lavoratori da parte del Black Friday.

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Pisa

A Firenze tanti giovani hanno riempito Piazza della Repubblica, in quanto luogo centrale per lo shopping fiorentino. In particolari si sono praticati blocchi verso i negozi della Apple, Rinascente, Zara, H&M e Benetton. Sempre in Toscana circa 500 giovani, per lo più studenti medi, hanno attraversato il centro di Pisa. Contestata la sede di Eni. Nel pomeriggio attivisti di diverse città toscane hanno raggiunto la raffineria Eni di Stagno, nei pressi di Livorno per denunciare la devastazione ambientale causata dalla multinazionale.

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Blocco della raffineria Eni di Stagno

A Taranto prima della manifestazione di Fridays for Future, giovani, lavoratori e associazioni hanno bloccato gli ingressi dell'Ilva, invitando gli operai siderurgici a scioperare. Nelle ultime settimane l'Ilva è stata al centro del dibattito nazionale, visto il dietrofront della multinazionale Arcelor Mittal che aveva vinto la gara di assegnazione degli stabili. Vicinanza al popolo tarantino è stata manifestata anche dalle altre città. 

A Catania il corteo è partito da Piazza Roma. La manifestazione è cominciata con un'azione di fronte una sede dell'Unicredit per la speculazione che continua a portare avanti sui combustibili fossili e sulle missioni militari come quella turca in Rojava. Successivamente un die-in ha denunciato il consumismo sfrenato proposto dalle imprese del fast fashion. A Palermo lo striscione "Proteggiamo la nostra terra" ha aperto la manifestazione. Un corteo a cui ha partecipato anche la campagna "Si Resti Arrinesci" con la quale i giovani palermitani contestano l'emigrazione forzata cui sono costretti molte persone nate nel Sud Italia.

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