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Articoli filtrati per data: Wednesday, 27 Novembre 2019

È notizia di ieri che un ragazzo di 18 anni, Dylan Cruz, che ha preso parte alle proteste che da alcuni giorni scuotono la Colombia , è morto dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno o da una granata sparata dalla polizia antisommossa, la ESMAD, durante le manifestazioni a Bogotà.

Risale al 2018 l’elezione di Ivan Duque a Presidente della Colombia, esponente del Centro Democratico, sostenuto da proprietari terrieri e dalla potente classe imprenditoriale del Paese, portatore di un programma che puntava a valorizzare l’iniziativa privata e contrario a molti aspetti dell’accordo di pace siglato con le Farc. Alleato chiave degli Usa nella regione, la popolarità del presidente in questo anno e mezzo è andata a diminuire drasticamente (secondo i sondaggi ha raggiunto un tasso del 69% di impopolarità), così come il consenso verso una classe politica accusata di essere corrotta e collusa con la criminalità organizzata. La fine del consenso e le misure antisociali intraprese dal governo hanno dunque portato alla chiamata dello sciopero generale del 21 novembre che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone.

Giovedì, giorno dello sciopero nazionale chiamato dai sindacati, sono scesi nelle strade di numerose città colombiane giovani, lavoratori, studenti, comunità indigena, contro il paquetazo che il presidente Duque ha realizzato in ambito economico, lavorativo e sociale con particolare attenzione nel denunciare il dilagare della corruzione della classe politica del paese. Alcuni provvedimenti riguardano l’eliminazione del pagamento degli straordinari e delle ferie, una discrepanza nello stipendio minimo tra i vari dipartimenti del paese, l’incremento dell’età pensionabile e la diminuzione delle pensioni stesse. Le riforme dell’Esecutivo prevedono, quindi, lo smantellamento dei diritti che in qualche modo garantiscono delle condizioni lavorative, pensionistiche e tributarie decenti andando in una direzione di privatizzazione. Altre questioni centrali nelle rivendicazioni dei manifestanti riguardano la richiesta di dimissioni del corpo di polizia antisommossa, che si è reso protagonista di una repressione sanguinaria durante le proteste, l’aumento degli investimenti per l’università pubblica e la risoluzione degli accordi di pace con le Farc.

A seguito della giornata di sciopero si sono susseguite altre manifestazioni, sabato, dopo la dichiarazione da parte del sindaco di Bogotà dello stato di emergenza e del coprifuoco, il corteo è stato ferocemente represso dallo Squadrone Mobile Antisommossa, con gas lacrimogeni e granate stordenti. Molte persone sono state arrestate, altre ferite e a Buenaventura sono morti due manifestanti in seguito all’intervento della polizia per impedire un saccheggio in un supermercato.

Per il momento il presidente ha annunciato di lanciare un dialogo nazionale per rafforzare l’agenda delle politiche sociali in vista della costruzione di un “cammino di riforme significativo”. In tutta risposta le proteste continuano e in un tweet diffuso dall’Unione Centrale dei Lavoratori si legge che “Il comitato nazionale dello sciopero ha deciso di rafforzare e aumentare la protesta e la mobilitazione. Contro l’agenda Duque e in omaggio a Dylan Cruz lo sciopero continua”.

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Miseria di un certo debunking, tra Daniela Carrasco e Joker

 

Dai discorsi di Donald Trump a determinati format porno, dalle pseudoscienze al revisionismo climatico e storico, in quest'epoca la comunicazione del falso sembra essere un processo socialmente legittimato se non accettato e valorizzato. Tanto più laddove il termine inglese che lo traduce ha acquisito maggiore popolarità, cioé nel campo mediatico - e in cui ci paiono emergere tre tipologie di fake news, in ordine decrescente di attuale pervasività e capacità di influenzare l'esistente.

Le prime e più famose sono quelle vomitate quotidianamente da vere e proprie centrali di malainformazione xenofoba, misogina o securitaria come Imola Oggi, Tutti i Crimini degli Immigrati o Quinta Colonna: il fenomeno è lampante e non occorre, in queste righe, dedicargli ulteriore spazio.

Le seconde, quelle dei giornalisti e dei politicanti in doppiopetto e "liberali", sono più subdole ma non per questo meno efficaci: si spazia dalle manifestazioni pacifiche "oscurate per colpa dei violenti" a chi occupa per necessità "e toglie la casa a chi ne ha diritto", dal rappresentare come "nimby" chi lotta contro la devastazione dei territori e dei viventi da parte delle grandi opere inutili allo "sgocciolamento" della ricchezza verso il basso che si avrebbe detassando i già abbienti (la fake più grossa di tutte).

Le terze, più rare ed esotiche, sono quelle che avrebbero il potere di far riflettere ed interrogare le coscienze - se venissero lette alla luce della Luna a cui puntano. Dalla finta blogger siriana Amina che denunciava il pinkwashing del regime sionista che denunciava il pinkwashing del regime sionista quotidianamente operato dal mainstream occidentale al finto striscione del sindacato francese che lamentava per quel paese la possibilità di fare la fine dell'Italia, come poi in parte si è dato con le politiche antisociali di Hollande e Macron.

Non sappiamo se il caso dell'omicidio di Daniela Carrasco, "la mimo", ampiamente circolato in rete negli ultimi giorni faccia parte di queste ultime o sia (come spesso avvenuto per tanti cosiddetti "misteri d'Italia") oggetto di tentativi di depistaggio proporzionali all'inaudita violenza che il regime cileno sta operando nei confronti del suo popolo. Ma ci interessa non il merito ma l'attitudine con cui, lancia in resta, vi si rivolgono i debunker senza macchia e senza paura di casa nostra, nelle persone dei blastatori Enrico Mentana e David Puente.

Dopo aver operato una lunga e apparentemente solida disamina del caso (servendosi de "le avvocate femministe", "la famiglia", "le fonti sul posto") e a poche ore di distanza dall'uccisione della mediattivista Albertina Martinez Burgos (ma vuoi mettere la soddisfazione di non perdere tempo ed imprimere a mezzo social con un sorriso largo così un bel "CHECKMATE, HATERS!"?), ci tengono a farci sapere che la Mimo non sarebbe stata stuprata ed impiccata in una caserma ma si sarebbe suicidata. Un debunking subito ripreso dal mainstream che, rispolverato il parruccone della deontologia giornalistica anglosassone, coscienza lavata e pagina esteri coperta, declama a gran voce "non è andata come ci avevano detto!".

Ma certo, non viviamo forse in un paese modello di libertà di stampa - 43o al mondo, due posizioni appunto sopra il Cile dove attualmente è un tantino difficile circolare persino per le citazioni fake (sic) di Pasolini e Voltaire? Dove le persone non muoiono di morte violenta in carcere o dentro le caserme? Dove le forze dell'ordine e le loro azioni sono sottoposte ai "watchdog" mediatici e sociali senza ossequi e condiscendenza? Dove i fascisti sono banditi e gli antifascisti non ricevono fogli di via? Dove la cronaca nera è relegata tra gli ultimi servizi dei rotocalchi dietro alle centinaia di reportage di inviati pagati il giusto e presenti in prima persona nei paesi esteri? Come sempre il Cile - di cui sia le principali testate istituzionali che quelle come Open Online ci hanno profusamente narrato il ruolo nella sollevazione globale contro il neoliberismo e gli innumerevoli episodi di violenze, torture, uccisioni extragiudiziarie da parte di chi indossi una divisa...o forse no??

Vale forse la pena di riprendere quanto detto anni fa davanti allo stillicidio post-attentato a Charlie Hebdo. Come in quel caso la satira islamofoba del periodico era l'utile idiota di chi lavorava per esasperare le pulsioni razziali ed identitarie rispetto alla crisi del modello di civiltà capitalista, mettere ora sotto i riflettori il caso della Mimo significa oscurare in favore di una rappresentazione familiar-individualista - in auge nel paese dei (Don) Matteo - il campo di battaglia sociale e collettivo che lo ha permeato. E tentare di sminuire ed esorcizzare la violenza patriarcale che ne ha determinato la morte, in tutte le sue sfaccettature e qualunque sia la realtà ultima dei fatti.  

E non se sente davvero alcun bisogno in una fase in cui l'odio abbonda - ma un odio prevalentemente vigliacco, gratuito e privo di responsabilità rispetto a quello per le ingiustizie ed i soprusi dei e delle centinaia di oppressi di un sistema in bancarotta nella realtà, ma in credito nella finzione mediatica. Quello di chi - privo delle protezioni legali, delle indennità e del consenso artificiale dei potenti - vi si oppone spesso pagandone le conseguenze in prima persona. Un odio di classe che è un valore laddove, come magistralmente rappresentato nel film Joker, l'uso della forza per dargli sbocco può essere problematico, ma mai gratuito né indiscriminato.

Non si tratta di benaltrismo ma di restituire un senso della realtà, delle priorità e delle proporzioni ad un ecosistema mediatico che - come mostra la qualità dei recenti comportamenti censori di Facebook e Twitter - si ri(s)vela gerarchico, classista e specchio dei rapporti di potere complessivi. E in cui il debunking (che arriva congenitamente, per la struttura dei social, in ritardo davanti alla viralità di reti che la destra coltiva ed egemonizza impunemente) può non essere sempre e comunque un'opera meritoria nel cambiamento di questi ultimi. "Nel mondo realmente rovesciato", scriveva Debord, "il vero è un momento del falso". E continuando con Antonio Gramsci su L'Ordine Nuovo: "Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria". Ma qual'è l'azione di Mentana e Puente? E la nostra?

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Perché, nel frattempo, la prima sezione penale della Corte di Appello di Roma ha (quasi) raggiunto il verdetto sui fatti relativi al terzo filone di indagini, il cd. “processone” (ma anche “maxiprocesso”, come da udienza di ieri) su quel lontano 15 Ottobre 2011.

 

La storia dovrebbe essere nota; in ogni caso, 15 compagne e compagni, già condannati in 1° grado con pene da 4 mesi fino a 9 anni più il pagamento di ingenti risarcimenti a beneficio di Ministeri (Ministero degli Interni, Ministero della Difesa, Ministero dell’Economia), banche (Banca Popolare del Lazio), Comune di Roma e aziende municipalizzate (ATAC e AMA), per reati che vanno dalla resistenza pluriaggravata a Pubblico Ufficiale al tentato omicidio (solo per alcuni), oltre e in aggiunta al reato di devastazione e saccheggio, stanno affrontando il 2° grado di giudizio tentando l’impresa: demolire l’impianto accusatorio teso a dimostrare la sussistenza di una pianificazione premeditata dietro all’esplosione di rabbia, collettiva, di quella giornata.

Premeditazione che, sino ad ora, ha blindato le sentenze (anche) in punto di legittimazione al ricorso del reato di devastazione e saccheggio tra i capi di imputazione e quindi condanna.

Reato di devastazione e saccheggio, ossia «capo d’imputazione, che è lo stesso utilizzato contro chi era in strada a Cremona il 24 gennaio 2015, e per cui è stata fissata l’udienza di Cassazione per il 25 settembre prossimo. Lo stesso reato, inoltre, lo troviamo come capo di accusa per la manifestazione contro le frontiere al Brennero, per cui l’inizio del processo si prevede essere il 22 ottobrecapo d’imputazione, che è lo stesso utilizzato contro chi era in strada a Cremona il 24 gennaio 2015, e per cui è stata fissata l’udienza di Cassazione per il 25 settembre prossimo. Lo stesso reato, inoltre, lo troviamo come capo di accusa per la manifestazione contro le frontiere al Brennero, per cui l’inizio del processo si prevede essere il 22 ottobre».[i][i]

Questo, in estrema sintesi, il quadro giudiziario della vicenda; per un approfondimento più accurato, tanto per il racconto della giornata e del clima politico di quel momento, quanto per le pesanti e diversificate conseguenze processuali culminate con le sentenze di 1° grado, si rinvia a “quel pomeriggio a Roma: 15 Ottobre 2011” e a “Processo 15 ottobre: 15 condanne per un totale di 61 anni di reclusione”.

Al contempo, per una testimonianza diretta (fin troppo lucida e accorata) da parte di uno dei compagni imputati coinvolti, che fornisce una chiara visione d’insieme tanto dell’azione repressiva in corso col protrarsi del processone, quanto e oggettivamente delle azioni contrapposte a livello legale e di solidarietà, il rinvio è all’archivio di Radio OndaRossaRadio OndaRossa.

Ieri, invece, si è svolta l’ennesima, seppur sbandierata come possibile ultima, ravvicinata udienza in Corte d’Appello del processone, anzi maxiprocesso come accennato, con sentenza ancora rinviata.

Aldilà del resoconto giuridico, riassumibile nelle conclusioni da parte di due difese con rinvio per le conclusioni dell’ultima difesa e repliche finali, dunque verdetto, ciò che rileva maggiormente è il contorno, dunque il simbolismo politico da un lato, la tensione nell’aria in rapporto all’asimmetria di potere, dall’altro.

Per il simbolismo politico, valgano d’esempio:

a livello generale, seppur d’impatto, la data del rinvio parla da sé: a mezzogiorno del 12 Dicembre, con probabile chiusura straordinaria il 14 di Dicembre; nel particolare, la variegata presenza in aula, alquanto indicativa: al cospetto di una giuria quasi tutta al femminile e piuttosto indispettita (epocale il «Dato che l’aria diventa irrespirabile, io prego chi non sia interessato a questa udienza di uscire» da parte della Presidente di Corte, giustificato in punto di triplice esigenza di natura sia igienico-sanitaria che di necessità di areazione, quanto e soprattutto di ordine pubblico ma nei termini di regolare svolgimento del procedimento), sedevano le difese da un lato e l’accusa e i legali di parte civile dall’altra, finché questi ultimi non hanno abbandonato l’aula per pranzo; in fondo, sparse tra  le persone solidali, Forze dell’Ordine di varia natura, ordine e grado, ingombranti all’inizio, man mano più “discrete” alla vista sebbene sempre e comunque a vista, in ogni caso: un panoptico pret a porter, insomma.

Con riguardo al clima di tensione che si respirava nell’aula della prima sezione penale del palazzo della Corte di Appello di Roma, gli spunti provengono da:

la nemmeno troppo celata natura politica, più che penale, del procedimento: aldilà della presenza armata in aula, la volontà giudiziaria di optare per l’avallo dell’imputazione per devastazione e saccheggio implica un duplice rischio: da una parte, comporta lo spingersi oltre il giudizio sulla responsabilità penale come da ordinamento, per allargare il campo anche ad una risposta politica sulla vicenda “15 Ottobre”; dall’altra, pone in dubbio le garanzie poste a fondamento del giusto processo da Stato di Diritto, in punto di terzietà, indipendenza e imparzialità della magistratura giudicante, ad esempio laddove non permette l’acquisizione documentale probatoria delle comunicazioni audio intercorse tra i dirigenti di piazza e la sala operativa del comando interforze a capo dell’ordine pubblico col disporne l’ammissibilità dell’istanza.

Di conseguenza, è ancora lecito domandarsi cosa sia successo dalle ore 16.30 alle 18.00, in seguito alla frattura al corteo determinata dalle Forze dell’Ordine all’incrocio tra via Labicana e via Merulana fino a viale Manzoni e Via Emanuele Filiberto.

Oppure, perché la dotazione strumentale massiccia (leggasi, blindati e compagnia motorizzata) fosse utilizzata in modo improprio (leggasi, caroselli e tentativi di collisione documentati) e in spregio alle regole d’ingaggio da parte di chi è professionalmente incaricato di salvaguardare l’ordine pubblico.

Domande lecite (sebbene minime), a fronte dell’ordine giudiziale di verificare le responsabilità oggettive dei membri della forza pubblica impegnati nel corso della manifestazione, emesso in sede processuale ma ancora rimasto inevaso dalla Procura.

l’atteggiamento di ostilità reciproca e fin troppo percepibile tra le parti, con la parte istituzionale, generalmente intesa in tal circostanze, a esercitare il potere di disciplina, di controllo e di punizione sulla contro-parte.   ,

Eppure sì, «in un clima generale di “indignazione”, si respirò rabbiain un clima generale di “indignazione”, si respirò rabbia» quel 15 di Ottobre del 2011, come «ci fu rabbia sì, ma ci fu anche la gioia del respirarla assiemeci fu rabbia sì, ma ci fu anche la gioia del respirarla assieme»: pertanto,

«ecco perché il processo contro i fatti del 15 ottobre non può né deve riguardare solo chi si troverà ancora in prima persona imputata in quelle aule.

La solidarietà è non solo sostegno a chi vive sulla propria pelle la repressione, non lasciandolo/a isolato/a nel silenzio che inevitabilmente sottrae la forza e il senso di reagire rivendicando le proprie azioni. Solidarietà è anche assunzione, in prima persona e collettiva, di responsabilità per la prosecuzione delle stesse lotte, di quegli spazi di agibilità che vadano oltre quei paletti che sempre più le forze reazionarie ci impongono e che, giorno dopo giorno, vorrebbero ridurre i nostri spazi vitali».[ii][ii]

Nuovo appuntamento per portare la solidarietà alle compagne e compagni inguagliat* dai “fatti del 15 Ottobre” dentro e fuori dalle aule della Corte di Appello di Roma, fissato al 12 Dicembre 2019.

Note:

[i][i]  Sui fatti di Cremona 2015, cfr. anche:

“Cremona 2015 non è ancora finita”: su devastazione e saccheggio e l’uso strumentale del reato: http://www.osservatoriorepressione.info/cremona-2015-non-ancora-finita-devastazione-saccheggio-luso-strumentale-del-reato/http://www.osservatoriorepressione.info/cremona-2015-non-ancora-finita-devastazione-saccheggio-luso-strumentale-del-reato/ ; Sulla sentenza di 1° grado, “Cremona, vergognosa sentenza in primo grado sul tentato omicidio di Emilio”: https://www.infoaut.org/antifascismonuove-destre/cremona-vergognosa-sentenza-in-primo-grado-sul-tentato-omicidio-di-emilio sulla conferma in Cassazione del reato di devastazione e saccheggio contestato a Cremona, cfr. Rete Evasioni: https://www.inventati.org/rete_evasioni/?p=3044 ; Radio Onda D’Urto: https://www.radiondadurto.org/2018/09/26/cremona-confermate-le-condanne-per-devastazione-e-saccheggio-per-tre-antifascisti/; Radio Onda Rossa: http://www.ondarossa.info/redazionali/2018/09/cremona-confermata-devastazione-ehttp://www.ondarossa.info/redazionali/2018/09/cremona-confermata-devastazione-e

[ii][ii]  Cfr. “15 ottobre 2011: Non è finita!!! Un appello rivolto ai compagni e alle compagne”: http://www.osservatoriorepressione.info/15-ottobre-2011-non-finita-un-appello-rivolto-ai-compagni-alle-compagne/http://www.osservatoriorepressione.info/15-ottobre-2011-non-finita-un-appello-rivolto-ai-compagni-alle-compagne/

 

da  http://www.osservatoriorepressione.info/http://www.osservatoriorepressione.info/

 

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Santiago, Cile, 20 novembre 2019. Il sole cadeva a piombo sul cuore di questa ribellione popolare che continuava a bruciare con bengala, sudore, pittura o gas di estintori la già corrosa statua del generale Baquedano e del suo cavallo.

La richiesta era chiara: la rinuncia del governo centrale e la fondazione di un’Assemblea Costituente. In un messaggio il dirigente mapuche Aucán Huilcamán, del Consiglio di Tutte le Terre, ha annunciato che nell’Araucanía avrebbero installato un “governo parallelo”. Il fatto è che c’è una forte sfiducia verso l’accordo politico tra la classe politica e sulle scadenze della possibile nuova Costituzione.

Nella ribattezzata Plaza de la Dignidad (prima Italia), una gigantesca stella bianca ad otto punte di stoffa, che rappresenta il pianeta venere e il popolo indigeno mapuche, è stata innalzata tra le quattro direzioni che congiungono queste emblematiche strade del principale campo delle battaglie campali tra i giovani in “prima fila” e la polizia dei carabinieri. “Il popolo mapuche è sempre stato lì ma nonostante tutto mancava qualcosa che ci desse più nehuen, la forza per uscire a gridare”, spiega René Choikepan, indigeno mapuche lafkenche delle terre basse del sud.

Si è trattato del primo anniversario -il passato 14 novembre- dell’assassinio a man salva del giovane mapuche Camilo Catrillanca per mano delle Forze Speciali e del commando Jungla della polizia militare nella sua comunità Temocuicui in Araucanía. Le famiglie mapuche e la gente mobilitata a livello nazionale si sono riunite -una volta di più dopo quasi un mese- nelle principali piazze pubbliche per chiedere giustizia e chiarezza sul crimine. “Certamente cercarono di coinvolgerlo in un attentato ad una banca. Ci fu una specie di montatura, dopo dicono che fu intercettato e cercarono di farci passare per stupidi, cercarono di coinvolgerci in una menzogna”, afferma René, senza che la sua mano smetta di sventolare la bandiera della sua gente.

Già fin dal mattino, un gruppo di mapuche aveva danzato nella loro preghiera (un ballo tradizionale) per manifestare quello che considerano come un crimine di stato. Ore dopo, giunge l’informazione che la manifestazione di 12 mila persone giungeva nel centro della meridionale Temuco, lì alcuni presenti hanno buttato giù la statua del conquistatore Pedro de Valdivia, quel famoso militare spagnolo prima onnipotente nella società cilena, che nel XVI secolo avrebbe  intrapreso contro il popolo mapuche la guerra dell’Aruaco.

La statua di Pedro de Valdivia a Temuco (Jazmín Cori)

René è anche un lavoratore salariato che vive in uno dei sobborghi della capitale ed è uscito con sua figlia a manifestare in questa giornata speciale. In una decina di città cilene, differenti associazioni, collettivi e coordinamenti mapuche come il parlamento mapuche di Koz Koz, la comunità di San Miguel Coatricura o l’Associazione indigena Calaucán, si trovano mobilitati fin dal momento in cui la rivolta sociale è scoppiata quel 25 ottobre. “Può aiutare ad essere presenti, ma c’è chi sta nelle reti sociali e non si bagnano il potito (il sedere). Sono venuto varie volte. Sento questo con più forza, la lotta deve dare dei frutti”, ha affermato.

Il passato giorno 14 i mapuche insorti si sono resi visibili con maggiore forza. Si è trattato della breve ma potente eredità del giovane Catrillanca che fu un dirigente del movimento studentesco e membro della scuola di Pailahueque dove partecipò ad azioni di recupero delle terre nella comunità di Ercilla.

E mentre il sole cadeva a piombo, giunge l’informazione che anche un’altra statua di Valdivia nella meridionale Concepción era stata abbattuta in Plaza Independencia. Il movimento indigeno continuava a sradicare teste di metallo del medesimo segno, del medesimo militare. Questa ribellione popolare nazionale con almeno 3,3 milioni di persone ufficialmente mobilitate, che ha sfidato il potere del governo, le sue politiche e i suoi abusi, ha permesso di rendere visibile un movimento indigeno che da 527 anni è sempre stato lì.

La memoria storica di René ritorna anche al XVI secolo ricordando l’insurrezione indigena della sua origine nel sud: “Magari (con questa lotta) tutti i mapuche avranno il proprio terreno che fu usurpato quando in America giunse Colombo. Da allora stiamo venendo derubati, (ma) stiamo recuperando”. Bisogna ricordare che, un paio di notti dopo le mobilitazioni popolari che il 18 ottobre hanno sradicato, un gruppo di indigeni aymara della città di frontiera di Arica avevano distrutto la statua di Cristoforo Colombo.

La statua di Colombo

Le statue di conquistatori abbondano in molte città cilene. Ma questo è già cambiato: il 20 ottobre, nella regione settentrionale della Serena, la medesima sorte è toccata alla statua di Francisco de Aguirre, un altro militare spagnolo che invase il nordest dell’Argentina e fu governatore del Cile nel 1554. Lì un gruppo di manifestanti l’ha sradicata dal suo posto e l’ha gettata in una delle barricate incendiate. In queste azioni è dove si tasta il polso di questa sollevazione.

Statua di Francisco de Aguirre alla Serena (Lautaro Carmona)

E perfino anche nei territori patagonici di Punta Arenas, il busto del latifondista spagnolo e sfruttatore di indigeni selk’nam, José Menéndez, è stato distrutto. Al suo posto è stato collocato il busto di un indigeno di questo popolo che è rimasto sull’orlo del genocidio.

José Menendez a Punta Arenas

E venerdì 1° novembre circa 500 membri delle comunità mapuche della provincia di Arauco sono giunti a Cañete dove hanno effettuato un corteo convocato per quella giornata. Lì hanno abbattuto le statue di Valdivia e García Hurtado de Mendoza, quest’ultimo fu governatore del Cile (1556-1561), che nel 1557 represse il movimento del capo indigeno Caupolicán.

Il busto di García Hurtado de Mendoza (Radio Bio Bio)

Il busto di García Hurtado de Mendoza (Radio Bio Bio)

Il crimine per l’assassinio di Catrillanca è indubbiamente una delle principali bandiere del movimento indigeno mapuche. Il punto di confluenza che condensa le altre rivendicazioni, dato che come uno specchio, riflette le mobilitazioni che rompono i vecchi e arcaici simboli coloniali.

Così, dal cuore di questa Plaza de la Dignidad, il mapuche René termina: “Commemorandolo protesto anche perché il mio sangue è uguale, mapuche”. La comunità mapuche ha abbattuto alcuni simboli coloniali. E con questo, si sono ribellati all’attuale potere autoritario che reprime il movimento pacifico. Si sono sollevati e hanno fatto irruzione nel tempo del governo che comandava con la vecchia eredità metallica di militari conquistatori. Erano questi simboli coloniali che si volevano perpetuare nella coscienza collettiva da parte degli spazi pubblici, ma hanno già smesso di esistere. Tutti questi rovesciamenti si sono condensati nella sollevazione mapuche tra questo 18 ottobre e il 14 novembre. Il giorno dopo, anche dalla comunità di Panguipulli, il parlamento mapuche Koz Koz ha ignorato la validità dell’accordo a cui è giunta nella mattinata la classe politica cilena. Il popolo mapuche si solleva una volta di più, ora di nuovo insieme ai settori cileni di questa comunità nazionale.

24 novembre 2019

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: Juan Trujillo Limones, “La sublevación mapuche en Chile” pubblicato il 24/11/2019 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/la-sublevacion-mapuche-en-chile/] ultimo accesso 26-11-2019.

 

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