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Articoli filtrati per data: Sunday, 24 Novembre 2019

Sono un internazionalista proveniente dalla Germania, mi trovo in Rojava.Sono qui da diverso tempo per contribuire attivamente alla rivoluzione. Ho lavorato in ambiti sociali diversi. Lo scorso anno a dicembre avevamo la sensazione che ci fossero gravi minacce nei confronti della rivoluzione in Rojava. La situazione in cui Erdogan, il regime fascista AKP-MHP, ha pronunciato minacce contro la Federazione Democratica Siria del Nord e dell‘Est. Minacce di distruggere completamente la rivoluzione e di occupare dopo Afrin anche le zone intorno a Minbic, Kobanê e al cantone di Cizîre.

Dove ti trovavi in quel momento e cosa hai vissuto?

Nel momento delle minacce mi trovavo a Qamislo. Eravamo lì per lavori rivoluzionari con i giovani. Tra l’altro abbiamo costruito un centro sportivo per le arti marziali, Taekwondo e Kick-Boxing. Il quartiere nel quale mi trovavo è un quartiere molto grande, circa 20.000 abitanti. Lì ci sono 27 comuni, ci sono oltre 170 famiglie con caduti nelle YPG e YPJ. Possiamo dire che si tratta di un quartiere dove una gran parte della popolazione sostiene la rivoluzione e è anche organizzata nelle comuni e nelle diverse istituzioni, come p.es. quelle delle donne e del movimento giovanile.

All’inizio quando ci sono state le minacce, c’è stato un grande movimento nella società. Mi ricordo che abbiamo convocato un grande incontro. Una riunione alla quale hanno partecipato tutti i co-Presidenti delle comuni. In questo incontro abbiamo discusso con la popolazione, abbiamo discusso di cosa potevamo fare per sostenere le forze militari. Per mettere in pratica il concetto che noi definiamo guerra di popolo rivoluzionaria. Questo incontro all’epoca a livello personale mi ha molto colpito. In questa grande stanza si erano riuniti i co-Presidenti delle comuni, 27 donne e 27 uomini e alcuni componenti della gioventù rivoluzionaria. Soprattutto le donne in questa assemblea emanavano una grande forza. Così subito all’inizio negli interventi veniva sottolineato che erano pronte a difendere la rivoluzione, a prendere in mano le armi e a non permettere che il Rojava venisse occupato dallo Stato turco fascista e dalle sue bande jihadiste. In questa riunione è stato deciso di nominare diverse commissioni. Commissioni per la difesa della rivoluzione, commissioni per sostenere direttamente le forze militari e contribuire per la propria parte alla difesa. Fondere le forze armate e la popolazione in una sola forza.

Come erano fatte queste commissioni? Queste commissioni da un lato riguardavano la logistica e la salute, lavori pratici, la costruzione di postazioni militari. Anche una commissione per far andare a vuoto le operazioni di ricognizione del nemico, p.es, droni, e gli attacchi aerei del nemico. Dopo questa riunione queste commissioni sono state create in tutte le comuni.

Noi come gioventù rivoluzionaria abbiamo cercato di sostenere le comuni in questo lavoro. Come dobbiamo immaginarci questo nella pratica? Nella pratica siamo andati ogni giorno nelle comuni, siamo andati dalle famiglie, abbiamo bevuto tè con loro e abbiamo discusso con loro e cercato di sostenerle in modo molto pratico in questi lavori. Nella costruzione di postazioni difesa, p.es., cioè abbiamo preso pale e picconi e iniziato a scavare nei giardini, a costruire piccoli bunker che proteggono dai proiettili di artiglieria. Abbiamo costruito strutture di difesa direttamente sul confine. Bisogna immaginarsi il quartiere tenendo presente che questo quartiere è molto vicino al confine turco, con il muro a vista e sempre a vista la città di Nisêbîn in Kurdistan del nord. Lì abbiamo riempito sacchetti di sabbia, abbiamo scavato, abbiamo costruito piccole postazioni dietro ai muri dei giardini.

La commissione per la salute ha cercato di organizzare formazione, formazione nelle comuni, in una comune di nome S. Xebat che organizza molto bene, già dopo poco tempo è stata organizzata la formazione. Lì oltre 70 donne e giovani hanno ricevuto una formazione medica per poter dare primo soccorso nel caso in cui quartiere fosse isolato durante la guerra e per poter curare feriti colpiti in combattimento e per poterli accudire con le cose più immediatamente necessarie. Naturalmente bisogna immaginare che in un periodo del genere si mettono anche da parte provviste. Che ci si prepara davvero al peggio, alla guerra.

Un’altra parte naturalmente era la mobilitazione, preparare le persone alla situazione, discutere con loro. Cosa significa questo nella vita e nella pratica quotidiana? Come noi come militanti rivoluzionari dobbiamo unirci alla popolazione per vincere questa guerra. Le forze militari da sole non possono vincere questa guerra. È molto importante che diventino una cosa sola con la popolazione che conosce il quartiere, che per questo deve restare. Se la popolazione dovesse abbandonare il quartiere, diventerebbe molto difficile vincere insieme questa guerra. Questo significa che abbiamo fatto molte discussioni con le persone e con le famiglie. Naturalmente in questo sono sorte anche molte difficoltà, ma anche molti momenti belli.

In particolare la propaganda che viene fatta nei media, da Erdogan, ma anche la propaganda degli USA, che si ritireranno, naturalmente hanno avuto influenza sui nostri lavori. Possiamo definire questa propaganda come guerra speciale. Ogni volta che gli USA facevano una dichiarazione, se se ne andavano, se restavano, questo ha avuto influenza sui colloqui che avevamo con la popolazione. Alcune famiglie non potevano credere che potesse venire la guerra, altre facevano molto affidamento sugli USA e naturalmente ce n‘erano anche molte che dicevano che non importava cosa dicessero gli USA, a prescindere da quello che dicono le forze imperialiste, noi possiamo difenderci solo per conto nostro. E esattamente secondo questo motto abbiamo lavorato, questa era anche la nostra linea nell‘organizzazione della popolazione del Rojava e di Qamislo.

Il nostro compito come gioventù rivoluzionaria era, appunto, sostenere le comuni nelle commissioni più diverse. Ma naturalmente anche organizzare i giovani. Allora eravamo alcuni internazionalisti e abbiamo cercato di rafforzare i lavori di difesa dei giovani, di conquistare nuovi giovani e anche di formarli. Sono unità di training molto semplici, non è un addestramento militare vero e proprio, solo le basi. Infatti non sapevamo quando sarebbe iniziata la guerra. Se inizia domani, se inizia tra un‘ora, abbiamo ancora una o due settimane? Naturalmente non era una situazione semplice. E abbiamo cercato di organizzarci e di agire di conseguenza.

Bisogna dire che la gioventù è molto organizzata in Rojava. Non solo nella Gioventù Rivoluzionaria, la gioventù soprattutto svolge un grande ruolo nelle YPG/YPG, nelle forze di sicurezza Asayis. Questo significa che nel nostro quartiere c‘erano diverse centinaia di giovani che già erano organizzati nelle diverse unità. I giovani che non erano ancora organizzati, abbiamo dovuto convincerli e abbiamo dovuto convincerli a impegnarsi per la rivoluzione e a difendere le rivoluzione.

E cosa ne è stato dei lavori che facevate prima della mobilitazione? In questa situazione era rimasto solo il focus sulla guerra?

Ma in effetti non è che solo i lavori per la mobilitazione, per la guerra popolare rivoluzionaria, per la difesa del Rojava, fossero in primo piano. Naturalmente abbiamo anche cercato di portare avanti i piccoli lavori di ogni giorno. Ragionando a livello complessivo, questi integrano anche i lavori per la difesa, e nella guerra popolare rivoluzionaria sono legati tra loro in modo inscindibile. Abbiamo continuato a cercare di lavorare al nostro centro sportivo, abbiamo cercato di continuare a lavorare al nostro programma culturale nel centro giovanile. Si, anche per poter continuare a vivere nella normalità all‘interno della società. Non sapevamo quando sarebbe arrivata la guerra, non sapevamo con quanta durezza sarebbe arrivata la guerra. Per questo infatti non è bene concentrarsi solo su lavori militari. Continua a essere importante allargare l‘opposizione sociale in tutti gli ambiti. Che si tratti dell‘organizzazione dei giovani, dell‘organizzazione del programma rivoluzionario sportivo o culturale. Continua a essere importante restare attivi in tutti i settori e sviluppare la rivoluzione passo per passo. Anche nel settore della formazione e della salute, in tutti gli ambiti che possiamo immaginare, dove sono possibili cambiamenti rivoluzionari.

Tu, come internazionalista in Rojava, cosa porti con te di quel periodo?

In conclusione voglio dire che l‘esperienza per me è stata davvero un‘esperienza rivoluzionaria molto preziosa, che è stata anche molto intensa e profonda. Un‘esperienza che finora non avevo potuto fare in questo modo in Rojava. Penso che sia stato così per tutte e tutti noi che eravamo coinvolti in questi lavori. Purtroppo gli altri non hanno tanto tempo per riferire di persona. Sicuramente sarebbe anche molto interessante cosa hanno da dire le amiche sul lavoro con le giovani donne. Penso che proprio questi momenti siano quelli belli e preziosi per internzaionalist*. Sentire davvero la forza che c‘è qui. Vedere l‘unità all‘interno della popolazione, che si tratti di persone arabe, curde, armene o assire. Vedere un‘unità con le forze militari, vedere davvero che le YPG/YPJ sono una forza che viene dal popolo, dalle famiglie, per la difesa della popolazione. Queste famiglie stesse sono la rivoluzione. Queste sono esperienze davvero importanti, anche confrontarsi a volte con le contraddizioni. Come dicevo non è sempre stato semplice condurre i colloqui. E non è che davvero il 100% di tutte le persone sostengono questa rivoluzione. Il convincimento quotidiano, il quotidiano non-stancarsi. Continuare a motivare le persone, nonostante la guerra. Dire insieme, non c‘è un‘altra soluzione, la resistenza deve andare avanti per abbattere l‘imperialismo, il capitalismo e il patriarcato.

Per questo a questo punto voglio invitare di nuovo tutte e tutti. Venite in Rojava, unitevi a questa rivoluzione. È la rivoluzione di questo tempo, è la rivoluzione del 21° secolo. È una grande lotta antifascista. Una grande lotta per la liberazione della donna e della società. Con questo spirito auguro a tutte e tutti voi un Primo Maggio di successo.

Bijî Sosyalizmê!

Viva il socialismo!

Fonte: ANF

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Dozzine di persone – 200 secondo fonti della polizia e 300 secondo gli organizzatori – hanno rivendicato venerdì sera durante una manifestazione convocata dalla formazione di estrema destra, Falange, inquadrate davanti alla casa di José Antonio Primo de Rivera, la difesa dell’unità nazionale al grido di “La Spagna non vota né negozia.”

Durante la riunione, convocata alle 21:00 al numero 24 di via Génova a Madrid, dove si trova la casa del fondatore della falange spagnola, la congregazione neofascista ha chiesto l’unità della Spagna e hanno gridato contro la “persecuzione delle idee” .

La formazione, tra i quali era visibile il capo nazionale della Falange, Manuel Andrino, ha portato bandiere falangiste catalane e le bandiere spagnole.

Sotto il controllo di un vistoso dispositivo di polizia schierato nell’area per garantire la sicurezza, i manifestanti hanno lanciato  slogan come “Spagna, Spagna, Spagna e Spagna” e “Primo de Rivera”.

Martin Sáenz de Ynestrillas, fratello del leader dell’estrema destra Ricardo Sáenz de Ynestrillas, e figlio dell’omonimo comandante assassinato dall’ETA, sono intervenuti durante la kermesse.

“Di fronte al separatismo criminale, la bandiera spagnola è ancora in piedi”, ha detto Ynestrillas, che ha poi terminato il suo discorso con “Arriba España!”.

Dopo più di un’ora e mezza di picchetto all’edificio che ospitava la casa di Primo de Rivera, i neofranchisti spagnoli hanno intonato De cara al Sol  con il braccio teso e alzato mentre alcuni di loro hanno iniziato una passeggiata notturna con l’obiettivo di raggiungere la valle del Caídos, dove rimangono i resti del fondatore di La Falange.

da lesenfantsterribles

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Come redazione Infoaut esprimiamo la nostra solidarietà a Daniele e ci uniamo alla voce di chi ne richiede l'immediata liberazione. Nella giornata di domani si terranno due presidi solidali, alla Prefettura di Parigi alle 18h e presso il consolato francese di Napoli alle 17h.  Di seguito riportiamo il comunicato di amici e compagni di Daniele, tradotto da Zer081, sulla situazione in cui versa il compagno.

Daniele, studente e lavoratore italiano a Parigi, si trova in stato d'arresto dallo scorso sabato 16 novembre,dopo essere stato fermato durante un controllo di polizia nella via dove abita da anni.

La procedura francese prevede, in caso di fermo, che dopo le prime 24 ore di custodia se non vengono riscontrate evidenze di reato bisogna procedere con il rilascio. Invece a Daniele è stato notificato il OQTF (Obbligo di lasciare il territorio francese) e successivamente alla convalida dell'arresto, il trasferimento in un centro di detenzione amministrativa (CRA, equivalente dei CIE italiani ).

Daniele nonostante sia un cittadino comunitario, dal 16 novembre si trova detenuto nel centro di Vincennes. Il suo arresto è avvenuto in contemporanea con un'operazione di polizia a Menilmontant, quartiere di Parigi storicamente associato alle lotte sociali e antirazziste, durante la quale sono state fermate circa una decina di persone(arresti poi non convalidati). L'obiettivo dell'operazione avrebbe dovuto essere, secondo le autorità locali,quello di impedire ogni tipo di incidente durante le manifestazioni previste in quest'ultimo ultimo weekend nella capitale francese.

Daniele, cittadino europeo che vive, studia e lavora in Francia da anni, dovrebbe essere protetto dal diritto dell'UE durante i suoi spostamenti, almeno in territorio comunitario. E' gravissimo che venga invece notificato un OQTF ad un cittadino europeo, con regolare residenza a Parigi. Ancora più grave è che l'arresto venga giustificato dalle autorità francesi come preventivo di possibili rischi per "l'ordine pubblico". Eppure Daniele quella sera, alle 23:00 circa, si trovava a pochi metri di casa sua, non è stato fermato all'intero di nessun assembramento che potesse destare preoccupazione per l'ordine pubblico; soprattutto tutti gli altri arrestati di quella sera, sono stati rilasciati dopo 24 ore senza nessun tipo di denuncia.

Daniele ha come unica colpa quella di non essere cittadino francese. La polizia parigina ha utilizzato come scusa per giustificare questa assurda detenzione, il fatto che al momento del fermo non avesse con se la sua carta d'identità, cosa che giustificherebbe il trattamento amministrativo da cittadino extra-comunitario, nonostante al momento del fermo avesse esibito una regolare patente. All'oggi ogni accusa contro di lui, rispetto alla turbativa dell'ordine pubblico, è caduta accanirsi contro di lui, ma nonostante questo resta detenuto in attesa che si completi l'iter amministrativo (circa 28 giorni) all'interno del centro di Vincennes.

Una scelta che sa tanto di ritorsione, nei confronti di un ragazzo che ha come "macchia" quella di essere un'attivista antirazzista. Tanto da far partire nei suoi confronti un procedimento di espulsione verso il suo paese di origine, come spesso accade nei confronti degli stranieri non comunitari presenti sul territorio francese.

A conferma di questa tesi, c'è la prima decisione del giudice per la libertà e la detenzione (JLD), che nella prima udienza che si doveva pronunciare sul fermo aveva deciso di mettere Daniele in libertà vista l'assurdità del dossier fornito dalle forze di polizia. La procura e la prefettura di polizia hanno subito fatto ricorso, per impedire la sua scarcerazione e lasciando Daniele in detenzione fino all'udienza d'appello che si è svolta giovedi mattina. Il presidente della corte di appello, contro la decisione del JLD, ha deciso di prolungare la detenzione per 28 giorni a partire dal 21 novembre.

Daniele dovrà restare ancora in arresto fino all'udienza che dovrà pronunciarsi sull'espulsione, che dovrebbe tenersi tra una decina di giorni.  Se OQTF dovesse essere confermata,verrebbe espulso dalla Francia con divieto di circolare sul territorio francese (ICTF) per almeno 3 anni tre anni, durante i quali la sua libertà di circolare e il suo diritto di soggiorno in Francia, in quanto cittadino europeo, gli saranno negati. Questo distruggerebbe irrimediabilmente la vita che si costruito in questi anni di studio e lavoro.

La reclusione e la minaccia di espulsione si collocano in primis nel contesto francese, dove i movimenti sociali negli ultimi anni stanno subendo un aumento esponenziale della respressione. All'oggi il solo sospetto che qualcuno possa prendere parte a mobilitazioni o momenti di piazza basta a giustificare controlli, e arresti, anche al di fuori di ogni situazione di piazza.

Il governo Macron sembra terrorizzato dal pensiero di rivivere il clima di crisi dello scorso inverno, durante il quale il periodo delle feste si è trasformato in un vero sollevamento popolare nel cuore della capitale francese. Per rispondere alle paure della politica, le forze di polizia sembrano disposte a ricorre a tutti i mezzi a disposizione. L’uso della reclusione in CRA e delle OQTF contro dei cittadini di altri paesi europei,sospettati di partecipare a delle mobilitazioni è una pratica che sembra si stia generalizzando, come dimostrato dall’arresto di due Gilet Gialli del Belgio, anche loro finiti in un CRA con un OQTF sabato scorso a Parigi, prima di essere poi finalmente liberati. Questa‘evoluzione si inscrive nel contesto di intensificazione delle politiche contro gli stranieri in Francia, illustrato dall'approvazione della legge « Asile et Immigration » l’anno scorso. Lo stato francese dispone di tutto un arsenale repressivo,di procedure, dedite a controllare, smistare ed espellere gli immigrati, che funziona a pieno regime e che si basa sull'esistenza dei CRA.

Questi luoghi di reclusione vedono transitare decine di migliaia di persone ogni anno, che dopo essere sopravvissuto alla morte nel Mediterraneo o altrove, vengono messi in arresto in attesa di essere rimpatriati verso paesi dai quali hanno provato a fuggire in tutti modi. Daniele si ritrova dunque schiacciato dentro questa doppia dinamica repressiva, che consiste nel ripulire Parigi dei manifestanti e dai migranti.

Noi, amici e compagni di Daniele, denunciamo l'abuso a cui è stato sottoposto e la sua illegittima detenzione. Daniele deve poter circolare liberamente sul territorio francese, rimanerci o lasciarlo secondo il suo parere, senza essere rinchiuso o espulso con la forza verso il confine con l’Italia, tanto più ribadiamo che di fronte c'è un cittadino europeo.

Troviamo di una gravità inaudita che debba comparire da detenuto all' udienza che dovrà decidere sull'espulsione. Il fatto di essere trattenuto all'intero di un CRA è solo modo più subdolo per aprire la strada all'espulsione.

Facciamo un appello a tutti, collettivi, associazione che hanno a cuore la difesa delle libertà a fin che chiedano la scarcerazione immediata per Daniele ed il suo diritto a riprendere la sua vita in Francia, con tutto ciò che ha costruito in questi anni.

Non lasciamo che Daniele venga espulso, nel silenzio generale!

Liberta’ per Daniele Liberi tutt*

 

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