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Articoli filtrati per data: Wednesday, 20 Novembre 2019

Grecia - Sgomberi e grandi manifestazioni scuotono Atene mentre il nuovo governo irrigidisce i dispositivi repressivi e si appresta a varare nuove riforme. 

Il 17 novembre migliaia di giovani, studenti e lavoratori sono scesi in piazza per l’anniversario della rivolta del Politecnico di Atene, avvenuta nello stesso giorno del 1973: quarantasei anni fa gli studenti sfidarono la Giunta militare alla guida del paese che proibì, tra le molte cose, la formazione di associazioni studentesche e le elezioni dei consigli universitari.

Il clima politico non sembra aver attenuato il dispositivo repressivo in questi decenni. E' stato infatti smisurato il dispiegamento delle squadre di polizia di domenica scorsa: già dai primi passi del corteo era evidente l’intento di intimidire i manifestanti e i cittadini attraverso una militarizzazione sistematica di tutto il centro di Atene.

La settimana prima del corteo, una squadra di agenti MAT (i corpi speciali ellenici) ha fatto irruzione ad ASOEE, l’Università di Economia di Atene. E’ stato sgomberato uno spazio nel se-minterrato e due aule occupate, tutti i materiali sono stati sequestrati e alcuni ragazzi pestati. Accanto ad ASOEE il 10 novembre, Vancouver, un’altra occupazione, è stata sgomberata.

La possibilità delle forze armate di entrare nell’Università dopo 40 anni è oggi di nuovo permessa a causa dell’iniziativa di Nea Dimokratia, che ha cancellato la norma che prevedeva l’ingresso della polizia nel perimetro universitario solo nel caso di gravi reati e/o convocazione richiesta dal rettore (l'asilo accademico, che gli studenti avevano contestato nella giornata del 24 ottobre scorso).

Le politiche “Law&Order” del nuovo governo Nea Dìmokratìa, eletto il luglio scorso, sono già da qualche mese evidenti: reprimere con ogni mezzo le realtà spontanee e dal basso, allinear-si con il sistema educativo “di tendenza” in Europa e alimentare l’odio tra gli ultimi.

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In questi mesi, si stanno discutendo le nuove riforme universitarie volte a “velocizzare” i tempi per laurearsi e sono state inoltre approvate nuove leggi sull’immigrazione più restrittive. In particolare, nel quartiere di Exarchia, da agosto presidiato da pattuglie in ogni strada e dove ha sede il Politecnico, la polizia ha limitato l’accesso ai manifestanti e agli stessi cittadini: migliaia sono stati i MAT spiegati sulle vie intorno all’Università e al Museo Archeologico, ribadendo il messaggio propagandistico che “Exarchia è pericolosa” e che “non ci si può entrare”.

Gli arresti per la manifestazione di domenica 17 ad Atene sono stati 33 e più di 70 tra Salonicco, Creta e Patrasso.

Il 18 novembre il presidio in solidarietà con gli arrestati è stato attaccato da una squadra di polizia. La retorica è sempre la stessa, in Grecia come in tutta Europa, la politica istituzionale usa un linguaggio che non stenta a cambiare : “riqualificare”, “ripulire”, “lotta al degrado e all’abbandono”; l’intenzione è cancellare non solo gli spazi di socialità ma le stesse relazioni che si trovano al loro interno, favorendo di contro i processi di gentrificazione e le logiche di mercato.

Il 6 dicembre, come ogni anno nel giorno dell’anniversario della morte di Alexis Grioropoulos avvenuta nel 2008, si svolgerà un corteo ad Atene.

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E' notizia di poche ore fa la comminazione da parte della questura di Bologna dei divieti di dimora a Martin e Dogghi, antifascisti emiliani scesi in piazza nella città felsinea per respingere il comizio del segretario di Forza Nuova Roberto Fiore nella città felsinea durante le scorse europee.

 

La misura cautelare, in passato utilizzata contro le attività criminalità organizzata ma da qualche anno in auge anche per i "reati" sociali sotto le due torri, prevede l'allontanamento immediato dal capoluogo emiliano e il divieto di farvi ritorno a discrezione del giudice.

E' stato lanciato alle 18 in Piazza Verdi un presidio per reagire a questa ennesima provocazione, volta a colpire l'antifascismo in una città come Bologna già martoriata in passato dal terrorismo nero; e in cui (come provato dalle piazze di questi giorni) nonostante il comune sentire cittadino ripudi le destre e le loro ideologie c'è chi lavora alacremente per assicurare loro agibilità.

Di seguito il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo:

+++ NESSUN DIVIETO DI DIMORA PER CHI LOTTA! +++

Questa mattina è stato notificato un divieto di dimora della questura di Bologna nei confronti del nostro compagno Martin.

Questa misura repressiva a dir poco di carattere medievale arriva contro Martin per una giornata di lotta dalla potenza grandissima, quella dello scorso 20 maggio, giornata di mobilitazione contro la peste nera fascista  Roberto Fiore, che pretendeva di parlare in una piazza della nostra città.

Si tratta di una ripicca, di un'intimidazione da parte della questura, non solo ad un compagno, ma ad un'intera città, che sempre in momenti come quello in cui il fascista, artefice della strage alla stazione di Bologna tentava di fare la sua passerella, ha saputo vivere di intelligenza collettiva e spontaneamente invadere le strade e le piazze, per difenderle.
Bologna questo lo sa bene: le strade sicure non le fanno i divieti di dimora, le fanno i compagni e le compagne che lottano ogni giorno contro fascismo, razzismo, xenofobia e sessismo.

Se pensano che in questo modo Bologna non risponderà più a provacazioni di quanti pretendono di seminare odio nelle nostre piazze, circondati da mura e polizia, si sbagliano di grosso.
Antifa, quello che si dice si fa.

Esprimiamo la nostra solidarietà anche a Davide, compagno di Modena, anche lui raggiunto da un infame foglio di via.

Per questo oggi saremo in Piazza Verdi alle 18, in un presidio in solidarietà a Martin e a quanti vengono colpiti dalle infamie repressive dello Stato.

TOCCANO UNO, TOCCANO TUTT*!

 

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L'apparizione sulla scena politica delle "sardine" ha scatenato, comprensibilmente, un denso dibattito su questo fenomeno, al momento prettamente mediatico. Per quanto ci riguarda, a noi interessa relativamente sapere chi sono le "sardine": ci interessa molto di più sapere a chi parlano. Per capire se quanto mosso, finora più a livello di immaginario che di pratica politica, può interessarci o meno. Se possa costituire un avanzamento o un arretramento, una risorsa o un problema.



Il successo delle "sardine", ciò che è stato capito dagli organizzatori, tutt'altro che sprovveduti o lontani dalla politica come narrati inizialmente dai giornali, è in primis l'aver colto un'esigenza. Quella della volontà di un rilancio sociale. Di un contrasto (anche nei termini più bassi ed ultra-etici possibili) alla barbarie leghista. Di un'irriducibilità ad accettare come permanente, come scontato, l'attuale trionfo ideologico della destra reazionaria.

Un tentativo dunque di voler rappresentare l'esistenza di un altro, capace anche di potersi mostrare visivamente come tale. Contrastando quel Salvini che proprio sulla potenza del numero e della sua rappresentazione visiva aveva puntato rispetto a Bologna, affermando di voler riempire il Paladozza in ogni ordine di posto. Le "sardine" hanno colto l'hype che poteva generare lanciare una "sfida di cifre," attivando un'energia davvero imponente. Una volontà di vittoria che ha mosso tante forze – paradosso triste – proprio perchè il solo pensare di vincere qualcosa è ormai distante anni luce dal panorama desolante dell'opzione e della pratica "progressista".

Inoltre, la chiamata alle armi ha colto perfettamente la filosofia di utilizzo del social network del mondo di oggi. Nella società dominata da Instagram, dove tutto è immagine, funziona quello che può essere riprodotto in maniera spettacolare. Che poi può essere replicabile e declinabile in diversi modi e contesti, come vediamo in queste ore con i lanci di altre mobilitazioni in tutta Italia.  In questo senso, poco c'è di differente, in termini pratici, tra l'Harlem Shake, l'Ice Bucket Challenge e le "sardine". Le timeline durante la giornata bolognese dove hanno esordito le "sardine" erano letteralmente zeppe della stessa unica foto, quella dall'alto di piazza Maggiore per capirci. Un effetto di soddisfazione, di poter dire "io c'ero", che si accoppia ad un altro grande elemento della società di Instagram, la ricerca del nuovo a tutti i costi.

Un nuovo che però, per costituzione, tende a diventare vecchio. Ciò che è cool martedì non lo è più mercoledì, dove qualche nuovo trend prenderà il sopravvento. E così, non si "stupirà" più come la prima volta. Col rischio della marginalizzazione una volta che la copertura della stampa diventerà meno assidua, o davanti ad una piazza deludente in un altro capoluogo regionale (vedremo che accadrà ad esempio in luoghi come Piacenza o Rimini). Noi non speriamo che questo accada, anzi. Siamo curiosi di capire come si evolverà, per durare, questa attivazione, auspicabile come ogni sasso dentro il torbido stagno di questa gelida fase politica.

E allora, di cosa stiamo parlando se vediamo verso il futuro? Esiste una potenzialità sul lungo periodo? Difficile fare previsioni ora, banchi di prova saranno senza dubbio le piazze convocate a Roma, Milano, Torino, Firenze nelle prossime settimane. Il punto è che però sono proprio queste convocazioni nei principali centri urbani che ci mostrano il problema. Problema che si colloca nella realtà di un contesto sociale in via di scongelamento, come scrivemmo in occasione delle elezioni del 2018, quelle della vittoria del neopopulismo pentastellato e del sovranismo leghista. Questo scenario di transizione, immutato anche in seguito al cambio di esecutivo, ci parla come quello di ieri della necessità di contendere l'esercizio del conflitto a Salvini. Non di ricercare una pacificazione basata sulla restaurazione di "un senso di responsabilità", di una "dignità istituzionale" che a molti ha ricordato la retorica girotondina, che ha provocato a colpi di austerità l'attuale potenza dell'opzione sovranista su scala europea.

Se la Lega struttura il suo blocco sociale sul razzismo e sulla preferenza nazionale, è soprattutto nelle periferie che trova il suo soggetto. Nelle contraddizioni, nelle angosce esistenziali, nelle difficoltà economiche di periferie che senza dubbio sono state assenti nelle piazze di "sardine" bolognesi e modenesi. Distanti da momenti che hanno piuttosto materializzato il permanere di una "società della ztl", vagamente rappresentata dal PD in termini elettorali (sebbene assolutamente non nella sua totalità) ma separata anni luce dai contesti marginali dove trionfa invece l'opzione leghista.

Non è sbagliato collegare al movimento delle "sardine" l'inchiesta molto discussa in cui si notava come il PD trionfi nelle località con più di 60.000 abitanti mentre la Lega spadroneggia nei piccoli comuni. Uno scenario non solo italiano, ma globale, basti pensare ai casi ormai di scuola della Brexit o delle elezioni Usa 2016.  Piuttosto, sembra abbastanza preoccupante che in una città come Bologna, dominata da decenni da un blocco sociale di granito come quello costituito da partito, sindacato, cooperative varie, capace di agire capillarmente nei luoghi di lavoro e in quelli della formazione, ci si sorprenda di fronte a diecimila persone in piazza. E' qui che si misura la crisi di una certa sinistra, alla ricerca di un nuovo da cui trovare un'energia e una spinta che non è però in alcun modo sinonimo di radicamento.

Una crisi simboleggiata dal fatto che gli stessi esponenti politici dei PD locali siano costretti a nascondersi, ad aderire di soppiatto, a non potersi rivendicare in pieno la spinta che hanno dato alla mobilitazione. Perchè rischierebbero di depotenziarla. E' la prova provata dell'odio sociale accumulato in questi anni nei confronti di una classe dirigente che tenta di nuovo, aiutata dalla mossa renziana, a costruirsi un profilo progressista, poi smentito alla prima prova pratica dei fatti (vedi ad esempio ridicola marcia indietro sul tema della plastic tax). Se Zingaretti spera di guadagnare qualcosa dal coccolare le piazze, dal definirle una forma di ri-generazione della politica, è anche vero che la natura stessa del PD e il carattere ancora incerto di quel che saranno le "sardine" rendono questa presa di posizione molto più una speranza che un qualcosa di tangibile.

Un altro tema è la relazione con i movimenti sociali. Da sottolineare come la crisi di una certa retorica democratica si sia manifestata anche nell'incapacità da parte degli organizzatori delle "sardine" di attaccare a mezzo stampa, puntando sulle pratiche, il corteo militante che a Bologna ha resistito agli idranti cercando di arrivare al Paladozza. Un corteo che peraltro non è stato svuotato, anzi, dalla contemporanea mobilitazione di piazza Maggiore. Facendo notare che probabilmente gli ambiti di riferimento delle due piazze, in termini di sensibilità ai diversi messaggi, non sono certo coincidenti. Inutile allora è dirsi, come fatto in passato, "come dialogare con le sardine". Bene che ci siano, tutto qui. Piuttosto, bisogna portare a casa l'esistenza di quell'esigenza di riscatto di cui sopra, continuando ad agirla politicamente soprattutto in contesti come quelli delle mobilitazioni femministe e ecologiste dove questa volontà di riscatto ci sembra essere anche li presente.

Senza scordare che la natura "pacifista e democratica", che finora ha caratterizzato la mobilitazione delle "sardine", si presta al rischio di poter essere controutilizzata. Con molta intelligenza Salvini ha affermato che a Rimini andrà in piazza dalle sardine, che proverà a parlare e ad ascoltare. A quel punto che succederà? Salvini, l'uomo dei porti chiusi e dell'abbraccio al peggior fascismo nazionale ed europeo, verrà considerato come interlocutore all'interno di uno scenario "democratico" o verrà, come sarebbe doveroso fare, espulso con anche una certa determinazione dalla piazza?

E' chiaro che nel primo caso sarebbe un problema di credibilità del movimento, nel secondo, molto auspicabile, sarebbe invece un salto di qualità. Che però minerebbe senza dubbio quell'appoggio mediatico e di certi pezzi istituzionali che ha finora avuto il movimento. Staremo a vedere.

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in varie

Pubblichiamo una lettera di Matteo sulla vicenda processuale che lo coinvolge dopo i fatti di Cremona del 2015 con alcune riflessioni sulla necessità di trovare i mezzi per smontare il reato di "devastazione e saccheggio".

Ciao a tutte e tutti,

sono Matteo, uno degli arrestati per la grande giornata antifascista del 24 gennaio 2015 a Cremona. Il 10 dicembre nel Palazzaccio di Giustizia di Brescia, ancora una volta, si terrà una triste e grigia udienza, presieduta da altrettanti tristi e grigi togati, che determinerà il mio prossimo futuro: come scontare, cioè, la pena divenuta oramai definitiva ad anni 3 e mesi 8 per il reato numero 419 del codice penale - alias l’ignobile devastazione e saccheggio.

A più di quattro anni da quel 24 gennaio, Cremona 2015 ancora non è finita.

In tantissimx di sicuro ricorderete i giorni di rancore, frustrazione e dispiacere che precedettero quella dirompente manifestazione e le notizie che giungevano dalla città dei violini, nella quale un compagno era stato massacrato durante un vile agguato fascista.

Quella volta il limite si era ampiamente superato, Emilio lottava fra la vita e la morte.

Ricorderete come in quella giornata, in migliaia, generosamente e coraggiosamente, decisero in prima persona e con i propri corpi di riempire le strade della città e di rispondere con determinazione alla vile aggressione operata da Casapound.

Arrivammo a Cremona per ribadire con fermezza che episodi di quel tipo non fossero più tollerabili e che fosse necessario, e sempre più urgente, opporsi con tenacia alla presenza di sedi fasciste, a Cremona ed altrove.

E quel meraviglioso sabato lo dimostrò ampiamente.

Il freddo pungente, l’odore acre dei lacrimogeni, l’assetto da guerra che ci accolse, non fermarono un corteo numeroso e determinato, che cercò in tutti i modi di raggiungere la sede cittadina dei seminatori di odio.

Attraversammo le strade della città, carichi di ira e di apprensione nel sapere un compagno quasi in fin di vita per mano dei camerati del terzo millennio e di quelle istituzioni che ancora una volta si erano distinte per la loro ambiguità e il loro atteggiamento da Giano Bifronte; da un lato, con la solita disgustosa retorica politichese, condannavano fermamente l’inaccettabile episodio di violenza, dall’altro, nel tempo e in passato, molto, troppo, avevano fatto per contribuire allo sdoganamento e alla legittimazione nei territori di Casapound e di altri rigurgiti nostalgici.

Era davvero troppo tardi per rimanere calmi.

Il fiume in piena quel pomeriggio dilagò rompendo qualsiasi tipo di argine.

La volontà giudiziaria riguardo i fatti di Cremona, fu quella di fare in fretta, di concludere quanto prima. Il ricorso ad una tipologia di reato come quella dell’art.419 - che evoca scenari apocalittici di manzoniana memoria, propri di una guerra civile - e le conseguenti condanne, evidenziarono una totale complicità dello stato nell’avallare istanze neofasciste e xenofobe.

Ciò si rese ancor più evidente nel corso delle molteplici udienze, nei vari gradi di giudizio, incentrate sul tentativo di equiparare un’aggressione di matrice politica ben precisa ad una rissa e ad uno scontro tra bande. In tali sedi, inoltre, si è sostenuto, più e più volte, che fascismo ed antifascismo sono categorie storiche ampiamente superate, alla faccia di chi, proprio da chi si definisce fascista, era stato ridotto in fin di vita.

Come spesso accade in questi casi, si “colpì nel mucchio”, riesumando quel “reato dormiente” - almeno sino alla fine degli anni ’90 - di Devastazione e saccheggio, ereditato dal fascistissimo Codice Rocco del 1930 e mai riformato, già utilizzato per i fatti di Genova 2001, Milano 2006, Roma 2011, (successivamente anche a Milano in occasione di Expo 2015).

L’articolo 419 c.p. prevede pene detentive che vanno dagli 8 ai 15 anni e mira a colpire individui e movimenti nella loro fase aggregativa, in contesti di mobilitazione di piazza. Si tratta di un capo d’accusa utilizzato, ancora una volta, come efficace strumento di contrasto della conflittualità sociale poiché mira a dispensare condanne pesantissime e a ‘devastare’ movimenti o grandi giornate di opposizione diretta.

Nella fattispecie cremonese, la tesi accusatoria affondò i suoi presupposti non concentrandosi sui “gravi comportamenti delittuosi e i molteplici danni” che scaturirono dalla rivolta antifascista, bensì affermando e sottolineando il fatto che la quiete, la pace e la ‘stasi sociale’ era stata turbata e messa in pericolo, individuando essa stessa, quindi, come condizione “normale” ed imprescindibile della società, da preservare con il massimo impegno e rigore.

La volontà, dunque espressa quel sabato, di ribadire con determinazione e fermezza che agguati nostalgici avallati da ambigui comportamenti istituzionali non erano più accettabili e tollerabili, si scontrò con l’inammissibile interruzione della “normalità”, della “pace sociale” e del “decoro urbano” della piccola provincia lombarda.

Senza dilungarmi troppo su come la terminologia che costituisce questo tipo di reato da un punto di vista semantico sia stata totalmente avulsa, storpiata e distorta dal potere costituito e dall’apparato giudiziario (cosa si intende per devastazione? cosa si intende per saccheggio? la precarietà di futuro e di vita a cui ci costringono può essere definita normale mentre il danneggiamento di 3 istituti bancari devastazione?!?!).

Credo sia bensì necessario cercare quanto prima di riflettere, discutere e confrontarci per tutelarci e difenderci da questo tipo di dispositivo giudiziario, oramai ampiamente sdoganato.

Di frequente - a partire dall’uso strumentale ed improprio di tale reato per le contestazioni di Genova 2001- le giornate di grande mobilitazione che hanno visto la partecipazione di numerosissimx compagnx e che sono sfociate in dure e dirette pratiche di opposizione, hanno subìto questo tipo di repressione e la conseguente mannaia della sovra-determinazione giuridica.

La peculiare caratteristica del reato e le sue pene così elevate, sembrano particolarmente adatte a colpire situazioni di conflittualità di piazza molto diverse tra loro e spesso si è rivelato quanto mai difficile e complicato costruire percorsi di vicinanza e solidarietà ampi e duraturi nei confronti degli imputati e delle imputate.

I lunghi tempi processuali, le possibili gravità delle condanne, l’etichettamento diffamatorio da parte di organi statali e dell’opinione pubblica, le varie e variegate scelte processuali nell’affrontare processi in cui spesso sono solo e soltanto i giudici a decidere se una particolare situazione corrisponda o no alla fattispecie dell’articolo, seguendo criteri fumosi e alquanto contraddittori, hanno contribuito ad un disgregamento di percorsi solidali e di lotta orientati a contrastare tale dispositivo.

Non ho risposte e quantomeno risoluzioni adatte.

Qualche anno fa, quando correvano simultaneamente nelle procure di Roma, Milano e Cremona tre accuse di devastazione, si cercò insieme a tanti compagni e tante compagne generosx, fra cui l’infaticabile e inarrestabile Peppino, di mettere insieme e di far partire un percorso legato strettamente al reato di devastazione e saccheggio.

Credo sia necessario riprendere questo percorso.

Io, insieme a tantx compagnx e solidalx abbiamo una grande voglia di metterci in gioco e capire come e con quali mezzi si possa smontare tale reato, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista giudiziario/processuale, magari anche partendo dalla mia esperienza.

Intanto, abbiamo deciso assieme all’Associazione Bianca Guidetti Serra - che da anni si occupa di fornire sostegno legale e di affrontare tematiche come il carcere e la repressione dei movimenti sociali– di creare un fondo comune per sostenere le realtà che si oppongono a questo reato.

Vi abbraccio forte e ringrazio chiunque stia spendendo ogni singola energia in vista della prossima tappa giudiziaria.

Matteo

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Gilets Jauniversaire!

Uno dei tanti festosi slogan che hanno accompagnato il week-end appena concluso, nel quale decine di migliaia di persone – con e senza gilet, ma le motivazioni eccedevano il simbolo– hanno invaso strade e piazze delle città francesi, riservando una partecipazione eccezionale a Parigi. Nella capitale i concentramenti sono iniziati dal mattino presto: già dalle 9 s’intraprendeva un tentativo di blocco del periferico a porte Champerret, in contemporanea all’occupazione di Place d’Italie. Nel giro di pochi minuti Champerret veniva violentemente sgomberata, ma le persone defluivano in un corteo che si sarebbe disperso parecchie ore dopo a Bastille per via di una contromossa molto cara ai flics che consiste nel creare cordoni tutt’attorno la piazza sottoponendo ad una piogga di gas chi si trova al suo interno.

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A Place d’Italie questa dinamica si è data dall’inizio. La polizia, evidentemente messa in allerta dalla partecipazione in termini di numeri e di entusiasmo, ha infatti chiuso la piazza prima che le persone arrivate lì potessero muoversi in corteo, saturato ogni spazio di gas, con l’aggiunta di idranti e GLI-F4.

La prefettura ha chiamato i responsabili del corteo per comunicare di avere annullato l’autorizzazione a partire e generando così una reazione estremamente combattiva: i manifestanti hanno immediatamente iniziato a dare fuoco ai materiali di un cantiere, incitando i pompieri a raggiungere le loro file (“la polizia mena anche voi!”); contemporaneamente prendendo d’assalto la banca HSBC. Gli scontri diretti con la polizia venivano accompagnati da canti contro Macron ripetutamente rinnovati in qualsiasi parte della piazza, diventato un corpo vivo, nonché rappresentazione di rivendicazioni che arrivavano fin dai paesi di provincia, dove per molti individui ogni mese si rinnova la preoccupazione di non riuscire a pagare il riscaldamento.

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Alcune interviste di media indipendenti hanno testimoniato la presenza di attivisti di XR (Extinction rebellion), i quali, pur avendo sposato il diktat della non-violenza, hanno dovuto riconoscere il comune fine della loro battaglia con la lotta dei gilets jaunes. Dice un loro attivista: “dal momento che combatti le multinazionali che sono responsabili del 75% dell’inquinamento mondiale, sei ambientalista”. Alcuni rimettono in discussione i termini dello stesso diktat, come un’attivista che inizialmente si dichiarava non violenta per poi interrogarsi sull’efficacia di questa pratica e sulle violenze perpetuate dal sistema contro cui ogni sabato va a manifestare. La gestione incredibilmente violenta da parte del dispositivo di repressione è stata riconfermata e anzi inasprita in questi due giorni di conflitto, in cui la polizia ha fatto un gran numero di feriti tra i manifestanti: ve ne sono alcuni colpiti alla testa mentre chiacchieravano con l’equipe medica, altri rimasti sfigurati sempre per aver ricevuto lacrimogeni esplosivi in faccia. Ciò che bisognerebbe allora riconoscere è che la violenza che in questo fine settimana è venuta dalle strade e dalle piazze era un incanalamento dell’ingiustizia subita da parte di chi, detenendo il potere, conduce una politica di violenza costante e individualizzata sotto la forma del reddito, dei servizi pubblici, dell’inquinamento e della stigmatizzazione. In questo senso, ogni tentativo di depoliticizzare la violenza criminalizzandola e relegandone la messa in atto a fantomatici gruppi di facinorosi altro non è che un gioco mistificante che tenta di garantire la conservazione del potere in un momento di estrema debolezza di quello stesso. Conosciamo bene questa strategia in Italia; in Francia essa si è sbizzarrita seguendo le stesse dinamiche nella narrazione e conseguente tentativo di stigmatizzazione dei gilets jaunes. Che la violenza di piazza sia un modo per rendere visibile la più sottile, quotidiana e omicida violenza del sistema di governance capitalista è uno dei punti su cui i gilets jaunes sono risultati estremamente convincenti anche agli occhi di chi con quel tipo di pratica non aveva mai avuto a che fare. E anche se non tutti comprensibilmente si sentono di mettere in atto forme di protesta che implicano impiego di forza, non per questo si genera una rottura nel movimento; significative a riguardo le parole di una commerciante dei pressi di Place de la Republique: “certo non mi sento di rompere le vetrine, ma anche io mi sento gilets jaunes tanto quanto”.

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Nel pomeriggio di sabato, fino a sera, le tattiche di piazza apprese e affinate in un anno di mobilitazione hanno fatto veramente la festa, bloccando il centro città tra Chatelet, il forum di Les Halles, il Palais Royal e la Senna - cuore pulsante del consumo parigino, a due passi dal Louvre. Migliaia di gilets jaunes che attraversavano strade affollate di passanti e di negozi, irriconoscibili fin quando non si riunivano in gruppi (il gilet è stato lasciato a casa), pronti a far partire cortei selvaggi dalla durata media di pochi minuti. Tattica che per la sua imprevedibilità rende praticamente impossibile alla polizia sedare definitivamente la mobilitazione, che diventa reticolare, allo stesso tempo effimera e ciclica nella sua insorgenza, diffusa e sostanzialmente ingovernabile. La mancanza di un “soggetto-corteo” ha messo a tal punto in crisi la gestione poliziesca da aver imposto, nell’ultimo anno, la necessità di mettere a punto una strategia anti-GJ ad hoc, quella che abbiamo visto sabato pomeriggio: cardine è la brigade anti-terrorisme (BAC), corpo di picchiatori estremamente mobili armati di manganello, gas, flashball, si aggirano a piedi e in borghese o in moto con il compito di reprimere immediatamente con ogni mezzo necessario ogni corteo selvaggio che si agglutina. La compagnie républicaine de sécurité (CRS) e le camionette sono invece statiche e hanno il compito secondario di difendere obiettivi sensibili.

In quelle ore, il momento centrale è stata l’occupazione del Forum de Les Halles verso le 18, la quale si è mantenuta almeno fino alle 20.

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Il giorno seguente, alla mattina, l’azione centrale tra le molte previste era l’occupazione di un “tempio del consumo”. Così è stato: sono bastati una cinquantina di gilets jaunes a chiudere per tutta la giornata le storiche Galeries Lafayette. Una volta entrati nella galleria, indistinguibili dagli altri componenti della folla, un gruppo di persone ha indossato il gilet giallo, ha iniziato ad intonare cori (“La, lalalalalala…les gilets jaunes!”) e ha dichiarato al megafono l’occupazione del “tempio”. Il tutto è durato pochi minuti, ma tanto è bastato a far decidere al gestore della galleria di chiudere per l’intera giornata tutto il centro commerciale.

Le lunghe giornate di conflitto sembravano ormai finite, e invece il pomeriggio di domenica in molti si sono sorpresi di vedere su media manif apparire una marea gialla che invadeva Place de la République. Ancora un’occupazione di una piazza, ancora scontri con la polizia che, in quella che sembra ormai una reazione nevrotica, si riversa in massa sulla piazza, militarizzandola per ore dopo la fine delle rivolte temendo il ritorno dei gilets jaunes, mettendo in scena una piece dal gusto fascistizzante, con tanto di marce avanti e indietro da parte di plotoni armati di manganello.

In questa occasione abbiamo raccolto delle interviste. La prima a Vivian, una signora sulla sessantina. È una gilet jaune della prima ora e partecipa al movimento dal primo dicembre; racconta con entusiasmo dell’operazione metro Montreuil gratuit a cui ha preso parte la mattina – un gruppo di GJ ha mantenuto aperti i tornelli della stazione di Montreuil. Alla domanda se il movimento sia cambiato risponde di sì: ad esempio, si sono cacciati i fascisti e anche questo ha comportato una maggiore unione tra tutti i militanti; persiste però un fattore che lei considera originario, ovvero rompere l’isolamento delle persone che venivano dalle campagne. Sottolinea poi l’incomprensione generalizzata delle caratteristiche del movimento, tanto da parte dei grandi media quanto da parte della maggior parte degli esperti che vorrebbero spiegarlo.

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Abbiamo poi parlato con Anne, insegnante di sostegno. Anche lei partecipa al movimento dall’inizio e ci tiene ad informarci che in un anno la rabbia è grandemente montata, le posizioni politiche si sono precisate e le rivendicazioni sono diventate ben più vaste. Le motivazioni della larga partecipazione che lei rintraccia sono inequivocabili:“Ne abbiamo le palle piene di questo sistema di merda dell’organizzazione sociale dell’ingiustizia! Qui a Parigi vediamo povertà ovunque, gente che dorme per strada” ci dice indicando una persona sdraiata sul cemento. “Si dice che Parigi sia una delle città più ricche del mondo, ma sono solo poche persone che si arricchiscono sempre di più”; le sue rivendicazioni sono radicali e non mediabili: “Vogliamo un altro mondo, un’altra vita e non pensiamo sia una pretesa infantile, non vogliamo il loro mondo, società, violenza, organizzazione, depressione. Lo vedi come siamo capaci di autorganizzarci? Un mondo dove ciascuno può vivere bene in funzione dei propri bisogni e col proprio lavoro”.

Sembra che adesso, ancora di più dopo questo fine settimana, tutta la Francia veda come i gilets jaunes siano capaci di autorganizzarsi, almeno a giudicare dalle notizie confezionate dai grandi media. I tentativi dell’ultimo mese da parte di Macron di minimizzare il problema gilets jaunes, trattandolo come una questione sostanzialmente superata e sostenendo che non ci fosse da temere per il compleanno, si infrangono contro un’evidenza talmente palese da non poter essere taciuta: seppur trattata sotto il segno della ben nota “violenza intollerabile”, la rivolta dei gilets jaunes si prende ogni spazio della comunicazione di attualità e di politica, mettendo ancora una volta profondamente in questione il governo Macron: ancora una volta per la sua larga partecipazione e radicalità, ancora una volta per la sua durata ormai annuale che non sembra accennare a sedarsi. I segni sono piuttosto di maturazione tanto individuale quanto collettiva, senza concedere un millimetro alle manovre da qualcuno definite “liberal-fasciste” del presidente, che ammantano sotto concessioni democratico-liberali (come il ritiro della famosa tassa sul carburante o le misure del Grand Debat) una repressione durissima la quale, volendo fiaccare il movimento, finisce invece per renderlo sempre più radicale e consapevole, finisce per divenire insomma vettore di soggettivazione politica; la guerriglia di Place d’Italie ne è solo l’ultima prova.

Maturazione che potrebbe fare un salto il prossimo cinque dicembre, giornata in cui è previsto uno sciopero generale contro la riforma delle pensioni. Le cifre che si annunciano della mobilitazione sono alte e lasciano intravedere la volontà di non far finire la festa.

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