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Articoli filtrati per data: Friday, 15 Novembre 2019

Dodici anni. Una sentenza vergognosa, eccessiva, punitiva, sproporzionata.

E' quella della Cassazione di Roma del 2012, emessa nei confronti di Vincenzo Vecchi rispetto ai fatti del G8 di Genova 2001. Fortunatamente Vincenzo ieri è stato liberato. Ma quella che ha subito è una sentenza praticamente pari, sei mesi in meno, a quella comminata nei confronti dei carabinieri che hanno ammazzato di botte Stefano Cucchi.

 

Da questo paragone dobbiamo partire, dal sottolineare l'ennesima applicazione del principio per il quale una vetrina ha lo stesso valore di un uomo. Nel day after della condanna, ci sembra questo il modo migliore di tenere la barra dritta. Di far risaltare il carattere infame di una giustizia che, dopo la sentenza romana, c'è il rischio di dimenticare, anche ingenuamente.

Soprattutto se, accecati dal sole frontista anti-salviniano, ci si fa fregare dal disgusto che emerge leggendo le dichiarazioni del ducetto leghista a Bologna. Sia quelle che infangano la memoria di Stefano, ancora una volta definito un drogato, sia quelle nei confronti dei giudici che hanno sancito la responsabilità di Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro nella morte del ragazzo.

Basterebbe però il primo processo-farsa sul caso Cucchi a far tornare in mente la realtà del sistema giuridico, sempre animato da uno spirito politico, mai tecnico. La realtà di un apparato penale che difende fino allo stremo il braccio armato della legge, crollando solo di fronte a sforzi impressionanti di ricerca della verità come quelli di Ilaria Cucchi.

Ma è lo stesso sistema che condanna senza appello chi scende in piazza per motivi politici, facendo ricadere tutto nelle semplici due paroline, devastazione e saccheggio. Con cui ormai si attacca ogni espressione non compatibile di dissenso, cercando di banalizzarla.

Da qui bisogna ripartire, perchè purtroppo non tutte le vittime di omicidio di stato in questo paese hanno e avranno una sorella con la stessa forza di Ilaria nel fare emergere la verità. In tanti altri casi la giustizia tornerà a fare il suo dovere, a insabbiare, a coprire, a depistare, ad agire come forza politica attiva nel sistema a tutti gli effetti. Impegnata nella conservazione degli interessi di pochi a scapito di quelli molti, nel difendere i servi del potere.

Così come ha fatto per tutta la sua storia recente, come a breve torneremo a ricordare pensando ai 50 anni già passati dalla morte di Pinelli e dalla strage di piazza Fontana.

 

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in varie

Vincenzo Vecchi è stato liberato dalla Corte d'Appello di Rennes. Le tante mobilitazioni di solidarietà hanno ottenuto quindi la libertà di Vincenzo. 

Vincenzo era stato arrestato l'8 Agosto scorso su richiesta dell'Italia che ne aveva chiesto l'estradizione per una condanna infame e sproporzionata per devastazione e saccheggio relativa alle manifestazioni del G8 di Genova. I fatti risalgono ormai a oltre 18 anni fa e negli ultimi mesi una campagna internazionale, in particolare in Francia e in Italia ha acceso l'attenzione sulla situazione di Vincenzo. Grazie alla mobilitazioni di decine di comitati in Francia e dei presidi durante le udienze, la Corte d'Appello di Rennes avevo richiesto un supplemento di inchiesta, dando all'Italia tempo fino al 10 Ottobre per inviare i documenti riguardanti il processo. Oggi viene rese pubblica la decisione della Corte di Rennes che ha definito irregolare il mandato di arresto europeo. Vincenzo torna libero. 

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È stata la sollevazione del popolo boliviano e delle sue organizzazioni, in ultima istanza, a provocare la caduta del governo. I principali movimenti hanno chiesto la rinuncia (di Morales, ndt) prima che lo facessero le forze armate e la polizia.

L’Organizzazione degli Stati Americani ha sostenuto il governo fino alla fine. La congiuntura critica che attraversa la Bolivia non è cominciata con la frode elettorale, ma con il sistematico attacco del governo di Evo Morales e Álvaro García Linera ai movimenti popolari che li avevano portati al Palacio Quemado. Una scelta irresponsabile, fino al punto che, nel momento in cui hanno avuto bisogno di essere difesi proprio da quei movimenti, essi erano disarticolati e demoralizzati.

1- La mobilitazione sociale e il rifiuto da parte dei movimenti di difendere quello che in un certo periodo era stato il “loro” governo è stato il fattore chiave che ha causato la rinuncia. Lo testimoniano le dichiarazioni della Central Obrera Boliviana, dei docenti e delle autorità dell’Universidad Pública de El Alto (UPEA), di decine di altre organizzazioni e di Mujeres Creando, forse la più chiara di tutte nel pronunciarsi. La sinistra latinoamericana non poteva accettare che una parte considerevole del movimento popolare esigesse la rinuncia del governo, perché non riesce a vedere al di là dei caudillos.

La dichiarazione storica della Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia (FSTMB), vicina al governo, è l’esempio più chiaro del sentimento di molti dei movimenti: “Presidente Evo, hai già fatto molto per la Bolivia, hai migliorato l’educazione, la salute, hai dato dignità a molta gente povera. Presidente, non lasciare che il tuo popolo bruci e non farti carico di altri morti. Tutto il popolo ti apprezzerà per la posizione che devi prendere, la rinuncia è inevitabile, compagno Presidente. Dobbiamo mettere il governo nazionale nelle mani del popolo”.

Mujeres Creando

2 – Questo triste esito ha dei precedenti che risalgono, in approssimata sintesi, alla marcia in difesa del Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro-Sécure (TIPNIS) del 2011. È stato dopo quell’azione moltitudinaria che il governo ha cominciato a dividere le organizzazioni che l’avevano convocata.

Mentre Morales e García Linera mantenevano eccellenti relazioni con l’imprenditoria, diedero un colpo dello Stato contro il Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qullasuyu (CONAMAQ) e la Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia (CIDOB), due organizzazioni storiche dei popoli originari. Mandarono la polizia, fecero allontanare i dirigenti legittimi e dietro arrivarono, protetti dalla polizia, i dirigenti affini al governo.

Nel giugno del 2012, il CIDOB denunciò la “intromissione del governo con il solo proposito di manipolare, dividere e indebolire le istanze organiche e rappresentative dei popoli indigeni della Bolivia“. Un gruppo di dissidenti, con l’appoggio del governo, delegittimarono le autorità e convocarono una “commissione allargata” per eleggere nuove autorità.

Nel dicembre del 2013, un gruppo di dissidenti del CONAMAQ, affini al MAS (il partito di Morales, ndt), presero il locale, picchiarono ed espulsero coloro che si trovavano lì. Lo fecero con l’appoggio della polizia, che rimase a presidiare la sede e a impedire che le legittime autorità potessero recuperarla. Il comunicato dell’organizzazione assicura che il golpe contro CONAMAQ è stato fatto per “approvare tutte le politiche contro il movimento indigeno originario e il popolo boliviano, senza che nessuno potesse dire nulla”.

3 – Il 21 febbraio del 2016 lo stesso governo ha convocato un referendum perché il popolo si pronunciasse a favore o contro la quarta rielezione di Morales. Malgrado la maggioranza avesse detto di NO, il governo ha continuato ad andare avanti con i programmi per la rielezione.

Entrambi i fatti, il disconoscimento della volontà popolare e l’espulsione delle legittime direzioni dei movimenti sociali, rappresentano dei colpi contro il popolo.

Ancora più grave. Nella mattina di mercoledì 17 febbraio, alcuni giorni prima della consultazione referendaria, una manifestazione di genitori di studenti è arrivata fino al municipio di El Alto. Un gruppo composto da un centinaio di partecipanti è entrato con la forza nell’area recintata del municipio provocando un incendio in cui sono morte sei persone. I manifestanti che si erano infiltrati nella mobilitazione dei genitori appartenevano al partito del governo, il Movimiento al Socialismo (MAS).

È questo lo stile di un governo che oggi denuncia il “golpe”, ma ha agito costantemente in forma repressiva contro i settori popolari organizzati che si opponevano alle sue politiche estrattiviste.

4 – Nelle elezioni del 20 ottobre, secondo la maggioranza dei Boliviani, si è consumata una frode. I primi dati mostravano la necessità di un secondo turno elettorale. Poi però il conteggio dei voti è stato fermato senza alcuna spiegazione e i dati che sono stati resi pubblici il giorno successivo mostravano che Evo aveva vinto al primo turno, giacché avrebbe ottenuto oltre il 10 per cento di differenza sullo sfidante sebbene non arrivasse al 50 per cento dei voti.

In diverse regioni si verificano scontri con la polizia, i manifestanti danno alle fiamme tre uffici regionali del tribunale elettorale a Potosí, Sucre e Cobija. Le organizzazioni cittadine convocano uno sciopero generale a tempo indeterminato. Il giorno 23 Morales denuncia che è già in corso “un colpo di Stato” da parte della destra boliviana.

Lunedì 28 la protesta si è intensifica con blocchi stradali e scontri con la polizia, ma anche tra simpatizzanti e oppositori al governo. Come già avvenuto in altre occasioni, Morales e García Linera mobilitano le organizzazioni cooptate per affrontare altre organizzazioni e persone che si oppongono al loro governo. Venerdì si ammutinano le prime tre unità della polizia a Cochabamba, Sucre e Santa Cruz, e a La Paz gli uomini in divisa fraternizzano con i manifestanti. Due giorni dopo, con un intero paese mobilitato, il governo offre la sua rinuncia verbale, ma non scritta.

5 – In questo scenario di polarizzazione, dobbiamo sottolineare il rilevante intervento del movimento femminista boliviano, in particolare del collettivo Mujeres Creando, che ha guidato la mobilitazione delle donne nelle principali città.

Il 6 novembre, quando la polarizzazione si è fatta violenta, María Galindo (la giornalista militante che ha fondato il collettivo delle Mujeres, ndt) ha scritto sul quotidiano Página 7: “Fernando Camacho ed Evo Morales sono complementari. Entrambi si ergono a rappresentanti ‘unici’ del popolo”. Entrambi odiano le donne e gli omosessuali. Entrambi sono omofobi e razzisti ed entrambi usano il conflitto per trarne vantaggi.

Maria scrive che non solo esige le dimissioni del governo e del tribunale elettorale (complice della frode), ma la convocazione di nuove elezioni con altre regole in cui ci sia la partecipazione della società, perché “nessuno abbia più bisogno di un partito per essere ascoltat@ e per esercitare una rappresentanza”.

L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera quando hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari.

6 – Nella sinistra latinoamericana, se ancora si conserva qualcosa in fatto di etica e di dignità, dobbiamo riflettere sul potere e gli abusi che comporta il suo esercizio. Come insegnano le femministe e i popoli originari, il potere è sempre opprimente, coloniale e patriarcale. Per questo loro rifiutano i caudillos e le comunità utilizzano il sistema della rotazione dei capi affinché non accumulino potere.

Non possiamo dimenticare, tuttavia, che in questo momento esiste un serio pericolo che la destra razzista, coloniale e patriarcale riesca ad approfittare della situazione per imporsi e provocare un bagno di sangue. Il revanchismo politico e sociale delle classi dominanti è sempre latente, lo è stato per cinque secoli, e deve essere frenato senza esitazioni.

Non entriamo nel gioco della guerra che entrambe le parti ci vogliono imporre.

úl Zibechi

11 novembre 2019

Desinformémonos

Foto: www.internationalist.org / Foto Radio Fides

Tradotto per Comune-info da Marco Calabria con il titolo “La Bolivia e il gioco della guerra”

12 Novembre 2019

tratto da Comune-info

https://comune-info.net/la-bolivia-e-il-gioco-della-guerra/

Traduzione per Comune-info di Marco Calabria: Raúl Zibechi, “Bolivia: un levantamiento popular aprovechado por la ultraderecha” pubblicato il 11/11/2019 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/bolivia-un-levantamiento-popular-aprovechado-por-la-ultraderecha/] ultimo accesso 14-11-2019.

 

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Diffondiamo un contributo pubblicato da Levante - Testate dal bassoLevante - Testate dal basso, all'indomani della seconda passeggiata in difesa del quartiere che ha visto ancora una volta migliaia di persone illuminare e attraversare il quartiere di Centocelle. Il contributo è stato scritto da un abitante del quartiere che prova a dare una lettura della complessa e grave situazione di Roma Est.

E siamo a quattro. Il 25 aprile prende fuoco la Pecora Elettrica, poi è stata la volta della Pinzeria di via delle Palme quasi un mese fa, proprio di fronte alla libreria-caffè. Il 6 novembre si riaccende la Pecora elettrica e dopo pochi giorni è stato dato fuoco al Baraka Bistrot in via dei Ciclimini.
Siamo a 4 incendi dolosi nel giro di pochi mesi.

Dopo il secondo incendio della libreria che ha numerosi aficionados nel mondo della sinistra, la risposta del quartiere è stata importante. E' stato organizzato in quattro e quattrotto un corteo di migliaia di persone che hanno sfilato da Piazza dei Mirti a via Federico Delpino. Lo slogan di apertura recitava: “Combatti la paura! Difendi il tuo quartiere!”. Quando qualcuno ha avuto l'idea di usare i cellulari per farne delle piccole luci da alzare in alto come se fossero migliaia di piccole fiaccole, Centocelle si è illuminata tutta: un quartiere vivo, bullicante, straripante, troppo e tutto insieme.

Sembrava una di quelle manifestazioni contro le vittime di mafia e tanti interventi e slogan la nominavano, così proprio così, un quartiere contro la mafia. Ma cos'è la mafia? Cos'è il fascismo? Altro nemico nominato ad Aprile perchè non potevano essere che loro...Loro chi? I fascisti, se incendiano una libreria antifascista il 25 aprile.... Chi se no?

Cosa succede a Centocelle?

Bella domanda. Ma una cosa è certa, fino a chè non prende fuoco qualcosa nessuno vede. Centocelle è un quartiere che si sta trasformando ad una velocità mai vista. Perfino per distruggere il Pigneto e San Lorenzo ci sono voluti decenni. Il quartiere delle piante e dei fiori, il quartiere dei tossici di eroina degli anni '80, il quartiere degli immigrati di fine anni '90, il quartiere con la moschea più grande di Roma, quel quartiere si sta trasformando repentinamente. E c'è un mondo che è sempre stato lì e che nessuno ha mai visto e nominato perchè Centocelle era periferia e quello che succede in periferia non è importante, perchè ora assume importanza? Adesso che dimostra segni di rigidità, gravi molto gravi, come gli incendi dolosi degli ultimi mesi, tutti si accorgono di Centocelle. In primis le vittime di questi incendi, i commercianti sbarcati dai mondi saturi della movida per eccelenza.

Ma cosa guardare?

Possiamo guardare in superficie o inoltrarci in profondità e osservare che oggi ci sono due mondi che si scontrano e uno di questi è evidentemente più forte e fa paura. Possiamo andare in profondità e vedere che le istituzioni, in fondo, hanno tutto da guadagnarci perchè come è successo e succede sempre, hanno la possibilità di dispiegare il loro controllo sul territorio con un consenso diffuso attorno. Possiamo andare in profondità e vedere che la logica predatoria con cui siamo abituati ad agire nel nostro quotidiano si dispiega su più livelli e questo è uno di quelli più eclatanti. Ma ne potremmo nominare a bizzeffe di episodi che rimandano a tale logica, negli ultimi anni, che hanno attraversato i nostri quartieri senza scomodare ogni volta il fascismo o le mafie. Potremmo nominare la Tor Sapienza (2015) dell'assalto al Centro di accoglienza, Tiburtino Terzo (2017) idem, la Valle Aurelia (2016) degli assalti al campo rom, la Tor Pignattara dell'omicido di un ragazzo Pakistano, Ostia (2018), Torre Maura (2018), Centocelle (2019).2019 11 14 centocelle 2 mondi2

Voi dite che stiamo parlando di cose diverse? Sicuramente, i fatti, i soggetti, le dinamiche sono diverse ma la logica è la stessa.

Potremmo guardare in profondità e osservare che a prescindere dal ruolo che ogni soggetto ha in questa storia, ci vogliono educare a richiedere la mediazione e l'intervento di quello stesso soggetto che crea e decide che la logica predatoria è l'unica natura delle relazioni che ci sta tra gli esseri umani, nelle relazioni, nei rapporti di amicizia, nei rapporti di vicinato, nel quartiere, nel mondo. Gli spazi dove questi si incontrano vengono spenti: le piazze, le strade, i circoli, gli spazi sociali, i consultori, i presidi medici di base, le scuole, le biblioteche e rimane una pattuglia per chiedere aiuto. Ci sta Stefano Cucchi a due passi da qui. Lì, a Tor Pignattara, che ci ricorda cosa vuol dire sicurezza, quel tipo di sicurezza che ci vogliono proporre.

Ora, chi incendia i locali a Centocelle è il prodotto di una città predatoria. Il prodotto più meschino. La domanda che ci dovremmo porre alla luce di queste considerazioni è: cosa vuol dire veramente occuparsi del proprio quartiere?

Nessuno ha la soluzione. Ma chi ha detto che siamo in cerca di una?

Intanto guardare in faccia, dritto negli occhi dove viviamo può essere un grande salto di consapevolezza.

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