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Articoli filtrati per data: Wednesday, 13 Novembre 2019

Il 15 aprile 2019, uno scontro ha visto contrapporsi delle\dei militanti antifasciste\i ai fasci di Génération Identitaire, e dei gruppi Zouaves Paris e Milice Paris. Cacciati dalle strate, i fascisti hanno sporto denuncia, mandando a processo i militanti antifascisti e portando all’arresto di Antonin Bernanos.

Durante più di sei mesi, Antonin ha subito un vero e proprio accanimento da parte dell’istituzione giudiziaria e dell’amministrazione penitenziaria. Malgrado l’assenza totale di elementi a suo carico, Antonin è stato mantenuto in detenzione grazie agli appelli sistematici del pubblico ministero di Parigi, che sono seguiti a tutte le ordinanze di rimessa in libertà emesse dal tribunale a più riprese.

Il 24 ottobre il giudice del tribunale della libertà, Charles Prats, ha ordinato la liberazione provvisoria di Antonin, in un contesto in cui l’accusa non era in grado di apportare il minimo nuovo elemento a suo carico, data l’incompetenza del rappresentante dell’accusa e l’inconsistenza del dossier a carico dell’imputato. Charles Prats, magistrato le cui posizioni reazionarie e il suo odio verso gli antifascisti sono stati rivelati dalla stampa, ha posto le seguenti condizioni, tra le altre, per la liberazione di Antonin:

-una cauzione dell’ammontare delirante di 10 000 euro, fatto raro al di fuori di processi legati a crimini finanziari, assunto i modo malcelato come modo di attaccare le diverse forme di solidarietà e di supporto materiale che si sono espresse durante la campagna di sostegno di questi ultimi mesi.

- un obbligo di dimora lontano dalla regione parigina, dove Antonin e i suoi parenti risiedono e dove svolge i suoi studi universitari.

-un divieto di partecipare a manifestazioni politiche, laddove l’episodio di cui è accusato non si inscrive affatto nel quadro di una manifestazione.

- un obbligo di sottoporsi a «cure psichiatriche » che è una vecchia maniera di individualizzare il conflitto sociale ed attribuirgli un carattere patologico.

Una volta di più gli antifascisti sono l’obiettivo di un accanimento giudiziario che si inserisce nel fenomeno di criminalizzazione crescente dei movimenti sociali. Visto come gli ultimi mesi hanno ricordato l’importanza dell’antirazzismo in seno alle nostre lotte, mobilitiamoci per strada ed in tutti gli spazi di conflitto per rinforzare la nostra solidarietà e i nostri legami di fronte alla repressione!

Vi chiediamo oggi un contributo finanziario per aiutare gli antifascisti a fare fronte alle numerose spese che hanno già sostenuto ( parcelle degli avvocati, spese detentive, spese logistiche e organizzative) e che restano da sostenere nel corso del processo!

Qui il link alla piattaforma per contribuire alla raccolta fondi.

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Continuano i bombardamenti aerei israeliani sulla Striscia: tra le vittime un altro comandante del Jihad e tre bambini. Altri razzi lanciati verso il territorio israeliano. 

Gaza (Foto: Reuters)

AGGIORNAMENTI:

ore: 15:20 La 23esima vittima si chiamava Haitham Hafez Mohammad al-Bakri e aveva 22 anni.

ore: 15:00  Sale a 23 il bilancio delle vittime palestinesi. Tre di loro sono bambini. Una è una donna. 71 i feriti

ore: 12:30 Pubblichiamo i nomi ed età delle 22 vittime palestinesi

1) Asma Mohammad Hasan Abu al-Ata, 42 anni

2) Baha Salim Hasan Abu al-Ata, 42 anni

3) Mohammad Atie Musleh Hamoda, 20 anni

4) Ibrahim Ahmed Abdul Latif al-Dabous,

5) Zaki Mohammad Adnan Ghanama, 25 anni

6) Abdullah Awad Saqib al-Balbisi, 26 anni

7) Abdul Salam Ramadan Ahmed Ahmed, 28 anni

8) Rani Faye Rajab Abu an-Nasr, 35 anni

9) Jihad Ayman Ahmad Abu Khater, 22 anni

10) Wail Abd al-Aziz Abdallah abd an-Nabi, 43 anni

11) Khaled Muawwed Salim Farraj, 38 anni

12) Ibrahim Ayman Fathi abd al-Al, 17 anni

13) Ismail Ayman Fathi abd al-Al, 16 anni

14) Rafat Mohammad Salman Iyyad, 54 anni

15) Suhail Khadr Khalil Qunieteh, 28 anni

16) Alaa Khabar abd-Shtewi, 32 anni

17) Mohammad Daham Mohammad Hathat, 19 anni

18) Islam Rafat Mohammad Iyad, 19 anni

19) Ahmad Ayman Fathi abd al-Al, 23 anni

20) Amir Rafat Mohammad Iyyad, 8 anni

21) Mohammad Abd Allah Suleyman Shrab,  29 anni

22) Mumin Mohammad Salman Qaddum, 25 anni

ore 12:00  Ministero della salute di Gaza: “Sale a 22 il numero delle vittime palestinesi. 69 i feriti”

ore 11:00  Il numero di vittime palestinesi tra ieri e oggi sale a 18. 50 i feriti. Stamane uccisi dall’aviazione israeliana altri 6 palestinesi. Sirene d’allarme sono suonate nelle cittadine israeliane di Ashkelon, Netivot e vicino al confine con Gaza

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della redazione

Roma, 13 novembre 2019, Nena News – Continua ad essere altissima la tensione tra la Striscia di Gaza e Israele. Dopo l’omicidio ieri del comandante del Jihad islamico Baha abu al-Ata, di sua moglie e di altri 8 palestinesi, stamane l’aviazione israeliana ha ucciso altri 6 gazawi (secondo alcune fonti locali sarebbero 7 le vittime). Tra questi un altro comandante del Jihad, Khaled Farrah. Nuovi razzi sono stati lanciati verso Israele, anche tra Tel Aviv e Gerusalemme. I palestinesi avrebbero sparato anche contro un blindato israeliano. Per capire di più di quanto sta accadendo e per gli eventuali scenari futuri, abbiamo intervistato Michele Giorgio, direttore di Nena News e corrispondente da Gerusalemme per il Manifesto.

da  nena-news.itnena-news.it

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Migliaia di studenti ieri martedi 12 novembre si sono mobilitati in tutta la Francia, in solidarietà ad Anas, il giovane studente di 22 anni che a Lione, davanti all'università, si è immolato dandosi fuoco a causa della perdita della borsa di studio triplicando il costo dei suoi studi.

 

A partire dalla mattina a Lione, centinaia di persone si sono radunate davanti agli uffici CROUS, ente nazionale di diritto allo studio, per mostrare la solidarietà e denunciando l'estrema precarietà in cui vivono migliaia di studenti. La manifestazione si è poi trasformata in un corteo selvaggio, dall'edificio CROUS al rettorato, uno dei tanti colpevoli indicati. "I giovani in cucina, i vecchi nella miseria, questa società, non vogliamo" era uno dei cori che gridavano, infine, è stata organizzata un'autoriduzione nella mensa universitaria, prima che centinaia di studenti si trovassero e votassero il blocco dell'università sia per oggi che per domani.

A Tolosa, Monpellier, Nantes, Bordeaux e in altre città sono avvenute le stesse dinamiche. Campus invasi, numerose manifestazioni al grido di "Vidal – ministra dell’università - dimissioni, CROUS responsabile e Stato colpevole!" con la netta volontà del blocco per i giorni successivi.

A Lille la facoltà di giurispurdenza è stata bloccata, contestando e annullando anche l'arrivo di François Holland che avrebbe dovuto parlare di crisi della democrazia… che contraddizione kafkiana! Gli studenti, come lo stesso Anas nella sua lettera, lo hanno accusato di essere coresponsabile delle condizioni di precarietà attuali.

A Parigi la situazione si è fatta subita più tesa. Gli studenti si sono riuniti di fronte a Le Crous alle 18:00 cercando anche di forzare le porte dell'establishment mentre altri sono andati al Pantheon e alla Sorbona in cortei selvaggi arrivando fino al cortile del Ministero dell'istruzione superiore dopo aver forzato e aperto la cancellata principale.

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Nelle varie iniziative è emersa la volontà di convergere sulla data del 5 dicembre per una mobilitazione generale contro Macron e il suo mondo. Le richieste nelle assemblee si stanno delineando: c'è la pretesa del pagamento immediato delle borse arretrate e un generale loro aumento sia numerico che monetario e una richiesta generale di azzeramento del carovita di uno studente, dalla mensa ai trasporti.

Le dichiarazioni di circostanza di Macron sono parse nient’altro che speculazione sull'ennessima tragedia provocata dalle sue politiche. È facile parlare di precarietà, sempre in bocca ai politicanti di turno nei talk show, facile dire che c'è la crisi, che bisogna tirare la cinghia, resistere duro, studiare e lavorare sodo che così le speranze di un futuro migliore si avverino, ma questi discorsi inevitabilmente crollano quando questa precarietà uccide o tenta di farlo, quando uno studente brillante di scienze politiche speranzoso di un futuro migliore se lo vede negato con il beneplacito delle amministrazioni e della politica.

450 euro al mese come fanno a bastare per l'affitto, i trasporti, i libri, i pasti e la normale vita di uno studente? Come si può reggere l'ansia e lo stress di sentirsi un collare addosso e un guinzaglio troppo stretto che tira ad ogni minima variazione di traiettoria con il ricatto di perdere la borsa di studio? Come si può reggere l'imbarazzo del non potere uscire, nel non poter spendere perchè la tua vita è misurata con il contagocce... come si può reggere la totale precarietà e assenza di prospettive future? A furia di tirare la cinghia, ci si soffoca.

 

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in SAPERI

Riprendiamo la recensione di Fabio Ciabatti uscita su Carmilla al libro "Il campo di battaglia urbano. Trasformazioni e conflitti dentro, contro e oltre la metropoli" edito dal Laboratorio Crash (Red Star Press, 2019).

 

“Il cittadino e l’abitante della città sono stati dissociati”, sostiene Henri Lefebvre in uno dei suoi ultimi scritti. Di fronte a questo fenomeno bisogna rilanciare il diritto alla città e cioè una “concezione rivoluzionaria della cittadinanza politica”. Sebbene le analisi di Lefebvre rimangano imprescindibili per comprendere il nostro presente, possiamo ancora oggi fare nostra la sua prospettiva di un nuovo incontro tra cittadino e abitante urbano o dobbiamo fare un passo oltre? Si può partire da questa domanda per esporre i contenuti del libro Il campo di battaglia urbano, volume che presenta una selezione di testi, compreso l’articolo da cui abbiamo tratto le citazioni di Lefebvre e un’intervista a David Harvey, emersi da un percorso di elaborazione teorica sull’urbano articolato in convegni, dibattiti e produzione di scritti, promosso tra il 2017 e il 2018 dal Laboratorio Crash di Bologna.

Come possiamo concettualizzare le dinamiche che investono oggi la città? Secondo il Laboratorio Crash il territorio non va ridotto a un ambiente ostile alle classi subalterne come se esso fosse meramente funzionale alla produzione capitalistica e alla vita degli abitanti più ricchi. Allo stesso tempo nelle città facciamo fatica a trovare ancora i vecchi quartieri proletari, solidali e pronti alla lotta, perché in assenza di intervento politico spesso prevalgono l’anomia, la solitudine, la disgregazione, la rabbia cieca. Prodotto di una relazione antagonistica il territorio non esiste come forma predefinita e unitaria: non è un background ma un battleground.
Lo Stato oggi si limita a garantire e a difendere, anche militarmente, l’installazione e il funzionamento delle piattaforme digitali e logistiche che richiedono un tessuto urbano continuamente fluidificato e flessibile per facilitare la mobilità di merci e persone e per attrarre capitali. Lo sviluppo della metropoli lasciato da quarant’anni alla (ir)razionalità del privato ha prodotto un tessuto urbano sempre più disarticolato in cui si moltiplicano le zone di abbandono, desolazione e di segmentazione razzializzata.
Di fronte a questo scenario, prosegue il Laboratorio Crash, bisogna evitare due atteggiamenti politici speculari: autonomia e separatezza del sociale, da una parte, autonomia del politico e attivismo vertenzialista, dall’altra. Si apre invece lo spazio per pratiche politiche orientate verso la (contro)territorializzazione che opera nell’ottica di una secessione offensiva di pezzi di territorio e di una loro connessione. La scommessa è quella di collegare in modo stabile case occupate, piazze vissute dalla composizione giovanile, aule occupate nelle facoltà, centri sociali, sedi del sindacalismo conflittuale, centri sociali e palestre popolari, territori dove si manifesta una socialità endogena della nostra classe (parchi, bar, muretti di quartiere ecc.). Occorre in altri termini “fare territorio” e, allo stesso tempo, essere capaci di bloccare radicalmente i circuiti della metropoli, come sono stati in grado di fare gli operai della logistica attraverso sabotaggio dei magazzini, vertenze e picchetti. La capacità conflittuale mostrata da questo segmento della contemporanea composizione di classe è un elemento strategico ma non esaustivo per poter pensare una cosa ancora tutta da costruire, lo sciopero generale d’oggi.
Quelli menzionati sono processi che eccedono costitutivamente la dimensione militante. Le minoranze agenti non si collocano davanti, ma alla frontiera delle lotte e dei movimenti. Devono essere parte di una processualità che mira alla durata e alla stabilità dell’autorganizzazione e, allo stesso tempo, interagire con una trama di eventi potenzialmente forieri di curvature improvvise e subitanei salti in avanti. Il territorio, in altri termini, si deve configurare come barricata, ma si deve trattare di un barricata mobile.

Certamente una strategia di questo tipo dovrà trovarsi pronta a controbattere all’ideologia dominante che, come sottolineato da Sonia Paone e Agostino Petrillo, enfatizza la violenza dei margini per occultare la brutalità con cui i ricchi e il capitale occupano molti spazi della città, espellono le classi popolari dai quartieri centrali, sottraggono valori d’uso e spazi pubblici, creando anche un confine morale rispetto ai poveri per evitare ogni contatto, giustificare la propria superiorità e neutralizzare ogni forma di compassione e solidarietà. Ciò non toglie che non bisogna assolutizzare questi momenti di sottrazione e occupazione agite dall’alto. Raffaele Sciortino sostiene infatti che, per articolare un’analisi sulla città, occorre oggi investigare il nesso che lega i meccanismi dell’accumulazione per espropriazione e quelli della riproduzione allargata, cioè il tentativo dal punto di vista capitalistico di riarticolare il rapporto tra una finanza ipertrofica alla ricerca di sempre maggiori flussi di valore di cui appropiarsi e una produzione che procede su base troppo ristretta per poterne soddisfare le pretese. In questo contesto l’impresa capitalistica è ancora un momento centrale dell’accumulazione capitalistica, dell’organizzazione dello sfruttamento. Gli spazi e le attività metropolitani sono ancora l’oggettivazione del capitale fisso per quanto esso si manifesti in forme nuove che permettono di sussumere il lavoro e la riproduzione sociale a livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili.
La lettura estrattivista di matrice post-operaista, invece, concepisce la cooperazione sociale come autonoma rispetto al capitale e meramente corrotta dall’esterno dall’impresa. In questo modo, però, vengono meno sia la capacità di tematizzare l’ambivalenza delle soggettività sociali e produttive contemporanee sia la possibilità di criticare le modalità e le finalità delle attuali forme produttive e cooperative. Seguendo la lettura estrattivista sarebbe infatti sufficiente, a sostanziale parità di altre condizioni, affrancare dal giogo di un capitale finanziario parassitario i lavoratori cognitivi che, per sineddoche, finiscono per rappresentare l’intera composizione di classe contemporanea.
In realtà, sostiene Felice Mometti, le lunghe catene del valore, il capitalismo delle piattaforme, la rivoluzione logistica per funzionare hanno la necessità di poter disporre di una notevole quantità di lavoro ripetitivo, standardizzato, a basso contenuto di sapere e competenze. E’ il grande back-office delle aree metropolitane composto da una forza lavoro in gran parte migrante che si insedia nello spazio urbano non solo in aree completamente separate, ma anche in spazi misti con i vecchi residenti dando vita a zone grigie intermedie di commistione e segregazione.
D’altra parte, sottolinea Infoaut in uno dei suoi tre contributi al volume, materiale e immateriale si intrecciano inestricabilmente come dimostra il caso di Amazon con la sua mutazione da internet company in logistic company. Solo per fare un esempio di questa trasformazione, si può menzionare il servizio lanciato  a Milano che garantisce qualsiasi consegna in massimo un’ora. E’ facile capire che per realizzare questo obiettivo Amazon ha bisogno di una ramificata struttura offline: dai grandi centri di raccolta e smistamento nelle periferie, dove si svuotano i container, fino ai magazzini di prossimità per le consegne immediate, passando per una grande flotta di lavoratori sempre disponibili.

Fatti salvi i vincoli imposti da questa necessaria infrastruttura logistico-produttiva, la filosofia del capitale finanziario, sostiene Emilio Quadrelli, ha liberato le classi dominanti dal loro legame con il territorio lasciando questo tipo di rapporto soltanto ai subordinati. Per questo la dimensione territoriale è connessa a processi di marginalizzazione ed esclusione che, a differenza del passato, investono quote consistenti di subalterni interni ai processi di valorizzazione. L’organizzazione dello spazio urbano contrassegnato da un moltiplicarsi di barriere che confinano i subalterni è il cuore stesso della formazione economica e sociale contemporanea. Il ritiro dello Stato dai territori non significa la sua estinzione tout court , ma la tendenziale scomparsa di una forma particolare dell’intervento pubblico: il welfare state. La crisi di quest’ultimo significa la crisi della legittimità storico politica dei subalterni e dunque della possibile esistenza legittima di spazi urbani diversi da quelli abitati dai dominanti o da quelli deputati alla valorizzazione del capitale.
La marginalizzazione urbana è dunque la materializzazione dell’esclusione politica. I territori abbandonati dallo Stato possono trasformarsi in territori al di fuori del suo controllo, anche se questo può voler dire luoghi governati da micropoteri di tipo malavitoso. Ma i territori fuori controllo possono anche diventare contenitori di autonomie insorgenti, cioè di una forma politica che rompe con i lacci del passato, con la dimensione statuale, con l’astrattezza della cittadinanza incarnandosi nella concretezza dell’appartenenza territoriale. Non si deve pensare a una logica dello scontro frontale, terreno caro alla macchina burocratico-militare, precisa Quadrelli, ma a una belligeranza permanete di queste autonomie finalizzata a destrutturare le rigidità statali, non a formarne di nuove. Non la presa dello Stato, dunque, ma una lotta di lunga durata per portare avanti processi di liberazione e autogoverno.

Dopo questa parziale sintesi del libro, possiamo capire perché Infoaut sostenga, in uno dei suoi interventi, che la riflessione di Lefebvre, con tutto il suo potere anticipatorio, ci lascia oggi con un senso di incompiutezza. Parlare di diritto alla città, infatti, significa fare riferimento ad un assemblaggio istituzionale, quello della città del welfare, che prevede una dialettica possibile tra movimenti e istituzioni. Nell’epoca attuale questa tensione sembra potersi dare solo come strappo. Come contrattazione sociale che lega inscindibilmente appropriazione e difesa autonoma delle conquiste ottenute. Più che di diritto alla città, sostiene Infoaut, si pone l’urgenza di un progetto di città da prefigurare e contrapporre alla città esistente. In altri termini, si potrebbe sintetizzare, la sfida di oggi non è tanto quella di costruire rapporti di forza da far valere nella contrattazione con il potere quanto quella di far valere un’istanza di (contro)potere nell’immediatezza delle lotte. Più sfumata appare la posizione espressa da David Harvey nell’intervista contenuta nel volume: non bisogna essere Stato-fobici, ma neanche Stato-centrici. E’ cioè assolutamente necessario costituire una serie di poteri al di fuori dello Stato in grado di intrattenere un rapporto forte con esso.
Siamo qui di fronte ad un nodo politico importante. Personalmente ritengo che proprio l’esplosione-implosione della città, per dirla con Lefebvre, sia uno degli elementi che pone la questione di un livello di socializzazione della produzione su scala sufficientemente ampia, di un coordinamento produttivo con un livello minimo di centralizzazione capace di andare oltre la mera sommatoria di autogoverni su piccola scala. Certamente, da un punto di vista concettuale, socializzazione non è sinonimo di statalizzazione. E ancor meno coincide con la rigida e autoritaria programmazione di stampo sovietico. Di sicuro non si tratta di una questione all’ordine del giorno, mentre urge l’attuazione di una strategia in grado di dare concretezza e capacità espansiva a obiettivi come autonomia, riappropriazione e autogestione a partire dai conflitti nei territori. Senz’altro oggi lo Stato è strutturalmente un interlocutore sordo e ostile, per principio refrattario alle minime concessioni. Ciò nonostante il problema rimane. Almeno a livello della costruzione di un immaginario alternativo allo stato di cose presenti, un immaginario in grado di prospettare una credibile via di uscita dalla incipiente barbarie urbana. L’impossibilità di pensare il nuovo, e di farlo in grande, è uno dei frutti avvelenati del realismo capitalista che ci intrappola nella rassegnazione e nell’impotenza.

 

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