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Articoli filtrati per data: Monday, 11 Novembre 2019

A questo principio si ispira ormai da trent’anni il movimento NO TAV e, da sempre, rispondono le lotte sociali e ambientali, in tante parti del paese e del mondo.

Contro tale resistenza, il sistema ha messo in campo leggi, eserciti, tribunali e carceri.

I territori, le persone, la natura sono più che mai materia bruta di sfruttamento da parte di un capitale che, nella sua arroganza dimentica di ogni limite, in nome del profitto infinito, accumula sulla propria strada morti e rovine, fino a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del Pianeta. Anche in Valle di Susa l’opposizione popolare che, forte della memoria operaia e resistenziale, ha deciso di dire NO al TAV, grande, mala, inutile, costosissima opera, e al modello di vita che la produce, sta pagando tale resistenza ad un prezzo altissimo, a livello giudiziario, economico, esistenziale, con centinaia di condanne penali e civili, multe, fogli di via, revoche di permessi, militarizzazione del territorio. Il tutto con la complicità attiva dei governi passati e presenti, espressione istituzionale del partito trasversale degli affari, e con il supporto dei mass media di regime.

Per denunciare tutto questo e per ribadire la dignità di una lotta collettiva che non si piegherà, ho deciso di non chiedere sconti al potere invidioso e vendicativo che, con i tre gradi di giudizio dei suoi tribunali, ha condannato al carcere me e altri undici attivisti, per “ violenza privata e interruzione di pubblico servizio”.

Denuncio inoltre le storture e l’iniquità di un sistema poliziesco e giudiziario che, lungi dal garantire I diritti di tutti e soprattutto dei più deboli, si è piegato ad altri e diversi interessi, rendendosi complice del tentativo di silenziare con la violenza chi lotta per la giustizia sociale e ambientale.

Come me, sono state condannate ormai centinaia di persone e, in particolare, i nostri migliori giovani, che si sono visti infliggere pene abnormi per aver esercitato un diritto garantito dalla costituzione: condanne per cui essi oggi rischiano di perdere il lavoro, il diritto allo studio, la famiglia, la casa, il futuro.

Erano i primi giorni di marzo 2012, giornate di rabbia e di mobilitazione: la nostra piccola baita – presidio in Clarea occupata a suon di manganellate dalle “forze dell’ordine” dopo gli otto mesi di resistenza che seguirono alla presa della Libera repubblica della Maddalena e all’occupazione militare del territorio. Luca, uno di noi, in ospedale a lottare tra la vita e la morte dopo che un poliziotto l’aveva fatto cadere dal traliccio su cui si era arrampicato per sfuggire alle botte: Le dichiarazioni provocatorie del governo Monti a favore del TAV e contro la resistenza di un’intera popolazione al progetto.

Salimmo in manifestazione sull’autostrada con uno striscione su cui era scritto “ Oggi paga Monti” ed alzammo le barriere dei caselli, permettendo la libera circolazione su una delle strutture autostradali più devastanti e costose d’Italia.

Non me ne pento e sarei pronta a rifarlo. Non chiedo per me misure alternative al carcere perché, per ottenerle, dovrei riconoscere il disvalore della mia condotta: non sono disponibile ed esercito così, ancora una volta, la mia libertà.

So di avere con me il sostegno delle mie sorelle e dei miei fratelli di una lotta bella e irriducibile, perché porta nelle sue mani la memoria del passato, l’indignazione per la precarietà presente, la necessità di un futuro più giusto e vivibile per tutti.

Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, “mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane”.

Nicoletta Dosio

Da notav.info notav.info

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Alla fine il presidente boliviano Evo Morales è stato costretto a dimettersi. Dopo la conferenza stampa in cui i militari avevano "suggerito" al presidente di mettersi da parte, Morales e i membri del suo partito, il MAS, che ricoprivano la carica di vice-presidente e presidente del Senato hanno rassegnato le loro dimissioni.

La scelta avviene dopo quasi un mese di proteste di piazza portate avanti dai Comitati Civici di Luis Fernando Camacho, leader dell'opposizione, e dalla Unión Juvenil Cruceñista formazione paramilitare composta da fascisti, anticomunisti ed ultracattolici. Le proteste sono state giustificate con dei presunti brogli elettorali che Morales avrebbe organizzato per evitare di finire al ballottaggio. Durante le manifestazioni che hanno visto come epicentro la roccaforte dell'opposizione, la città di Santa Cruz de la Sierra, i fascisti si sono prodigati in diversi episodi di violenza contro leaders sindacali, politici del MAS e la famiglia del presidente. Fino ad arrivare ad un attentato fallito all'elicottero su cui viaggiava Morales al rientro da una conferenza a Cuba. Morales negli scorsi giorni si era anche detto disponibile a una nuova tornata elettorale per dissipare i dubbi sui brogli, ma il tradimento delle forze di polizia e il posizionamento dei militari hanno fatto precipitare la situazione.

Il governo di Morales, primo leader indigeno a diventare presidente, ha rappresentato per anni un esperimento di ridistribuzione sociale non indifferente, se pure pieno di contraddizioni. Negli ultimi tempi però ha fatto sempre maggiori concessioni alle elites del paese e ai militari per tentare di tenere in equilibrio la propria presidenza e questo ha portato ad un forte scontento e disillusione tra alcune parti dei settori popolari che lo avevano fin qui sostenuto. Anche in questo caso traspariscono alcuni dei limiti riscontrati in altri esperimenti socialisti nel continente sudamericano (il confidare troppo nell'estrazione di materie prime per assicurare la redistribuzione, l'incapacità di mettere a critica fino in fondo l'iniziativa privata, tanto che da alcuni osservatori il progetto economico di Morales veniva soprannominato "capitalismo andino", i rischi legati alla burocratizzazione ecc… ecc…), ma indubbiamente per i poveri, i lavoratori e gli indigeni si preparano tempi duri dopo aver comunque conquistato delle condizioni sociali migliori e delle libertà maggiori. A testimoniarlo immediatamente il gesto dei militari che hanno ammainato la Wiphala, la bandiera che rappresenta i popoli indigeni, voluta da Morales accanto alla bandiera nazionale nel 2009, dal palazzo presidenziale.

Il golpe, portato avanti dalle elites borghesi e dai militari, conferma la strategia trumpiana di voler tornare a mettere ordine in quello che gli USA chiamano "cortile di casa" (correlato a un parziale disimpegno in Medio Oriente). Il desiderio degli strateghi statunitensi però finora si è incagliato di fronte a diversi ostacoli. Il fallito colpo di Stato in Venezuela, il movimento contro Pinera in Cile, quello in Ecuador e la scarcerazione di Lula in Brasile sono più che un grattacapo per la Casa Bianca. Ora l'attenzione dei falchi nordamericani si rivolge verso la Bolivia e le sue riserve di litio (fondamentali per molti dispositivi elettronici), ma non è detto che la transizione sarà così liscia in un continente in ebollizione contro le politiche neoliberiste e coloniali.

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Con la quarta elezione in 4 anni si è consumato ieri in Spagna l'ennesimo capitolo di uno psicodramma istituzionale che ricorda quello della Brexit.



Il principale sconfitto della tornata è il PSOE, partito del primo ministro socialdemocratico Pedro Sanchez: perde quasi 800.000 voti rispetto alle elezioni dello scorso Aprile e, nonostante la maggioranza relativa, è lontanissimo dalla soglia dei 176 seggi necessari per quella assoluta.

Fallisce la scommessa di Sanchez di imporsi come nuovo baricentro del sistema politico nazionale cercando nuovi voti tra l'elettorato alla sua destra (catastrofico il risultato della formazione liberale Ciudadanos a cui guardavano anche Macron e Renzi); ma paga pegno in termini di consensi anche la subalternità di Podemos - avviatosi, pur di strappare invano un accordo col PSOE, su una china affatto simile a quella del M5S italiano.

Il partito di Iglesias (anche, ma non solo, con la scissione della sua componente localista e verde Mas Pais) si è ritrovato infatti ininfluente ai fini della formazione di una maggioranza parlamentare e sempre più in crisi davanti all'approfondirsi della faglia centrifuga e regionalista che pervade lo stato spagnolo. In particolare nel contesto catalano, dove la sua componente locale e l'alleata Ada Colau si trovano stritolate nello scontro tra l'istanza indipendentista (che avanza grazie alla chiamata al voto dallo Tsunami Democratic ed all'exploit della CUP anticapitalista) e quella spagnolista (a cui si è aggiunta l'ultradestra di Vox, in crescita qui anche senza arrivare ai picchi del resto del paese).

Trainata dalle imponenti mobilitazioni catalane, è proprio la questione indipendentista e regionalista il convitato di pietra di tutte le analisi politiche delle ultime ore. Quasi raddoppiati attraverso le due elezioni di quest'anno, i seggi espressi dalle formazioni trasversali che vi si richiamano sarebbero complessivamente la quarta forza parlamentare del paese - contribuendo alla crescente frammentazione di un sistema rappresentativo per tre decadi e fino a pochi anni fa appannaggio dei soli PSOE e PP.

E' proprio tra questi partiti (con un PP spinto verso il centro da Vox) e con il possibile apporto di Ciudadanos che sembra orientarsi nelle ultime ore l'ipotesi di un governo di larghe intese, l'unico in grado di esprimere una maggioranza parlamentare. Con una crisi politica comunque non rimandata dal momento elettorale: migliaia di catalani stanno convergendo in queste ore alla frontiera con la Francia, con l'intento di bloccarla e imporre sia allo stato spagnolo che all'Unione Europea un'istanza di democrazia sempre più radicale.

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Ieri un attentato esplosivo in Iraq ha portato al ferimento di cinque militari italiani nel Kurdistan iracheno di cui tre in maniera grave. L'attentato è stato attribuito con molta probabilità ad ISIS che secondo i media aveva già attaccato alcuni giorni fa una base nei pressi di Mosul con 17 razzi Katiuscia, senza vittime o feriti, dove erano presenti contingenti di forze speciali dell'esercito iracheno e addestratori americani.

La missione dei militari italiani nel nord dell'Iraq sarebbe di addestramento delle forze irachene e dei peshmerga curdi di Barzani, ma non si tratta di certo di un'azione da buoni samaritani contro l'ISIS, ma piuttosto di una difesa degli interessi della coalizione NATO sul territorio che vede molti asset strategici quali pozzi di petrolio e la famosa diga di Mosul dove, ricordiamo, i lavori di consolidamento della struttura furono affidati per 273 milioni di euro a una ditta italiana: la Trevi.

La zona è fortemente contesa e sotto le mire imperialistiche di diversi soggetti globali o regionali, dagli Stati Uniti alla Turchia di Erdogan che si fa forte della presenza di una minoranza turcomanna per provare ad avanzare un'influenza sulla regione.

Stupisce certamente il tempismo degli attacchi che sono i più significativi nella regione dalla ritirata generale di Isis del 2017.

La fuga di molti miliziani dello Stato Islamico in Siria e le dure proteste sul carovita che stanno imperversando soprattutto nella parte meridionale dell'Iraq e che sono state affrontate dal governo con una durissima repressione (oltre 300 morti) e uno spostamento delle truppe spiegano solo in parte la natura di questi attentati. C'è da ricordare anche tra gli altri fattori che solo qualche mese fa il governo iracheno aveva chiesto il ritiro del contingente degli Stati Uniti sul terreno suscitando il fastidio dell'amministrazione USA.

A fare scalpore è stato anche il comunicato del sindacato dei militari che afferma:

"I nostri colleghi oggi sono rimasti vittime dell'ennesima azione di guerra in un paese straniero che convive costantemente con la guerra e tra qualche giorno, quando la politica avrà finito di interessarsi della loro sorte e di discutere delle dotazioni e dei costi di queste missioni per rivendicare maggiori stanziamenti economici per comprare nuove e più potenti armi, tutto verrà dimenticato e i militari feriti, come tutti quelli che li hanno preceduti in questi lunghi anni di inutili guerre combattute all'estero, si ritroveranno, da soli, a dover fare i conti con le menomazioni e la burocrazia". E si scaglia contro l'ipocrisia dei governi che continuano a definire l'intervento in questi scenari come "missioni di pace". Non sappiamo quanto questa sia un'opinione effettivamente diffusa nell'esercito, ma in ogni caso apre una crepa nella narrazione che media e politici si ostinano a costruire sulle missioni all'estero.

Indubbiamente la codardia europea e USA mostrata in Siria dando luce verde all'invasione di Erdogan (sempre però tenendo ben al sicuro i pozzi di petrolio) e la pretesa neocolonialista che coinvolge l'occidente in un'Iraq martoriato dalla guerra ininterrottamente dal 2003 sono due facce degli stessi giochi geopolitici e disvelano tutta la cruda verità che si nasconde dietro la presunta "lotta al terrorismo" dei nostri paesi.

Con la crisi economica che non si ferma e il bilancio sotto gli occhi di tutti di quasi trent'anni di interventi "umanitari" in Medio Oriente, una confusa consapevolezza che i militari italiani in giro per il mondo siano li per difendere interessi che nulla hanno a che vedere con quelli dei popoli mediorientali o europei si diffonde. La necessità di tornare a pretendere il ritiro immediato delle truppe italiane dagli scenari di guerra e di sostenere l'autodeterminazione delle popolazioni locali si fa sempre più pressante.

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“In seconda fila non torneremo mai più”.

“Ooooh, il Cile si è svegliato! Si è svegliato! Si è svegliato! Il Cile si è svegliato!”. Questo grido ha unito migliaia di cilene convocate nella già emblematica Plaza Italia per la “Marcia Femminista, Plurinazionale, con le dissidenze e antirazzista” che ha riempito il centro di Santiago del Cile per il terzo venerdì consecutivo per chiedere cambiamenti politici ed economici nel paese transandino. “In seconda fila non torneremo mai più”, è la parola d’ordine della marcia per i diritti delle donne e delle dissidenze convocata dal Coordinamento Femminista 8M.

Plaza Italia, dalle 17.00, era l’ultima sosta di una serie di azioni convocate dal Coordinamento. Come passo precedente, giocatrici, tifose, calciatrici, arbitre e dilettanti si sono riunite all’incrocio delle strade Seminario e Providencia, a nord della conosciuta Plaza Baqueado, per aggiungere la parola d’ordine “di un calcio non sessista”. A sud della piazza, un’altra convocazione invitava ad omaggiare Mónica Briones, assassinata durante la dittatura di Augusto Pinochet per la sua condizione di lesbica.

“L’8N è nostro!” è stata un’altra delle parole d’ordine della massiccia mobilitazione e non è casuale che il Coordinamento Femminista 8M l’abbia convocata per venerdì, giorno che si è trasformato in un simbolo delle manifestazioni di strada negli ultimi 20 giorni, dopo che è avvenuta la storica “marcia del milione”, il passato 25 ottobre, la mobilitazione più grande dal ritorno alla democrazia. Venerdì 18 ottobre è stato l’inizio del movimento con la convocazione degli studenti ad “eludere” il pagamento del biglietto della metropolitana.

Le tre settimane di manifestazioni  hanno lasciato centinaia di denunce per casi di torture, abusi e violenze sessuali da parte delle forze di sicurezza, in particolare, i Carabinieri. L’ultima attualizzazione dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani (INDH) del Cile avverte che su 219 denunce aperte contro la forza, 19 sono per violenza sessuale, e ha aggiunto che nelle ultime settimane sono state presentate più denunce che negli ultimi 9 anni per denudamento nei commissariati.

Di fronte a questa situazione, per la mobilitazione di questo pomeriggio il Coordinamento Femminista 8M ha avvisato le manifestanti di fare attenzione.

“Non sono 30 pesos sono 30 anni”, “Non perdiamo di vista il punto”, “Vogliono vedere qualcosa di violento? Militare 30 di servizio: $972.354. Professoressa con 40 anni di servizio: $200.000” erano alcune delle parole d’ordine che si leggevano nei volantini stampati dai manifestanti che potevano essere scaricati dalla pagina del Coordinamento.

“A questo si aggiunge l’agenda di sicurezza annunciata ieri da (Sebastián) Piñera che aumenta solo la criminalizzazione della protesta”, ha sottolineato l’organizzazione convocatrice riguardo alle misure di mano dura annunciate ieri dal presidente, che resiste nella sua carica, nonostante le incessanti proteste.

08 novembre 2019

Página/12

da Comitato Carlos Fonseca

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Il 15 novembre la decisione a Rennes sulla richiesta di estradizione.

Continua in Francia la mobilitazione a sostegno di Vincenzo Vecchi, il no global italiano ricercato per i fatti del G8 di Genova del 2001 arrestato in Francia ad agosto scorso, in vista del 15 novembre, giorno in cui la Corte di Appello di Rennes deciderà sulla sua eventuale estradizione in Italia. Ieri a Parigi si è svolta una conferenza stampa organizzata dal Comitato di solidarietà a Vecchi alla quale hanno partecipato, tra gli altri, anche Eric Vuillard, scrittore e cineasta francese che nel 2017 che ha vinto il prestigioso premio letterario Goncourt per il suo romanzo ‘L’ordine del giorno’, e lo scrittore Pierre Lemaitre, che ha vinto lo stesso premio nel 2013 con ‘Ci rivediamo lassù’. Già il primo ottobre Vuillard e Lemaitre avevano firmato un appello, pubblicato sul quotidiano ‘Le Monde’, sottoscritto tra gli altri dal filosofo Giorgio Agamben, dalla scrittrice Annie Ernaux e del cantante Manu Chao.

Nel corso della conferenza stampa, i membri del ‘Comitato di solidarietà a Vincenzo’, che si è costituito a Rochefort-en-Terre, in Bretagna, dove Vecchi ha vissuto negli ultimi 8 anni, hanno illustrato gli aspetti giuridici della vicenda e gli aspetti politici. Vuillard ha parlato dei problemi “alla libertà che minacciano la società” in Francia e in Italia e più in generale nel mondo.

“Vincenzo Vecchi – spiega all’Adnkronos Vuillard – va rimesso in libertà. Le accuse a lui rivolte sono estremamente poco consistenti e le incriminazioni dubbie e problematiche. Siamo molto preoccupati in vista di quello che potrà decidere la Corte di Appello il 15 novembre anche se restiamo fiduciosi“.

Al termine dell’udienza del 24 ottobre, durante la quale si sono svolte le arringhe degli avvocati di Vecchi, Marie-Line Asselin, Catherine Glon e Maxime Tessier, la Corte d’Appello ha annunciato che deciderà il 15 novembre sulla sorte di Vecchi. L’udienza del 24 ottobre era stata convocata dopo che le autorità italiane avevano fornito, entro il 10 ottobre come richiesto, il supplemento di informazioni relativo ai due mandati di arresto europei che erano stati emanati nei confronti di Vincenzo Vecchi. Gli avvocati di Vecchi, latitante da 8 anni e che era ricercato per i fatti del G8 di Genova del 2001, hanno chiesto al tribunale di dichiarare la nullità del mandato d’arresto europeo e, in subordine, la possibilità per il loro assistito di scontare la condanna in Francia.

Vecchi era stato condannato, con sentenza resa definitiva dalla Corte di Cassazione il 13 luglio 2012, alla pena di 11 anni e 6 mesi per le violenze verificatesi durante il G8 di Genova. Aveva inoltre riportato una condanna a 4 anni di reclusione per alcuni scontri che hanno avuto luogo in occasione di una manifestazione antifascista a Milano nel marzo del 2006.

Il 23 agosto scorso la Corte di Appello di Rennes non aveva concesso l’immediata estradizione di Vecchi, chiedendo alle autorità italiane di fornire, appunto entro il 10 ottobre, un supplemento di informazioni relativo ai due mandati di arresto europei che erano stati emanati nei confronti di Vecchi. Il 27 settembre scorso la Corte d’appello di Rennes aveva respinto la richiesta di scarcerazione che era stata presentata dall’italiano. Gli avvocati di Vecchi, che avevano presentato la richiesta di rilascio lo scorso 22 agosto, chiedevano che fossero concessi gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

“La nostra preoccupazione – rileva lo scrittore francese – è forte. Nel mondo, in Francia e anche in Italia, siamo in un periodo storico sfavorevole alle libertà pubbliche. Il diritto a manifestare è sempre più regolato, in Francia è diventato difficile assistere alle udienze al Tribunale soprattutto dopo l’ondata di terrorismo. Le nostre libertà pubbliche, che prevedono anche il diritto di manifestare, vengono sempre più limitate. E’ da 20-30 anni che assistiamo a questo fenomeno che si è accelerato dopo l’11 settembre 2001. Auspichiamo che questo quadro preoccupante non abbia conseguenze sulla decisione che la Corte prenderà”, sostiene Vuillard. “Quello che è importante è che i giudici possano decidere liberamente e auspichiamo che abbiano il coraggio di interpretare la legge nel modo giusto”.

Vuillard punta il dito sulla questione del principio della doppia incriminazione per fatti precedenti all’istituzione dei mandati europei. Queste condanne, aggiunge lo scrittore, “per devastazione e saccheggio sono contrarie ai principi generali del diritto. Una persona non può essere condannata in questo modo solo perché ci sono stati disordini durante una manifestazione. È una legge dubbia e i fatti riscontrati nei confronti di Vecchi sembrano tutt’altro che inconfutabili”.

L’articolo 419 del codice penale, quello che prevede appunto, il reato di devastazione e saccheggio, prevede che ‘chiunque (…) commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico’.

Vuillard ribadisce inoltre che l’attuale capo della Polizia, Franco Gabrielli, nel 2017 “ha riconosciuto che al G8 di Genova c’è stata tortura” nella caserma di Bolzaneto. “E quindi, se si parla di tortura, si dovrebbero riconsiderare anche i fatti che sono di 18 anni fa”. In palio, secondo lo scrittore, “è il tema della democrazia e delle libertà”.

Il 24 ottobre scorso nel corso dell’udienza, ha ricordato ieri Vuillard durante la conferenza stampa a Parigi, “Vecchi ha dichiarato, rivolgendosi alla Corte, che ‘c’è una politica di ‘caccia all’uomo’ e di vendetta da parte dell’Italia. Non mi considero come un prigioniero politico ma la decisione che prenderete sarà una decisione politica’”.

Per Vuillard “Vecchi non è un criminale. E’ un manifestante. E poco importa che sia o meno un’attivista, poco importa che sia o no un ribelle”. Per lo scrittore una cosa è certa. “Non è un criminale e condannare a 12 anni di carcere qualcuno che non ha commesso alcun crimine può solo avere lo scopo di far paura, di terrorizzare”. Per Vuillard, “in un momento in cui le libertà pubbliche subiscono delle violazioni sempre più forti, più preoccupanti, ci dobbiamo chiedere in quale mondo vogliamo vivere? Se non facciamo nulla per impedire che un uomo sia consegnato all’Italia per questi futili motivi, allora un giorno, bisognerà, forse, rammaricarsi e bere di nascosto la nostra vergogna“.

Emmanuel Cazalé

da adnkronos

 

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Oggi più che mai è necessario interrogarsi su quali siano gli spazi di libertà di cui dispongono le persone nella nostra società, mobilitarsi per difenderli e guadagnane di nuovi. Le istituzioni, i governi, a colpi di Riforme giudiziarie e decreti Sicurezza, hanno costruito maglie sempre più strette in cui ingabbiare e reprimere ogni forma di dissenso politico o qualsivoglia comportamento sociale non "allineato". La creazione di nuovi dispositivi di controllo, dai vari tipi di daspo alle sorveglianze speciali, alle numerose forme altamente discrezionali a disposizione delle Forze dell’ordine, ha ristretto grossa parte dell’agibilità di forme di conflitto sociale e dissenso.


Procure come quella di Torino hanno inoltre costruito e sperimentato un uso politico della dimensione giudiziaria, attraverso un utilizzo/impiego smisurato delle misure cautelari e di condanne esorbitanti, distribuendo anni di carcere a più non posso.
Con questa campagna intendiamo sensibilizzare e muoverci concretamente a favore di chi viene colpito da questo tipo di misure repressive a causa del suo impegno sociale e politico. E, partendo da ciò che ci tocca di persona - la repressione del conflitto sociale - allargare il raggio e batterci contro il funzionamento di questo sistema giudiziario e carcerario, che colpisce principalmente le classi più basse della nostra società, mentre lascia del tutto impuniti i potenti e chi sta in alto.
Denunciare la completa iniquità della giustizia italiana vuol dire, per noi, spingere il maggior numero di persone ad aprire gli occhi sulla realtà che si cela dietro le parole Giustizia e Legge in questo paese.
Dalla Val Susa a Torino in tanti abbiamo avuto modo di sperimentare un uso politico delle misure cautelari che, in tutte le loro forme, sono state e vengono tuttora utilizzate come arma per disinnescare
preventivamente qualsiasi forma di attivismo politico. Distribuite a larghe mani da Pubblici Ministeri e G.i.p, spesso peraltro coinvolti in “scandali” giudiziari, questo tipo di misure sono state utilizzate in maniera completamente distorta e ai limiti stessi della legalità.


Parliamo di dispositivi altamente restrittivi, la cui presunta funzione cautelativa (il cosiddetto rischio di inquinamento delle prove, fuga o reiterazione del reato) risulta completamente azzerata, dal momento in cui vengono imposti spesso ad anni di distanza dai fatti contestati. Tali misure, inoltre, vengono spesso attribuite secondo il solo criterio del concorso morale senza che chi le subisce abbia realmente commesso alcun fatto materiale, arrivando perfino a rinchiudere in carcere per mesi e mesi persone con accuse talmente inconsistenti, da cadere al primo grado di giudizio.
Non si contano più i casi di chi è costretto a firmare giornalmente in commissariato, per anni, con la sola motivazione di essere stato presente ad un corteo di protesta. Per non parlare di chi si è visto assegnato alla detenzione domiciliare con restrizioni (divieto di comunicare e ricevere visite), senza la possibilità di lavorare per mesi o addirittura anni, ancora prima dell'inizio del processo che avrebbe dovuto stabilirne la colpevolezza.


L’uso delle restrizioni e il divieto di potersi sostentare da soli - che ha colpito negli ultimi anni numerosi attivisti e militanti - è una pratica particolarmente odiosa che ha l’evidente obbiettivo di spezzare i legami sociali e familiari delle persone colpite e rappresenta un modo inumano di costrizione domiciliare, la quale di per sé già rappresenta un contraddizione teorica del concetto di “reinserimento sociale”. Ci troviamo di fronte a una pratica inumana, tanto più quando viene inflitta a chi sconta una condanna definitiva ai domiciliari, costringendo, magari per anni, una persona a non poter parlare con nessuno se
non al costo di finire in carcere.


Alcuni casi di accanimento arrivano fino all’utilizzo di dispositivi come la semilibertà per pene di un anno o poco più, nonostante questa formula sia prevista per i periodi di lunga detenzione.
Di fronte a tutto ciò, non possiamo più tacere! Sono moltissimi i casi “limite” e le ingiustizie che si consumano e si sono consumate in questi anni sulle quali vogliamo cominciare a costruire controinformazione specifica, coscienti che non sono solo gli attivisti e militanti ad esserne colpiti, ma bensì una grossa massa che vive situazioni simili, spesso in totale silenzio e isolamento.
Siamo altresì convinti che queste vicende giudiziarie siano solo una parte del problema, dell’uso dei domiciliari e delle decine di migliaia di persone a essi costretti in Italia si parla pochissimo, anche se tale metodo detentivo andrebbe fortemente messo a critica vista la gravità delle possibili ricadute psicologiche e fisiche che comporta.
Per non parlare del sistema carcerario italiano, noto per le condizioni disumane a cui vengono costretti i detenuti, il sovraffollamento, i continui abusi e il conseguente altissimo numero di suicidi, veri e propri omicidi di Stato.
Ci rivolgiamo a chi ha orecchie e cuore per ascoltare e non vuole chiudere gli occhi. A chi ritiene inaccettabile e pericoloso far diventare routine questo uso politico della Giustizia in questa città e in questo paese.
Muoverci concretamente contro queste palesi ingiustizie, crediamo sia uno dei tanti modi per conquistare e difendere spazi di libertà collettiva e, insieme, per liberarci.

Qui la pagina facebook della campagna.

Sotto i primi materiali della campagna:

Ennio Libero! Liberiamole e liberiamoli!

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in varie

Rimbalza già da alcuni giorni sul web e nelle assemblee di movimento la notizia che Nicoletta andrà in carcere. E’ tutto vero, probabilmente andrà in carcere perché non ha richiesto le misure alternative ad esso a seguito di una condanna definitiva, quindi la macchina giudiziaria dovrebbe fare il suo corso tra pochi giorni.


Condannata definitivamente con altri 11 No Tav per una delle iniziative in valle del 2012, a seguito della caduta di Luca Abbà dal traliccio, Nicoletta in queste ultime settimane si è preparata insieme a tutti noi a questo gesto di coraggio e protesta. Per lei non richiedere le misure alternative significa denunciare l’ingiustizia che continua ad abbattersi sui No Tav, alimentata del Tribunale di Torino, dalla Questura e da tutti quei poteri amanti dell’amianto e del cemento che hanno fretta di chiudere la partita con un movimento irriducibile, che hanno provato prima ad ingannare, poi a comprare ed infine, fallendo, a dividere e distruggere.
Quella per cui è condannata Nicoletta ad 1 anno di detenzione e gli altri 11 (la metà a 2 anni) è una delle tante, sicuramente una delle non più significative, occupazioni dell’autostrada durata pochi minuti, senza feriti né tanti clamori. Nessuna attenuante per i condannati, solo aggravanti, anche ai giovani incensurati del procedimento: viene riconosciuta una generica pericolosità sociale a tutti loro in quanto No Tav, il che li rende “imperdonabili” agli occhi di questa falsa giustizia.
Per Nicoletta e per tutti gli altri non c’è nulla di cui scusarsi e la consapevolezza di avere di fronte un potere vendicativo che va ostacolato con tutti i mezzi necessari, con i nostri corpi sui sentieri di montagna, con le nostre scelte coraggiose ogni qualvolta abbiamo la possibilità di farle.


Il potere è lo stesso che pochi giorni fa ha messo Mattia e Giorgio agli arresti domiciliari per la bellissima manifestazione che durante il Festival Alta Felicità lo scorso luglio ha abbattuto i jersey messi da Salvini e raggiunto il cantiere per dimostrare come la partita qui da noi sia ancora tutta da giocare.
Lo stesso potere che fa affari con la mafia, che inquina i nostri territori, mette a rischio la salute e il futuro di tutti, che drena quantità di denaro enormi per alimentare un sistema di affari e speculazioni, lasciando i territori senza manutenzione e dimenticando le vere priorità del paese.
Il movimento No Tav e tutti coloro che in questi anni, dal nord al sud Italia l’hanno conosciuta, sosterranno la sua scelta e tutti i No Tav condannati ad anni di ingiusta galera attraverso iniziative di solidarietà ma anche di contrasto ai lavori e alla militarizzazione di questa valle, perché liberare tutte e tutti significa lottare ancora!
Ci vediamo lunedì 11 novembre alle ore 11 di fronte al tribunale di Torino per la conferenza stampa del Movimento No Tav. In caso di forte pioggia ci sposteremo al Sereno Regis di Via Garibaldi.Libertà per Nicoletta, Stella, Dana, Francesca, Mattia, Luca, Giorgio, Mattia, Maurizio, Aurelio, Michele, Paolo, Massimo, Fabiola!
Avanti No Tav!

da notav.infonotav.info

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