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Articoli filtrati per data: Tuesday, 08 Ottobre 2019

Arriva, a più di quattro anni dai fatti, la sentenza di primo grado del Tribunale di Cremona sull'aggressione fascista ai danni di Emilio e di altri compagni del CSA Dordoni. La sentenza è una vergognosa equiparazione tra aggrediti e aggressori, uno sputo in faccia a chi come Emilio ha rischiato di perdere la vita per colpa di una squadraccia di fasci e ora viene condannato a più di 3 anni. Oltre al danno la beffa, con l'aggiunta di dure condanne anche a tanti altri compagni. Cremona reagì a quell'infame aggressione con una grande giornata di lotta antifascista la settimana seguente, per la quale altri compagni sono stati negli scorsi mesi accusati e condannati per devastazione e saccheggio. Di seguito il comunicato del CSA Dordoni. Solidarietà ai compagni condannati per antifascismo!

Oggi è arrivata la sentenza in primo grado per l'aggressione fascista avvenuta il 18 gennaio 2015 fuori dal CSA Dordoni.

Dovremo aspettare 90 giorni per leggere le ragioni della sentenza, ma le condanne comminate mostrano come il tribunale di Cremona abbia voluto equipare aggressori e aggrediti, alimentando la retorica che a partire dalle indagini e dagli arresti era stata diffusa per mezzo stampa.

Cade l'accusa per tentato omicidio a carico di due esponenti di Casapound, soltanto per uno di loro viene riconosciuta l'aggravante di lesioni gravissime. La maggior parte dei fascisti è stata condannata a pene irrisorie.

Per controbilanciare la condanna a 7 anni a carico dello squadrista che mandò in come Emilio, il coleggio giudicante ha inflitto pene sproporzionate per gli antifascisti: Emilio stesso è stato condannato a 3 anni e 2 mesi, Are a 4 anni e 4 mesi.

Due compagni ad un anno a testa, altrettanti ad 1 anno e 4 mesi ed un quinto a 2 anni e 2 mesi.

Libertà per gli antifa! Difendersi dalle aggressioni fasciste è giusto e doveroso.

CSA Dordoni

 

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Il 2 ottobre scorso il Consiglio del Municipio IV di Roma ha bocciato la delibera che aveva per oggetto la concessione a soggetti imprenditoriali del Casale Alba 1, uno dei 5 casali storici di Aguzzano, riserva naturale protetta di 57 ettari a Roma nord-est. Una vittoria importante per il quadrante tiburtino e la città, che offre spunti interessanti per una fase in cui l’ambiente è tornato al centro dell’agenda politica.

Ripercorriamo brevemente la vicenda. Con la Delibera n.21 del 12/12/2018 la Giunta pentastellata del IV Municipio metteva in discussione la destinazione d’uso socio-culturale dei casali prevista dal Piano Attuativo del Parco (una sorta di Piano Regolatore). La delibera apriva la strada alla concessione del casale a imprenditori privati per la realizzazione di attività a scopo di lucro che avrebbero indebolito i vincoli di tutela del Parco e, di fatto, aperto la strada alla cementificazione dell’area verde. In risposta al mancato coinvolgimento da parte del Municipio gli abitanti dei quartieri affacciati su Aguzzano, insieme a numerose realtà sociali del territorio, hanno costituito il Forum per la Tutela del Parco di Aguzzano. Il Forum si è fatto motore della vertenza con mesi di mobilitazioni, proteste al Municipio, assemblee pubbliche, un corteo di oltre 1000 persone, l’elaborazione della proposta alternativa di un polo museale-didattico che coinvolgesse i poli culturali e le scuole del territorio. D’altronde, è bene ricordarlo, la comunità di questo parco non è nuova a mobilitazioni di massa, come quella che ne ha permesso l’istituzione nel 1989 o anche la vertenza sul Casale Alba 2 che ne ha portato all’occupazione nel 2012. Il Forum è riuscito a far conoscere la vicenda di Aguzzano nel quartiere e nella città, mettendo in difficoltà un’amministrazione municipale arroccata nel proprio (misero) palazzo. Dopo un anno di ridicoli tentativi di recupero con grottesche modifiche alla delibera, ma anche di attacchi diretti alle realtà della zona con la forza pubblica, usata come “cavalleria” personale della presidente del Municipio Roberta Della Casa, il Consiglio municipale è si è rassegnato a mettere la parola fine sul contestato progetto.

La vertenza di Aguzzano, nel suo piccolo, restituisce una fotografia emblematica. Delle vicende pentastellate romane, ad esempio. Ma anche dell’ambiente, fulcro dell’attenzione politica mainstream nell’ultimo periodo. E, perché no, delle periferie romane, sempre bollate come terra di nessuno dai salottieri in doppiopettobollate come terra di nessuno dai salottieri in doppiopetto.

Da un punto di vista politico la votazione sulla delibera Casale Alba 1 nasconde molteplici significati. In primis, senza neanche troppi veli, vi si scorge chiaro un sintomo del riassetto interno al M5S romano, riflesso del cambio di rotta nazionale e dell’imminente tornata elettorale al Campidoglio. Il fallimento dell’alleanza gialloverde si porta dietro la perdita di peso dell’establishment pentastellato che ne era stato promotore, con Casaleggio & co. impegnati ad affiancare i propri tutor a tutti i pezzi grossi del Movimento. Se è vero che la Raggi e Salvini non hanno mai avuto un grande feeling, è altrettanto vero che la sindaca è da tempo protagonista di una lotta intestina con la corrente di Roberta Lombardi, una delle pioniere dell’alleanza giallorossa nella Regione Lazio, la quale nei distretti locali romani gode di più di un simpatizzante. Logorata dagli scandali interni, dai continui rimpasti di giunta e dalle decine di criticità che ancora non trovano risposte, la Virginia guerriera di mille battaglie non riesce più a fornire fuoco amico ai suoi pupilli. Negli ultimi mesi, complici le crisi pentastellate di tre importanti municipi della Capitale (III, VIII e XI), la sindaca è venuta diverse volte in soccorso della presidente del IV Municipio Della Casa, con inaugurazioni in pompa magna e tagli di nastro anche per le cerimonie più insulse. I consiglieri municipali, seppur mal volentieri, hanno digerito un gran numero di bocconi amari per ordine di scuderia. Sul Casale Alba 1, grazie alla grande mobilitazione del territorio, il tappo è saltato, con la presidente derisa pubblicamente e costretta a votarsi sola la propria delibera speculativa contro la sua intera maggioranza. E’ presto per dire se questo schiaffo sia il preludio ad una crisi municipale o un semplice monito, certo è che sulla Tiburtina le acque pentastellate sono particolarmente agitate e sarà difficile un prosièguo dell’atteggiamento dispotico fin qui messo in atto da parte della Giunta. Un nodo locale a 5 stelle sconfessato, dunque, proprio su due pilastri del movimento: la partecipazione e l’ecologia.

Una vertenza locale con valore generale. Non solo per la controparte, ma anche e soprattutto per il territorio che ne ha determinato l’esito. Nell’epoca del Green New Deal, dell’ascesa dei Verdi in Europa, della riconversione capitalista in salsa verde, mettere in contraddizione un’amministrazione locale su una marchetta clientelare anti-ecologista è un punto di frizione ad alto potenziale. Se è giusto lasciare che movimenti di massa come Fridays For Future facciano il loro corso, sperimentino con mano la fallacità delle promesse istituzionali e trovino autonomamente il proprio senso d’azione, è altrettanto corretto che, dove possibile, dai territori emerga una proposta chiara dei punti di precipitazione su cui convergere. Il capitalismo green ha già iniziato il suo riassorbimento delle istanze contro i cambiamenti climatici, non c’è nulla di meglio delle battaglie concrete per provare a polarizzare il dibattito ecologista su un sentimento anticapitalista. I costi della riconversione energetica verranno scaricati sulle classi subalterne, ma non basta enunciarlo per crearne la consapevolezza. Emblematici, in questo senso, i Gilets Jaunes: la tassa ecologica la paghino i padroni, non possiamo farci carico dei costi di una transizione energetica dovuta ai danni del capitalismo.

Obiettivi e metodologia da trovare, dunque, per attraversare in maniera intelligente la fase politica attuale. Quello delle vertenze ambientali, peraltro, è un campo d’azione che ne ha un disperato bisogno, se consideriamo la mancanza di un vero movimento ecologista radicale da quello anti-nucleare degli anni ‘70. A seguito di quella stagione, la tutela dell’ambiente è stata troppo spesso relegata all’associazionismo, ai partiti più sensibili, a entità di vario genere che, pur avendo svolto un ruolo più o meno importante, sono parte integrante del processo di riproduzione capitalista. Il “carrozzone” ambientalista, negli ultimi trent’anni, ha portato a casa qualche risultato, ma è anch’esso irrimediabilmente in crisi. Il sistema di appoggi politici, cooperative rosse e monopolio associazionista nella gestione del verde sta crollando a vista d’occhio sotto la pressione di potentati ben più forti che si stanno interessando al green business. Focalizzandoci sul caso dei parchi, il tentativo di smantellamento delle aree verdi protette è di livello nazionale, come dimostra il disegno di legge, ancora fermo nelle commissioni parlamentari, che vuole riformare la legge 394/91. Tra le novità vi è la possibilità di svolgere attività a scopo di lucro in queste aree e il progressivo coinvolgimento degli enti locali, strozzati dal pareggio di bilancio e dunque costretti alla dismissione del patrimonio pubblico, nella gestione e nella manutenzione. A Roma, il precedente di imprenditori privati nella gestione del verde è il famigerato meccanismo dei Punti Verde Qualità, un comitato d’affari a firma centro-sinistra di Rutelli, seguito dal disastro nell’era del fascista Alemanno, che ha causato la cementificazione o la chiusura di molte delle aree coinvolte, oltre alla presa in carico, da parte delle finanze comunali, di grossi debiti con le banche per finanziare i profitti degli affidatari.

E’ quindi messa in discussione un’intera cultura ambientale, anche in materia di aree protette. Per invertire la rotta è necessario un cambio di paradigma profondo, un punto di rottura che possa incrinare la tendenza di messa a profitto come panacea di tutti i mali, ambiente compreso. Il Forum per la Tutela di Aguzzano ha cercato, nella misura della sua dimensione, di sperimentare una metodologia di conflitto improntata sulla forza della comunità, delle reti territoriali, dell’irriducibilità rispetto ai tentativi di affabulazione o di cooptazione. Una vasta composizione di abitanti, realtà sociali, comitati, associazioni, scuole, poli culturali ha scelto di dare un taglio netto all’ambientalismo “di palazzo” per professionisti del settore, finalizzato in gran parte alla tutela dei propri interessi, provando invece a rendere la vertenza su Aguzzano molto più di una semplice battaglia sull’affidamento di un casale. In pochi mesi, Alba 1 è diventato simbolo di una lotta di ampio respiro che ha coinvolto l’intera comunità della zona contro la messa a profitto dell’ambiente ed una politica basata su scelte imposte dall’alto. Un blocco sociale variegato che, a partire dall’opposizione ad un singolo progetto speculativo, ha saputo tirare una linea rispetto all’ingresso dell’imprenditoria nella gestione del verde pubblico, elaborare proposte alternative ed allargare il campo delle rivendicazioni ad un coinvolgimento sostanziale del territorio nelle decisioni che lo riguardano. La Valsusa in questi anni ha dimostrato tanto, la forza di una comunità in rivolta può imporre rapporti di forza del tutto inaspettati. 

La responsabilità più grande, per il Forum di Aguzzano, probabilmente arriva adesso, con una piccola vittoria in tasca e uno sguardo al futuro tutto da costruire. Anzitutto per il Casale Alba 1, tuttora vuoto e inutilizzato, su cui gli abitanti dovranno immaginare e, perché no, far vivere i propri sogni. Con il vantaggio di avere un bagaglio di esperienza ed una ricchezza di composizione che nessuna delibera, in ogni caso, avrebbe mai potuto cancellare. Grandi sfide attendono il Forum e tutti i piccoli, grandi movimenti a difesa dell’ambiente nel prossimo futuro. Le potenzialità, la reale efficacia delle mobilitazioni e delle vertenze, la ricomprensione o meno nel recinto del capitalismo green saranno da mettere costantemente a verifica. L’ambientalismo senza lotta anticapitalista è giardinaggio: non può e non deve essere solo uno slogan.

 

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Sabato 5, è iniziata la settimana di iniziative e azioni lanciate su scala internazionale da Extinction Rebellion, movimento mondiale di disobbedienza civile non-violenta, cresciuto negli ultimi mesi sull'onda delle rivendicazioni ecologiste iniziate da F4F e sviluppatosi come proposta di intersezione tra un ideale di giustizia climatica e l'abbattimento del capitalismo.

 

 

Con un'occupazione di 17 ore nell'ala di uno dei principali centri commerciali della capitale, a Place d'Italie, comincia a Parigi la prima delle "giornate internazionali di ribellione", promosse dal movimento ecologista. 

L'appello dal tono quasi escatologico, Derniere occupation avant la fin du monde [Ultima occupazione prima della fine del mondo], lanciato qualche giorno prima dagli attivisti di XR, dichiarava la volontà di riunire assieme i movimenti sociali e quelli ambientalisti, rinsaldando quei legami di affinità le cui ultime espressioni di successo si erano date il 21 settembre a Parigi. A sottoscrivere l'appello: Comité Adama, Desobeissance Ecolo Paris, Comité de Liberation et d'Autonomie Queer, alcuni comitati dei Gilets Jaunes, Terrestres, Youth for Climate Paris, Cerveaux non Disponibles, Radiaction, ACTA, Deep Green Resistance IDF, EODRA, Plate-forme d’enquêtes militantes, collectif Peuple révolté. Una volta dichiarato il luogo, l'occupazione ha poi visto la partecipazione di membri di altre organizzazioni, gruppi di giovani e singoli solidali.

 

Il centro commerciale è stato designato come il luogo perfetto in cui manifestare la contrarietà a quel  sistema iperconsumistico ed iperproduttivistico che incrementa di giorno in giorno la crisi ecologica planetaria. "Il problema è sistemico" denunciano gli attivisti, ma, fino ad ora, il risultato della partita è negativo: "Ecology 0 - Extintion 1", scrivono su un muro.

 

ecology extintion 0-1

 

"Italie 2" è un centro commerciale che conta oltre 120 boutique, di proprietà della società Hammerson; quest'estate è stato per la maggior parte rilevato da Axa con l'intenzione di estenderlo per una spesa complessiva di 473 milioni di euro. L'anno precedente, la compagnia assicurativa Axa era stata denunciata da un'associazione ecologista per i suoi persistenti investimenti nelle centrali a carbone polacche. Il blocco di 2/3 di "Italie 2" ha così significato una messa a critica non solo della sfera della produzione e del consumo, ma altresì un messaggio diretto alle imprese ostacolanti una delle rivendicazioni chiave dei movimenti ecologisti, quella dell'impegno per la progressiva eliminazione delle emissioni di carbonio.

 

L'occupazione, iniziata circa alle 10:30 del mattino, è proseguita fino alle 4 del mattino seguente, quando, della media degli oltre mille presenti durante le ore diurne, gli ultimi 200 attivisti rimasti all'interno hanno deciso di lasciare autonomamente il luogo, senza ceder nulla alle pressioni subite dalla polizia nel corso di tutta la giornata. In 17 ore, le barricate erette contro le porte d'ingresso e le uscite di emergenza hanno resistito ai tentativi degli sbirri e dell'antisommossa (arrivati dal mattino con un carosello di camionette a circondare l'edificio) di fare irruzione, anche quando gli attacchi si sono fatti più insistenti, dopo l'orario di chiusura del centro commerciale al pubblico (per una cronaca puntuale della giornata: https://reporterre.net/L-action-d-Extinction-Rebellion-a-eu-lieu-a-Paris-au-centre-commercial-Italie-2). Ciononostante, gli attivisti sono riusciti a mantenere una permeabilità con l'esterno, che permetteva un ricambio di persone e la possibilità di introdurre degli approvigionamenti, ma soprattutto favoriva l'intento di estendere la portata politica dell'evento a tutti quei gruppi che, a pochi metri dall'edificio, si stavano organizzando con attività, discorsi o anche solo con la presenza.

 

occupazione place italie 

 

La confluenza dei vari gruppi di movimento che si è data a più riprese nel corso della giornata (la presenza dei comitati fuori dall'edificio, così come l'arrivo di parecchi Gilet Jaunes in serata) ha dimostrato come la priorità dell'iniziativa non fosse unicamente ricondurre la crisi ecologica alle sue cause sistemiche, radicate nel sistema di produzione capitalistico e imperialista, ma anche ricompattare il fronte di lotta contro chi si erge a difesa del sistema a discapito della giustizia sociale. Mentre dentro l'edificio la situazione veniva orizzontalmente autogestita e scandita da varie attività e gruppi assembleari incentrati sul rapporto tra ecologia ed imperialismo, o sessismo e patriarcato, gli interventi che si sono susseguiti all'esterno dinnanzi all'ingresso hanno rimarcato come sia impossibile condurre una lotta ecologista senza tenere in conto la dimensione popolare. Prende parola la sorella di Adama, Assa Traoré, su come la costruzione del mondo sia legata alla storia e sia una storia impietosa quella di chi è stato espropriato delle proprie risorse; doppiamente espropriato della possibilità di decidere quale sarà il suo mondo è chi abita i quartieri popolari: "Non si parla dell'ecologia senza parlare dell'Africa, senza parlare dei morti in quartiere. I primi a soffrire della catastrofe climatica saranno i poveri. La polizia continuerà a sopprimere, arrestare, uccidere. E la polizia è la stessa ovunque. Non si parla dell'ecologia senza parlare delle vittime". Un giovane Gilet Jaune indipendente dichiara di essere lì quasi per caso, sentendosi comunque nel posto giusto: "Questo centro commerciale è attraversato da decine di migliaia di persone ogni giorno, mia madre non riesce neanche a comprarci la carne da mangiare a fine mese. Giustizia climatica e sociale per riprendersi il mondo".

 

gilet G+G

 

Con queste premesse si giocherà la partita di un movimento ambientalista e sociale la cui capacità di organizzazione inizia ad andare oltre le modalità della marcia pacifica, tanto da spaventare la controparte politica incapace di negoziare (al punto da scatenare episodi di repressione come quello avvenuto a Londra in contemporanea all'azione parigina: https://www.theguardian.com/environment/2019/oct/05/london-police-arrest-extinction-rebellion-activists-in-advance-of-environment-protest)

La scommessa più interessante riguarda la possibilità di veder scendere nel campo di battaglia della giustizia climatica i diversi fronti di lotta. 

Se è vero che per il capitalismo la crisi climatica offre una chance di riorganizzazione produttiva nonchè di speculazione sulla catastrofe, forse i movimenti sociali, femministi, anti-razziali e ambientalisti non possono che provare a scendere in campo con un obiettivo comune e provare a invertire quel risultato di partita.

 

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Considerazioni conclusive della due giorni di confronto e dibattito a Napoli della rete Friday for Future

Il movimento Fridays for Future Italia, rappresentato nella seconda assemblea a Napoli da oltre 80 assemblee locali, ha condiviso queste posizioni per rilanciare la lotta per la giustizia climatica.

Per noi la giustizia climatica è la necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della terra, sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i e le migranti e con tutti i popoli indigeni.

Siamo i/le giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico che non stanno facendo nulla in proposito. La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale, la transizione ecologica dev’essere quindi accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze, vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema e non il clima non è per noi uno slogan. Il cambio di sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico.

Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni che esistono con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione e metterle in connessione. I criteri che chiediamo di rispettare a livello globale riguardo la parità di genere sono assunti anche nelle pratiche e nelle metodologie del nostro movimento. L’intersezionalità è una modalità di lettura che permette di leggere in termini analitici la società sistematizzando le diverse lotte e la molteplicità di oppressioni che caratterizzano il nostro sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto.

Le nostre rivendicazioni come studenti si devono porre l’obiettivo di entrare in sintonia, e non in contraddizione, con i bisogni di lavoratrici e lavoratori, delle abitanti e degli abitanti delle nostre città, delle nostre province e di tutti i nostri territori. Ci lasciamo con la volontà di approfondire relazioni con la comunità scientifica, essendo consapevoli che i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche.

Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema, nella sua totalità, senza lasciare indietro nessuna persona. La nostra casa è in fiamme, e noi stiamo spegnendo l’incendio consapevoli che una volta spento l’incendio la casa non potrà essere più la stessa.

Vogliamo una casa che metta al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema.

Non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo. Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia.

Vogliamo la decarbonizzazione totale entro il 2025 passando alla produzione energetica totalmente rinnovabile e organizzata democraticamente con le realtà territoriali.

Siamo fermamente contrari a ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, come il metanodotto in Sardegna, la TAP. Chiediamo la dismissione nei tempi più rapidi possibili di ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’ILVA.

Tutte le fonti inquinanti devono essere chiuse attivando tutte quelle bonifiche, sotto controllo popolare e pagate da chi fino ad oggi ha inquinato. Il nostro futuro è più importante del PIL. Le aziende inquinanti devono chiudere, ma devono essere garantiti posti di lavoro e tutele a tutte quelle persone coinvolte nella transizione. Non accettiamo il ricatto tra lavoro, salute e tutela dell’ambiente.

Vogliamo un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile, accessibile a tutti e di qualità. Vogliamo dei trasporti a emissioni zero e necessariamente gratuiti. Un trasporto nazionale e territoriale che rispecchia i bisogni dei più, organizzato e pianificato secondo un processo di coinvolgimento democratico di tutte le abitanti e di tutti gli abitanti.

Vogliamo un cambio di rotta sostanziale per quanto riguarda il sistema d’istruzione e il mondo della ricerca.

Esigiamo un ripensamento della didattica in ottica ecologista e che si investa sulla ricerca riconoscendo il valore dei saperi nei processi trasformativi della realtà. Riconosciamo la centralità di scuole e università nel processo di cambio di sistema per il quale stiamo lottando. Non vogliamo che il MIUR faccia operazioni di greenwashing, ma che sospenda immediatamente ogni accordo con le multinazionali e con le aziende inquinanti.

Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico.

Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori.
Non possiamo inoltre ignorare che l’agricoltura industriale svolga un grande ruolo nei cambiamenti climatici, nella devastazione ambientale e nello sfruttamento delle persone: le monocolture e anche l’allevamento intensivo sono modelli del tutto insostenibili che vanno fermate nel più breve tempo possibile.

Vogliamo che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, consapevoli che non può essere solamente un’opera di greenwashing della politica.La dichiarazione di emergenza climatica dev’essere fin da subito uno strumento trasformativo del presente. Un passo che da forza al nostro movimento, senza però mai dimenticare che la vera alternativa è quella che tutti i giorni pratichiamo nei nostri territori e quella che narriamo nelle nostre iniziative. Dobbiamo rendere complementari le pratiche di autogestione ecologista con le forti richieste che facciamo alla politica.

Non siamo disposti a scendere a compromessi, non vogliamo contrattare, vogliamo l’attuazione di ogni nostra rivendicazione per garantirci un futuro, ma siamo consapevoli che lo vogliamo ora, nel presente perché non c’è più tempo.
Fridays for Future è un movimento orizzontale, inclusivo e democratico. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia antidemocratica e violenta. Rivendichiamo l’autonomia e sovranità delle assemblee locali, in quanto linfa vitale del nostro movimento e di cui le assemblee locali sono gli spazi decisionali.

Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale. Dalle assemblee locali infatti devono emergere le esigenze di mobilitazione, di organizzazione e di approfondimento.
L’altro spazio decisionale collettivamente riconosciuto è l’assemblea nazionale, riconosciuto come spazio decisionale dove prendere decisioni specifiche di interesse nazionale e che serva per dare le linee guida da seguire.

Lanciamo il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan “block the planet”. Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa.

Sosteniamo e saremo presenti alle mobilitazioni che lanceranno le realtà locali a Napoli a dicembre in concomitanza con la Cop Mediterranea, incontro interministeriale sul tema dei cambiamenti climatici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Usciamo da questa assemblea nazionale con la consapevolezza di essere in grado, insieme, di cambiare il sistema. Non siamo disposti ad arrenderci, noi siamo la resistenza.

 

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Il caso Speziale si riscalda nuovamente. Anzi, non si è mai raffreddato. Non per chi ritiene ingiusta la condanna definitiva per omicidio preterintenzionale a 14 anni di reclusione comminata il 9 febbraio del 2010 ad Antonino Speziale, il tifoso del Catania considerato il responsabile principale della morte dell’ispettore capo della polizia Filippo Raciti in seguito alle ferite riportate durante gli scontri avvenuti il maledetto 2 febbraio del 2007, al termine del derby di Serie A fra rossazzurri ed il Palermo.

La scorsa domenica su una cancellata dello stadio Barbera del capoluogo siciliano, gli ultras della Curva Nord hanno esposto un vistoso striscione con su scritto a caratteri cubitali: “Gli ultras non dimenticano. Speziale Libero”.

Iniziativa che, così come tutte quelle messe in atto per manifestare solidarietà al condannato, ha subito fatto esplodere furiose polemiche. Dopo l’indignazione espressa, fra gli altri, dalla moglie e dalla figlia dell’ispettore capo, dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando e dal Sap, il Sindacato Autonomo di Polizia, che in una nota firmata dal segretario generale Stefano Paoloni ha definito lo striscione “Vergognoso. A dispetto di chi inneggia ai delinquenti noi stiamo con la signora Marisa Grasso e con la famiglia del nostro indimenticato collega Filippo Raciti alla quale giunge tutta la nostra vicinanza e solidarietà”, non si placa il fronte pro Speziale.

Mentre la Digos, che ha sequestrato lo striscione, indaga, il Centro Sociale Anomalia di Palermo tappezza la città coi manifesti che invitano a partecipare al dibattito che si terrà il 19 di questo mese nella loro sede di via Archimede e al quale parteciperanno il padre dell’ultrà catanese, Roberto Speziale, l’autore de “Il caso Speziale: cronaca di un errore giudiziario”, Simone Nastasi, insieme con i giornalisti dell’Espresso Piero Messina e Giuseppe Lo Bianco.

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“L’iniziativa è relativa al fatto che nei giorni scorsi l’attenzione dei media è stata catalizzata da una indagine aperta dalla DIGOS della questura di Palermo su diversi striscioni delle tifoserie palermitane e dalle dichiarazioni del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, in linea con la posizione della Questura stessa – spiegano sulla loro pagina Facebook i rappresentanti di Anomalia – Riteniamo che questa operazione di censura non sia per niente sensata (qualora ci possa essere una censura sensata) ma, al contrario, totalmente fuori da ogni logica e che sia un ennesimo tentativo di zittire chi lotta per l’affermazione della giustizia. Fuori da ogni logica non soltanto per un generico appello alla libertà di opinione e di espressione, ma anche perché, su questa vicenda che vede ormai da diversi anni affibbiata a Speziale una accusa pesantissima, sia necessario discutere al fine di fare emergere finalmente la verità”.

“Una verità insabbiata dalla Questura di Catania – denunciano – la quale ha contribuito in maniera sostanziale all’incarcerazione, ormai da più di 10 anni, di un ragazzo innocente. L’iniziativa sarà anche occasione per una raccolta fondi per le spese legali da donare alla famiglia”.

Anche il legale di Antonino Speziale, Giuseppe Lipera, non le ha mandate a dire: “Abbiamo letto sui giornali di parlamentari in carcere in visita agli imputati dell’omicidio del Carabiniere Cerciello Rega; abbiamo letto del sindacato di polizia che grida all’ innocenza e applaude agli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi del lontano 2005 e abbiamo letto ancora di Adriano Sofri, condannato in via definitiva per l’omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi, che ha raccolto negli anni numerose manifestazioni di solidarietà da gran parte della classe dirigente che chiedeva l’immediata scarcerazione. Tutto lecito”.

“Ma di fronte le polemiche nate intorno allo striscione dei tifosi palermitani – continua l’avvocato catanese – non possiamo che domandarci se in Italia la libertà di manifestare il proprio pensiero, verbalmente piuttosto che con uno striscione, è ancora un diritto. Si, lo è! E fino ad oggi non esiste il reato d’opinione. In uno stato democratico chiedere la libertà di un detenuto perché ritenuto innocente non dovrebbe essere né un reato né uno SCANDALO”.

“Speziale Libero – conclude – non significa inneggiare alla violenza o alla morte di Filippo Raciti, né infangarne la memoria, ma non è altro che un modo per denunciare un sospetto di giustizia sommaria. L’art. 21 della nostra Costituzione tutela la libertà di pensiero e ciò vale per tutti: anche per quel pensiero non condiviso dalla massa, per il pensiero di coloro che non ci piacciono e di quelli che si sono macchiati di gesti ignobili”.

E chiama in causa il segretario provinciale del Sap di Catania Giuseppe Coco: “Per tutte queste ragioni non si può che stigmatizzare il comunicato diffuso dal Segretario provinciale del Sindacato autonomo di polizia, Peppe Coco, a cui mi verrebbe da chiedergli: Ma Lei, Sig. Peppe Coco, ha mai letto la perizia dei RIS di Parma che fu fatta nel processo a carico di Speziale? Sig. Peppe Coco, ha mai letto le testimonianze degli agenti di Polizia Poli e Balsamo? Sig. Peppe Coco, ha mai letto le dichiarazioni del Sig. Lazzaro autista del discovery della Polizia? Ha mai letto la sentenza con cui la Corte Suprema di Cassazione ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare per mancanza di sufficienti indizi? La invito formalmente a farlo”.

Alessandro Sofia

da Futura Press

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Se è necessario occuperanno l’Assemblea, strade bloccate, gli indigeni marciano verso Quito per chiedere che Moreno rinunci.

URGENTE / Nella notte di sabato repressione a Saraguro, nella zona di San Vicente. Scontri con le forze militari, mentre le comuni sostengono la presenza nella via Cuenca-Loja.

Rendiamo responsabile il governo dell’integrità fisica dei nostri compagni e delle nostre compagne!

Sabato 5 ottobre è incominciato il terzo giorno di manifestazione e di sciopero nazionale per le misure economiche annunciate il primo di questo mese dall’esecutivo. Di fronte all’eliminazione del sussidio alla benzina diesel ed extra la comunità ecuadoriana, nella sua grande maggioranza, si è riversata nelle strade. Associazioni indigene hanno dichiarato che il loro sciopero è indefinito.

 

“Questa misura è indefinita. Sabato e domenica, anche se con turni, saremo compagni. Tutti abbiamo detto che il governo è sordo. Noi andiamo a Quito e se è necessario occupare l’Assemblea o la Presidenza, lo faremo; abbiamo bisogno di risposte”, ha dichiarato il dirigente della CONAIE.

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“Questo è uno sciopero indefinito, in questo modo, da parte delle organizzazioni CONAIE, Ecuarunari e MICC è stata presa una decisione diretta”, ha detto il presidente delle organizzazioni indigene di Salcedo, Peter Calo.

 

Inoltre, la CONAIE ha messo in allarme su un’imminente repressione per l’arrivo di un forte contingente militare nelle comunità di Cariacu e Puliza nel territorio del Pueblo Kayambi. Lì continuano azioni di resistenza riguardanti la Mobilitazione Nazionale contro le misure economiche prese dall’esecutivo.

Questo movimento indigeno ha sottolineato la propria posizione, nonostante la fine dello sciopero da parte dei trasportatori. Non solo nella regione amazonica, ma lungo i territori andini e litorali, la storica lotta del movimento indigeno non si ferma e confermiano lo sciopero nazionale indefinito, da parte di ciascuna comunità.

 

Questo sabato la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE) ha avvertito che applicherà il sistema di giustizia indigena a “militari e poliziotti che si avvicinino ai territori indigeni” per protesta per quello che considerano una “brutalità” della forza pubblica di fronte alle loro proteste contro il Governo Nazionale.

Inoltre, l’organizzazione ha informato con un comunicato di aver dichiarato lo “stato d’emergenza in tutti i territori indigeni”.

 

Il Consiglio di Governo della CONAIE ha spiegato di aver preso questa decisione “di fronte all’insistenza del Governo Nazionale di andare avanti nei nostri territori con lo sfruttamento minerario, il petrolio e i beni della natura, distruggendo ambienti di vita e appoggiando con le forze militari la presenza delle imprese”.

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5 ottobre 2019

Resumen Latinoamericano

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

 

 

 

 

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