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Articoli filtrati per data: Monday, 07 Ottobre 2019

[Aggiornamenti] 19/10 - Ore 11 - Di giovedì è la notizia ufficiale di un accordo per un "cessate il fuoco" di 120 ore tra USA e Turchia. Il patto prevede che la Turchia cessi gli attacchi per far ritirare le SDF di 20 km, di fatto dando esito positivo alla occupazione militare e al rischio genocidio. Le SDF hanno accettato il cessate il fuoco, ma non che i soldati turchi restino sul campo. La Turchia comunque nella giornata di ieri ha già rotto il cessate il fuoco bombardando Serekanyie e uccidendo circa trenta persone. Un convoglio umanitario di civili che da giorni si dirige verso la città per rompere l'assedio e chiedere l'apertura di un corridoio umanitario è stato nuovamente attaccato a colpi di proiettili.

14/10 - Ore 15 - Confermato nella notte l'accordo tra le SDF e lo stato siriano con la mediazione della Russia. Le truppe della Siria dovrebbero star raggiungendo alcuni punti strategici del Rojava per collaborare con l'alleanza arabo-curda, tra questi punti vi sono le città di Kobane e Manbij che sono tra gli obbiettivi strategici di Erdogan. "Tra il genocidio e il compromesso, scegliamo il nostro popolo", così ha riassunto la scelta di collaborare con i siriani il comandante in capo delle SDF, Mazloum Kobani. Nel frattempo dopo giorni di eroica resistenza pare che l'esercito di Ankara sia riuscito a prendere il controllo delle strade di ingresso su Dirbesiyeh e Kobane, confermando la propria volontà di penetrare nel territorio della Siria del Nord di 35 Km a costo anche di scontrarsi con le truppe di Damasco. Sicari al soldo di Ankara, secondo le SDF legati a ISIS, hanno ucciso a Qamishlo Havrin Khalaf, segretaria generale del Future Syrian Party: è la prima esponente politica della rivoluzione caduta in guerra. Khalaf è stata uccisa in una imboscata tesa da gruppi jihadisti sulla strada verso Manbji. Era una delle principali esponenti del movimento di liberazione della donna nella rivoluzione. La Turchia continua con i bombardamenti indiscriminati, colpendo convogli di civili e mezzi dell'assistenza sanitaria. A Serekanyie sono proseguiti per tutta la notte durissimi combattimenti e nonostante la sproporzione dei mezzi la resistenza continua. In Europa ormai sono diversi i paesi che hanno interrotto la vendita di armi alla Turchia, ma le azioni concrete della comunità internazionale per il momento si mostrano tutt'altro che sufficienti a far desistere Erdogan. 

10/10 - Ore 10 - Nella notte violenti scontri lungo tutto il confine. L'esercito turco ha tentato due volte di invadere via terra Tel Abyad con il supporto delle bande del Free Syrian Army. Entrambi i tentativi sono stati respinti dalle SDF. L'aviazione turca ha colpito il centro operativo delle YAT (squadre antiterrorismo delle YPG) dove erano detenuti alcuni miliziani di daesh. Diversi morti e feriti tra i civili, 5 a Qamishlo nel Nord-Est dove è stato bombardato il quartiere cristiano. Sono iniziati i colpi di artiglieria su Kobane. Le Ypg stanno rispondendo agli attacchi colpendo diverse postazioni nemiche sul confine.Questa mattina presto sono ripresi i bombardamenti contro Serekanye, dove ad est ed ovest della città esercito turco e alleati jhiadisti hanno rimosso alcune parti del muro per tentare un incursione di terra.
Duri scontri si stanno verificando a hamlet Miche (est di Serekanye) dove le SDF hanno comunicato di aver ucciso 5 jhiadisti sostenuti dalla Turchia respingendo l'incursione nei pressi di Tal Khalaf. Intanto in tutta Europa si moltiplicano le iniziative di solidarietà con il popolo curdo. Negli Stati Uniti lo scontro interno all'establishment continua, con il congresso che avrebbe in cantiere una risoluzione bi-partisan di sanzioni alla Turchia. Qui una mappa degli scontri:

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9/10 - Ore 14 - Gli statunitensi hanno concluso nella notte il trasferimento del contingente in Siria del Nord. Pare che anche la Turchia sia rimasta spiazzata dalla celerità dell'operazione e non abbia ancora completato la preparazione, per questo motivo l'invasione non è ancora iniziata, ma si prevede che nelle prossime 48h inizierà. Intanto in Turchia il parlamento ha approvato l'operazione militare soprannominata "Primavera di Pace" con il solo voto contrario di HDP (partito di sinistra filo-curdo). L'HDP stesso, insieme ai sindacati socialisti, alcune minoranze religiose e la sinistra rivoluzionaria turca ha lanciato un appello alle proteste contro le politiche di guerra del governo. Anche in Siria del Nord è partita la mobilitazione dei civili. L'amministrazione autonoma ha dichiarato da tre giorni il presidio permanente degli abitanti locali lungo il confine per fare da "scudo umano" contro gli invasori.

9/10 - Ore 10 - Secondo fonti giornalistiche l'attacco turco partirà entro le prossime 24 ore. Diversi bombardamenti sono avvenuti lungo il confine turco siriano, dove le forze aeree turche avrebbero colpito le postazioni curde di Tal Abyad e Tal Tawil. Da ieri sera sono scoppiati violenti scontri a Raqqa: una cinquantina di miliziani di Isis stanno attaccando in piccoli gruppi, con azioni coordinate, il centro città, approfittando dello spostamento delle truppe di SDF verso il confine dove le truppe turche continuano ad ammassarsi. Le voci sulla chiusura dello spazio aereo del Nord Est della Siria da parte degli Stati Uniti in realtà sono vere in parte: il Pentagono ha escluso ieri l'esercito turco dal Combined Air Operations Centre (COAC), una base telematica di informazioni sullo spazio aereo siriano creato dalla coalizione contro l'ISIS. Dunque i turchi non avrebbero più accesso alle informazioni satellitari o di altro tipo di quella base dati. La mossa del Pentagono è un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote all'accordo Trump - Erdogan che molti nell'establishment politico militare USA considerano folle. Intanto in tutta Italia vengono lanciati presidi di solidarietà con il Rojava, qui la lista aggiornata delle iniziative.

8/10 - Ore 10:30 - Varie fonti riportano un bombardamento aereo turco nella serata di ieri al confine tra Iraq e Siria, nella zona di Semalka, a un'ora di distanza dal passaggio di un convoglio di rifornimenti e armi della Coalizione diretto a Qasmishlo e quindi nel territorio controllato dalle SDF. Arrivano anche informazioni discordanti rispetto a una chiusura dello spazio aereo del Nord Est della Siria nei confronti della Turchia da parte degli Stati Uniti. Intanto l'Iran si dice contrario all'operazione turca e negli Stati Uniti scoppia il caos tanto nel partito democratico quanto in quello repubblicano con molti esponenti della politica USA che contestano la mossa di Trump sulla Siria. L'unica certezza, per il momento, è che l'invasione minacciata non è ancora iniziata, nè i bombardamenti su larga scala.

Via al ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria. Nella notte la Casa Bianca ha diffuso un comunicato in cui sancisce pubblicamente l’accordo con Erdogan di ritirare le proprie truppe al fine di lasciare mano libera all’esercito turco per istituire una “fascia di  sicurezza” lungo il confine Nord della Siria e ad est dell’Eufrate, liberando di fatto la strada per l’invasione del Rojava e per attaccare la Rivoluzione Confederale.
Inoltre nell’accordo si dichiara di voler affidare i prigionieri di Daesh alle autorità turche, aprendo di fatto alla possibilità che migliaia di miliziani dello Stato Islamico, ritornino in libertà, visto che proprio la Turchia in questi anni li ha foraggiati economicamente e aiutati sul campo di battaglia.
L’intenzione di Erdogan di invadere la il Rojava, dopo aver occupato militarmente il cantone di Afrin nel 2018, viene giustificata dall’annuncio di voler trasferire le migliaia di profughi siriani che vivono in Turchia, nella fatidica “Safe Zone” al confine turco-siriano. È lampante come dietro questa abominevole operazione di ingegneria demografica si nasconda il tentativo di minare l’integrazione sociale della Rivoluzione Confederale, poiché la maggioranza degli sfollati che si vorrebbe deportare sono originari di altre regioni siriane.
Erdogan nuovamente, cerca di uscire dalla più forte crisi interna di sempre, sia econmica che di consenso per il governo, usando la carta della guerra contro i curdi, intenzione divenuta chiara nei giorni scorsi dopo i suoi annunci all’Onu.
Da parte della Federazione della Siria del Nord arriva la promessa di resistenza ad ogni costo per fermare l’attacco fascista turco, e l’appello alla solidarietà internazionale.

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Di seguito, la traduzione della lunga lettera inviata pochi giorni fa da Antonin Bernanons dal carcere parigino di La Santé dove si trova rinchiuso da ormai sei mesi dopo una scontro in strada con alcuni militanti di estrema destra che provavano a infiltrarsi nei cortei dei Gilet gialli. Nonostante, per stessa ammissione della procura, Antonin non è riconoscibile sulle immagini delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso l'ingloriosa fuga dei neo-fascisti, si trova tuttora in stato di arresto dopo che uno dei fascisti coinvolti ha sporto denuncia alla polizia per i colpi subiti e per il furto delle sue scarpe con bandierina francese dichiarando di aver riconosciuto Antonin. Nella lettera, oltre alla testimonianza in prima persona di un accanimento giudiziario che non mancherà di ricordare ciò che succede agli antifascisti al di qua delle Alpi, ritroviamo anche il racconto del lavoro politico portato avanti da alcuni compagni parigini dentro il movimento dei gilet gialli. È ignorando gli appelli che venivano "da sinistra" a tenersi a igienica distanza dagli strani personaggi che avevano iniziato a bloccare le rotonde, guadagnando internità al movimento e negando fisicamente agibilità ai fascisti che gli antifascisti sono riusciti a far diventare i vari gruppuscoli di estrema destra che giravano intorno ai Gilet persona non grata. Per quanto ci riguarda, abbiamo imparato a conoscere Anto negli ultimi anni come un compagno generoso, testa calda e spirito affilato. Con lui ci siamo confrontati a più riprese sulla situazione sociale nei quartieri periferici e sui movimenti che stanno scuotendo la Francia negli ultimi anni, condividendo discussioni appassionate su situazioni complesse e piene di contraddizioni, affrontate sempre da Anto con lo sguardo non del giudice o dell’intellettuale (figure, ahinoi, spesso ormai indistinguibili) ma del militante politico capace di riconoscere limiti, ambivalenze e forze delle soggettività in campo. Da tutta la redazione di infoaut un grande abbraccio nella speranza di vederlo libero subito. A presto nelle strade, Anto!

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Vi scrivo dal carcere di la Santé, dove sono detenuto nel contesto di una procedura giudiziaria aperta il 18 aprile scorso all’incontro di diverse persone e militanti antifascisti, a seguito di uno scontro tra antifascisti e militanti di estrema destra. Sono ormai quasi sei mesi che mi trovo rinchiuso, sei mesi durante i quali ho subito diversi tipi di pressione da parte dell’istituzione giudiziaria e dell’amministrazione penitenziaria. Sono stato in un primo tempo detenuto nella casa circondariale di Fresnes, dove la direzione mi ha subito messo il divieto di comunicare con l’esterno a causa della mia appartenenza a “movimenti radicali di estrema sinistra”. Sono stato in seguito trasferito dall’oggi al domani alla prigione di la Santé, in transito verso uno stabilimento fuori dalla regione parigina - visto che beneficerei, seconda la direzione inter-regionale dei servizi penitenziari di Parigi, di un “sostegno dall’esterno che potrebbero intaccare la sicurezza degli stabilimenti parigini”. Tra l’altro, due mesi fa, la giudice incaricata del mio caso ha ordinato la fine della mia detenzione cautelare e la mia messa in libertà, decisione immediatamente annullata per ordine della procura di Parigi, che ha mobilitato tutto il suo armamentario giuridico per impedire la mia liberazione. Questo accanimento, piuttosto caratteristico della giustizia e dell’amministrazione penitenziaria, viene esercitato contro di me mentre tutte le altre persone coinvolte nell’inchiesta sono state liberate e sottoposte ad altre misure cautelari meno afflittive, e che non esiste nessun elemento nel dossier della procura che consenta di associarmi in alcun modo agli scontri. Nessun elemento, tranne la dichiarazione di un militante identitario, Antoine Oziol di Pignol, hooligan di Kop of Boulogne, membro di Milice Paris, militante attivo di Generation identitaire e vicino al gruppuscolo nazionalista dei Zouaves Paris [quest’ultimo vicino Casa pound, il Primato nazionale pubblicò una loro imbarazzante intervista promozionale il 28 luglio scorso NdT] con i quali era al momenti dello scontro. Questo ha sporto denuncia e si è costituito parte civile, affermando di riconoscere alcuni militanti antifascisti tra gli autori delle violenze di cui sarebbe stato vittima e dichiarando che io avrei fatto parte del gruppo che ha fatto battere in ritirata lui e i suoi compagni la sera dei fatti.

A prima vista, il fatto che dei militanti di estrema destra, appartenenti a gruppi violenti e autori di numerosi pestaggi negli scorsi mesi (aggressioni contro donne con il velo o contro migranti per Generation identitaire, attacchi contro i giovani dei licei in autogestione di Parigi o, ultimamente, contro il corteo del Nuovo partito anticapitalista durante l’Atto 11 del movimento dei Gilet gialli per gli Zouaves Paris) possano collaborare in maniera così priva di complessi con la polizia e le sue istanze repressive potrebbe sorprendere. Conviene però contestualizzare questo fenomeno dentro un quadro più ampio, quello della rivolta sociale e della repressione generale che osserviamo dall’inizio del movimento contro la Loi travail nel 2016 fino al movimento dei gilet gialli.

Se i legami tra la polizia e l’estrema destra sono ormai assodati (https://www.streetpress.com/sujet/1536574128-serge-ayoub-parrain-meurtriers-meric

https://www.lexpress.fr/actualite/societe/justice/claude-hermant-condamne-a-sept-ans-de-prison-pour-trafic-d-armes_1950776.html), è necessario analizzare più precisamente il coagulo specifico che esiste tra la polizia e i gruppi di estrema destra coinvolti in questo caso. Il gruppo Generazione identitaria si è sempre posto al servizio dello Stato e della sua polizia: occupazione di moschee in un contesto di esplosione di politiche islamofobe (https://www.lemonde.fr/police-justice/article/2017/10/21/generation-identitaire-poursuivie-pour-l-occupation-de-la-mosquee-de-poitiers_5204150_1653578.html), campagna Defend Europe per bloccare i migranti nel mediterraneo o nelle alpi nel momento in cui le politiche migratorie europee si fanno sempre più estreme e migliaia di uomini, donne e bambini perdono la vita durante il loro viaggio, o più recentemente occupazione dei servizi sociali di Bobigny[1] nel contesto di una forte repressione contro il più grande movimento contro la precarietà in Francia degli ultimi decenni. Per quanto riguarda gli Zouaves Paris, possiamo richiamare, tra le altre, le numerose aggressioni contro studenti e militanti durante i blocchi e le occupazioni delle università nel corso del movimento del 2018 contro la legge ORE[2]. Sono sempre loro che, durante il primo maggio 2018, provavano a pestare manifestanti intorno a place de la Contrescarpe, nello stesso momento in cui Alexandre Benalla e la sua milizia di picchiatori massacravano chi non riusciva a lasciare la piazza[3], a seguito di una giornata marcata dallo scatenarsi delle violenze della polizia contro la manifestazione internazionale dei lavoratori. Se questo evento è piuttosto emblematico della convergenza e dell’articolazione tra violenza della polizia, violenza dei gruppi armati che lavorano al servizio dello Stato in parallelo alle forze dell’ordine e violenza dei gruppi di estrema destra, è durante il movimento dei Gilet gialli che abbiamo visto come questa strategia comune si è dispiegata e consolidata per reprimere un movimento sociale.

Se è certo che i gruppi e i militanti estrema-destra sono stati alla fine scacciati dal movimento e dai manifestati su scala nazionale, bisogna tenere a mente che durante le prime settimane la loro presenza nei cortei era reale. Ricordiamoci del discorso ossessivo dei media per cui le violenze contro la polizia erano perpetrate da gruppi nazionalisti “infiltrati” nel movimento. Se è vero che alcuni gruppi di estrema destra, tra cui gli Zouaves e il loro satellite Bastion social, hanno partecipato all’inizio agli scontri con le forze dell’ordine, bisogna leggere questi fatti, e la loro risonanza mediatica, nel quadro di una più ampia strategia in favore dello Stato. Si trattava di elaborare una repressione morale (che precedeva rendendola possibile la repressione poliziesca feroce osservata in seguito) stigmatizzando il movimento dei Gilet gialli come movimento violento di estrema destra. La presenza di gruppi di estrema destra era quindi sostenuta, messa in scena e strumentalizzata per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica gli arresti di massa, le condanne contro i Gilet gialli durante i processi per direttissima, la prigione, la violenza, le ferite…

Sostenere la presenza dell’estrema destra e pubblicizzarla era la modalità con cui lo Stato provava rendere illegittimo un movimento sostenuto da una larga parte della popolazione. Un ennesimo tentativo di manipolazione dell’opinione pubblica, che ha avuto il suo picco massimo in occasione della polemica sull’“aggressione” di Finkielkraut e sull’”antisemitismo dei Gilet gialli”[4]. Chiariamo: non si tratta di negare che alcune forme di antisemitismo o di complottismo abbiano potuto esprimersi e diffondersi nel movimento. Si tratta di illustrare quali sono gli strumenti di repressione morale dello Stato e di capire che il fascismo e le sue idee sono uno degli strumenti più importanti in questo senso. Il detto antisemitismo, di cui lo Stato si vantava di essere uno dei più vivi oppositori, deve comprendersi ugualmente come uno strumento, una realtà coltivata scientemente in seno al movimento. Se le tesi antisemite notorie, come quelle di Alain Soral[5], hanno potuto diffondersi nel movimento, attraverso intermediari o militanti fascisti, è perché queste sono state ampiamente esagerate e diffuse dai media e dal governo. E se le cose sono andate così, è perché queste tesi cosiddette “anti-sistema” sono in realtà al suo servizio e vengono usate per questo fine. Dall’esterno, lo Stato se ne serve per delegittimare il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Dell’interno, le tesi sulla “finanza ebrea”, articolate in particolare intorno alla banca Rotschild, consentono ai nostri veri nemici, quali la finanza in senso ampio e il capitalismo come sistema di dominio e sfruttamento, di essere messi da parte, segmentati, per prendere di mira invece una cosiddetta parte del problema piuttosto che il problema stesso. Una volta in più, strategia repressiva e strategia fascista vanno a braccetto contro un movimento sociale.

Riprendiamo il filo del ragionamento. La presenza di gruppi di estrema destra (come gli Zouaves Paris) dentro i Gilet gialli, non si è limitata al ruolo di spauracchio al servizio del potere. Questi ultimi erano presenti innanzitutto per provare a cacciare via i militanti antifascisti, autonomi e rivoluzionari. L’obiettivo era di prendersela contro chi era già nel mirino delle forze dell’ordine a causa del contributo logistico e strategico fornito al movimento dei Gilet gialli, durante i blocchi dell’economia o nelle manifestazioni, in quanto forza attiva di autotutela dei cortei contro gli attacchi della polizia.

A questa strategia militare si è aggiunto il tentativo di infiltrazione dei servizi, messa in luce dalla presenza di un noto militante identitario, Victor Lenta (http://www.francesoir.fr/politique-france/victor-lenta-le-paramilitaire-extreme-droite-qui-tente-de-manipuler-les-gilets-jauneshttp://www.francesoir.fr/politique-france/victor-lenta-le-paramilitaire-extreme-droite-qui-tente-de-manipuler-les-gilets-jaunes) diventato membro di un auto-proclamato servizio d’ordine dentro il quale abbiamo potuto ritrovare i nostri famosi zouaves di servizio (https://www.facebook.com/watch/?v=147590606137794). Una volta in più la strategia fascista ha fatto pienamente eco alla strategia di contenimento delle manifestazioni. Si è trattato, per l’estrema destra, d’integrare alcune istanze del movimento per meglio potersela prendere con gli antifascisti ma, soprattutto, per tentare d’imporre un quadro autoritario alle manifestazioni, al fine di frenare ogni forma di eccesso e contenere le nuove forma di lotta offensive sorte con il movimento dei Gilet gialli. Quello è stato l’ultimo tentativo di organizzazione reale delle forze fasciste dentro il movimento. È assumendosi l’onere di un antifascismo militante che gli antifa e i gilet gialli antirazzisti hanno cacciato i militanti di estrema destra a Parigi, a Lione e altrove, facendo delle manifestazioni spazi in cui la presenza di questi soggetti non era ammessa né negoziabile. È partecipando al movimento e ignorando gli appelli al boicottaggio di quest’ultimo (proveniente spesso da “militanti” del nostro stesso campo, che si erano lasciati infinocchiare dall’amalgama di Stato “Gilet gialli - estrema destra”) che la nostra battaglia quotidiana ha finalmente pagato. Questo lavoro politico, che è stato portato avanti ogni sabato per settimane, non ha potuto farsi se non in stretta collaborazione con gruppi di gilet gialli su scala locale e nazionale e non si è limitato al solo scontro di strada con i militanti fascisti. Autonomi e antifascisti si sono messi al servizio del movimento, tanto sul piano logistico che su quello strategico, accettando le numerose contraddizioni che lo attraversavano, trasformandolo mentre accettavano di trasformare sé stessi, staccandosi dagli schemi di sclerotici della politica contestaria. Per fare tutto ciò si è dovuto mobilitare e mettere in piedi strategie e forme di lotta nuove, affrontare fisicamente i gruppi di estrema destra, proteggere le persone contro cui di solito si sfogano, mettere in piedi cortei festivi e antirazzisti, partecipare alle assemblee generali locali, impegnarsi sulle rotonde, nei blocchi, mobilitare le nostre pratiche e il nostro sapere delle lotte per organizzare gruppi per impedire gli arresti dei manifestanti, o ancora proteggere i cortei contro la violenza delle forze dell’ordine. Tutto questo è stato possibile non solo con la collaborazione di compagni dagli orizzonti a volte molto diversi, ma soprattutto grazie alla solidarietà originata dalla alleanza fatta con alcuni gilet gialli a livello locale, in particolare i gilet gialli di Rungis, senza i quali la riuscita del movimento nell’area metropolitana parigina non sarebbe stata possibile. E sono precisamente queste alleanze, questi incontri, questo lavoro politico che sono stati presi di mira nell’inchiesta che mi ha condotto oggi a essere di nuovo detenuto e che ha piazzato ancora una volta l’antifascismo autonomo sul banco degli accusati. Quella che osserviamo qui è una strategia comune dell’estrema destra e delle istituzioni repressive che tentano, attraverso la via legale, penale e carceraria, di prendersela con il movimento e i suoi diversi protagonisti.

Ciò che ho descritto non è qualcosa di nuovo. Da decenni lo Stato francese e l’estrema destra si sono intimamente legati nella difendere il capitale neo-coloniale – dalla guerra d’Algeria, all’istaurazione del primo stato di emergenza che sarà di nuovo usato per tentare di distruggere le rivolte dei quartieri popolari nel 2005, poi contro i musulmani col pretesto della lotta anti-terrorista, prima di abbattersi contro il movimento sociale tradizionale ed estendersi alla società nel suo insieme attraverso la costituzionalizzazione delle misure emergenziali. Se l’incontro tra Gilet gialli e quartieri popolari è rimasto per il momento solo embrionale, bisogna ricordarsi che la violenza di Stato invece ha legato da tempo gli abitanti delle banlieue e le frange delle classi popolari che si sono organizzate nelle ultime mobilitazioni, facendone uno dei suoi obiettivi principali. La violenza che si è abbattuta contro i Gilet gialli ha radici lontane. La nuova dottrina per mantenere l’ordine è stata elaborata a partire della repressione dei popoli in lotta per la propria libertà nelle vecchie colonie francesi. Le DAR[6] e le BRAV[7] non sono altro che l’evoluzione delle BAC[8], loro stesse create per reprimere i colonizzati interni dopo la guerra d’Algeria. I proiettili di gomma e le granate che hanno mutilato tanti Gilet gialli sono strumenti perfezionati per anni nelle periferie delle grandi metropoli. E dietro questa violenza, il fascismo fa da paravento, sempre pronto a essere mobilitato come arma di questa stessa violenza. Dai tempi dell’OAS[9], organizzazione di estrema destra che reclutava poliziotti e militari per commettere attentati contro gli algerini. Dagli anni ’80, quando i gruppi fascisti organizzavano pestaggi contro gli stranieri, prima di passare il testimone alle forze dell’ordine, che hanno ormai ritrovato il monopolio della violenza razzista attraverso quello che è il suo principale vettore: le violenze poliziesche quotidiane che continuano a umiliare, mutilare e uccidere tutti gli abitanti dei quartieri popolari, perché sono poveri, neri, arabi o musulmani. Da tempo, la polizia di stato e i gruppi fascisti condividono la violenza razzista. E oggi è questa stessa violenza, costruita nella collaborazione tra estrema destra e forze dell’ordine, che è stata messa in campo contro il movimento dei Gilet gialli e i suoi diversi protagonisti. La polizia e l’estrema destra collaborano a una causa comune: domare le rivolte popolari e difendere il sistema capitalista.

Le ultime settimane hanno offerto un concentrato spettacolare di questo processo che non cessa di approfondirsi. La polizia, presa in una radicalizzazione senza fine, si comporta sempre più come forza autonoma: si pensi all’omicidio di Steve a Nantes durante la festa della musica[10], si pensi alla manifestazione illegale davanti alla sede di France insoumise chiamata dal sindacato di estrema destra Alliance, o recentemente alla denuncia fatta contro Assa Traoré[11] (ultima tappa di un accanimento senza limiti). A ogni passo in avanti, i poliziotti ricevono il sostegno indefettibile del governo, a ogni nuovo crimine sanno di poter contare su una copertura sistematica. Nel frattempo Marion Maréchal-Le Pen e Eric Zemmour fanno a gara tra di loro quanto a retorica d’odio e incitano senza complessi ai pogrom contro i musulmani in diretta sul canale televisivo di un miliardario francese. Quanto a Macron, che si fa bello ponendosi come ultima frontiera contro l’estrema destra, non si è accontentato solo di appoggiare alla cieca una polizia scatenata ma ha deciso anche di lanciare una campagna sull’immigrazione riprendendo letteralmente i termini dell’estrema destra. La questione non è, come pensa una social-democrazia tanto passiva quanto impaurita, di vedere in tutto ciò i sintomi di un futuro oscuro, le premesse di un fascismo che viene – possibilità che non potremmo sventare se non mettendoci in mano a “progressisti” auto-proclamati e difensori del “fronte repubblicano”. La situazione attuale dimostra tutto il contrario: il fascismo non è un orizzonte, è una tendenza materiale che si sviluppa nel presente, in seno alle stesse istituzioni – e il macronismo, lungi dal fermarla, la sta accelerando. È a questa mutazione autoritaria dello Stato che i movimenti sociali nascenti, nei lori tentativi di alleanza e di rinforzo reciproco, dovranno far fronte.

Non si tratta solo quindi di reclamare la mia liberazione e l’abbandono dei capi di accusa contro gli antifascisti sotto processo.

Anche se questo è uno dei nodi della lotta che si apre davanti a noi, sarebbe sterile e settario restare contrati su noi stessi, assicurando la difesa dei nostri in un momento in cui la repressione si abbatte su frange sempre più ampie delle classi popolari. Se una delle grandi forze dello Stato è l’arte della menzogna, la decostruzione della verità, la manipolazione dei fatti e la loro riscrittura mediatica, il nostro ruolo, in quanto antifascisti, è di riaffermare il legame reale e fondamentale che unisce le lotte attuali, dall’antirazzismo alle lotte contro la precarietà. Non dobbiamo scordarci che migliaia di esseri umani muoiono alle porte dell’Europa. Non dobbiamo dimenticare i giovani di Mantes-La-Jolie[12], le vittime dei crimini della polizia, da Malik Oussekine[13] fino ad Adama Traoré e Zineb Redouane[14]. Non dobbiamo dimenticare le vittime dei crimini fascisti, da Brahim Bouharam[15] a Clement Méric, morto sotto i pugni di assassini di estrema destra qualche anno fa[16]. È la mia forza nella vita di tutti i giorni e il mio faro nella penombra del mondo carcerale. Non dobbiamo dimenticare tutti i Gilet gialli feriti o rinchiusi nelle prigioni dello Stato francese. Ho incrociato la strada di molti di loro dietro le sbarre, spesso isolati, dimenticati e privi di qualsiasi sostegno politico esterno. In generale, non dobbiamo dimenticare tutte e tutti coloro che popolano le prigioni francesi, rinchiusi innanzitutto per ciò che sono e ciò che rappresentano. Ogni lotta rivoluzionaria non può essere che anti-carcerale.

Non dobbiamo dimenticare che tutte queste cose sono legate in un progetto che dobbiamo combattere, ma anche, e soprattutto, non dimentichiamoci che tutte le parole, gli scritti e le posizioni di principio nulla valgono se non sono seguite dai fatti. La sequenza di lotte che si va aprendo dev’essere quella delle alleanze che si intrecciano da anni e dei fronti comuni, quella dell’auto-difesa popolare e di tutte le rivolte.

Antonin Bernanos,
Prigione di La Santé,
3 ottobre 2019

 

[1] Lo scopo dell’occupazione era chiedere meno aiuti per gli immigrati

[2] Riforma che inasprisce i criteri di accesso alla formazione universitaria. Si veda il reportage di Infoaut https://www.infoaut.org/approfondimenti/breve-viaggio-in-francia-dove-all-universita-non-si-fa-piu-lezione

[3] Direttore della sicurezza del partito di Macron, En Marche, al centro di un vasto scandalo dopo essere stato riconosciuto su un video mentre picchiava dei manifestanti dopo aver usurpato la divisa di poliziotto in circostanze ancora tutte da chiarire

[4] Ripresa ampiamente anche dalla stampa italiana vedasi per esempio https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2019/02/19/news/francia_antisemitismo_alain_finkielkraut-219568260/

[5] Imprenditore franco-svizzero e filosofo « rossobruno » fondatore dell’associazione Egalité et reconciliation

[6] Dispositif d’Action Rapide (DAR), unità miste spesso in moto incaricate di disperdere i manifestanti a colpi di manganello e granate messe in piedi per reprimere il movimento dei Gilet gialli

[7] Brigades de répression de l’action violente (BRAV) brigate provvisorie messe in piedi in caso in cui il governo tema manifestazioni violente hanno il compito di andare a contatto con i manifestanti e arrestarli.

[8] Brigade anti-criminalité (BAC) unità nate negli anni ‘90 per la repressione della criminalità nelle periferie composta da agenti senza divisa, che agiscono in bande e conosciuti per la propria violenza.

[9] Organisation de l'armée secrète (OAS) organizzazione politico-militare semi-clandestina creata perdifendere la presenza francese in Algeria con tutti i mezzi compreso il terrorismo su larga scala.

[10] Su questo episodio si veda https://www.infoaut.org/conflitti-globali/ou-est-steve-una-storia-di-violenza-poliziesca

[11] Sorella di Adama Traoré, giovane ucciso dalla polizia nel 2016. Infoaut ha pubblicato un’intervista al comitato che chiede verità e giustizia sul suo caso con interessanti considerazioni sul rapporto tra personi di origine immigrata e  il movimento dei Gilet gialli https://www.infoaut.org/conflitti-globali/se-vogliamo-davvero-cambiare-il-nostro-destino-dobbiamo-lottare-nelle-strade-intervista-al-comite-pour-adama

[12] Nel dicembre scorso, dopo la dispersione di un blocco, 146 minorenni del liceo Saint-Exupéry sono stati fatti inginocchiare mani sulla testa mentre un poliziotto riprendeva la scena col proprio cellulare

[13] Studente di 22 anni ucciso per vendetta da poliziotti in moto nel dicembre del 1986 durante un movimento studentesco. Si veda https://www.riccardomichelucci.it/diritti/parigi-la-morte-ingiusta-di-malik-oussekine/

[14] Una donna di 80 anni uccisa da un lacrimogeno della polizia a Marsiglia il primo dicembre 2018 mentre si trovava alla finestra di casa sua.

[15] Ragazzo marocchino spinto nella Senna e lasciato affogare da alcuni militanti del Front national dopo un meeting elettorale nel 1995

[16] Giovanissimo militante antifascista ammazzato di botte a Parigi nell’estate del 2013. Si veda https://www.infoaut.org/antifascismonuove-destre/parigi-giovane-antifascista-ucciso-da-naziskin

 

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A distanza di cinque anni dalla prima marcia No Tav sul Basso Garda, ieri siamo tornati (5 Ottobre ndr) a manifestare, questa volta nel territorio di Lonato dove, nelle ultime settimane, sono iniziati i cantieri del Tav.

Questo paese lacustre è guidato da un'amministrazione che oggi, come negli ultimi anni, gestisce le questioni pubbliche favorendo la cementificazione in nome del profitto economico. La linea ferroviaria ad Alta Velocità Brescia-Verona infatti non porterà alcun beneficio alla comunità locale o al turismo. La galleria di 7 chilometri a Lonato infatti, appoggiata da Sindaco e Giunta senza spiegazione di utilità alcuna, creerà espropri, problemi alle falde acquifere, disagio per il passaggio quotidiano di centinaia di tir negli anni di cantiere, inquinamento dell’aria e danni al turismo.

In questa situazione di mancanza di cura per il bene comune, di mancanza di partecipazione delle comunità nei processi decisionali politici, abbiamo sfilato per le vie del paese fino ad arrivare al cantiere per ribadire la nostra contrarietà.
Il cantiere ad oggi è una gigantesca distesa di terra espropriata ai lonatesi scavata e sollevata in ogni ora del giorno e della notte con passaggio di tir in strade non previste e contromano, e con “disagi” come il taglio “accidentale” dei cavi dell'energia elettrica alle abitazioni ed attività limitrofe. Sappiamo bene che questi cantieri preliminari non sono nulla in confronto ai veri lavori che l'alta velocità potrebbe portare sui nostri territori qualora il progetto proseguisse.

Così ieri, arrivati al cantiere sono state simbolicamente lanciate palle di terra e semi dove sorgono cumuli di terra scavata e dove un tempo c'erano campi coltivati, nella speranza che la natura sia più forte del profitto e del malaffare e continui a lottare, insieme a noi.
Ma la rabbia di vedere la nostra terra distrutta, lo sdegno di sapere che quest'opera non serve e probabilmente non verrà mai finita ci ha dato quel coraggio di riprenderci, anche solo per un momento, qualcosa che è della collettività: la nostra terra e il suo futuro. E così tra cori, sorrisi e anche un po di commozione ci siamo riappropriati di un pezzo di area cantierizzata ricordando ai lor signori del TAV che gli unici che si devono fermare sono loro, perché noi, come abbiamo detto, non ci fermeremo. Abbiamo lasciato sul terreno simbolicamente a monito i nostri Spaventav, perché continueremo a vigilare ed essere presenti.

Sproporzionato come sempre l'apparato di sicurezza messo in campo per il corteo di ieri con decine di celerini, elicottero della polizia sempre presente e Sindaco impegnato in prima persona a chiedere ai negozianti di chiudere le attività al passaggio del corteo per fomentare la paura e la diffidenza verso i propri stessi compaesani, rei colpevoli di chiedere spiegazioni su queste decisioni politiche speculative.

Come 5 anni fa ribadiamo la nostra contrarietà a questa grande opera inutile e come 5 anni fa sosteniamo che quest’opera si può fermare, costa ancora meno fermarla che farla e siamo ancora in tempo perché questi lavori sono solo una precantierizzazione.

Avevamo e abbiamo tutte le ragioni per proseguire nella nostra lotta, forti anche dei risultati dall'analisi costi benefici che ha bocciato ufficialmente quest'opera, determinati a percorrere come abbiamo sempre detto ogni strada possibile per fermare questo scempio.

Fermatevi, perché noi non ci fermeremo!

Coordinamento No Tav Brescia-Verona

Tratto da radiondadurto.org

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