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Articoli filtrati per data: Thursday, 31 Ottobre 2019

Nelle prime ore del mattino di giovedì 31 ottobre, le forze di occupazione israeliane, con oltre 70 soldati e 12 veicoli militari armati, hanno fatto irruzione nella casa a Ramallah di Khalida Jarra, leader della sinistra palestinese, femminista e parlamentare di fama internazionale, sequestrando la compagna dalla sua abitazione.

L'arresto arriva appena 8 mesi di distanza che la Jarrar era stata rilasciata dopo una detenzione amministrativa durate oltre 20 mesi.

Gli ordini di detenzione amministrativa, che prevede l’arresto senza né accuse né condanne, possono essere emessi per un massimo di sei mesi alla volta e sono rinnovabili indefinitamente. Palestinesi come la Jarrar hanno trascorso anni della loro vita in prigione con questa forma illegale di detenzione.

All'interno delle carceri sioniste la Jarrar ha svolto un ruolo di primo piano nel sostenere l'educazione delle ragazze minori detenute, organizzando lezioni sui diritti umani e preparando le allieve per gli esami obbligatori delle scuole superiori, considerando che l'autorità carceraria nega alle ragazze un insegnante.

Oltre 275 organizzazioni, partiti politici e movimenti sociali in tutto il mondo hanno aderito all’appello collettivo per la sua liberazione. Questa non era l'unica volta in cui la compagna è stata fatta prigioniera dall'occupazione israeliana; il suo arresto nel 2017 è arrivato solo 13 mesi dopo essere stata rilasciata dal carcere israeliano dopo aver scontato una pena di 15 mesi per la sua attività politica.

Dopo essere stata arrestata nel 2015 è stata condannata alla detenzione amministrativa; in risposta all'indignazione pubblica è stata sottoposta tribunali militari per un processo falsa. Durante questi ultimi 20 mesi di prigione è rimasta incarcerata senza accuse e senza processo per tutto il tempo. Jarrar è una sostenitrice della libertà dei prigionieri palestinesi ed è stata ex vicepresidente e direttore esecutivo di Addameer Prisoner Support and Human Rights Association. Un membro del Consiglio legislativo palestinese eletto come parte del blocco di sinistra Abu Ali Mustafa, associata al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha presieduto il Comitato dei prigionieri del PLC.

Nel 2014 ha resistito - e sconfitto - un tentativo israeliano di spostarla forzatamente dalla sua casa di famiglia a El-Bireh a Gerico. È anche una leader schierata nella lotta per portare i funzionari israeliani responsabili di crimini di guerra al Tribunale penale internazionale. È membro di una commissione palestinese incaricata di presentare denunce e pratiche dinanzi al tribunale internazionale in merito ai continui crimini israeliani contro il popolo palestinese, dagli attacchi a Gaza alla confisca di terra palestinese e alla costruzione di insediamenti, agli arresti di massa e alla reclusione.

È urgente intensificare la nostra solidarietà per chiedere la libertà di Khalida Jarrar, Heba al-Labadi e tutte le migliaia di prigionieri palestinesi dietro le sbarre nelle carceri dell’occupazione israeliane. Lavoriamo inoltre per la costruzione del movimento per boicottare Israele a livello internazionale.

Da palestinarossa
 

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Dopo aver partecipato alla liberazione di Raqqa dall’occupazione dello Stato Islamico, Arnaud ha combattuto nelle ultime settimane contro la Turchia nel nord della Siria

Quando ci risponde al telefono, Arnaud (nome di fantasia) – giovane combattente francese impegnato al fianco dei curdi in Siria – ha alle spalle dodici giorni di intensi combattimenti contro l’offensiva turca al Rojava, il nome attribuito al Kurdistan siriano. Scatenato dal ritiro a sorpresa delle truppe americane dalla frontiera turco-siriana all’inizio di ottobre, l’attacco deciso da Recep Tayyp Erdoğan covava da mesi e ha già obbligato all’incirca 300.00 civili ad abbandonare la zona di frontiera nel giro di qualche settimana.

Dislocato nella città di confine di Serekaniye (Ras al-Ain arabo), Arnaud ha partecipato ai combattimenti per tentare di resistere agli assalti del potente esercito turco fiancheggiato dalle bande islamiste alleate di Ankara. Dopo che Arnaud e i suoi compagni sono stati messi alle strette dal nemico alla fine della scorsa settimana, è stato negoziato un cessate-il-fuoco, permettendo loro di lasciare Serekaniye, scampando a una morte quasi certa.

Se Arnaud è sopravvissuto nel 2017 alla faticosa ripresa di Raqqa dalle mani dell’organizzazione dello Stato Islamico come alla battaglia di Afrin iniziata nel 2018 (un cantone tenuto dai curdi fino all’aggressione turca), questa volta non credeva di poterne uscire vivo. Dalla Siria ci parla con una voce calma e serena e ci racconta di questi ultimi giorni, mentre la Russia e la Turchia stanno per arrivare a un accordo che potrebbe rimettere in discussione l’esistenza stessa del Rojava.

VICE: Dopo Raqqa e Afrin tu hai lasciato il Rojava. Ma ci sei ritornato in marzo. Sentivi che stava per succedere qualcosa?

Arnaud: Immaginavo che avremmo avuto una guerra con la Turchia. Ma non pensavo che sarebbe arrivata quest’anno. Non mi aspettavo che avrebbero iniziato in inverno, pensavo che avrebbero aspettato l’estate prossima. Ma sono stato un po’ troppo ottimista.

L’annuncio della ritirata americana ti ha sorpreso?

No, nel senso che non abbiamo mai pensato che gli imperialisti avrebbero continuato a supportarci nel lungo periodo. Ci ha soprattutto preso alla sprovvista il fatto che ci abbiano lasciato totalmente senza alcuna possibilità di difenderci. Ci saremmo aspettati che avrebbero impedito alla Turchia l’accesso allo spazio aereo siriano. Senza l’aiuto dei droni o dei caccia, credo che avremmo potuto resistere all’invasione turca. Non è stato così. La sola cosa che gli statunitensi hanno fatto è stata di rifiutarsi ufficialmente di comunicare le nostre posizioni alla Turchia. Super… Pensavamo anche che ci avrebbero tenuto un po’ più al corrente delle tempistiche del loro ritiro, giusto per arrivare pronti. Ultima sorpresa, non credevamo che l’invasione turca si sarebbe estesa così tanto. Ci dicevamo a torto che la Turchia avrebbe concentrato l’attacco sulle città. Non pensavamo di doverci confrontare con un progetto così sostenuto di espansione neo-ottomana.

Dove ti trovavi quando è iniziata l’offensiva turca?

Nel momento in cui è cominciata, eravamo già collocati a Serekaniye da diversi giorni, tenuti in stand-by. Nel primo giorno di combattimenti mi trovavo nel centro della città e stavo per comprare la prima moto della mia vita, una semi-cross per muovermi sui terreni accidentati che circondano la città. Ero soddisfatto, ero anche riuscito a trattare sul prezzo. I venditori hanno preso la moto per farle il pieno e in quel momento ho visto dei caccia nel cielo che facevano una specie di ellisse tra la frontiera e noi. Mi sono reso conto che non c’era un buon odore. In più i caccia si lasciavano dietro una grossa scia bianca, cosa che generalmente non succede. Con un altro compagno volontario internazionale ci siamo chiesti se gli statunitensi ci stessero avvertendo così dell’invasione oppure se i turchi avessero cominciato a fare le loro ricognizioni. Poi gli aerei sono passati nuovamente per un secondo giro. A quel punto non poteva essere davvero nulla di buono – soprattutto perché si sentivano delle granate cadere su delle basi militari fuori città. Al terzo giro degli aerei, i venditori sono ritornati con la mia moto e il pieno fatto. Con il mio compagno abbiamo montato su e siamo rapidamente andati via mentre le granate continuavano a cadere intorno alla città.

Dove eravate diretti?

Siamo andati a riprendere le nostre cose nella piccola base che avevamo nel centro della città e poi abbiamo lasciato la città e ci siamo messi al riparo in attesa di istruzioni. Ci hanno detto che il nostro compito sarebbe stato tagliare le vie d’accesso tra la città e le forze nemiche per evitare che la città si facesse cingere da sud. Ma nel giro di 48 ore la strategia era cambiata, ci hanno chiesto di tornare in città perché avevano bisogno di validi combattenti. C’era bisogno di rinforzi perché il nemico non aveva come prima cosa cercato di cingere la città dal lato meridionale, ma si era limitato semplicemente a costeggiare la frontiera per sconfinare direttamente nella città.

Quando la battaglia è iniziato come ti sentivi?

Nei primi due giorni di combattimenti, quando stazionavamo fuori dalla città, ero nervoso. Le granate non cadevano troppo lontano da noi, così come i bombardamenti aerei. Anche se non eravamo esposti a scontri diretti di fanteria, ci giungevano informazioni sul fatto che gruppi nemici erano riusciti a infiltrarsi e ad avvicinarsi a noi. Di conseguenza ci siamo appostati durante la notte e ci siamo messi in abiti civili per poter andare nei quartieri vicini a vedere se davvero c’erano state delle infiltrazioni da parte di bande islamiste alleate con la Turchia. Era abbastanza logorante non sapere cosa ci aspettava, non sapere chi era amico e chi non lo era. Inoltre una parte non piccola della popolazione civile non simpatizzava necessariamente per noi ed era abbastanza soddisfatta di vedere che l’invasione stava cominciando. Sapevo che avevamo dei compagni che stavano già combattendo all’interno della città, mi sentivo in colpa per non essere con loro. Quando mi trovo al di fuori dell’azione e non nel vivo dello scontro, mi sento nervoso.

In seguito siete stati inviati in città…

Siamo arrivati in città alle prime luci dell’alba e due ore più tardi si era già in azione. Mi sentivo assolutamente tranquillo e mi sono detto che sarei rimasto lì. All’improvviso tutto è diventato molto intenso. Il primo giorno il nemico era molto vicino. Ma col progredire della mia esperienza di combattente in Rojava, ho perso ogni forma di stress durante i combattimenti. Pensavo che sarei morto durante quella battaglia ma ero sereno. Sereno non in un senso di rassegnazione o di istinto suicida. Ma sereno per il fatto che accettavi l’ineluttabile. Avevo accettato l’idea di morire e pensavo che era un modo di morire molto nobile – con una certa classe, come si dice. Non era un’idea che mi spaventava, in ogni caso. Il fatto è che ne sono uscito senza aver ancora capito bene come abbia fatto a sopravvivere a tutto quello.

In termini di intensità la battaglia di Serekaniye è paragonabile a ciò che avevi vissuto prima di allora?

Sembrava una combinazione tra Raqqa e Afrin, ma molto più intenso. Ho combattuto per una dozzina di giorni riposando solo per 24 ore. Era allo stesso tempo uno scontro urbano ravvicinato come a Raqqa e un combattimento a distanza contro carri armati e blindati, il tutto con bombardamenti aerei e granate che ci cadevano addosso come ad Afrin. Con la differenza che i combattimenti urbani erano ancora più ravvicinati di quanto avessi visto a Raqqa. A Serekaniye ci siamo ritrovati a un metro dal nemico – non sto esagerando. Ci trovavamo nello stesso edificio con loro, solo un muro ci separava. Li potevamo sentire mentre parlavano, respiravano, pisciavano. Era abbastanza sconcertante. Avevo trovato un coltello che tenevo sempre a portata di mano.

Quando alla fine vi siete trovati totalmente circondati nel giro di qualche giorno avete appreso che era stato negoziato un cessate-il-fuoco…

I compagni comandanti ci avevano detto che si erano avuti degli abboccamenti. Speravamo che qualcuno venisse a salvare la situazione o almeno a sostenere la nostra azione. All’inizio pensavamo che si sarebbe andati verso un’alleanza con il regime [siriano]. Un’alleanza politicamente dolorosa, ma militarmente… perché no? Non ce ne fregava niente. Eravamo in una tale snervante difficoltà che eravamo pronti ad accettare tutto. In seguito, abbiamo sentito parlare di questo cessate-il-fuoco e ci siamo chiesti per quale motivo: per permetterci di riposare? perché potessero sopraggiungere dei rinforzi? No, semplicemente per abbandonare la città. Questo non ce l’aspettavamo.

Com’è avvenuta l’evacuazione dalla città?

I comandanti sapevano che noi eravamo contrari all’idea di questo cessate-il-fuoco finalizzato ad abbandonare la città e che avremmo preferito dire: «Si resta». Per evitare questo tipo di iniziative un po’ sacrificali, i comandanti ci hanno detto: «Preparatevi, partirete per un’operazione. È un’operazione generale per ricacciare il nemico al di fuori della città». Di colpo, eravamo eccitati da questa idea di riprenderci la città edificio per edificio. Ma presto il tutto è diventato sospetto perché ci hanno detto di dirigerci verso il suk, una zona amica. Ci siamo chiesti perché ci mandassero là. Non ne abbiamo discusso troppo perché i comandanti ci hanno detto di spicciarci e di obbedire. Arrivando nella strada principale del centro città abbiamo visto due file enormi di veicoli che ci aspettavano. Ci hanno detto di montare su. Siamo saliti su quei mezzi pensando che fosse bizzarro. Partire motorizzati per fare un’operazione di ripresa della città era folle, ci avrebbero sbaragliato. Non aveva alcun senso, poi abbiamo capito che ci stavamo ritirando e che stavamo lasciando la città. Effettivamente, era quello che stava succedendo.

Senza il cessate-il-fuoco cosa vi sarebbe successo?

Saremmo morti. Avevamo ancora munizioni sufficienti per resistere uno o al massimo due giorni. Se non avessimo inviato dei rinforzi dietro le linee nemiche per attaccarle saremmo stati totalmente isolati. Penso che avremmo combattuto molto valorosamente fino alla morte. Tutti volevano entrare in azione, quindi non ce ne preoccupavamo.

Pensi che l’inizio del conflitto con la Turchia rilancerà una nuova ondata di arrivi da parte di volontari internazionali come al tempo dello Stato Islamico?

Penso di sì. Ci sono molti compagni che ci hanno detto che vorrebbero ritornare. Conosciamo anche gente nuova che vorrebbe venire qui. L’arrivo di nuovi volontari internazionali è agevolato dal fatto che i Peshmerga del Kurdistan iracheno non sostengono l’invasione turca e si sono avvicinati a noi, mentre prima le relazioni erano molto tese. La frontiera prima era davvero difficile da attraversare. Ma ora sono molto più ben disposti e passare attraverso la frontiera è davvero semplice in questo periodo. È una cosa piuttosto positiva. Ogni volontario internazionale può arrivare in Siria dall’Iraq. È un bene molto per noi. Spero che non sia troppo tardi.

Credi che il Rojava abbia ancora un futuro?

L’accordo stipulato martedì sera tra Turchia e Russia complica molto le cose. Questo accordo istituisce una fascia larga 32 chilometri lungo il confine facendo ritirare le forze di autodifesa e occupandola con armate turche e russe. Non resterà molto del territorio del Rojava, che è composto soprattutto da territori vicino al confine. Aspettiamo ora la risposta ufficiale delle Forze democratiche siriane (FDS) [che difendono il Rojava e combattono contro la Turchia]. Tutti qui pensano che si andrà verso la guerra, mentre la comunità curda in Europa pensa al contrario che si procederà per via diplomatica. Io non ne ho idea.

Se l’opzione dello scontro armato fosse presa in considerazione, tu saresti pronto a unirti?

Con meno entusiasmo, è abbastanza sconfortante pensare di andare a combattere per qualcosa che presto sicuramente non esisterà più. Ma penso che ci si possa battere anche senza sperare necessariamente in una vittoria. Ci si può battere anche solo perché la nostra etica ci obbliga a farlo. A livello morale non ho altra scelta che quella di essere disponibile ad andare. In effetti, per poter sopravvivere sarebbe meglio lasciare subito il Rojava, ma politicamente sarebbe davvero perdente. Alcuni compagni sono partiti negli scorsi giorni e nelle scorse settimane perché credono che la situazione si sia riscaldata troppo. Se si abbandonano i nostri amici nel momento in cui possiamo essere loro d’aiuto, penso che non abbia alcun senso definirsi internazionalisti. Non si può solo venire a consumare la rivoluzione e i suoi aspetti positivi. Venire in Rojava non è un’azione di per sé rivoluzionaria. Bisogna anche produrre qualcosa qui e dare il proprio apporto. È un po’ come succede in una manifestazione di piazza. In una manifestazione di piazza c’è qualcuno che viene per fare gli scontri ma non fa niente per prepararsi all’occasione né per gestire le possibili conseguenze. Si limita solo a consumare la manifestazione. Lo trovo davvero ridicolo, mi sembra un approccio nichilista, molto opportunista e troppo centrato su se stessi. Per rispetto e solidarietà verso i compagni, anche se avrei molte critiche da fare al movimento curdo, penso che si debba continuare a lottare con loro.

Anche se il tuo ritorno avverrà tra un po’ di tempo, pensi mai alle complicazioni giudiziarie che questo implicherà?

Ci pensiamo. Ma questo pensiero non ci frena. È certamente illegale battersi contro un esercito della NATO [di cui la Turchia fa parte] ma la dimensione etica per noi è preponderante. Inoltre è difficile per uno stato europeo provare che abbiamo combattuto contro un esercito della NATO. Dovrebbero provare che eravamo sul posto, che abbiamo combattuto e che abbiamo combattuto proprio contro i soldati turchi e non contro le bande islamiste loro alleate. Finché non avranno delle prove formali, sarà difficile per loro.

Ma immagino che questo genere di intervista complichi un po’ la tua situazione…

Peggiora la mia situazione, ma penso che qualcuno debba parlare di osa succede qui, altrimenti non lo farà nessuno.

Da Vice Francia

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Riordino delle carriere . Un modello securitario nei decreti legislativi in via di definitiva approvazione

di Patrizio Gonnella da il manifesto del 31 ottobre 2019

Togliere poteri al direttore di carcere e trasferirli al comandante di Polizia penitenziaria: è questo il contenuto di un decreto legislativo del governo vicino all’approvazione definitiva. Sembra un testo salviniano ma è invece una proposta di questa maggioranza che potrebbe minare alla radice quel delicato equilibrio tra istanze di risocializzazione e bisogno di sicurezza che vede nel direttore il suo garante. 

Era il 1990 quando fu smilitarizzato il corpo degli agenti di custodia e istituito quello di Polizia penitenziaria. Fu una decisione politica di grande rilievo che seguì, a soli nove anni distanza, la trasformazione della Polizia in corpo civile e non più militare dello Stato. Erano tempi, quelli, nei quali chi legiferava aveva un’idea chiara di società e di giustizia. Si era a pochi anni, tra l’altro, dall’approvazione della legge Gozzini che aveva fortemente spinto verso una maggior impatto delle misure alternative alla detenzione rispetto alla pena carceraria. Il modello organizzativo penitenziario scelto a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 cercava di evitare scorciatoie securitarie e puntava su una gestione finalizzata al reinserimento sociale dei detenuti. Per questo si previde che a capo di ogni istituto penitenziario ci dovesse essere un direttore sovraordinato gerarchicamente al comandante di Polizia penitenziaria. Il direttore era ed è garanzia del rispetto degli obiettivi costituzionali della pena. 

Quel modello sottintendeva un’idea di pena che non dovesse essere solo neutralizzazione fisica. Se in un carcere operasse un poliziotto con una qualifica superiore a quella del direttore sarebbe molto difficile imporre l’esecuzione di un ordine, quale ad esempio quello paradigmatico di non usare la forza fisica. Educatori e poliziotti, responsabili gli uni del trattamento rieducativo gli altri della sicurezza, sono ancora oggi parte di un organigramma più complesso che vede nel direttore il punto di riferimento decisivo e finale. Al direttore spetta l’amministrazione contabile, l’ultima parola sulla disciplina, la sicurezza e l’uso delle armi, l’organizzazione della vita interna, la selezione delle opportunità sociali, educative, culturali e sportive. 

Sono ora all’esame delle commissioni, prima dell’approvazione finale, i decreti che intendono stravolgere tale modello, sottraendo alla direzione del carcere sia la superiorità gerarchica, sia la decisione finale in ambito disciplinare che di uso delle armi. C’è un evidente intento di ritorno a un modello di pura custodia e di sola polizia, esito di una pressione vigorosa da parte delle organizzazioni sindacali autonome della Polizia penitenziaria, nonché del clima cupo in cui siamo immersi. Manca in questa riforma un’idea globale e moderna di gestione e management delle carceri, salvo il puro e semplice accodarsi alle istanze urlate di taluni sindacati. 

Da circa 25 anni non si assumono giovani direttori mentre ci si affida opportunisticamente a una progressione verticale di carriera a favore di coloro che indossano la divisa. Le seppur legittime aspirazioni professionali di chi è parte del Corpo di Polizia penitenziaria non devono stravolgere il senso costituzionale della pena. Non c’è coraggio in questa riforma di matrice neo-corporativa. C’è un’idea vecchia e rischiosa di pena che è implicitamente riaffermata come mera custodia e dunque pura sofferenza. Non si investe su figure professionali della contemporaneità, su una riforma in senso moderno dello staff. Non è stato finora sentito il parere degli stessi direttori, in gran parte fermamente contrari a tale degradazione del loro ruolo. Nella storia penitenziaria italiana ci sono attualmente, e ci sono stati in passato, direttori eccezionali che in solitudine si sono battuti per assicurare il rispetto della legalità penitenziaria. Direttori che vengono professionalmente bistrattati solo perché non sono numericamente superiori ai poliziotti, i quali nel tempo sono andati a comporre un esercito di quasi 40 mila agenti. 

Per questo noi di Antigone, insieme a quei direttori che hanno già avviato una protesta, ci appelliamo a quei parlamentari e ministri sensibili a un’idea non custodialistica della pena, affinché dicano un no vigoroso e costituzionale a questo ulteriore scivolamento di tipo securitario.

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Da più di tre mesi in Perù, nella Valle de Tambo, provincia di Islay, va avanti una dura lotta contro un nuovo progetto minerario.

Lo sciopero permanente iniziato il 15 luglio in questi giorni ha visto un aumento di intensità.

Il 29 ottobre sono riesplosi gli scontri, dopo quelli di agosto che avevano portato alla sospensione del progetto, tra gli abitanti del luogo e la polizia. Già dalla mattinata ci sono state marce e blocchi nei distretti della valle, come Cocachacra, Deán Valdivia e Punta de Bombón. I manifestanti hanno eretto barricate e si sono preparati alla difesa delle vie di accesso alla valle. Nel pomeriggio la polizia ha attaccato i manifestanti tentando di disperderli con i lacrimogeni, ma la popolazione ha resistito con un fitto lancio di pietre. Negli scontri è stato arrestato un ragazzo disabile e questo ha aumentato ulteriormente la tensione.

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La giornata era particolarmente significativa poiché vedeva la riunione del Consejo Nacional de Minería che ha valutato se la licenza di costruzione concessa al progetto Tía María è appropriata. L'approvazione è arrivata martedì, ma il governo sta temporeggiando affermando che non imporrà il progetto senza le necessarie condizioni ambientali e sociali.

Il governo regionale di Arequipa, il Fronte di difesa dei lavoratori, gli azionisti di minoranza dello zuccherificio Chucarapi Pampa Blanca SA e il Consiglio degli utenti di Tambo Valley hanno contestato questa autorizzazione, che approva il progetto minerario. La decisione del Consejo Nacional de Minería non è definitiva, ma conclude l'iter amministrativo per la costruzione della miniera, e aprirà la strada ad un possibile processo giudiziario che vedrebbe contrapposte le comunità locali e il governo centrale sull'autorizzazione alla costruzione.

La popolazione in lotta sostiene che l'impianto minerario una volta costruito danneggerebbe gravemente l'ecosistema fragile della valle mettendo in pericolo l'agricoltura locale, già in seria difficoltà. I manifestanti rivendicano che, nonostante l'autorizzazione, il sito minerario (Chiamato Tia Maria) non ha la "licenza sociale" e cioè il consenso di chi abita nella Valle e resiste.

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La miniera sarebbe costruita e sfruttata dal Grupo Mexico, la più grande multinazionale di estrazione mineraria in Messico e la terza più grande al mondo per quanto riguarda il rame attraverso l'azienda americana ASARCO. ASARCO è considerata responsabile di moltissimi casi di inquinamento ambientale, di cui almeno venti solo negli Stati Uniti.

In Messico sono stati responsabili del Disastro della miniera di Pasta de Conchos dove un'esplosione causata dalle mancate misure di sicurezza (già denunciate diverse volte negli scioperi dagli operai) ha portato alla morte di almeno 65 minatori (di cui solo due sono stati i corpi recuperati).

Il 6 agosto 2014 sono stati versati 40.000 metri cubi di solfato di rame sul fiume Sonora e sul fiume Bacanuchi dalla miniera Buenavista del Cobre, sempre del Grupo Mexico. Questa è stata considerata la più grande fuoriuscita ambientale nella storia del Messico, inquinando 7 distretti municipali dello stato di Sonora e colpendo da ottobre oltre 20.000 persone.

E' evidente che la preoccupazione di chi vive nella Valle de Tambo è tutt'altro che ingiustificata.

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Il portavoce della Valle di Tambo, Mario Chirapo, ha consegnato al tavolo delle parti di palazzo di governo una lettera di organizzazioni messicane collegate a settori colpiti dall'estrazione, in cui esprimono la loro preoccupazione per la licenza del Sud Perù. In questa lettera si afferma che "in diverse regioni del nostro paese abbiamo subito le azioni del Grupo Mexico e non vogliamo che altre entità soffrano delle conseguenze. Per questo motivo consideriamo fondamentale avvisarli a voi e alla società peruviana del criminale e impunito modo di operare da questa società".

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