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Articoli filtrati per data: Saturday, 26 Ottobre 2019

Un corteo giovane e determinato quello che oggi ha attraversato le strade di Milano gridando la propria contrarietà alla guerra scatenata dalla Turchia di Erdogan contro l'esperimento rivoluzionario della Siria del Nord.

Oltre diecimila le persone in piazza con bus da tutto il Nord Italia. Ad aprire il corteo uno spezzone di donne, molte le bandiere e i riferimenti ai movimenti NonUnaDiMeno e Fridays for Future e una significativa presenza della comunità curda.

Il corteo nel suo percorso ha sanzionato con modalità differenti molte delle aziende complici della Turchia: da Intesa San Paolo, coinvolta nella vendita di armi, a Facebook, responsabile dell'oscuramento dei media indipendenti e dei soggetti politici e sociali che sostengono e solidarizzano con la rivoluzione confederale del Rojava.

La manifestazione infine ha condotto un avvicinamento determinato al consolato turco difeso da un'imponente schieramento di polizia, lanciando in direzione del consolato ortaggi, razzi e fumogeni. Davanti al consolato è stato anche dato alle fiamme un manichino che rappresentava Erdogan.

Se oggi, dopo il patto Puntin - Erdogan il conflitto in Siria del Nord è stato quasi completamente silenziato, una piazza viva e con una grossa presenza giovanile dimostra quanti abbiano a cuore le sorti dei popoli coinvolti nella rivoluzione del Rojava. Molti gli interventi che rilanciano sul corteo nazionale del prossimo primo novembre a Roma.

 Nota dolente della giornata, è stata la possibilità non realizzata di bruciare le distanze, qualche centinaio di metri, tra le transenne e l'ambasciata presidiata dalle forze dell'ordine. Cassando la volontà del corteo di raggiungere la sede milanese che rappresenta il sultano Erdogan.

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La pronuncia della Corte Costituzionale che fa cadere il divieto assoluto per gli “ergastolani ostativi” di accedere a permessi premio “è sicuramente positiva perché consente a persone ‘sepolte vive’, spesso da oltre trenta anni, di poter ricominciare a pensare ad un futuro fuori dalle mura di un carcere, persone a cui finora è stata negata ogni possibilità”.

A dirlo all’Adnkronos l’avvocato Caterina Calia, difensore insieme all’avvocato Carla Serra di Nadia Desdemona Lioce, la brigatista condannata per gli omicidi dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e del sovrintendente della Polizia Emanuele Petri, che sta scontando l’ergastolo in regime di 41 bis.

Per Lioce, spiega il suo difensore, “oggi non è di primaria importanza la questione dei permessi premio, che non credo richiederebbe, quanto invece le condizioni estreme di detenzione in cui si trova“.

“Il regime del 41 bis cui è sottoposta da 15 anni – dice – rappresenta la negazione dei diritti primari di ogni persona detenuta. Nel suo caso, così come per gli altri prigionieri politici, tale regime viene applicato nonostante manchi il presupposto principale individuato dalla norma, ovvero la possibilità di contatti con l’organizzazione di appartenenza, che non dà segni di vitalità da almeno 17 anni fa. L’unica ragione per cui è ‘murata viva’ è la ‘ragion di stato’ che individua in lei e negli altri prigionieri politici i nemici interni assoluti“.

“Aldilà del fatto che in questo momento la pronuncia della Corte Costituzionale non ha alcuna diretta ricaduta sulla situazione detentiva  della Lioce – conclude l’avvocato Serra -, va sottolineata la positività e l’importanza della stessa in quanto finalmente pone un limite alle preclusioni e agli automatismi di legge, rimettendo al centro le persone e il ruolo valutativo dei magistrati di sorveglianza che potranno decidere  caso per caso se ci sono le condizioni di accesso ai benefici, anche per quei detenuti che finora ne erano esclusi sulla base del solo titolo di reato“.

Assunta Cassiano

da Osservatoriorepressione.info

 

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Riceviamo e pubblichiamo...

Sono Pablo Tapia Leyton, artista in Danza Contemporanea, nato e vissuto a Santiago Del Cile. Da 5 anni vivo in Italia, lavorando come danzatore, coreografo indipendente e insegnante per il Balletto di Roma.

Ho deciso di scrivere questo testo con l'intenzione di dare visibilità ad una crisi sociale che ci ricorda i tempi bui. Essendo un cittadino Cileno che ha sempre creduto nella giustizia e nell’uguaglianza sociale, sento di dover dare il mio piccolo contributo, la mia opinione e soprattutto informare le persone in Italia su quello che veramente sta accadendo, e non solo ciò che i media vogliono far vedere.

Facciamo un gioco di empatia:

Pensa di essere in un paese di montagne imponenti, una natura vergine da film di fantascienza, con 6000 km di costa e oceano, grandi risorse minerali, con una popolazione di solo 18 milioni di persone e un terreno fertile di 400.000 km quadrati. Potrebbe sembrare un paradiso, ma non è cosi.

Il Cile è l’unico paese al mondo in cui L’ACQUA è stata privatizzata.

Lo stipendio del 65% dei cileni non supera i 450€ mensili, e il 77 % dei cileni ha una pensione inferiore a 150€ al mese, per cui pur essendo in pensione devono continuare a lavorare.

Il Cile è uno dei paesi dove le cure mediche sono più costose al mondo; inoltre le farmacie sono grandi coalizioni di aziende che decidono i prezzi di ogni farmaco. Sotto questa strategia si impone dal prezzo del latte a quello della carta igienica.

Il Sistema Sanitario Pubblico è del tutto precario, a fronte di una notevole quantità di utenti: io ho aspettato 20 ore per entrare in un pronto soccorso.

La formazione universitaria pubblica non esiste: tutti pagano un costo annuo di circa 5000-7000€; quindi un Cileno medio (che, ripeto, percepisce 450 € di stipendio) deve chiedere un prestito alle banche private per poter studiare, arrivando così a pagare, a soli 20 o al massimo 30 anni di età, un totale di 40.000 o 50.000 € cui bisogna aggiungere il costo degli interessi.

Non esistono sussidi dello Stato per le necessarie utenze di luce, gas, benzina, e ogni 6 o 7 mesi aumentano i prezzi dei consumi primari.

La qualità del cibo è pessima, nonostante sia molto costoso: molte persone riescono a fare la spesa solo utilizzando carte di debito. Per mangiare ti devi indebitare. Il 48% dei cileni fa la spesa indebitandosi a rate.

Le autostrade sono private. Le scuole pubbliche sono sovraffollate: ci sono 45-50 studenti per ogni aula, con un solo docente e senza insegnati di sostegno per chi ne ha bisogno.

In Cile si vive ancora sotto la Costituzione creata durante la dittatura di Augusto Pinochet.

Con questo panorama il governo annuncia un aumento del costo dei biglietti dei mezzi di trasporto pubblico di Santiago. Risultato: il popolo ha detto basta ed è uscito in piazza.

Sono sincero nel riconoscere che i grandi giornali italiani o internazionali danno un panorama reale su quello che sta accadendo, ma ovviamente non avendo vissuto sulla propria pelle cosa significhi vivere in Cile, è impossibile per loro scrivere in modo approfondito riguardo alle crudeltà che vivono ogni giorno le persone che hanno un minore potere di acquisto, alla macabra organizzazione dei governi che arricchisce sempre di più le stesse persone, e alla diseguaglianza, una delle più alte al mondo. L’1% dei Cileni possiede il 33% della ricchezza totale della nazione. La stratificazione di classe è altissima - le classi sono divise anche geograficamente, facendo di tutto per evitare l’integrazione fra i gruppi - e con l’implementazione del modello neoliberale degli E.E.U.U si sfocia in una repressione e una violenza perenni.

Non avendo nella propria storia questi antecedenti, molti giornalisti insistono nel paragonare queste manifestazioni attuali con la dittatura di Augusto Pinochet, ma il fatto stesso di paragonare, per me, è normalizzare o scrivere in modo superficiale solo l'unico aspetto che sembra poter essere condannabile, portando l’attenzione dei lettori lontano dalle reali motivazioni per cui il popolo Cileno è sceso in piazza.

Concentrare l'opinione pubblica sul fatto che la storia del Cile è stata distrutta da una dittatura che ha fatto sparire 1249 persone, ucciso 2460 persone e torturato 24560 persone,lasciando l'eredità di una profonda paura di esprimersi e di impedire ancora ad un intero paese di aver pace o almeno tranquillità, non è una strada giusta; tra l’altro nessuno vuole che questo accada di nuovo.

Stando alle notizie che ricevo, in Cile si parla anche di questo argomento, ma, senza dubbio, l’energia è messa tutta da un'altra parte.

Ci sono due realtà in Cile in questo momento. La prima segue la dottrina di ciò che la TV (controllata dallo Stato) dice e mostra, cioè la paura, nell’intento di mettere i cittadini gli uni contro gli altri, proponendo trasmissioni infinite contenenti una sola tematica: la delinquenza, i furti e la violenza dei propri cittadini.

Dall'altra parte esiste la maggior parte della cittadinanza che è consapevole di queste strategie mediatiche, della messa in scena ripetuta da carabinieri e militari, per incolpare il popolo dei furti ai supermercati e ai centri commerciali, e allo stesso tempo giustificare la violenza e le violazioni dei Diritti Umani.

Da una settimana ormai tutti escono per strada con paura, perché sanno che i militari sparano, che i carabinieri usano tutta la forza anche se non stai facendo niente. Ma, ed è questa la cosa più bella, tanti dei miei amici ed io stesso per la prima volta ci sentiamo Cileni, lottando per cambiare uno stato tiranno.

Nessuno avrebbe pensato di arrivare ad una situazione del genere, ma io penso che se non si fa adesso un cambiamento strutturale, non si può prevedere cos’altro potrebbe accadere nella mia terra.

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Ieri al Centro Sociale Askatasuna si è tenuto il dibattito "E' di nuovo primavera? - Dibattito sui nuovi conflitti sociali che attraversano il mondo arabo" con le relazioni di Gabriele Proglio, ricercatore di storia contemporanea presso l’Universidad de Coimbra e Karim Metref, giornalista ed educatore.

Molti sono stati gli spunti su questo nuovo ciclo di conflitti che sta coinvolgendo molti paesi del Maghreb e del Medio Oriente. La domanda con cui si apriva il dibattito, un chiaro riferimento alle cosiddette "primavere arabe" ci ha portato a considerare le continuità e le novità che, dal 2010 ad oggi, hanno trasformato le mobilitazioni sociali in questi quadranti di mondo. Sebbene molti siano gli aspetti di contiguità tra il ciclo precedente e questo, con un rifiorire di alcune delle contraddizioni centrali delle lotte di allora, pare che quest'ultime si siano approfondite, qualificandosi non solo e non immediatamente come richieste di democrazia "alla moda occidentale", ma come vere e proprie volontà, certo confuse, di cambiare il sistema. L'acuirsi di rivendicazioni materiali in molti paesi, affiancate alle immancabili proteste contro la corruzione, hanno qualificato la presenza in piazza di settori popolari che in altre occasioni erano stati silenti. Se questo non vale uniformemente per tutti i paesi, per quanto riguarda i soggetti politici, invece, si nota una certa omogeneità nella non emersione di dimensioni in grado di praticare un'egemonia sui movimenti e in particolare una sostanziale fase di stallo, per il momento, per l'islam politico che non riesce a rivestire il ruolo di canalizzatore della protesta che in altri momenti ha svolto. Le esperienze di recupero e neutralizzazione delle "primavere arabe" da parte dei vari imperialismi regionali e occidentali sicuramente hanno segnato la memoria collettiva.

Queste sono solo alcune note veloci ad un dibattito che è stato molto ricco e approfondito, ma all'interno del quale alcune domande rimangono necessariamente, per ora, aperte

Qui potete ascoltare le relazioni introduttive e le risposte ad alcune domande del dibattito, ad aprire l'incontro un collegamento con una compagna che risiede in Libano:

 

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