ssssssfff
Articoli filtrati per data: Wednesday, 23 Ottobre 2019

The world is burning!

Uno spettro continua ad aggirarsi per il mondo globalizzato al tempo della crisi permanente? Da Santiago del Cile a Beirut, da Barcellona a Quito, nel giro di poco più di una decina di giorni, ai quattro angoli della terra, centinaia di migliaia di donne e uomini si sono riversati nelle strade con una radicalità straordinaria. Si tratta, certamente, di contesti differenziati, ognuno contrassegnato dalle proprie dinamiche interne, dai soggetti sociali che ne sono espressione, dagli scenari politici entro cui si inserisce. Eppure, dietro all’epifenomeno di una molteplicità di circostanze specifiche e non reciprocamente riducibili, questa ondata di conflittualità estesa su scala internazionale non può che parlarci del permanere di una frattura negli equilibri sociali complessivi, della mancanza di un piano globale di ristrutturazione capitalistica.

Sono ormai trascorsi più di dieci anni da quando l’esplosione finanziaria della crisi del capitale ha raggiunto la sua fase più acuta, ma le contraddizioni latenti che questo evento ha portato in superficie sono ben lungi dall’essere state riassorbite. Mentre si inasprisce la lotta tra le potenze imperialistiche a scaricare sui propri avversari gli effetti sociali ed economici della stagnazione del tasso di profitto, la narrazione di un consenso plurilaterale a quello che veniva presentato come unico futuro pensabile sembra essere stata messa definitivamente in soffitta. E’ proprio nello spazio lasciato libero da questa voragine nel piano narrativo della globalizzazione neoliberista che si vedono aprirsi spazi d’azione sempre più radicale.

D’altronde, quella della fine della storia è una barzelletta che non prende più sul serio neppure che l’ha inventata, e gli Stati Uniti, impero globale al cui unipolarismo assertivo questa storiella ha per qualche decennio fatto da paravento, con lo sdoganamento della figura di Trump sembrano essersi definitivamente congedati dall’universalistica retorica dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani. Gli alleati europei, pertanto, tra un imbarazzato silenzio e qualche strillo ipocrita, non hanno altra scelta che contemplare inermi lo spettacolo di una potenza imperiale che cerca di rilanciarsi nella competizione transnazionale sbandierando l’intenzione di stringere le briglie del proprio dominio. Questa volta imposto senza cura per l’egemonia, in particolare nella sua versione soft.

La politica dei dazi ai competitori cinesi e agli avversari russi e iraniani, sfacciata espressione di un’aggressiva strategia di scontro inter-imperiaistico, che prende  il sopravvento su considerazioni di ordine economico – senza naturalmente mai del tutto prescinderne – accompagnata dal calcolo ben misurato delle priorità tattico-militari, che nella pratica significano il terribile pegno di sangue che si vorrebbe far pagare alla Siria del Nord in vista di una soddisfacente – per lor signori, si intende – compensazione negli equilibri in Medio Oriente, mostrano tuttavia la  stanchezza della prima potenza mondiale, che sembra aver sempre meno capacità di creare consenso attorno al raggiungimento dei propri obiettivi.

Ecco, allora, cosa accomuna una tassa sui servizi VoIp in un paese mediorientale, l’aumento del costo della metropolitana e l’eliminazione dei sussidi per la benzina in due stati del Sud America, e la condanna comminata ai leader indipendentisti di uno dei principali stati dell’Unione Europea. Nel contesto di crescente scoloramento dell’orizzonte ideologico del progetto di mondializzazione capitalistica per come fino a pochi anni fa era propugnato, ogni scintilla può davvero diventare una miccia esplosiva. Fuor di metafora, dopo un decennio di macelleria sociale indiscriminata, le politiche di austerity hanno perduto ogni credibilità. È venuta ormai meno la promessa consumistica delle “meravigliose sorti e progressive” del villaggio globale in crescita permanente; e mentre il mito racchiuso nella famigerata promessa: “arricchirsi è glorioso” si dissolve nel grigiore del realismo capitalista, cultura di élites non più in grado di propagandare un immaginario futuro, ipso fatto viene a cadere la struttura argomentativa della retorica del sacrificio.

Il minaccioso monito ad adattarsi, a cedere alle riforme strutturali per non perdere il treno della globalizzazione – come dimostrano le piazze ecuadoregne che rifiutano fermamente i diktat del FMI - sembra avere perso qualsiasi efficacia, ora che quel treno pare essere diretto verso il baratro. Intanto, nelle strade della Catalogna, l’integrità di uno degli stati nazione più antichi del mondo, nel contesto dell’integrazione europea – la quale tende ad autoproclamarsi una specie di necessario e naturale compimento della storia umana- viene profondamente messa in discussione. D’un tratto, insomma, il progressivo incedere – ormai declinante - del tempo storico che sembrava essere stato scritto, si infiamma nel fuoco delle rivolte che divampano per il mondo.

Se a monte, per di più, ad accomunare queste piazze è il crescente sgretolamento dell’ordine ideologico globale, a valle si segnalano altrettanto rilevanti consonanze. Sono piazze che nascono per un motivo specifico, in gran parte apparentemente secondario, che nonostante ciò si contraddistinguono per una radicalità vivacissima. E ancora, sono piazze che sanno vincere ma, allo stesso tempo, sanno imparare dalla vittoria il valore della propria forza, e sanno perciò non accontentarsi del conseguimento – quasi immediato – di una risoluzione positiva della vertenza per cui si erano auto-convocate. Anche i Gilet Jaunes francesi, del resto, hanno anticipato questa tendenza, tornando nelle strade ben oltre il dietrofront di Macron sull’odiosa tassa sui carburanti. Oggi, questa stessa determinazione riappare nelle strade libanesi, ecuadoregne, cilene, dove né i tentativi pacificatori dei governi né la furia repressiva degli eserciti scalfiscono la voglia di cambiamento di cui si fa portavoce la straordinaria varietà umana che affolla le strade.

Con questo, certo,  non si vuole lasciarsi inebriare dall’illusione di trovarsi al cospetto di un evento univoco, dimenticandosi il punto da cui eravamo partiti: le specificità, i contesti, i soggetti sociali. Dopotutto, sta proprio qui una delle forze di queste piazze: sono calibrate su chi le ha messe in campo, sono piazze autonome, indipendenti, capaci di esprimere una straordinaria forza proprio nel loro provenire dal basso, nel loro parlare il linguaggio delle composizioni che le animano. Eppure, tenendo fermo il realismo dell’analisi, che non deve pretendere di vedere più collegamenti di quelli che ad ora vi sono, l’immaginazione trasformativa non può che sentirsi chiamata ad elaborare nella direzione di un ampliamento, di un congiungimento, di un’ibridazione degli immaginari delle rivolte che stanno scuotendo il mondo. Bisogna sentirsi chiamati a battere il tempo di Santiago, di Barcellona, di Beirut, di Parigi, di Port-au-Prince. Battere il tempo delle donne e degli uomini del Rojava, che con la propria vita difendono la più grande alternativa al capitalismo globale emersa all’indomani della crisi. Battere il tempo delle rivolte di oggi, per tenersi pronti a farle andare all’unisono con quelle che verranno.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Dopo una settimana di scioperi e blocchi, questo pomeriggio i riders licenziati in tronco da Just Eat hanno sfilato numerosissimi per le strade di Bologna, in un corteo di lavoratori e solidali che aveva come obiettivo la Prefettura.

Nel giorno in cui scadeva il contratto con Foodpony - cooperativa che ha fornito fino ad oggi la manodopera alla piattaforma multinazionale del food delivery - i fattorini che potrebbero rimanere senza lavoro sono riusciti ad ottenere un primo risultato.

La Prefettura, infatti, a seguito delle pressioni del corteo ha accolto una delegazione di lavoratori. Per poi formalmente impegnarsi a convocare, entro non più di otto giorni, un tavolo di trattative in cui è formalmente invitata a partecipare anche l’azienda.

Le rivendicazioni dei riders licenziati, scandite a chiare lettere per tutto il corso del pomeriggio, rimangono quelle già avanzate nel corso degli ultimi giorni. Vale a dire, reintegrazione completa dell’organico, rifiuto del cottimo e ristabilimento del contratto di collaborazione, comprensivo di tutte le garanzie che l’azienda vorrebbe cancellare con le nuove assunzioni. Si vedrà nei prossimi giorni se le istituzioni sapranno mantenere l’impegno preso. Intanto, i lavoratori hanno annunciato il prosieguo della mobilitazione, che continuerà a fare pressione su Just Eat affinché si prenda la responsabilità di partecipare alle trattative.

Il comunicato sulla giornata di oggi:

Siamo i riders di Just Eat, nella città di Bologna, da domani disoccupati a causa della decisione della piattaforma di smantellare l'appalto che aveva con la società Foodpony s.r.l., incaricata di assumerci e stipendiarci.
La comunicazione quasi senza preavviso da parte dell'azienda e la situazione in cui versano la maggior parte di noi, ci ha portato ad essere qui, oggi, in un corteo di protesta dopo giorni di sciopero continuativo, per pretendere di non essere trattati come oggetti di consumo.

 

Just Eat, da domani, metterà in giro un nuovo corpo di fattorini, assunti direttamente da loro tramite un contratto a collaborazione occasionale: il nostro contratto era invece un co.co.co. (collaborazione coordinata e continuativa) che, nonostante la prefigurazione precaria, ci offriva un minimo di tutele e garanzie in materia di contributi, assicurazione, Tfr e disoccupazione post-rapporto. Inoltre, per molti di noi in quanto stranieri, era motivo di rinnovo del permesso di soggiorno e per altri ancora, essendo esso legato a motivi di studio, una possibilità di lavorare flessibilmente senza alcun problema burocratico.

Come ha detto Just Eat nelle sue recenti dichiarazioni, tutto questo sta per scomparire: il "futuro rider" è un lavoratore autonomo, è un uomo bianco scattante e atletico, così come lo chiede l'algoritmo. Il mercato concorrenziale impone di abolire le forme di welfare lavorativi e, dunque, i soggetti che le richiedono.

Ma vi è una profonda contraddizione nei discorsi portati avanti da Davide Contini, rappresentante legale di Just Eat Italia: se sono così tanto interessati al futuro dei lavoratori a loro sottoposti, perché non accettano di presenziare ad un tavolo si discussione direttamente con noi, senza mediatori politici o di altro tipo?

Noi chiediamo innanzitutto un contratto, vero, che rispecchi almeno alla base la situazione di garanzia e stabilità in cui lavoravamo prima: CHIEDIAMO UN CONTRATTO CO.CO.CO. direttamente somministrato dall'azienda, che possa anche prevedere una retribuzione a consegna. Questo tutelerebbe ogni tipo di figura attualmente coinvolta nel licenziamento e risolverebbe ogni problema inerente ai permessi di soggiorno degli studenti-lavoratori stranieri.

Siamo stati ricevuti in Prefettura, che si è assunta la responsabilità di organizzare un tavolo in cui sia presente anche il cda di Just Eat Italia o un suo rappresentante legale. Saremo noi stessi a fare pressione e ad assicurarci della loro presenza, che vogliamo vedere PER ISCRITTO, a questo tavolo di trattativa per discutere le modalità del nostro reintegro.

Le persone attualmente licenziate non possono aspettare e continueremo a proporre azioni comunicative volte a promuovere il boicottaggio della piattaforma e a sensibilizzare i cittadini sulle condizioni a cui, come ex-fattorini, siamo stati costretti a sottostare.

Riders di Just Eat - Bologna

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

È il terzo incendio in cinque anni di occupazione quello che si è scatenato l’altro ieri mattina, lunedì 21 ottobre, alla Cavallerizza Reale. L’edificio, occupato dal 2014, si confronta con il terzo rogo doloso, nel giro di pochi anni.

Anche questa volta sono stati gli occupanti a dare l’allarme, permettendo ai vigili del fuoco di recarsi immediatamente sul posto, evitando così di arrecare danni anche all’Auditorium Rai, adiacente alla cosiddetta zona delle Pagliere della Cavallerizza Reale, il cui tetto è stato divorato dalle fiamme.

La Sindaca Appendino non ha perso tempo (e lingua) per affermare che la Cavallerizza dev’essere restituita al più presto ai cittadini. Un’affermazione al quanto bislacca dal momento che è stato proprio grazie all’occupazione (avvenuta il 23 maggio 2014 ndr) che la Cavallerizza è stata riaperta a chi vive il territorio torinese e con essa i Giardini Reali Alti che erano chiusi da oltre vent’anni. Furono artisti, studenti e semplici cittadini a restituire quel bellissimo complesso barocco ai torinesi, e non di sicuro le istituzioni cittadine che da sempre hanno cercato di svenderlo ai colossi immobiliari e alle banche.

Ma, per chi ha buona memoria, e a Torino per fortuna sono ancora parecchi, quello della Sindaca non è che un Leitmotiv che accompagnava già l’ex Giunta Fassino che insieme a Passoni, ai tempi Assessore al Patrimonio, parlava già di “restituzione e valorizzazione dell’immobile”.

La solita cagnara mediatica si scatena in questi giorni sui giornali cittadini e nazionali. La Sindaca vuole la “restituzione” alla città, la sovrintendenza sproloquia di mancata cura di un Bene Unesco (come se non fossero stati loro complici dell’abbandono e della svendita del patrimonio architettonico sotto la Mole), il Questore promette manganelli e olio di ricino, il ministro Franceschini (redivivo!) si dice pronto, e infine Giuseppi (il fu Avvocato del Popolo) promette azioni del Governo.

Come avvoltoi, tutti volano in cerchio attorno al fuoco appena spento, cogliendo l’occasione per mettere le mani su un complesso bellissimo nel centro di Torino, da anni sottratto alle logiche di profitto che lo vorrebbero un grande polo commerciale fatto di hotel di lusso e negozietti, con magari qualche area adibita a museo, per spennare quei predatori turisti che i torinesi iniziano ad essere obbligati a sopportare negli ultimi anni. Scrivono “restituire alla cittadinanza” ma si legge “vendere e cartolizzare” a favore del solito e sempre in salute (nonostante il gli “onesti” alla guida della città) Sistema Torino.

Difendere la cavallerizza dagli attacchi dei poteri forti è anche contestare un modello di valorizzazione della città che non ha conosciuto discontinuità dal cambio di giunta da PD a quella pentastellata. Svendere ai privati il patrimonio pubblico, gentrificare, cacciare i poveri e gli indesiderati dal centro (sempre più vetrina), lasciare le periferie all’abbandono tagliando welfare pubblico e servizi.

Laddove qualcuno si dissente, o prova ad immaginare futuri diversi per la città, la risposta è sempre la solita, polizia e sgomberi, a dimostrazione di chi detenga realmente il potere politico in questa città: la Prefettura e la Questura.

Anni di “dialogo” fra occupanti della Cavallerizza e Comune, con progetti e progettini, fondazioni e regolamenti per i beni comuni, e vari tentativi di “normalizzare” l’affaire Cavallerizza, sembrano lasciare il campo per far spazio ad altri metodi ben più sbrigativi; ieri, infatti, tra gli occupanti si sono registrate 7 denunce, e un occupante è stato trattenuto perché sprovvisto di documenti.

Nella motorcity dell’ “area di crisi complessa”, il profitto ad ogni costo è una questione di sopravvivenza per la borghesia cittadina e Appendino e il Questore De Matteis sembrano proprio lavorare alacremente per soddisfare le aspettative dei salotti.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Di Maria Teresa Messidoro

Siamo in guerra, tuona Erdogan in Turchia.

Siamo in guerra, proclama Piñera in Cile, dall’altra parte del mondo.

Hanno ragione gli zapatisti quando parlano di una Quarta Guerra Mondiale, riferendosi agli attacchi di una piovra mondiale così aggressiva che ci sembra di vivere in “una noche oscura sin amanecer” (una notte oscura senza alba).

Ma la guerra che oggi si dipana in Cile non è quella che ci vogliono raccontare i mezzi di comunicazione ufficiali, diffondendo una sensazione di panico generalizzato nello stesso paese latinoamericano e mettendo in rete in tutto il mondo soprattutto le immagini di farmacie, supermercati, bus e stazioni di metro in fiamme, parlando di terroristi, ladri, sciacalli, giovani con il volto coperto che commettono abusi ogni dove.

La realtà è un'altra: il popolo cileno, stanco di anni, anzi decenni di oppressione, repressione e ingiustizie, sta conducendo una lotta che va al di là dell’aumento del prezzo del trasporto: una lotta contro la precarizzazione della vita, per aprire una ferita nel cuore del sistema, una ferita difficilmente rimarginabile se non con cambiamenti profondi. Come scrive Gabriel Morales sul sito Carcaj, in un articolo ripreso da Rebelion, “la normalità è stata felicemente distrutta; felicemente perché ciò che era ed è ancora grave oggi non è solo che il mondo cada a pezzi, che i debiti ci strangolino per poter soddisfare i nostri bisogni primari, che il pianeta sarà inabitabile dentro di un ventennio, che l’estrattivismo non cessi un momento di colpirci. Era ed è più grave se accettiamo, di fronte a tutto questo, di continuare ad andare al lavoro, a scuola, per rientrare a casa come se niente fosse. Da alcuni giorni non è più così, qualcos’altro si è mosso dentro di noi”.

Già. Non riporterò qui le diverse analisi che sono state fatte e si susseguono sui siti alternativi, analisi complete ed approfondite, sulle cause e sullo sviluppo dell’insurrezione popolare in Cile.

(vedere ad esempio Cile, la battaglia di Santiago di David Lifodi in http://www.labottegadelbarbieri.org/cile-la-battaglia-di-santiago/http://www.labottegadelbarbieri.org/cile-la-battaglia-di-santiago/ o Cile massicce proteste e coprifuoco totale in https://www.infoaut.org/conflitti-globali/cile-massicce-proteste-e-coprifuoco-totale)

Qui voglio condividere gli appelli delle radio e dei mezzi di comunicazione alternativi cileni che ci chiedono di diffondere le fotografie degli abusi ed i crimini compiuti dalla polizia cilena, che lancia le bombe contro la gente ed ammazza impunemente chi protesta durante il coprifuoco sempre più esteso; ma ci esortano anche di raccontare una storia fatta di donne e uomini, giovani ed adulti o anziani che stanno riprendendo in mano il proprio futuro, ormai stanchi di una immensa divaricazione tra ricchi e poveri, di una miseria silenciada, dell’evasione legale e senza sanzioni punitive dei veri padroni del Cile, dei diritti sociali privatizzati in tutti questi anni, anche dopo il periodo della feroce dittatura di Pinochet.

E’ la ribellione ad esempio delle donne cilene che esortano tutti e tutte ad uno sciopero generale, mentre si ascoltano i suoni della rivolta, le grida, los cacerolazos, il mormorio assordante che “ci conforta perché significa che siamo in tant@ e nello stesso momento per la strada. E’ la nostra ribellione all’ordine di tacere, di ritornare a casa, di accettare una normalità che invece vogliamo rifiutare. Donne e dissidenze abbiamo riempito un’altra volta le strade e abbiamo scoperto che il coraggio è un muscolo che si esercita con l’uso” (dal testo dell’appello delle donne cilene in

https://www.facebook.com/1859642500929192/posts/2721727688053998/)

L’internazionalismo una volta era un valore.

Questo valore va recuperato anche oggi, se vogliamo pensare che “nostra patria è il mondo intero”: sosteniamo dunque le lotte di autodeterminazione in Kurdistan, Chiapas, Cile, Ecuador, ed anche ad Haiti, paese in rivolta da mesi contro un governo inviso e di cui nessuno parla.

Il silenzio è complice, resistere significa esistere, in qualunque parte del mondo.

Elenco radio alternative cilene

radio placeres - valparaíso

https://emisora.cl/placeres-valparaiso/

https://www.facebook.com/Radio-Placeres-a-la-Izquierda-del-Dial-257617057586511/

radio 19 de abril - cobertura colectiva

http://www.radio19deabril.cl/http://www.radio19deabril.cl/

https://www.facebook.com/LaRadio19deAbril/

radio humedales - concepción

https://www.radiohumedales.org/

https://www.facebook.com/culturayexistencialesbica/

radio kurruf concepción/santiago - desde redes sociales

https://www.facebook.com/radiokurruf/

https://twitter.com/radiokurruf?lang=es

prensa opal

https://twitter.com/prensaopal

periódico resumen - concepción

https://twitter.com/rsumen

https://resumen.cl/

https://www.facebook.com/PeriodicoResumenConcepcion

piensa prensa

https://www.facebook.com/PIENSAPRENSA/

https://twitter.com/PiensaPrensa

radio villa francia

http://www.radiovillafrancia.cl/http://www.radiovillafrancia.cl/

https://twitter.com/rvfradiopopular

radio manque

https://www.facebook.com/RadioManque/

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il coprifuoco e lo stato d'emergenza non fermano le proteste in Cile. Il presidente Pinera dopo aver schierato l'esercito fa una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei manifestanti.

E' il terzo giorno di coprifuoco e si registrano oltre 15 morti secondo le fonti ufficiali nelle proteste che stanno attraversando il paese latinoamericano. Coprifuoco che, lo ricordiamo, viene applicato per la prima volta dai tempi di Pinochet e che adesso è stato esteso non solo alla città di Santiago, ma anche alle province di Concepcion nel sud, a Valdivia, Antofagasta, La Serena e Coquimbo, Rancagua e Talca.

La repressione dell'esercito si è fatta brutale, nel tentativo di spegnere la rivolta che si sta sempre di più generalizzando ad altre tematiche oltre quelle del carovita. Tra le richieste dei manifestanti adesso vi sono le dimissioni di Pinera, una sanità degna, la fine dello stato d'emergenza e del dispiegamento dei militari, la fine della privatizzazione dell'acqua (ricordiamo infatti che il Cile è l'unico paese al mondo in cui l'acqua è totalmente privatizzata, rendendo l'accesso alle risorse idriche un privilegio), la richiesta di maggiori diritti per il popolo Mapuche e la liberazione dei prigionieri politici. In uno dei paesi latinoamericani che a più ondate ha maggiormente subito l'esperimento neoliberista e l'imperialismo americano l'aumento della tariffa del biglietto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Lo stato di guerra di Pinera ha già mietuto diverse vittime, l'altro ieri un giovane di 22 anni è stato investito da un camion militare nel villaggio di Libertad, vicino alla città di Talcahuano e molte sono le testimonianze e le denunce di stupri e torture da parte dell'esercito. Le piattaforme social stanno subendo degli oscuramenti per impedire che il movimento si organizzi e nascondere le violenze poliziesche. Oltre 1500 sono i feriti riportati dai media e quasi mille gli arresti.

Intanto in tutto il mondo vengono organizzate iniziative di solidarietà con il popolo cileno e molte figure pubbliche stanno prendendo posizione contro il governo e la militarizzazione dello scontro, tra cui lo scrittore Luis Sepulveda e i calciatori Vidal e Medel che hanno lanciato un appello affinché il governo ascolti il popolo.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons

});})(jQuery);