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Articoli filtrati per data: Friday, 18 Ottobre 2019

Insieme agli altri siti di informazione indipendente oscurati nei giorni scorsi da Facebook abbiamo preso parola in una conferenza stampa a Roma. Riportiamo la presa di parola collettiva condivisa dalle realtà che hanno partecipato.

Facebook non può rimanere in mano a un privato.

Oggi venerdì 18 ottobre, si è svolta presso nella sala della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, una conferenza stampa per denunciare l’oscuramento da parte di Facebook di alcune pagine di siti di informazione indipendente. Promotori dell’iniziativa sono stati i portali Contropiano, Dinamopress, Globalproject, Infoaut, Milano in Movimento e Radio Onda d’Urto.

Tra il 15 e il 16 ottobre, infatti, Facebook ha oscurato le pagine di Contropiano, Globalproject, Milano in Movimento e Radio Onda d’Urto, e inviato avvisi di chiusura alle pagine di DinamoPress, Infoaut e a diversi profili personali.

Il motivo è la presunta – e non meglio specificata – violazione degli "standard della community" in merito alla pubblicazione di articoli e foto sulla guerra in Siria, sull'esperienza del confederalismo democratico in Rojava e sulle iniziative di opposizione al conflitto.

Mentre a seguito di prese di posizione pubbliche le pagine di Global Project, Contropiano e Milano in Movimento sono state ripristinate, nelle stesse ore l’oscuramento si è esteso a numerose altre pagine di realtà di movimento, reti associative e spazi sociali che avevano preso parola a favore della resistenza curda.

La quantità e simultaneità delle segnalazioni ricevute dalle nostre pagine in relazione a contenuti riguardanti la resistenza curda e le iniziative di opposizione alla guerra, lasciano supporre che vi sia stata un’azione coordinata da parte di soggetti vicini al governo di Ankara: com’è noto, le guerre non si giocano esclusivamente sui campi di battaglia, ma anche su quelli dell’informazione.

Facebook, con la decisione di oscurare o di minacciare pagine che in questo momento stanno svolgendo un’importante azione di informazione sul conflitto in corso e sulle iniziative di opposizione alla guerra, si trova obiettivamente a prolungare sul terreno dell’informazione l’ignobile conflitto che il governo turco sta perseguendo nel nord della Siria. Una situazione, questa, che sembra contraddire in modo esplicito la tanto decantata “neutralità” della piattaforma.

Inoltre, crediamo che questa vicenda sollevi questioni più generali che interrogano da vicino il mondo dell’informazione e la cittadinanza tutta: quali sono i confini che possono essere posti alla totale assenza di trasparenza e alla più assoluta arbitrarietà di Facebook nel bloccare contenuti di carattere informativo e di denuncia degli orrori di un massacro in corso?

L’infrastruttura digitale di Facebook svolge oramai a tutti gli effetti il ruolo di uno spazio pubblico, rispondendo però esclusivamente a logiche e procedure di carattere privato. Esiste dunque una contraddizione sempre più stridente tra il diritto ad una libera informazione e il suo effettivo esercizio all’interno della piattaforma digitale.

Da parte nostra, continueremo in tutte le forme possibili a raccontare la guerra in corso, le mobilitazioni che si oppongono al conflitto innescato dalla Turchia e a dare voce alla resistenza del popolo curdo. Allo stesso tempo, riteniamo che la difesa del diritto alla libera informazione passi ormai sempre più per la necessità di aprire una discussione pubblica che ponga al centro il problema di un controllo democratico della piattaforma Facebook.

All’interno della conferenza stampa c’è stato anche l’intervento dell’avv. Simonetta Crisci, presidente di Senza Confini, che ha messo a disposizione la possibilità di produrre un’istanza all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) e un’altra alla Corte di giustizia dell'Unione europea per verificare le cause e le eventuali sanzioni da adottare per l’oscuramento disposto da Facebook delle pagine di diversi siti indipendenti e di associazioni impegnate nel divulgare notizie e immagini sull’attacco della Turchia alla popolazione curda in Siria. Lo scopo del ricorso è quello di verificare la violazione dell’Articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea relativa alla sulla Libertà di espressione e d'informazione: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

Contropiano, Dinamopress, Globalproject, Infoaut, Milano in Movimento e Radio Onda d’Urto, Rete No Bavaglio

 

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Questa mattina azione comunicativa da parte di alcune decine di riders di Just Eat impiegat* a Bologna.

Nel mirino la multinazionale del food delivery, che ha disdetto il contratto con la cooperativa che assumeva per suoi conto moltissimi suoi lavoratori in città. Dal 23 ottobre lavoratori e lavoratrici saranno così di fatto licenziati, mentre l'azienda ha già aperto le assunzioni per nuovi contratti a cottimo, peggiorativi rispetto a quelli già deludenti in essere. I riders hanno così deciso di farsi sentire, lanciando uno sciopero per questa sera dopo aver comunicato alla città in mattinata quanto sta avvenendo. Di seguito il comunicato pubblicato su Riders di Just Eat - Bologna che riassume la vicenda.

Nella città di Bologna lo sfruttamento sul lavoro raggiunge il suo apice. Just Eat, multinazionale del food delivery, ha di recente dismesso l'appalto con la società Foodpony s.r.l. che assumeva e stipendiava i fattorini che, a pranzo e a cena, sotto il sole e sotto la pioggia, consegnano i pasti in tutte le vie della città.

Con la fine dell'appalto, cessano anche i contratti dei fattorini, che con solo una settimana di preavviso rimangono senza lavoro. La strategia di Just Eat è quella di eludere le disposizioni che, apprendiamo da fonti giornalistiche, potrebbero far parte della futura legge sul tema emanata dal governo.

Stanno infatti assumendo nuovo personale tramite contratto a collaborazione occasionale, che non si configura in un futuro inquadramento a livello nazionale in quanto non si sottopone a lavoratori subordinati ma, appunto, a collaboratori.

Niente contratto, niente legge; niente legge, niente diritti. Nella gig-economy sta diventando sempre più normale e diffuso il salario a cottimo, la peggior maniera di sfruttare e sottopagare dei lavoratori che procurano a queste piattaforme introiti annui milionari.Non siamo disposti ad accettare tutto questo.

Molti di noi non potranno rinnovare il permesso di soggiorno con questo contratto-non-contratto e non vogliamo perdere le poche garanzie e diritti che avevamo.

Per questi motivi stasera sciopereremo al turno di lavoro e ci riserviamo di fare la stessa cosa nei prossimi giorni se non avremo risposte dall'azienda.

VOGLIAMO IL REINTEGRO DI TUTTI I RIDERS, TRAMITE UN CONTRATTO DI LAVORO SUBORDINATO DIRETTAMENTE SOMMINISTRATO DA JUST EAT

Riders di Just Eat Bologna

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Riceviamo e pubblichiamo questo testo che ritorna sulle mobilitazioni in Ecuador delle ultime settimane, sottolineando la centralità e l'importanza della comunità indigena del paese in quanto avvenuto. Buona lettura.

Provate ad immaginare 25.000 indigeni che devono lasciare i propri territori per andare a lottare una settimana nella capitale di un Paese. Immaginateli dormire per terra, senza poter fare la doccia, facendo file di ore per andare in bagno. Intere famiglie con i loro bambini terrorizzati per la violenza perpetrata dallo Stato ecuadoriano.

Pensate quanta paura avranno provato vedendo morire la loro gente e le migliaia di feriti. Nonostante tutto questo sono rimasti a lottare e hanno vinto.

È stato il secondo sollevamento indigeno della storia del paese. Solo una nuova generazione poteva realizzare ciò che è successo: l’impossibile. Perché ai tempi d’oggi piegare la decisione di un blocco composta da: FMI, Usa, governo ecuadoriano, banchieri, giornalisti mainstream e grandi industriali è
una cosa impensabile.

Se abbiamo vinto è per l’importanza dell’assemblea e delle decisioni collettive, per la pressione sociale esercitata dalle basi indigene verso la dirigenza della CONAIE soprattutto. Il governo ha fatto di tutto per dividerci, ma la nostra capacità di chiarire i rumors e le infamie in modo assembleare (a volte anche mettendosi le mani addosso) ha permesso la non frammentazione del movimento. Non c’erano solo gli indigeni, ma i movimenti sociali di Quito e anche se loro erano l’avanguardia, per ovvi motivi, senza coordinazione tra le varie anime della Comuna di Quito non saremmo riusciti a vincere.

La sera prima della trattativa in assemblea è stata scritta la carta dei popoli, documento con cui la dirigenza della CONAIE è andata a trattare, si sono decise le condizioni, come ad esempio che la trattativa fosse in diretta televisiva. Provate ad immaginare cosa significhi per un governo essere umiliati davanti a 16 milioni di persone che finiscono per identificarsi con il movimento indigeno. Avevano tanta fretta di risolvere il prima possibile la situazione da non aver pensato alle conseguenze.

Per quanto riguarda le riforme contro i lavoratori, il sindacato FUT ne dovrà rispondere, la sua è stata un’assenza in termini massivi ingiustificabile, lor signori sono abituati a fare troppi calcoli politici. Detto ciò hanno annunciato che scenderanno in piazza il 30 ottobre. Pretendere che il movimento indigeno da solo potesse risolvere qualcosa di competenza dei sindacati è malafede.

In Ecuador tutti sono consapevoli che vincere una battaglia non significa aver vinto la guerra, ma essersi svegliati dopo 13 anni. Vedere nascere un movimento sociale di massa e di classe dopo 10 anni di repressione correista è già di per se un esito politico di inquantificabile importanza. Questo apre la strada a una resistenza più organizzata verso ciò che verrà in futuro.

Per concludere non bisogna dimenticare la persecuzione politica perpetrata dal governo di Rafael Correa contro il movimento indigeno, la violenza con cui ha attaccato i loro territori per aprire il passo alla miniera a grande scala data in gestione a imprese cinesi e canadesi. Tutto questo non lo abbiamo dimenticato, per questo motivo non c’è stato spazio per il correismo nelle giornate di Quito.

Quindi è comprensibile che coloro che provano ancora nostalgia per un progetto politico che è oramai un cadavere, l’unica analisi che possano ricavare a più di 10.000 km di distanza sia dire chel’FMI ha vinto grazie all’ingenuità della leadership indigena.

Il popolo ha vinto in strada, nel tavolo di trattative e nella percezione generale della popolazione.

Marcelo Jara

 

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Dall'Algeria all'Iraq, per passare dal "risveglio" di Piazza Tahrir in Egitto. Segni più o meno intensi di mobilitazione sociale attraversano il mondo arabo.

Sono accomunati da due elementi centrali: la lotta contro la corruzione dei governi e la questione del carovita, della disoccupazione, del reddito. "Il popolo vuole la caduta del regime" gridano i giovani, i lavoratori e gli studenti che hanno affollato le piazze. E subito la memoria va alle cosiddette "primavere arabe", che quasi dieci anni fa avevano sconvolto gli assetti politici dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente. Questo prima che arrivasse il "caos controllato" occidentale in Libia e in Siria, prima dell'irruzione di ISIS nel proscenio internazionale, appena dopo la crisi sistematica dell'economia mondiale del 2008. Le insorgenze delle "primavere arabe" erano state, nel bene e nel male, anticipazione e premonizione di linee di frattura, di contraddizioni che ancora oggi attraversano i conflitti sociali ad ogni latitudine. Il loro contenuto di "classe", le inedite forme di organizzazione, la composizione sociale hanno ispirato movimenti e lotte in tutto il mondo. La loro sconfitta, il "detournamento" che ne è seguito ad opera dei paesi occidentali, hanno mostrato alcuni dei dilemmi che chi si impegna a cambiare il sistema di cose vigenti si trova e si troverà davanti nei prossimi tempi.

Crediamo che dunque sia necessario discutere a fondo su queste nuove mobilitazioni e cercare di capire da dove vengano e dove andranno. Si può parlare di un nuovo ciclo? Quale eredità hanno lasciato le "primavere arabe" e quanta coscienza dei limiti di quelle esperienze c'è tra chi si mobilita oggi? Chi sono i soggetti politici che attraversano questi movimenti? Come si collocano queste esperienze in uno scenario regionale ed internazionale in cui è il corso l'aggressione turca alle esperienze di autodeterminazione della Siria del Nord e l'approssimarsi di un possibile scontro militare tra Iran e potenze filo-atlantiche?

Queste sono solo alcune delle domande di cui proveremo a discutere con

Gabriele Proglio

ricercatore di storia contemporanea presso l’Universidad de Coimbra e studioso dei movimenti sociali in Tunisia, Libia ed Egitto

Karim Metref,

giornalista ed educatore, che ha recentemente dato alle stampe il libro “Algeria tra autunni e primavere. Capire quello che succede oggi con le storie di 10 eventi e 10 personaggi”

A cura della redazione torinese di InfoAut

Il dibattito si terrà Venerdì 25 ottobre al Centro Sociale Askatasuna (Corso Regina Margherita 47) dalle ore 17

Evento facebook

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La pratica in Rojava del confederalismo democratico, teorizzato da Abdullah Öcalan, mette in discussione i fondamenti degli Stati-nazione e dello sfruttamento occidentale in Medio Oriente. Per questo l’esercito turco, con la complicità dell’Occidente, cerca di annientarlo. Per questo tocca ai popoli del mondo intero sostenerlo.

Di Daniele Pepino

È appena uscita (anche in occasione della Conferenza internazionale tenutasi a Roma 4, 5, 6 ottobre) la ristampa, in una edizione riveduta e corretta a cura delle Edizioni Tabor e di UIKI Onlus, dei quattro pamphlet di Abdullah Öcalan: Pace e guerra in Kurdistan, Confederalismo democratico, Liberare la vita – La rivoluzione delle donne, La nazione democratica. Sono testi brevi, introduttivi, che non sostituiscono certo la complessità del pensiero di Öcalan e le migliaia di pagine che è riuscito negli ultimi vent’anni a far uscire dalla prigione di Imrali (che cominciano a essere tradotti in diverse lingue, tra cui l’italiano: www.ocalanbooks.comwww.ocalanbooks.com).

Il pensiero e la figura di Abdullah Öcalan sono strettamente collegati a quanto sta accadendo oggi in Siria: l’invasione e la pulizia etnica scatenate dalla Turchia contro il Kurdistan occidentale (Rojava). Non soltanto per il fatto che una delle giustificazioni portate dal presidente turco Erdogan è quella di voler liberare i propri confini dai “terroristi” di YPG e YPJ, che Ankara accusa di essere il “ramo siriano del PKK”. Ma anche perché tale operazione, peraltro simbolicamente cominciata proprio nel giorno del ventunesimo anniversario del complotto internazionale che portò alla cattura di Öcalan[1], rappresenta in un certo senso la prosecuzione di quanto auspicato con quell’arresto. Per comprenderlo occorre fare qualche passo indietro, al contesto in cui avvenne la cattura del presidente del Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

Le pressioni turche sulla Siria, che portarono Öcalan ad abbandonare le basi siriane del PKK e a venire in Europa per “internazionalizzare” la questione curda, avvennero qualche anno dopo la fine della Prima guerra del Golfo (1991). Allora, in un Iraq devastato dai bombardamenti della coalizione occidentale, gli Stati Uniti preferirono riconsegnare le redini del governo a Saddam Hussein, per consentirgli di reprimere in un bagno di sangue l’insurrezione popolare divampata proprio in seguito alla guerra e alla speranza di liberarsi dal dittatore baathista. Poco importa che Saddam fosse stato dipinto come il peggior tiranno, mostro sanguinario al pari di un nuovo Hitler: di fronte al dilagare di una rivolta popolare incontrollabile dall’Occidente, Saddam si rivelò essere la carta migliore per mantenere l’ordine. Così il popolo iracheno venne riconsegnato nelle fauci del proprio aguzzino, che stroncò la sollevazione al prezzo di 700 mila morti e del totale silenzio dei media occidentali.

Poi, in un Iraq sfinito dalla guerra e dalla repressione e affamato dall’embargo e dalle sanzioni, si preparò il terreno per il ritorno, la Seconda guerra del Golfo del 2003, selezionando le classi dirigenti che nel dopo-Saddam avrebbero dovuto garantire il perpetuarsi delle politiche neocoloniali. La conseguente balcanizzazione su basi etniche/confessionali creò un Paese perennemente dilaniato da odi settari e sempre sull’orlo della guerra civile, garantendo così la disgregazione e l’indebolimento della società irachena al punto da renderla incapace di opporsi alle politiche neoliberiste di saccheggio delle risorse.

Per quel che riguarda il nord del Paese, il Kurdistan iracheno (KRG), la preparazione del dopo Saddam prevedeva la sua consegna ai partiti nazionalisti curdi filoccidentali, in particolare al PDK del clan Barzani, pronto a garantire l’ordine governando la regione come un proprio feudo, in nome del libero mercato, della vendita del petrolio, della corruzione e della fedeltà ai suoi sponsor: Stati Uniti, Europa, Turchia, Israele. Contestualmente andava fatta piazza pulita di ogni possibile ostacolo e alternativa, ed è proprio in questo quadro che rientra il tentativo di decapitare e distruggere il PKK e il movimento di liberazione da lui ispirato.

Già dagli anni Novanta infatti Öcalan aveva previsto il declino storico del sistema degli Stati-nazione imposto al Medio Oriente dall’eredità coloniale. Nella sua analisi il crollo di tale sistema avrebbe prodotto uno scenario di guerre e di crisi: un caos gravido di potenzialità di liberazione se le forze democratiche e rivoluzionarie fossero state in grado di scendere in campo per costruire un’alternativa. Esattamente quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente. La ricchezza del pensiero di Öcalan, oltre che nella lucidità delle previsioni, sta proprio nel fatto che il suo pensiero non è mai stato disgiunto dagli sforzi politici e militari per metterlo in pratica, tanto che il movimento da lui fondato ha costituito e costituisce il retroterra (teorico, organizzativo, militare) su cui ha potuto edificarsi il percorso rivoluzionario oggi in atto in Rojava.

In questo senso l’operazione oggi in atto nel nord della Siria costituisce la continuazione di quanto tentato – e non riuscito – nel 1998 con l’arresto di Abdullah Öcalan: l’annientamento della prospettiva del confederalismo democratico, germogliata dalle sue idee e dagli sforzi e dal martirio di migliaia di militanti del PKK negli ultimi quarant’anni. Una prospettiva e una pratica che mettono radicalmente in discussione i fondamenti stessi della presenza degli Stati-nazione e dello sfruttamento capitalista in Medio Oriente:

– La fine dello scontro fratricida tra le componenti etniche, religiose, linguistiche, inaugurerebbe una convivenza pacifica rimuovendo lo strumento del divide et impera su cui si fondano tutte le potenze egemoniche dell’area.

– Il protagonismo dal basso a tutti i livelli operativi e decisionali concretizzerebbe quella che Öcalan ha definito una “amministrazione politica non statuale” o “democrazia senza Stato”, revocando agli Stati-nazione la loro stessa ragione di esistere e di governare.

– Il rinnovato e paritario ruolo delle donne in ogni àmbito della vita sociale rappresenterebbe il tramonto dell’oppressione patriarcale su cui si fondano 5000 anni di schiavitù, inaugurando l’alba di una nuova – e al tempo stesso antichissima – civiltà.

Non c’è da stupirsi, dunque, che il Rojava – nonostante sia da anni un’eccezione di pace e convivenza in una regione devastata dalla guerra, e anzi proprio per questo – non abbia il sostegno di nessuno Stato. Seppure i curdi del Rojava hanno inevitabilmente cercato di barcamenarsi nelle dinamiche di guerra che dilaniano il Medio Oriente anche costruendo di volta in volta alleanze tattiche con le potenze statali in gioco, essi sono i primi ad aver ben chiaro di non avere nessun amico tra gli Stati-nazione.

Tocca ai popoli del mondo intero sostenere questo esperimento, impedire ai propri governi di continuare a sostenere Erdogan con armi, tecnologie, soldi, accordi politici e commerciali[2]. Sta a noialtri, alle donne e agli uomini che hanno a cuore la libertà, la giustizia sociale – o anche solo la pace – riuscire a costruire, non solo a parole, l’eccezione al detto secondo cui «i curdi hanno un solo amico, le montagne».

Se non ci riusciremo, se permetteremo che questo barlume di speranza venga soffocato nel sangue dai diktat dell’economia e dai suoi tagliagole, non dovremo stupirci quando un po’ di quel sangue si riverserà anche nelle nostre metropoli. Non dovremo stupirci della prossima strage in una stazione, discoteca, aeroporto o centro commerciale. Non dovremo stupirci perché ce lo saremo meritato.

 

[1] Il 9 ottobre 1998 Abdullah Öcalan venne costretto a lasciare la Siria, dove da anni il PKK aveva le proprie basi e accademie. Si recò prima in Grecia, poi in Russia, infine in Italia. Arrivato a Roma il 12 novembre 1998, accompagnato da Ramon Mantovani di Rifondazione comunista, il leader del PKK si consegnò alle autorità italiane, avendo avuto garanzie di ottenere l’asilo politico. Le pressioni turche, però, e la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane, spinsero il governo di centro-sinistra a ripensarci. Non potendo estradare Öcalan in Turchia, Paese in cui era ancora in vigore la pena di morte, e al tempo stesso non volendo concedergli l’asilo, il governo D’Alema prima temporeggiò, poi optò per liberarsi di Öcalan portandolo in un altro Paese, il Kenya, da dove poco dopo venne rapito da agenti della CIA e del MIT (i servizi segreti turchi) ed estradato in Turchia. Due mesi dopo l’espulsione, un tribunale italiano riconobbe a Öcalan – ormai prigioniero in Turchia, dove si trova tuttora – il diritto all’asilo politico in Italia.

[2] Si vedano, tra gli altri: https://euarms.com/weapon/1hwgUTEtZ4OrXVBAYc3YI9 (sulla vendita di armi italiane alla Turchia) e https://comune-info.net/e-se-usassimo-il-boicottaggio/ (su ditte e prodotti turchi in Italia).

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