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Articoli filtrati per data: Saturday, 12 Ottobre 2019

Due giorni dopo la prima presa di parola pubblica contro Erdogan e l'invasione turca del Rojava, Bologna torna in piazza

In migliaia hanno attraversato le vie del centro cittadino. "Erdogan assassino, rise up for Rojava" il testo dello striscione che apre il corteo, a cui hanno preso parte centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni e tanti e tante solidali con la causa confederalista democratica.

Appeso su Palazzo d'Accursio uno striscione a sostegno della resistenza nella Siria del Nord Est, il corteo si dirige subito su via Indipendenza e da lì sui viali, bloccati per circa mezz'ora.

La causa del Rojava è una causa che ingaggia come noto anche le istanze femministe ed ecologiche: la testa del corteo ha visto protagonista la solidarietà transfemminista ed è stata più volte richiamata la questione dei profughi climatici prodotti dalle scellerate politiche di Erdogan.

Arrivati in zona universitaria ritornano sui muri di via Zamboni le scritte cancellate qualche giorno fa con il corredo di diverse denunce a carico di alcuni compagni e compagne del Cua. Tutto il corteo si espone a favore della ripresa anche muraria degli spazi di comunicazione in città, così come per il sanzionamento degli enti che fanno affari con la Turchia. Sanzionata ad esempio la Carisbo di via Rizzoli, nell'ultima azione prima di raggiungere piazza Maggiore per i comizi finali del corteo.

Bologna ancora una volta al fianco della resistenza curda, ora l'obiettivo è continuare a fare pressione, affinché lo stato italiano blocchi la vendita di armamenti alla Turchia, affinché l'università cessi di collaborare con enti legati allo stato turco, affinché si possa sentire sempre con più forza il sostegno di Bologna e dell'Italia la lotta degna del Rojava!

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“È tutto uno scaricamento di responsabilità generale in cui non si capisce che si sta giocando su 9 vite, loro devono pensare alle loro cazzo di regole e io in tutto questo? Io ti ho portato avanti il bar per 4 anni e tu chi sei?”

[Rompere il ricatto] 1. - Introduzione + Intervista a Francoise Verges sul Femminismo decoloniale

Qualche tempo fa il Campus universitario Luigi Einaudi di Torino, a pochi giorni dalla riapertura dopo la pausa estiva, è stato scenario di una mobilitazione portata avanti dalle lavoratrici e dai lavoratori del bar in risposta al rischio di essere licenziati. L’università dopo aver esternalizzato gran parte dei suoi servizi si è lavata le mani delle conseguenze che un cambio di azienda nella gestione del bar potesse significare la fine dei contratti senza riassunzione per i suoi dipendenti. Infatti, scaduta la concessione alla IFM s.p.a., la gestione è passata in mano alla Sodexo, multinazionale della ristorazione. Grazie alla lotta e alla solidarietà di studenti e studentesse, degli altri lavoratori delle cooperative all’interno dell’università, le bariste e i baristi hanno ottenuto il ritiro delle lettere di licenziamento. Ciononostante la battaglia non è ancora finita in quanto l’obiettivo della mobilitazione è di alzare i livelli di coloro che svolgono mansioni non retribuite e non previste dal loro contratto e di far sì che la Sodexo garantisca la riassunzione a contratto indeterminato senza periodo di prova e a non meno di 6 ore al giorno.. E proprio mentre scriviamo riceviamo la notizia di un'ulteriore vittoria in quanto i livelli sono stati ufficialmente cambiati. Per una cronaca più dettagliata della mobilitazione e delle rivendicazioni dei e delle lavoratrici vedi qui. Nei giorni di sciopero che cominciavano all’alba e finivano dopo il tramonto saltava all’occhio la presenza e la forte partecipazione delle donne lavoratrici del bar. Ci è sembrato interessante provare ad approfondire questo aspetto della lotta al di là delle cronache per guardare e capire cosa significa per una donna lavorare, rischiare di essere licenziata e lottare perchè questo non avvenga. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con una di loro che val davvero la pena leggere.. nelle pagine che seguono abbiamo riportato alcune parti dell’intervista fatta insieme a J. (per volontà di anonimato terremo questo pseudonimo).

 

“Tutto è partito il 19, lunedì mattina ho ricevuto la chiamata che si iniziava con questo sciopero. Sono stati 5 giorni parecchio impegnativi, dal punto di vista fisico ma soprattutto mentale, perché uno passa la maggior parte del proprio tempo lì, che poi sono 16 ore al giorno, a parlare della situazione, a cercare di capire come risolverla”

“Non è stato facile trovarsi le lettere di licenziamento, non è facile capire dove stia la verità, chi ti sta mentendo, perché ci sono un insieme di informazioni, e tu non sai più a chi dare fiducia. È una situazione brutta perché tutti dobbiamo portare il pane a casa, chi ha figli, chi deve mantenere una casa come me che sono sola, tutte le spese...”

La lotta significa solidarietà e trasformazioni, non solo rispetto al miglioramento delle proprie condizioni materiali, ma anche nelle relazioni con gli altri soggetti dell’università, con i propri colleghi e con i capi.

“Noi siamo figure fondamentali del bar e infatti abbiamo avuto tanto seguito dagli studenti, abbiamo raccolto più di 2000 firme, un professore ci ha portato i pasticcini allo sciopero, addirittura i bibliotecari hanno scioperato per noi, che è una cosa bellissima perché hanno fatto sciopero con te, hanno rinunciato a una mezza giornata di lavoro per solidarizzare e questo ti fa capire che devi continuare a lottare.”

“Ho notato delle differenze innanzitutto con i clienti, sono molto più vicini e interessati alla questione. Ci sono state differenze soprattutto con i colleghi che non hanno partecipato allo sciopero.. Il mio responsabile da dopo lo sciopero è più attento a certe cose. Dopo lo sciopero abbiamo continuato la lotta per i livelli perché alcuni miei colleghi sono di sesto livello eppure fanno i caffè e non dovrebbero e non è giusto che non gli venga riconosciuto, noi abbiamo dato tutto per il bar e tutti abbiamo svolto mansioni da quinto livello e questi sono diritti e doveri dell’azienda.”

È interessante come dalle parole di J. venga spiegato come molto spesso la responsabilità di far funzionare le aziende sia scaricata sulle spalle dei lavoratori, in quanto a garanzia di questo c’è la presa in carico, le capacità e l’impegno dei dipendenti. E come questa sia una clausola lasciata totalmente implicita nei contratti ma pretesa, come qualcosa che si deve al proprio datore di lavoro. Un vero e proprio ricatto.

“Non è facile da gestire il bar di per sé, ma ormai siamo in grado di gestire la tensione, le situazioni complicate e poi facciamo parte di questa famiglia del Campus. Nel tempo in molti hanno fatto prove su prove ma in pochi sono rimasti. Chi è rimasto sono i sopravvissuti a questo delirio.. è anche per questo che la situazione fa male perchè non è giusto che noi ci ritroviamo in mezzo a una strada. Anche da questo punto di vista alla Sodexo conviene tenerci.”

Le aspettative nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto a quanto debbano spendersi nel lavoro si rispecchiano anche nella divisione delle mansioni, nelle fatiche, nei pesi e nelle conseguenze sulla salute. Da un lato, un lavoro come quello della barista implica ritmi serrati e fatiche fisiche che possono causare gravi danni sul corpo di chi lavora. Dall’altro lato, capita che alcune mansioni e attitudini siano pretese perchè rappresentano quelle caratteristiche che sono automaticamente assegnate al genere. L’essere più predisposte a fare le pulizie, alla gentilezza, al mantenere la calma con i clienti.. è un’aspettativa che diventa molto spesso imposizione senza che ci sia nemmeno il minimo riconoscimento di cosa significhi svolgere del lavoro in più.

“A livello lavorativo ci si aspetta sempre che la donna sia quella che abbia più attenzione a livello di pulizia e che sia quella che si occupa di queste mansioni, ma questo non l’ho visto solo qui ma ovunque. C’è questa differenza di mansioni che la donna si deve occupare della pulizia, di pulire i bagni per esempio, però non c’è un occhio di riguardo dall’altra parte.. quando c’è da fare i carichi, cambiare i fusti, cose pesanti per una donna che pesa 50 kg, qua per fortuna questa cosa non c’è. È paradossale, se io devo pulire allora non mi fare alzare 40 litri di birra, abbi del riguardo.”

“Una volta il mio capo ha detto di cambiare e i bagni li puliva un collega ma è durato pochissimo. Le mie colleghe si sentono frustrate da questa situazione e denigrate e non è giusto, sarebbe meglio girare determinati compiti e fare cose scomode tutti. E lì senti la differenza di genere perché dici ma un Luca e un Marcello (nomi di fantasia) quando mai fanno queste cose?”

Abbiamo chiesto come ci si riesca ad organizzare tra i tempi di lavoro e i tempi di vita. È indicativo come la richiesta delle lavoratrici non sia di lavorare meno ore ma di essere riassunte alla stessa quantità di ore al giorno.

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Lavoro 6 ore al giorno, con orario solitamente 7-13 o 13-19.30. Sotto quel punto di vista riesci a gestire la tua vita perché non ti occupa un sacco di tempo, sabato e domenica liberi, i ponti, cosa che per un barista non è pensabile, per fortuna è un lavoro che non ti occupa tutta la giornata e fatte le tue 6 ore di lavoro poi esci di li hai ancora tempo di fare aperitivo, una cena, vedere amici, è una cosa che a me piace un sacco. Io non voglio vivere per lavorare, io voglio lavorare per poter vivere , avere la libertà di godermi la mia vita, guadagnare il giusto che mi permetta di sostenere le spese e qualche mio vizio, ma avere modo di vivere la mia vita. Io comunque ho avuto altri lavori in cui facevo 12 ore al giorno, sottopagata a livelli vergognosi e lì capisci che non hai tempo di fare nulla, banalmente anche tornare a casa fare una lavatrice, pulire, vedere gli amici, pagare una bolletta.. e cosi io non la concepisco, preferisco guadagnare un po meno ma avere modo di vivere la mia vita altrimenti non ha senso. Altre situazioni che ho vissuto erano disumane, lavorare 10/12 ore al giorno, un giorno libero al mese, per 500 euro al mese. A livello di ristorazione ci sono un sacco di situazioni così: in nero, sottopagata, mal trattata, a livelli estremi.”

È significativo sottolineare come la gratitudine che viene pretesa dai dipendenti sia il contrappasso da scontare per avere un lavoro. Al tempo stesso la presa in carico di responsabilità non viene riconosciuta nè a livello contrattuale nè a livello personale. Una possibile alternativa a questa condizione di ricattabilità viene resa visibile dalla lotta, c’è la possibilità di scegliere di essere uniti e combattere per i propri diritti e ottenere qualcosa in più.

“è un ambiente molto difficile, faticoso a livello mentale e fisico, in cui i diritti vengono meno. Ero ormai impostata in una modalità -ringrazia di avere un lavoro e ringrazia che non ti appendiamo al muro-. Quindi ti scatta in testa che il lavoratore non ha diritti ma deve solo dare e quindi hai paura di dire qualsiasi cosa, perchè comunque hai paura che ti possano lasciare in mezzo a una strada, licenziarti o pure peggio, o ritrovarti in altre situazioni spiacevoli in cui non mi voglio piú ritrovare. Poi ti rendi conto, e lo sciopero su questo mi ha dato una grande mano, perchè ho capito che io non sono un numero, non ho solo doveri ma anche dei diritti e non è giusto che io dopo aver dato il massimo non abbia nessuna gratificazione. Tu dai il massimo per mantenere il controllo, per migliorarti, con i colleghi ci chiedevamo come fare le cose nel modo migliore possibile, dove sbagliavamo senza mai fermarsi.. un minimo di gratificazione la si merita. Non si chiede niente di che, noi stiamo chiedendo semplicemente ciò che ci spetta.”

“Lo sciopero ci ha unito molto. Ha unito perché ti rendi conto di essere nella stessa merda e capisci che l’unione fa la forza, e la forza che mettono insieme delle donne è diversa, si crea più forza. È una questione di sopravvivenza, io e le mie colleghe teniamo in maniera particolare al lavoro e a questo posto di lavoro qua. Io ho paura di quello che potrei trovare al di fuori da qua, abbiamo paura di lasciare questo posto e trovarci in situazioni più spiacevoli perchè le donne sono più a rischio sotto questo punto di vista. Io l’ho provato sulla mia pelle, purtroppo vieni ancora vista come il sesso debole, di cui ci si può approfittare, sia dal punto di vista di molestie sessuali, sia dal punto di vista di violenze fisiche.”

“Ho avuto esperienze lavorative passate orribili, tra cui violenza fisica e psicologica, quindi questa cosa mi terrorizza, il pensiero di ritrovarsi in una situazione del genere di nuovo ti butta ansia che non dormi la notte, e non riesci più a non pensarci, e se ritorno lì? Se mi ricapita una cosa del genere? Poi sottopagata, senza contratto o con contratti di merda, con 15 anni di esperienza alle spalle un po’ da barista un po’ da cameriera, non è giusto che mi ributti in una situazione del genere. Mi è venuto un po’ l’orgoglio perché l’esperienza ce l’ho e le capacità anche e non voglio più tornare in situazioni del genere, voglio qualcosa in più.”

È una questione di sopravvivenza, e quindi non si può accettare l’incertezza.

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In migliaia hanno attraversato il centro di Torino in solidarietà della Rivoluzione Confederale e contro l'invasione da parte dell'esercito turco nel Rojava. Tante e tanti appartenenti alla comunità curda sono scesi in piazza urlando forte il grido di resistenza a sostegno delle SDF che da giorni eroicamente combattono sul confine impedendo all'esercito di Erdogan di invadere il territorio della Rivoluzione.


Forte della presenza centinaia di giovani che hanno risposto alla chiamata solidale con la Siria del Nord, il corteo ha scandito slogan e cori in sostegno delle forze rivoluzionarie dello YPG e YPJ, ricordando alle Istituzioni italiane la loro responsabilità diretta e indiretta nell'invasione turca e chiedendo di chiudere subito le forniture di armamenti alla Turchia e interrompere i rapporti commerciali con essa. 

Al termine del corteo in segno di protesta è stata bruciata una bandiera turca.

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Nel panorama del dibattito attuale sul salario minimo europeo, tra tentativi italici di accenni alla redistribuzione attraverso il dispositivo del reddito di cittadinanza, la riflessione su che cosa significhi oggi la nuova forma dell’operaietà che possa tener conto della totale integrazione e messa a valore dal e per il capitale di ogni forza messa a lavoro, che sia nell’ambito del lavoro salariato o del lavoro non pagato, alle prestazioni in nero, alla funzione dell’assistenza e della cura in un sistema in cui la riproduzione sociale viene sostenuta dai soggetti nella lora singola valorizzazione, non si può non tener conto delle variabili di genere e di razza.
Vogliamo dunque proporci di indagare la linea di dominio che si riproduce a partire dalle differenze di genere per analizzare la realtà e le lotte che ci circondano. Se sono le lavoratrici in un bar in università a mobilitarsi, se sono le donne che rimangono senza casa a organizzarsi per dare un tetto ai propri figli, se la forza propulsiva che si propaga ogni 8 marzo in tutto il mondo per scioperare dal lavoro produttivo e riproduttivo è frutto di una spinta specifica, la volontà di contribuire al racconto della realtà che ci circonda non può che passare attraverso questa lente. In particolare, nel contesto specifico del lavoro in ogni sua forma organizzativa e in ogni settore, la presenza di soggetti femminili implica contraddizioni e specificità che tengono insieme diversi livelli.


A partire dalle parole delle persone direttamente coinvolte ci interessa dunque aggredire tutti quei livelli in modo da ampliare lo sguardo, complessificarlo, renderlo il più possibile aderente alle contraddizioni reali. Iniziamo questo percorso proponendo la traduzione di un’intervista fatta da ACTA (media autonomo di controinformazione francese) a Francoise Verges, autrice di saggi sul femminismo decoloniale. Pensiamo possa dare una serie di spunti interessanti riguardanti le donne in lotta nel lavoro, in particolare nel settore delle pulizie, e le donne in lotta nei quartieri popolari francesi che affrontano quotidianamente le violenze della polizia. La lettura femminista che viene suggerita è una critica al femminismo bianco occidentale borghese, che la studiosa individua come una delle cause della diffusione dell’islamofobia in Francia, e si propone di decostruire i dogmi per andare a comprendere una realtà sociale agita da soggetti in lotta. L’interesse di questo approccio sta nella capacità di individuare tutti gli aspetti che conseguono all’essere assegnate a una categoria di genere e come questa intervenga sia nelle condizioni di vita, in tutti i suoi aspetti, sia nella lotta per trasformarle.


L’obiettivo è intraprendere un’inchiesta a partire dalle donne che attraversano le lotte che conosciamo o di cui veniamo in contatto per la prima volta, in modo da poterne indagare la multidimensionalità. In particolar modo quando si tratta di lavoro, gli aspetti che travalicano le rivendicazioni sindacali in senso stretto sono molteplici: dalle conseguenze sulla salute, alla molestie e violenze sessuali, dalla difficoltà di gestire tempi di lavoro salariato con i tempi del lavoro riproduttivo non pagato, alle doppie richieste perchè si presume che si faccia lavoro di cura non richiesto, dallo sfruttamento alla precarietà esistenziale, alla ricattabilità.
Oggi più che mai cercare di svelare la realtà delle condizioni oggettive e soggettive della forma dell’operaio sociale, può aiutarci a delineare una mappa capace, forse, di guidarci nei rapporti sociali dove si annida la potenzialità di una soggettività in lotta contro il sistema di dominio capitalista.

Intervista a Francoise Vergès sul Femminismo decoloniale

Femminista antirazzista, presidente dell’associazione Decoloniser les arts, Francoise Vergès è l’autrice di molti saggi e articoli in francese e in inglese sulla schiavitù coloniale, il femminismo.. le sue ultime opere apparse sono (edizioni La Fabrique) “Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation, féminisme” (2017), “Un féminisme décolonial” (2019).

Holiday – Inn in autunno 2017, Onet nell’inverno 2018, Hyatt in autunno 2018.. abbiamo assistito a importanti lotte nel settore delle pulizie portate avanti da donne razzializzate. Cosa ci dicono queste lotte rispetto al femminismo decoloniale e della società capitalista contemporanea?

Sono molto importanti le lotte delle donne razzializzate perchè il lavoro che fanno è un lavoro invisibilizzato e queste donne esse stesse sono invisibilizzate. La gente le vede la mattina quando vanno a lavorare, ma non sa che loro hanno appena pulito gli spazi che utilizzeranno. Ciò significa che grazie a questa lotta queste donne sono riuscite a rendere visibili tutti gli strati, i livelli di invisibilizzazione che riposano su di loro. Esse si sono costituite in quanto donne in lotta, contro il razzismo, contro le loro condizioni di lavoro e contro la femminilizzazione di questo tipo di lavoro. Attraverso le lotte mettono in luce l’importanza di questo lavoro nella riproduzione stessa del sistema così com’è, perchè i luoghi che puliscono sono stazioni, università, hotel che non potrebbero funzionare se non ci fossero loro a pulirli. Inoltre, mettono in luce l’altro lato della questione ossia, tramite i loro racconti veniamo a conoscenza dello stato in cui trovano le camere, i bagni che devono pulire, e ciò fa capire come questa “classe” lasci dietro di sè una sporcizia che poi viene pulita da queste donne razzizzate, sottopagate e sottoqualificate. Per questo dico che è una lotta profondamente rivoluzionaria perchè mette in luce l’aspetto indispensabile del loro lavoro. Sono donne di 40-50 anni che passano le ore nei mezzi pubblici, che dormono 4 ore per notte, che esauriscono il loro stesso corpo, che dopo il lavoro tornano a casa a lavorare per la riproduzione domestica. Questa lotta mette insieme tanti aspetti del neopatriarcato e del capitalismo, mette in luce le stratificazioni e l’intersezione dei diversi livelli di oppressione e della fabbricazione stessa di questi soggetti come vulnerabili. Penso che siano la punta di diamante di ciò che dovrebbe essere una lotta femminista decoloniale oggi.

Sono i giovani dei quartieri popolari neri e arabi a fare le spese delle violenze della polizia. E molto spesso sono le loro madri, sorelle, mogli che si prendono in carico le lotte. Come si approccia il femminismo decoloniale a questi fenomeni?

Anche per quanto riguarda le lotte contro le violenze della polizia c’è un legame con le lotte delle industrie di pulizia perchè c’è questa opposizione tra pulito e sporco che si applica anche agli spazi che stanno all’interno del sistema neoliberale e a quelli che restano all’esterno: che non hanno bisogno di spazi verdi, che non hanno bisogno di mantenerli puliti, e che sono i quartieri popolari, i quartieri relegati ai margini della metropoli. Gli spazi puliti sono quegli spazi che sono fortemente militarizzati per proteggere questa “pulizia”. Dall’altro lato i quartieri popolari sono militarizzati per reprimere le persone che ci abitano. In tutto ciò sono i giovani neri e arabi che sono colpiti e questo è evidente, mentre la violenza che si misura contro le donne è più invisibile. Ma queste donne non cadono nella trappola del pensiero neoliberale che vuole definire la donna come più ragionevole, meno dannosa, perchè queste donne rivendicano il fatto di voler proteggere i loro padri, i loro mariti, i loro fratelli da questa violenza e quindi indicano la violenza poliziesca come ciò che ha come obiettivo i corpi stessi di questi uomini. Esse mettono in discussione l’idea di una costruzione di una mascolinità pericolosa (che sarebbe quella dei “loro uomini razzizzati/musulmani/..) che è il discorso prodotto da quella stessa società patriarcale che dice che le donne non sono come gli uomini ma che contemporaneamente le reprime, in particolare se sono donne che portano il velo, per non parlare della negrofobia contro le donne nere.

Anche in questa lotta si identificano più livelli: il rifiuto di una politica di assimilazione, ossia prendiamo quelli che si salvano per assimilarli alla società occidentale, il rifiuto di una politica di rispettabilità che impone un ordine neopatriarcale e neoliberale perchè esse sono pronte a ribaltare queste norme, è una lotta contro le violenze della polizia e la militarizzazione. Non è una lotta che si limita a essere contro la polizia perchè è violenta ma individua ciò che questa violenza rivela: l’opposizione tra una mascolinità pericolosa e una mascolinità accettata ossia quella bianca, degli uomini che riescono nella vita, eteronormata. Il fatto di essere sorelle, madri, mogli implica anche che la lotta alle violenze della polizia individui come problematico il fatto di impedire la costruzione del concetto di famiglia. Mette cioè in discussione il fatto che il femminismo occidentale ha sempre messo a critica il concetto di famiglia patriarcale e oppressiva ma ci sono delle persone a cui la schiaviutù, il colonialismo e il neoliberismo oggi hanno impedito di costruire una famiglia. Per esempio Adama Traoré, vittima della violenza poliziesca, è sua sorella che ha preso in mano la lotta, i fratelli sono in prigione, dunque è tutta la famiglia, come per tutte le altre vittime, ad essere colpita. Attraverso la denuncia delle violenze della polizia vediamo quindi delle lotte che sono multidimensionali. Questa imposizione, il divieto di fare famiglia e l’imposizione, a partire dalla schiavitù, di ciò che è la buona famiglia contro quella che non va bene. Ancora una volta è l’imposizione di una norma e questa norma è qualcosa dentro cui tutti devono rientrare ma se sono le persone razzizzate a non rientrarci sono proprio loro a scontarne le conseguenze più di tutti. Questa lotta mostra come la polizia sia il braccio di uno stato sessista, razzista, mostra come la giustizia lasci questi crimini impuniti e mostra anche che ci sono delle vittime molto giovani. Quando in Francia muore un bambino è lutto nazionale. Per quanto riguarda Zyed e Bounna invece è come se solo la loro comunità potesse esprimere il lutto, la società francese non ha pianto queste vittime, ciò significa che ci sono dei bambini che per lo stato francese non sono considerati tali. Quindi questa lotta mette in discussione anche il discorso dell’infanzia da proteggere e quindi per quanto riguarda il femminismo decoloniale è importante anche pensare cosa vorrebbe dire una politica femminista decoloniale della protezione, come non lasciare la questione della protezione in mano alla polizia, allo stato e alla giustizia perchè c’è un vuoto se lasciamo ai rappresentati di uno stato razzista e sessista fare le leggi per proteggerci. È una domanda profonda per il femminismo decoloniale, conosciamo bene i limiti di quando le lotte diventano legalitarie, perchè le istituzioni che applicano le leggi sono le stesse istituzioni razziste, sessiste, patriarcali.

Lotte che riguardano il lavoro, lotte che riguardano le violenze della polizia.. sono argomenti che sono trattati in maniera molto diversa dal femminismo “dei diritti civili” (trad.lett. civilizzatore). Perchè questo femminismo è nato in Francia e poi si è diffuso in tutto il mondo ?

Lo chiamo femminismo civilizzatore per non definirlo semplicemente qualcosa di bianco e borghese ma qualcosa che può diventare ed è diventato una retorica internazionale utilizzata dai governi e dalle istituzioni per dominare, opprimere, disciplinare le donne a livello globale. Lo chiamo civilizzatore perchè prende in prestito molto di quello che è stata la missione civilizzatrice del colonialismo, questa idea di superiorità europea considerata come la società naturalmente più civilizzata e progressista e che quindi deve portare l’educazione ai popoli non civilizzati. Il femminismo civilizzatore si posiziona nello stesso modo, ossia noi sappiamo quali sono i diritti delle donne da conquistare e lo vogliamo dire a chi non lo sa. Inoltre, chi è in malafede traduce questo come se si volessero negare le lotte radicali delle femministe in Francia e in Europa. Non è questo. Nel 2019 non è possibile non ritornare sulla storia del femminismo europeo e francese e non vedere che ci sono dei punti ciechi e capirne il motivo. Non possiamo mantenere lo stesso discorso, dobbiamo prendere questi punti ciechi, comprenderli e individuarli anche oggi.

Ciò che chiamo femminismo civilizzatore è quel movimento che si pensa salvo dal razzismo per il solo fatto di essere femminista e quindi di non essere stato permeato dall’ideologia razzista e colonialista. (cosa impossibile per il cosiddetto “effetto di ritorno” del colonialismo che ha permeato anche i movimenti più radicali della storia). E la risposta che viene data é che si è dato supporto e solidarietà ai movimenti e alle donne algerine durante la colonizzazione o alle donne durante la guerra in Vietnam. Ma non è questo il punto! Perchè sono proprio le femministe francesi di sinistra che hanno costruito il discorso islamofobo? Perchè sono loro che hanno dato gli elementi del discorso e del linguaggio (come si dice in termini mediatici) che il velo significa sottomissione, che i musulmani incarnano il patriarcato più duro al mondo, questi discorsi portano a dire ma allora voi siete d’accordo con il burqa in Afganistan, siete d’accordo con queste forme di oppressione? Ma no! Nessuna donna è d’accordo con questo. Noi diciamo che rispettiamo la decisione delle donne che scelgono come portare avanti le loro lotte. Le donne del Rif (regione del Marocco) che sono scese in strada durante il movimento sociale, noi siamo con loro. Esse manifestano contro la repressione, contro il fatto che gli uomini sono in prigione, contro un femminismo carcerale e punitivo. Siamo contro un femminismo che impone come fare le lotte delle donne. Contro un femminismo che impone quali sono i diritti per le donne. Esse quindi mettono in discussione lo stesso concetto di genere perchè non può essere lo stesso imposto ovunque nel mondo, mettono in discussione la categoria “donna” che in Occidente riposa essenzialmente su una differenza biologica. Il femminismo civilizzatore resta aggrappato alla questione dei diritti civili all’interno della legge quando invece le femministe decoloniali tendono alla giustizia sociale, all’emancipazione antirazzista, all’antiperialismo, all’anticapitalismo, non tende solo a un’uguaglianza tra uomo e donna ma è contro a un mondo che è completamente distrutto dal sistema capitalista e devastatore attraverso l’estrattivismo, che provoca il cambiamento climatico oggi e che diffonde la miseria nel mondo. La colonizzazione del mondo si esprime attraverso la diffusione di un’economia estrattivista e di produttivismo che non ha nemmeno piu bisogno di essere imposta dall’Occidente. Le femministe decoloniali vedono che in America del Sud, in Asia in Africa si lotta contemporaneamente contro il neoliberismo, contro il femminicidio, per i diritti dei popoli autoctoni a stare sulla propria terra, e vedono come tutto questo si interseca. Mentre invece il femminismo civilizzatore si aggrappa solo ai diritti delle donne. Ma noi andiamo oltre la questione dei diritti perchè queste rivendicazioni restano all’interno del dominio delle leggi e non vanno a cambiare le strutture della società tutta. Certo che è meglio e vogliamo che le donne possano divorziare, abortire, abbiano diritto alla contraccezione, possano lavorare, avere un salario, possano votare ecc. ecc. Ma noi sappiamo che questo non può cambiare profondamente il sistema inegalitario e produttore di disuguaglianze nella scuola, nella salute, nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel lavoro. Le lotte delle femministe del Sud o di minoranze del Nord è su questo terreno che si giocano ed è quello che il femminismo civilizzatore rifiuta. Perchè sono francesi di sinistra e ripeto di sinistra? Una sinistra anche anticolonialista, che in passato ha sostenuto gli algerini o i vietnamiti, va bene, ma sono loro che hanno prodotto l’islamofobia in Francia.

Perche in Francia c’è una difficoltà a capire che anche il femminismo è stato penetrato dal razzismo e dal pensiero coloniale così come tutte le altre ideologie. Ma bisogna capire che siamo nel 2019 e che l’islamofobia è lo strumento attraverso il quale si ricostituisce l’unità nazionale francese, se c’è una questione che riguarda una donna con il velo allora di colpo c’è un’unità tra la sinistra fino all’estrema destra tutti sono contro la donna velata che diventa il nemico della Repubblica. Quindi occorre porsi la questione di come si crei questa alleanza tra sinistra e estrema destra nella costruzione del nemico interno. Bisogna sempre porsi nuovi interrogativi, nuove riflessioni, nuove analisi sugli eventi sugli approcci ecc. Come per esempio rispetto alle lavoratrici nelle pulizia, questo fenomeno aggiorna la lotta femminista sotto molti aspetti che prima non avevamo pensato, ci permette di andare oltre la questione dei diritti civili, ci fa porre delle domande come : chi sono queste donne, da dove vengono, che condizioni di lavoro hanno, come funziona il lavoro, quali conseguenze hanno i prodotti chimici sui loro corpi, ecc. Il femminismo civilizzatore è l’ideologia pura. È retorica. Non ho mai visto le firme di queste donne su delle petizioni contro l’islamofobia, o per il sostegno alle donne palestinesi o per le donne velate.

Dopo la crisi del 2008 abbiamo assistito a dei cicli globali di lotte di occupazioni di piazza nel 2011 e 2013 e scioperi femministi nel 2016 fino al 2019. Come queste lotte, molto spesso condotte al di fuori del mondo occidentale, rinnovano l’internazionalismo?

Internazionalismo per me è una nozione da rivedere ma come lo dimostrano le lotte di donne in Polonia, est Europa, perchè anche nelle parti di mondo considerate centrali come l’America del Nord o l’Europa occudentale ci sono degli spazi considerati periferici che non sono periferie in sè ma che sono constituiti come tali rispetto al centro, le periferie dell’Europa sono per esempio il Portogallo la Grecia, l’Europa dell’Est, la domanda allora è come le lotte di queste donne delle periferie influenza e interroga anche le lotte delle donne del centro. Storicamente la nozione di internazionalismo ha riguardato una costituzione di fronti comuni (Bandung nel 1955 o la costituzione tricontinentale) oggi è da intendersi come la circolazione di lotte che crea la circolazione di approcci metodologici e di forme di lotta che tendono a rederle più orizzontali, più trasversali, meno di grandi leader, che è un modo molto machista di costruire le lotte, con un’attenzione alla costruzione di spazi di collaborazione e di creazione collettiva. Significa chiedersi come stiamo rispondendo a questa ingiunzione degli anni 80 che non esistano delle alternative al capitalismo oggi, come non esistano alternative alle nuove condizioni di sorveglianza, di oppressione, di controllo, di disciplinamento, come le nuove identità internazionali non si rifanno più ai confini degli stati-nazione nella ricostituzione di fronti comuni ma come a partire dal basso si costruiscono delle nuove vie di circolazione di idee, di testi, di riflessioni. Un internazionalismo che deve essere profondamente trasversale che siginifica non solo fronte comune ma che sia antiautoritairo, che non cerchi una mono-lingua/cultura/genere/sessualità/.. è quindi all’interno delle questioni queer, delle lavoratrici del sesso, nelle lotte dei popoli autoctoni dove si creano nuove forme di internazionalismo, ossia quando riguardano tutte quelle persone che stanno al di fuori di un’identità essenzialista, considerata autentica, è lì dove si parte da posizioni antirazziste, anticapitaliste, antiautoritarie e che propongono nuovi campi di alternative come campi autonomi di creazione e di invenzione.

 

 

 

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