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Articoli filtrati per data: Tuesday, 08 Gennaio 2019

 

Da qualche giorno a Palermo non si parla che di lui; e anche in Italia riecheggia il suo faccione da politico navigato: il sindaco Orlando si è preso la scena. Ha scelto il set e anche il secondo attore nel ruolo di nemesi: il leghista Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ai due si è temporaneamente aggiunto nel ruolo di comparsa tale Fabio Citrano, componente dell’ufficio stampa del Comune di Palermo e autore di quel colorito fuori-copione ormai divenuto celebre: il “Suca” rivolto allo stesso Salvini via twitter. La trama è confezionata, il finale da scoprire.

Cosa ci dice il conflitto apertosi di recente tra un gruppo di sindaci italiani (con in testa Leoluca Orlando ma anche Luigi De Magistris) e il governo M5S-Lega in tema di Decreto sicurezza? Potrebbe raccontarci tanto come non raccontarci proprio nulla; questioni di punti di vista e questioni di scelte che verranno. Con ordine.
La parte che i sindaci contestano al Decreto voluto da Salvini è quella relativa ai migranti: diritto d’asilo, permessi di soggiorno, centri di accoglienza. Basta questa – dicono i sindaci – per ritenere illegittimo il decreto in quanto crea più insicurezza nelle città violando, inoltre, una serie di diritti fondamentali. Così, tra i vari appelli rivolti al governo a rivedere queste norme si erge la figura del sindaco di Palermo che, prima, firma l’atto di sospensione del decreto – con conseguente visita della Digos negli uffici anagrafe del Comune - , poi, annuncia il ricorso presso la Consulta. Insomma, pare proprio che Orlando voglia andare fino in fondo in questa partita.
Il dibattito creatosi a Palermo assume proporzioni vastissime; non sempre però la qualità segue la quantità. Nell’attuale polarizzazione social delle posizioni politiche il rischio, infatti, è quello di farsi schiacciare nel giochetto delle appartenenze “pro-Orlando” o “pro-Salvini”; o nella pericolosa trappola della critica fine a se stessa “perché Palermo è ricca di problemi, non possiamo occuparci di questo”.
Chiunque invece creda non servano i suddetti giochetti cerca di semplificare il quadro al netto delle contraddizioni di fase e dei soggetti in questione. Serve cioè entrare nel vero merito della questione: il Decreto Sicurezza! E questo è obiettivamente irricevibile. perché colpisce sì i migranti, ma colpisce più in generale i poveri, soprattutto quelli che provano a combattere questa propria condizione. Perché non migliora affatto la vita in città come Palermo, anzi. Perché non affronta le problematiche davvero sentite come tali nei nostri quartieri e finisce per criminalizzarne le risposte sociali. Insomma, il Decreto non va bene!
Ma ci sono altre due questioni di grande (forse) interesse politico. La prima riguarda i “sostenitori” di queste scelte di disobbedienza istituzionale, almeno dalle nostre parti. Infatti, per quanto criticabile sia un certo approccio da “sinistra” alle tematiche già citate, e da “società civile” nel rifiuto delle scelte di questo governo, il verificarsi di questi scontri e la polarizzazione che ne consegue stanno anche radicalizzando (rabbia) alcuni di questi settori. E questo male non fa in territori in cui serve tener vivo e saldo un sentimento antileghista.
Dall’altro lato – ed è la seconda questione – interesse desta anche il ripetersi di una dinamica di scontro “geografico” tra città e Stato centrale. Non è questa la sede per approfondire il tema ma basti qui notare come, anche in questo caso (e sempre più spesso di recente), gli interessi delle comunità, di enti e istituzioni locali, dei territori collidano con quelli dello Stato centrale. E questo è di grande interesse visto il tentativo in atto da parte di Lega e M5S di rigenerare una qualche idea di “statualità necessaria”.


Detto tutto questo non possiamo non specificare come palesi ed evidenti siano i limiti di attori politici quali Leoluca Orlando e chi al momento lo sostiene in questa contrapposizione di posizioni rispetto al Ministro dell’interno. Perché continuano a dimenticarsi - e dovrebbero cominciare a maneggiare di più - tutte le parti del decreto sicurezza che colpiscono chi protesta, chi si ribella alle condizioni di vita imposte o chi tira a campare. Neanche gli occupanti di case hanno diritto alla residenza, migranti o meno che siano. Ma potremmo parlare anche degli innumerevoli diritti negati nella città che (non dimentichiamoli mai) conta il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’europa e vede partire per andare chissà dove migliaia e migliaia di giovani ogni anno.

Ancora oggi lo scontro, tra i due, sembra andare avanti sul tema delle ville confiscate alla mafia che Salvini dovrebbe consegnare ai palermitani. Resta da vedere, dunque, come continuerà questo scontro per capire chi è più determinato, chi più astuto, chi si sta solo giocando partite elettorali....
Intanto ogni occasione è buona per un fortissimo “suca” verso il caro Salvini

 

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Pubblichiamo la traduzione di questa lettera giunta al settimanale francese Lundi.am in omaggio a quello che verrà identificato come Cristophe Dettinger, il pugile che ha difeso i gilet gialli durante la mobilitazione di sabato scorso a Parigi. Nelle ore successive alla manifestazione, le immagini di Cristophe che fa indietreggiare a pugni una linea di poliziotti in assetto anti-sommossa hanno invaso le televisioni francesi e i media italiani suscitando forti emozioni. Da una parte lo choc e la condanna da parte della politica e del giornalismo, dall'altra una forte simpatia popolare per questo ex-campione dei pesi massimi leggeri. Per lui e la sua famiglia è stata organizzata una raccolta fondi spontanea che ha raggiunto quota 117'000 euro in meno di 48 ore mentre un video pubblicato dalla suocera poco prima del suo arresto, in cui Cristophe spiega le ragioni del suo gesto, ha già ricevuto oltre un milione e mezzo di visualizzazioni. 

Non ero a Parigi questo weekend. Portavo il mio Gilet Giallo in una città del sud, dove eravamo più numerosi delle scorse settimane. Ciò che ha illuminato la mia giornata, però, non è stata la visione delle centinaia di casacche fosforescenti ma, tornando a casa, la scoperta del video di Cristophe, il pugile parigino. Non firmerò questa lettera col mio nome, mi dispiace per quelli che l’avrebbero apprezzato, ma è a causa della (attenzione giornalisti, turatevi le orecchie) repressione. Ciò che dirò non piacerà alla folla odiosa dei macronisti, ne a quelli che hanno cambiato casacca gialla. Ma, sì, Cristophe è un supereroe. Non perché sa ristabilirsi come Spiderman o perché tira saracche come Sagat. Più semplicemente, ed è cosa rara, perché ci ha mostrato una maniera degna di agire.

Non parlerò del famoso “contesto”. I GG e i loro sostenitori lo conoscono. Il contesto generale: le migliaia di feriti e di arresti arbitrari, le mani strappate e gli occhi spappolati nel silenzio mediatico e con la benedizione del governo. Il contesto particolare: dei gendarmi che bloccano il corteo dei Gilet su un ponte, e che fanno non si sa bene cosa (che buona idea!). I commentatori, loro, se ne fregano del contesto. O meglio, se ne servono esattamente come vogliono, purché permetta loro di far passare i poliziotti come vittime o scusare le loro violenze. A Mantes-la-Jolie la polizia filma dei ragazzini inginocchiati per ore con le mani sulla testa? Si impugna il contesto (de brutti scontri da parte di cattivi ragazzi delle banlieue). A Parigi dei manifestanti tirano oggetti sulla polizia in moto? Si metterà il contesto e le granate (tirate su una folla che non gli aveva chiesto nulla) sotto il tappeto.

No, poco importa il contesto, i video sono bastati a rendermi felice, vedendo Cristophe tuffarsi di testa per cominciare a far indietreggiare una linea di robocop da solo.

In una prima sequenza, si vede quest’uomo, grande, vestito di nero e con un cappello, effettuare una figura aerea, atterrare nonostante tutto sulle gambe, riaggiustare il suo copricapo e poi far susseguire i jab contro lo scudo di un gendarme, che cede sotto i colpi ed è obbligato a indietreggiare mentre i suoi colleghi rinunciano a sostenerlo. Questo video ha provocato la mia ilarità ma anche la solita cacofonia: “violenza”, “inaccettabile”, “intollerabile”, blablabla. Persino la Federazione di Boxe ha fatto un comunicato.

Di quale violenza parliamo? Di quella di un uomo che non ha protezioni, né armi che boxa, in uno contro quattro, contro un poliziotto dotato di gilet rinforzato, scudo, casco con visiera anti-proiettili, ginocchiere, robe sulle spalle, manganello, granate disposte sulla schiena e decine di colleghi intorno. Un uomo a mani nude davanti a un robot (dove è la fessura per infilare i soldi dell’aumento [concesso da Macron per continuare a reprimere le proteste]?). Quali ferite si inventeranno?

Allora si dirà che il tipo è un pugile e che, benché non sia armato, è il suo corpo ad essere un’arma! È vero… è vero che dopo aver eseguito cosi tanti arresti di GG per “attruppamento armato” perché avevano quattro cavolate nel portabagagli, dopo aver confiscato delle maschere a gas (perché comunque se i GG non sputano i polmoni non vale), si potrebbe arrestare i manifestanti a causa del loro corpo o delle loro competenze. Un punching-ball da fiera al pedaggio e si testano i GG uno a uno. Troppo forte? Divieto di manifestare.
Si potrebbe anche imporre i guantoni in corteo.
In realtà non c’è storia. Nel combattimento di Cristophe, c’è sempre la stessa disproporzione tra una polizia sovra-armata da un lato e dei manifestanti che non hanno altro che loro mani.

Non c’è neanche lo scatenarsi di una violenza in quelle immagini. Perché in realtà ciò che “sconvolge” la maggior parte dei politici e dei giornalisti (in fusione da due mesi a questa parte) è che non siamo deboli. Che non diamo l’immagine di gente debole. Quando è ciò che vorrebbero vedere. Ci vorrebbero vedere in primo luogo poco numerosi. Grande è stata la delusione quando a fine giornata il Ministero è stato obbligato di ammettere che si assisteva a una “ripresa” del movimento. Sabato, all’inizio del pomeriggio, il canale LCI titolava “meno di mille manifestanti in tutta la Francia, a parte Parigi”. Meno di mille! Perché mille? Perché non due? “Due gilet gialli avvistati ai lati della D332 con un cric” sarebbe stato quasi più credibile.

Ci vogliono vedere poco numerosi e inoffensivi. Prima ci avrebbero voluto veder fare un pic-nic (il 24 novembre), poi manifestare in gabbia (l’1 dicembre), poi manifestare in stato di fermo (l’8 dicembre), poi non manifestare affatto (durante le feste). Visto che non abbiamo esaudito nessuno di questi desideri dei poliziotti e degli editorialisti, ogni nuova manifestazione delle nostra determinazione è un oltraggio. Ed è dunque qui il vero scandalo: questo sabato non eravamo deboli. Nonostante la conta falsa eravamo numerosi. E nonostante le intimidazioni, le minacce, i blocchi, le perquisizioni non ci siamo lasciati fare. Soprattutto Cristophe.

In un secondo video si vede sulla passerella un corpo a corpo tra Gilet Gialli e gli stessi agenti in assetto anti-sommossa. In mezzo a questa rissa, Cristophe tira dei calci a un gendarme cascato a terra. Secondo scandalo. Oltre a essere violento sarebbe quindi un vigliacco. È vero che non è un gesto di gran classe. Deve saperlo Cristophe visto che pratica la nobile arte. È squalifica assicurata. La zuffa è catturata dalle telecamere sotto-televisive di internet. Che si affretteranno a diffondere gli estratti hollywodiani quasi in diretta. Come qualche settimana prima con gli scontri tra GG e motociclisti della polizia sugli Champs. Con questi video attira-mosche, i merdaioli del governo formeranno la pillolina da far ingoiare alle agenzia di stampa: “linciaggio”, “fazioso”, “antisemiti”! Macron ne ha fatto un rosario il primo dell’anno: è la “folla odiosa” che se la prende contro “gli eletti, le forze dell’ordine, i giornalisti, gli ebrei, gli stranieri, gli omosessuali”. Nei salotti televisivi si richiede a bocca aperta questo genere di zuccherini, i videoclip di “violenze” trovati su internet, titolati in sovraimpressione col linguaggio del partito del presidente.

L’ineguaglianza dei mezzi a disposizione dei belligeranti: un gilet giallo davanti a un’armatura, può spiegare questo genere di colpi bassi. Forse anche la curiosità, che spinge a muovere con la punta di piedi una carcassa di plastica e metallo come a verificare se c’è davvero qualcosa di umano là dentro. Certo di poca classe ma vigliacco pertanto? I GG si ricordano tutti di un evento che permette forse meglio di stabilire cosa è la vigliaccheria. Il primo dicembre (giornalisti: copritevi gli occhi parlerò di violenza della polizia) un uomo è picchiato al suolo da 8 agenti in anti-sommossa. L’hanno inseguito in una strada. Erano armati e l’hanno picchiato a più riprese con i manganelli. Se quest’atto è un una vigliaccheria innominabile non è perché l’uomo era a terra. Non è perché erano 8 contro 1, perché avevano delle armature e lui solo un cappello, perché avevano dei manganelli e lui assolutamente nulla. È perché quei poliziotti sapevano che sarebbero stati coperti. Potevano picchiare senza timore.

Cristophe è stato arrestato dopo qualche ora, perché è stato celermente identificato (non era nemmeno a viso coperto). Se i poliziotti violenti potessero essere identificati altrettanto rapidamente sarebbero puniti non è vero? Il giorno stesso degli exploit di Cristophe, un poliziotto è stato filmato mentre prendeva a pungi un manifestante senza protezioni. La sua identità è stata rapidamente resa nota sui social. Il Procuratore della Repubblica ha comunque deciso di non aprire alcuna inchiesta contro di lui. È libero.

Chi sono i deboli e vigliacchi? Su una rotonda, poi in un corteo, due poliziotti diversi mi hanno detto: “non bisognerà venirci a chiamare quando ci saranno degli attentati”. Sui social diversi poliziotti invitavano Cristophe a un duello, a dei combattimenti di boxe uno contro uno. A Nantes lo stesso sabato un poliziotto portava una maschera di Punisher. È tutto il dramma dei poliziotti: si vedono come degli eroi, degli uomini forti, l’ultima barriera della Francia davanti al caos quando ciò che fanno, da due mesi, tutti i sabati, è tirare proiettili di gomma sulla testa dei liceali, lanciare granate esplosive senza mirare e nella folla, dare colpi di manganello ai vecchi, strappare i telefoni che li filmano, trascinare giovani donne al suolo e per i capelli, confiscare occhialetti da piscina, bloccare la gente su un ponte perché vuole arrivare al parlamento. Abbiamo visto supermen migliori,

Che le cose siano chiare. La debolezza e la vigliaccheria non sono le saracche di Cristophe. È sfigurare manifestanti mentre si nega di mirare alla testa. È fare tutti i giorni il provocatore su Twitter e scappare dalla porta sul retro del Ministero quando qualcuno viene a suonare. È fare una denuncia per “violenza” contro qualcuno che si è appena picchiato. È dire “che mi vengano a prendere” con due elicotteri pronti a decollare nel cortile. È lanciare granate disaccerchianti sulla folla e poi reclamare 45 giorni di prognosi per choc psicologico perché ti hanno lanciato contro due monopattini. È dire “forza e onore” e non avere né l’una né l’altro.

Mi hanno avvertito di “non sostenere Cristophe senza sapere chi è”. Forse è un pedo-nazi o peggio un macronista inflitrato. La questione non è quella dell’uomo né del pugile ma del suo gesto. Che ci ha ridato coraggio e che deve ispirarci. Non significa mettersi a fare boxe inglese. Vuol dire: avanzare, non indietreggiare, restare determinati.

da Lundi.am

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Da ieri circola la notizia del primo combattente italiano morto in Siria del Nord tra le fila dell’YPG. La notizia è iniziata a circolare attraverso un comunicato delle YPG-JPG, che parla di un incidente al confine tra Siria, Turchia e Iraq nella città di Derik, nel nord-est siriano. La data della morte sarebbe il 7 dicembre, il comunicato invece è arrivato solo ieri.

Il nome del combattente caduto è Giovanni Francesco Asperti e il suo nome di battaglia Curdo era Hiwa Bosco che significa speranza. Era originario di Bergamo e avevo fatto la scelta di combattere Daesh in Siria solo da qualche mese. Attraverso il comunicato pubblicato sul sito dei combattenti curdi si rende onore alla scelta fatta da Asperti, un combattente che ha dato esempio di quello che vuol dire condurre una vita da rivoluzionari agendo fino all’ultimo sulla base di questi valori.

Adesso si aspetta di capire se Asperti aveva deciso di essere sepolto in Italia o in Siria e a quel punto anche i familiari sapranno se la salma di Giovanni tornerà a Bergamo o resterà nel luogo dove lui aveva deciso di combattere per la libertà.

 

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