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Articoli filtrati per data: Sunday, 06 Gennaio 2019

In migliaia hanno sfidato le temperature glaciali e la neve per manifestare ancora una volta contro lo strapotere del presidente Aleksandar Vucic, per la libertà di espressione delle forze politiche di opposizione e contro la violenza politica con cui il partito di Vucic, l’SNS (Partito Progressista Serbo) - di orientamento conservatore ed europeista - si mantiene saldamente al potere.

“La Serbia si sta sollevando lentamente, l’intera città sta insorgendo... saremo sempre più numerosi”, ha dichiarato l’attore Branislav Trifunovic, uno dei leader del movimento, alla televisione privata N1. Come sabato scorso, i manifestanti hanno sfilato sventolando bandiere serbe e dietro un grande striscione con il nome del movimento: “1 su 5 milioni”. Lo slogan si riferisce a una dichiarazione di Vucic, che dopo la prima manifestazione promise di non cedere alle richieste del movimento nemmeno “se fossero scese in piazza cinque milioni di persone”.

Le proteste sono state scatenate da quello che è apparso come l’ennesimo atto di prevaricazione politica dell’SNS, il pestaggio del leader di sinistra Borko Stefanovic nella cittadina di Krusevac, Serbia centrale, il 23 novembre 2018. Per l’attacco sono stati arrestati 5 uomini, legati ad ambienti vicini al partito di governo, che sono stati rilasciati senza accuse. Il pestaggio di Stefanovic si aggiunge a una lunga serie di intimidazioni, attacchi e omicidi ai danni di militanti dell’opposizione e giornalisti, come l’assassinio del politico serbo di origini kosovare Oliver Ivanovic e il tentato omicidio del giornalista e blogger Milan Jovanovic. Solidarietà viene espressa anche nei confronti di “Pravda Za Davida”, “verità per Davide”, il movimento che sta scuotendo la Bosnia chiedendo giustizia per David Dragicevic, ragazzo ventunenne ucciso e torturato - probabilmente dalla polizia - nella città a maggioranza serba di Banja Luka.

Formalmente organizzate dal gruppo di opposizione “Protesta contro la Dittatura”, che aveva già riempito le piazze dopo l’ennesima vittoria elettorale dell’SNS e la nomina di Vucic a primo ministro nell’aprile del 2016 (è stato nominato presidente della Repubblica nel 2017) le manifestazioni sono prive di qualsiasi bandiera di partito e non fanno riferimento all’opposizione parlamentare, che pure le appoggia e sostiene. Col progressivo aumentare del numero di partecipanti sono state stilate anche le prime rivendicazioni: dimissioni del ministro degli Interni Stefanovic, responsabile del clima di intimidazioni e violenze ai danni dell’opposizione sociale e parlamentare, più spazio nei canali televisivi nazionali - megafono esclusivo dell’SNS - per le richieste del movimento e le istanze sociali e l’apertura di inchieste indipendenti sulla morte di Ivanovic, il pestaggio di Borko Stefanovic e gli attacchi e le violenze contro gli oppositori del governo.
Una parte massiccia del movimento, inoltre, rappresentata soprattutto dai giovani che già nel 2016 e nel 2017 avevano protestato per settimane a Belgrado contro Vucic, chiede con sempre più forza nuove elezioni ed osservatori indipendenti per fugare il pericolo di brogli.

Proprio di questi giorni è la prima timida apertura di Vucic alle richieste della piazza, dopo che si è rifiutato di riconoscere il movimento per oltre un mese, ridicolizzando i suoi esponenti e vantandosi di non voler accettare nessuna delle rivendicazioni pervenutegli. In una conferenza stampa ha offerto qualcosa di simile a un tavolo di trattativa ed è apparso in televisione apostrofando i manifestanti con le parole “parliamo di ciò che non va e miglioriamolo insieme”. Pare essere arrivato a più miti consigli dopo la quinta prova di forza della piazza e uno sguardo ai sondaggi che danno l’SNS in calo per la prima volta dalla sua fondazione nel 2008. È improbabile, tuttavia, che ceda sulla richiesta più pesante, quella di convocare nuove elezioni, soprattutto se si considera che il consenso del suo partito sfora il 50% e che dalle proteste di piazza non sembra prendere forma una forza di opposizione in grado di competere con l’SNS sul piano elettorale.

Proprio il futuro del movimento sta generando un profondo dibattito all’interno delle sue componenti, grossomodo divise dalla linea generazionale: quella giovanile, memore delle proteste di piazza del 2016 e 2017, intenzionata a far cadere il governo e non disposta a delegare la lotta ai partiti politici di opposizione e quella più anziana, soprattutto veterani della protesta di massa del 2000 intenzionata a cercare una convergenza partitica per battere Vucic nelle urne.

 

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On January 3 the Digos political police in Turin notified the request of "special surveillance" for two years – with compulsory residence in Turin – brought forward by the city's public prosecutor against those who supported the Rojava revolution.

The recipients of this measure are Paolo, Eddi, Jak, Davide and Jacopo, five youth that - in various ways - supported on the ground, in the latest two years, the efforts of the peoples of Northern Syria in defence of the confederal revolution against the aggression by the Islamic State. Special surveillance is an invasive measure of control which inflicts – upon a judge's ruling – the ban of leaving the place one is being confined to, and to compulsory report to surveillance authorities on specified days and at any time upon request. It is a measure which strongly damages personal freedom, derived from the fascist Rocco law but enforced many times in a pejorative way, and that can be renewed by the court which inflicts it.

The request by Public Prosecutor Emanuela Pedrotta, specialized in the systematic persecution of the No Tav struggle and of the Turinese political militants starts from the hypothesis of the "social dangerousness" of the five who, by joining YPG and YPJ – the people protection units involved in the fight against ISIS – would have learnt using weapons. A reconstruction being cursory and self-evident at the same time. Whether, on one hand, it is obvious that in a war zone it is essential to defend by any means necessary the civilian population from the terrorist organizations – exactly like the YPG and the YPJ do, with an evident function of protection and not social dangerousness – it is also true (as stated by the many reportings and testimonies of the five themselves) that not all of them joined the military and popular groups; but also contributed to the defence of Rojava by supporting and participating in the civilian organizations of the Northern Syrian Federation. A dangerous generalization that seems to undermine the right and duty of information of everybody reaching and living in the complex background of war zones, especially in a scenario being highly misrepresented in the Western media like the one of the Syrian conflict. Actually, on this portal we gladly featured the reportings of some of the five about the developments of the popular resistance against Jihadi gangs in the cities of Afrin or Manbij. A meritorious contribution, one being almost absent from the media outlets of this country, and that, as a recipient of the request keeps repeating in these hours, "I would do it a hundred times over".

The hearing for the request by Turins public prosecutor is set for January 23 at 10 am. Updates on the mobilizations from now to January 23 against this attack and intimidation willing to hit those who struggle and support the freedom of the peoples against the Islamic State tyranny will follow.

Solidarity to the five, Biji YPG, Biji YPJ

 

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Radio Onda d’Urto propone ad ascoltatori e ascoltatrici l’audio della conferenza che si è svolta all’Arci di Carpenedolo (BS) sabato 1 dicembre 2018.

Titolo dell’incontro: “Marx: ieri, oggi e domani?” in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx.

Relazione di Elia Zaru, della nostra Redazione oltre che dottorando della Scuola Normale Superiore di Pisa

Dottorando in Culture e società dell’Europa contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, Elia Zaru svolge attività didattica integrativa all’Università degli Studi di Milano dove collabora con le cattedre di Storia delle dottrine politiche, Storia del pensiero politico contemporaneo e Storia delle categorie politiche.

Insieme ad altre – i organizza il corso di perfezionamento in Teoria critica della società all’Università di Milano-Bicocca. Fa parte della redazione delle riviste Glocalism. Journal of culture, politics and innovation e Quaderni Materialisti oltre che, dal 2009, del collettivo redazionale di Radio Onda d’Urto.

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daradiondadurto.orgradiondadurto.org

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in CULTURE

Palestina. Almeno 15 gazawi sono stati feriti oggi, venerdì 4 gennaio 2019, dal fuoco di militari israeliani mentre partecipavano a dimostrazioni lungo il confine con Israele. Intossicati anche 5 paramedici.

Migliaia i manifestanti arrivati lungo il confine per 41esimo venerdi’ consecutivo di manifestazioni nell’ambito della “Grande marcia del Ritorno”.

Intanto alta tensione Anp – Hamas dopo il raid notturno che ha devastato la sede di Gaza della tv ‘Falastin’, legata all’Anp, che ha condannato l’attacco, condotto da ”mercenari e da squadristi pagati per seminare il caos a scapito delle istituzioni ufficiali della Palestina”. L’autorità delle telecomunicazioni dell’Anp accusa direttamente Hamas, accusata di “voler mettere a tacere a Gaza ogni voce che non sia la propria” e ha paragonato questo comportamento a “quello mantenuto dalle forze militari israeliane in Cisgiordania”.

Un’altra notizia, di ben altro tenore, arriva invece dalla Sinistra palestinese: cinque partiti – Fplp, Fdlp, Iniziativa – Al Mudaraba (il movimento di Mustafa Barghouti), Partito del popolo (comunisti) e Feda (socialdemocratici) hanno annunciato la formazione dell’Unione Democratica, un terzo polo alternativo a Fatah e Hamas.

L’Unione mira ad allargare “l’offerta di partiti della sinistra – si legge in una nota – per attrarre maggiore consenso nei Territori palestinesi. La strategia si basa sul principio della liberazione nazionale e sociale per raggiungere l’autodeterminazione e l’indipendenza palestinesi e per costruire la giustizia sociale, stabilendo uno Stato palestinese indipendente con piena sovranità sui Territori palestinesi occupati da Israele”.

I leader delle cinque formazioni hanno concordato di lavorare insieme come un gruppo sotto l’egida dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). “L’Unione sarà uno strumento di lotta per affrontare tutte le attuali sfide che minacciano la causa palestinese e riconquistare l’unità palestinese sotto l’Olp”.

È la prima volta che i partiti di sinistra palestinesi formano un fronte così ampio da quando l’Olp è stato fondato nel 1964. Alle elezioni del 2006, le ultime in Palestina, i cinque partiti ottennero, assieme, circa il 13%-15%, contro il 44% di Hamas e il 41% di Fatah.

Ne parliamo con Francesco Giordano, compagno del Fronte Palestina. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

da radiondadurto.orgradiondadurto.org

 

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