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Articoli filtrati per data: Thursday, 03 Gennaio 2019

Sono più di 3 milioni le donne che nella giornata di martedì 1 gennaio hanno partecipato alla catena umana chiamata “muro delle donne” per ribadire il loro diritto ad entrare nei luoghi di culto.

La dimostrazione era anche appoggiata dal governo del Kerala (regione meridionale del paese) che nel mese di settembre aveva abolito il divieto storico di accesso al tempio indù Sabarimala alle donne. Durante la notte fra il 1 e il 2 gennaio, due donne, Bindu e Kanakdurga, sono riuscite ad entrare per la prima volta nel tempio sacro, il quale è poi stato chiuso per un’ora per effettuare un rituale di purificazione in risposta all’ingresso delle due donne. Nonostante l’emendamento del governo nessuna donna era ancora riuscita ad entrare nel tempio. Il primo tentativo era avvenuto ad ottobre da parte di altre due donne, ma alcuni religiosi integralisti le avevano bloccate. Da allora decine di donne avevano provato a compiere il pellegrinaggio al tempio Sabarimala come gesto di protesta.

Questi due episodi hanno scatenato una feroce reazione nella regione. In numerose città si sono sollevati fondamentalisti religiosi, tradizionalisti e gruppi di destra. Ieri sono avvenuti tafferugli sotto il Parlamento della città di Thiruvananthapuram, capitale del Kerala. Le proteste delle donne hanno inoltre polarizzato le posizioni politiche del paese. Il Partito Popolare Indiano (BJP), a alla guida del paese, attraverso il leader Sreedharan Pillai ha definito “devastante, una cospirazione degli atei” l’iniziativa delle due donne entrate nel tempio. Anche il primo ministro Narendra Mori, appartenente al BJP, si è esposto: “il divieto è un credo religioso, non una questione di parità di genere”.

Bindu and Kanakadurga

 

Per quanto alle nostre latitudini si possa essere influenzati e traditi da uno sguardo coloniale orientato perennemente a rinvenire la salvifica lotta tra forze modernizzatrici e quelle della conservazione, la partecipazione massiccia delle donne del Kerala a questa protesta rivela un uso politico della religione per riconquistare uno spazio di autodeterminazione sorprendente. Centinaia di migliaia di donne indiane misurano su una scala collettiva e di massa le sfide che quotidianamente sono costrette ad affrontare in solitudine: la violenza e il problema dell'autodifesa, la subalternità e il problema della della visibilità in una società prepotentemente maschilista. L’India è tutt’oggi uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di violenze sessuali e mutilazioni e aggressioni nei confronti delle donne.

 

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Notevoli sono le mosse delle grandi e medie potenze - negli ultimi giorni, per non dire nelle ultime ore - per sciogliere a proprio vantaggio l’impossibile nodo del conflitto mediorientale.

Nell’eroica mobilitazione dei popoli della Siria del Nordest (schieratisi in massa nelle città lungo il confine contro le manovre dell'esercito turco e dei suoi alleati jihadisti) e nel silenzio (o nell’assenso) di quelli degli altri attori regionali, a finire sotto i riflettori sono ancora una volta gli interessi delle classi dirigenti – ridotti al minimo comune denominatore del discorso geopolitico.

È stato l’annuncio di Trump del 19 dicembre scorso, che poneva fine a 4 anni di intervento statunitense in Siria, ad innescare una spirale che ha portato alle dimissioni a catena del Segretario alla Difesa Mattis e dell’inviato speciale per la coalizione anti-ISIS McGurk, ai tamburi di guerra turchi ed ai negoziati tra regime di Damasco ed amministrazione democratica della Siria del Nordest per rintuzzare il disegno imperialista di Erdogan. Producendo una situazione sul campo paradossale: nel distretto di Manbij si segnalano la presenza contemporanea dei vessilli a stelle e strisce, del regime e dell’amministrazione democratica del Consiglio Militare di Manbij, formalmente ancora al comando dell’abitato a maggioranza araba.

Ma le dichiarazioni di inizio anno di Trump, sotto la pressione di figure come il senatore repubblicano Lindsey Graham - pro-Israele, anti-Iran e da sempre massimo lobbista dell’industria bellica - hanno rimesso ancora una volta in discussione le tempistiche del ritiro statunitense, posticipandolo di quattro mesi. Ed alludendo ad una quadra apparentemente impossibile: sconfitta permanente dell’ISIS, prevenzione dell’Iran, protezione degli alleati curdi - clausola in cui hanno pesato il malumore del Pentagono e lo sdegno dell’opinione pubblica, anche attraversato da una forte mobilitazione internazionale, per l’abbandono delle partigiane e dei partigiani delle SDF.

L’unico scenario che potrebbe farne combaciare tutti i pezzi è quello di un'interposizione concordata della cosiddetta “NATO araba” in Siria del Nordest. Si è infatti assistito negli ultimi giorni a colloqui di alto livello tra vertici militari egiziani e siriani (che vantano forti legami storici e l'opposizione alla Fratellanza Musulmana ai vertici del potere in Turchia e Qatar); ed alla progressiva normalizzazione delle relazioni tra i paesi a guida saudita del GCC ed il regime di Damasco - con la riapertura dei confini giordani, delle ambasciate di Emirati Arabi Uniti e Bahrein nella capitale siriana e la possibile riammissione di Assad nella Lega Araba.

Fantapolitica? Benché decisivo, il contributo di Iran e Russia alla sopravvivenza del regime siriano (di fatto commissariato) potrebbe rivelarsi un’ipoteca troppo pesante ed ingombrante per la sua stabilizzazione e la ricostruzione post-guerra. Certo nemmeno i miliardi che il Golfo metterebbe sul piatto in tal senso potrebbero bastare a compensare anni di inimicizia, isolamento e tentato regime change ed influire sulle lealtà degli apparati del regime. Ma se c’è un fattore che, da tutte le parti, non è mai venuto meno in otto anni di conflitto è quello del cinismo e del realismo politico.

Un accordo tra Turchia e regime d’altro canto sarebbe problematico, oltre che per i popoli della Siria del Nordest, anche per l’alleato di punta degli Stati Uniti nella regione – Israele. Che vedrebbe consolidarsi le posizioni dei suoi nemici di nuova (Erdogan) e vecchia data (Assad). E dovrebbe porre delle domande anche ai fautori di una Russia da un lato a braccetto negli ultimi mesi con la Turchia - allo stesso tempo secondo esercito della NATO ed uno dei massimi sponsor del terrorismo jihadista in Siria e non solo - dall’altro impegnata nella lotta al fondamentalismo islamico in casa propria, come riportato alla ribalta in questi giorni da molti media filo-Putin.

Nel frattempo la sanguinosa parabola dell’ISIS sta avviandosi alla conclusione, almeno nei termini della sua forma-stato. Quello che era un soggetto transnazionale delle dimensioni della Francia, e in grado di minacciare le capitali di Siria ed Iraq, è stato ridotto a prezzo di innumerevoli martiri e battaglie ad una dozzina di km2 nella valle dell’Eufrate. E sotto l’offensiva delle SDF contro le ultime ridotte di Shaafa e Susah, nei primi bagliori del 2019 potrebbe iniziare ad essere declinato – finalmente – al passato. Togliendo ogni ragione di essere ad un ipotetico intervento NATO sotto bandiera turca - che già opprime da troppo tempo le popolazioni di Idlib ed Afrin.

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