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Articoli filtrati per data: Tuesday, 29 Gennaio 2019

Un'illustrazione di Annalisa Diani per la campagna "Siamo tutti Robin HoodSiamo tutti Robin Hood" in sostegno agli accusati di associazione a delinquere con la finalità di 'occupare alloggi di edilizia residenziale pubblica nel quartiere Giambellino Lorenteggio  di Milano.

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Da NonUnaDiMeno l'appello per un 8 marzo di sciopero e lotta.

L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità.

Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini.

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo!

Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo!

Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà.

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo!

Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro. Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce.

Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti.

Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali.

Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.

«Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

 

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Proponiamo un articolo scritto da Raul Zibechi sulla questione venezuelana. Una riflessione che inserisce gli accadimenti di queste settimane in un contesto geopolitico in trasformazione, in particolare rispetto alla crisi dell'egemonia globale statunitense.

Quando Donald Trump ha deciso di ritirare le truppe dalla Siria, nel dicembre passato, lo ha fatto perché aveva già preso la decisione di aprire un nuovo fronte di guerra. Questo nuovo fronte, possiamo dire senza il minimo dubbio, che sia L’America Latina. Il Venezuela è solo la prima delle trincee, mentre il piano del Pentagono consiste nell’affermare il controllo su suo “giardino di casa” in un momento come quello attuale dove il dominio geopolitico mondiale affronta una crisi senza precedenti.
Attualmente gli Stati Uniti non sono in condizione di combattere guerre in Asia. Non sono in condizione di dichiarare guerra alla Cina, e neanche al regime della Corea del Nord, una dittatura obbrobriosa con cui sta negoziando da oltre un anno. Non sono in grado neanche mantenere in piedi il loro intervento militare in Medioriente, oramai sottoposto al dispiegamento militare di Russia e Iran. La roboante sconfitta raccolta da chi ha voluto affrettare la caduta di Bashar al Asad, attraverso l’intervento neo coloniale di Francia e Inghilterra congiunto a quello del Pentagono, sarà una lezione difficile da dimenticare per i suoi generali.

Perchè l’America Latina? In questo continente si gioca il dominio mondiale della superpotenza che gli Stati Uniti sono stati dal 1945, la potenza che tirava le fila dello scacchiere mondiale, e che oggi non sono più. Iniziare dal Venezuela, come sottendono le strategie di Washington, è cominciare dal punto più debole. Il regime conta sull’appoggio di un settore di popolazione, probabilmente un terzo, e di una parte delle forze armate impossibile da quantificare.
In Venezuela per di più le elezioni sono illegittime e usate come scusa minima per mantenere in piedi la facciata di una democrazia inesistente. Niente di molto diverso da ciò che succede in Honduras e Guatemala, per esempio. La questione democratica è polvere di fronte alle grandi questioni geopolitiche. Per gli Stati Uniti, il controllo della principale riserva petrolifera del mondo, ma soprattutto il controllo dei Caraibi, sono due temi centrali per cui non prevedono trattativa alcuna .

Nicholas Spykman, il principale stratega geopolitico statunitense del secolo XX, è stato autore di due libri in cui si definisce la strategia da adottare nella la regione: America’s Strategy in World Politics, pubblicato nel 1942, e The Geography of the Peace, pubblicato l’anno successivo la sua morte, nel 1944. Nei suoi lavori Spykman divide l’America Latina in due regioni differenti dove gli Stati uniti devono adottare strategie differenti: una prima include Messico, America Centrale e Caraibi, con l’aggiunta di Colombia e Venezuela; mentre l’altra comprende tutto il Sud America al di sotto della Colombia e del Venezuela.
Secondo le tesi di Spykman, la prima è “una zona dove la supremazia degli Stati Uniti non può essere messa in discussione”, si tratta di “ un mare chiuso che appartiene agli Stati Uniti, e questo significa che Messico, Colombia e Venezuela rimarranno sempre in una posizione di assoluta dipendenza dagli Stati Uniti”.

In Sud America, continua lo stratega, qualsiasi minaccia all’egemonia statunitense arriverà da “A B C”(Argentina, Brasile e Chile). Spykman credeva che questi grandi stati “situati appena fuori dalla zona di influenza della nostra supremazia” possano provare “a controbilanciare il nostro potere attraverso un azione comune o attraverso l’uso di influenze al di fuori dell’emisfero”. Se ciò accadesse, scrisse su America’s Strategy in World Politics, “la guerra dovrebbe essere la risposta”.
Il professore di scienze politiche brasiliano José Luis Fiori rifletteva: “ Se tutte queste analisi, pressioni e avvertenze fatte da Nicholas Spykman non si verificassero, sembrerebbe uno scherzo di alcuni di quei “populisti latinoamericani” che inventano nemici esterni” (Sinpermiso, 16-XII-07).
E’ evidente che la “democrazia” sia una scusa a cui nessuno crede. In Venezuela convergono interessi geopolitici che non hanno la minima relazione con l’opposizione sinistra /destra ne con la democrazia. Una guerra civile nel nostro subcontinente è la peggior opportunità per i popoli della regione. Però potrebbe aiutare Trump a essere rieletto nel 2020, e insieme a lui prospererebbero i tirannucoli di ultradestra come Bolsonaro e Duque, e prospereranno gli affari e le grandi multinazionali quotate in borsa.

Traduzione a cura di BC
Articolo pubblicato su Brecha

 

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Lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto, avvenuto ormai quasi una settimana fa, impone una riflessione. Perché se è vero che le modalità non sono accettabili, è anche vero che non è la prima volta che lo stato – comprendendo questo governo, ma anche quelli precedenti, senza distinzioni – si manifesta solo ed esclusivamente con esse. Ed è vero che, come sempre, non si può parlare di una situazione senza guardarla nel suo complesso.

Quello che è successo, è che il 22 gennaio, martedì scorso, con un preavviso di meno di 24 ore, forze dell'ordine e pullman dell'esercito si sono presentati davanti al Cara di Castelnuovo di Porto – il secondo centro di accoglienza d'Italia per grandezza, dopo quello di Mineo. In pochi minuti, hanno preteso che le persone presenti nel Cara – donne, uomini, bambini, provenienti per la maggioranza da Nigeria, Somalia, Eritrea, Sudan – salissero sui pullman, direzione sconosciuta. La comunicazione circa le “operazioni” è arrivata solo il giorno prima ai gestori del centro. Diretta conseguenza del cosiddetto decreto Salvini e ordine, appunto, del ministro dell'Interno, il quale specifica che chi ha diritto alla protezione – perché in possesso di permesso di soggiorno per asilo, o perché ancora in attesa del giudizio finale della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale – continuerà ad essere accolto, ma in altre strutture, in altre regioni. Chi invece non ha diritto – ossia chi è in possesso di permesso di soggiorno per protezione umanitaria, e in base al decreto Salvini non gode dell'accoglienza – viene allontanato dal centro, e lì finisce l'intervento dello stato. Queste persone hanno cercato quindi in modo autonomo dei passaggi verso Roma, e non si sa dove andranno a finire.

Quello che è successo subito dopo, è che diverse persone hanno manifestato contro questa azione del governo. Il sindaco di Castelnuovo di Porto in primis, che ha sottolineato come questa operazione porti non solo al fallimento di ALCUNI percorsi positivi intrapresi con ALCUNE persone presenti nel centro, ma anche alla perdita del lavoro per oltre 100 persone, ossia i dipendenti della cooperativa Auxilium che aveva in gestione la struttura. Proprio i dipendenti hanno messo in atto una protesta davanti ai cancelli del Cara, insieme ad altre persone, che hanno manifestato solidarietà ai migranti e ai lavoratori: associazioni, sindacati, singoli. La parlamentare di LeU Rossella Muroni con la propria presenza ha bloccato un pullman in uscita dal centro, pretendendo delle informazioni circa dove venivano portate le persone. “Non discuto della legittimità dei trasferimenti, ma sui quei pullman ci sono donne, bambini, uomini. Vogliamo sapere dove andranno e cosa troveranno al loro arrivo”, ha affermato una volta lasciata la propria posizione, permettendo al pullman di passare. Si era saputo dove li avrebbero portati. Chissà se i trasferiti volevano andarci.

Quello che è successo, dopo, è anche che molte persone hanno offerto ai migranti coperte, vestiti, e anche posti letto in casa propria, in quella che i giornali definiscono una “gara di solidarietà”: locuzione molto usata dopo i numerosi sgomberi che DA ANNI stanno interessando questo paese, e Roma in particolare. Queste prove di forza dello stato, mai seguite (per non parlare di, utopia!, precedute), da interventi di sostegno alle persone, lasciano una desolazione che, a volte, viene colmata da singole cittadine e cittadini. Lo abbiamo visto dopo lo sgombero di Ponte Mammolo, che ha portato a quello che ora è conosciuto come Baobab, ad esempio. Non lo abbiamo visto con altre situazioni, come ad esempio lo sgombero di piazza Indipendenza.

Questo è, molto sinteticamente, quanto successo. Ma ci sono alcune cose che vanno dette. Il Cara non può essere difeso, per due ragioni: la prima, è contenuta nell'espressione che in questi giorni molti giornali stanno usando, ossia “il secondo Cara piu grande d'Italia”, che già di per sé dovrebbe far destare qualche dubbio. Il Cara di Castelnuovo è una ENORME struttura, che ha ospitato anche 800 persone (al momento dello sgombero c'erano poco meno di 400 persone). Una struttura recintata, con un gabbiotto di guardiania all'ingresso. Niente intorno: non un'abitazione, un bar, una stazione. Un senso di alienazione sconfortante si percepisce appena si arriva. Nel cortile che circonda la struttura, una stanza ospitava il presidio permanente di militari e carabinieri. Molte stanze versavano in condizioni fatiscenti, con le lenzuola di carta appese alle finestre, prive di tende o persiane. A colazione, pranzo e cena ci pensava un catering esterno. Il pocket money dato alle persone doveva essere speso all'intero di un piccolo market, dentro il centro.

La seconda ragione, forse la piu importante, comprende una riflessione piu ampia, che abbraccia il concetto di accoglienza. Ci sono strutture e strutture, certo, e il Cara di Castelnuovo era una delle peggiori. Ma il sistema di accoglienza in sé, quello portato avanti fin d'ora con la gestione delle cooperative, continua a proporre un modello gerarchico che non lascia spazio alla libera autodeterminazione delle persone, che inferiorizza, che obbliga le persone a concepire i propri diritti come concessioni, in situazioni prive di intimità, dove ogni passo è supervisionato da qualcuno a cui viene dato il potere di farlo: l'apertura della dispensa, l'orario per guardare la televisione, cosa mangiare e quando, tutto viene scandito dai ruoli presenti all'interno delle strutture.

Voi vivreste, felici, in questo modo?

Ora: le condizioni in cui è stato fatto lo sgombero sono indegne, certo. Esattamente come per gli altri sgomberi che si sono succeduti sempre piu frequentemente in questi anni: senza preavviso, senza soluzioni alternative, andando a creare sempre piu marginalità, destrutturando reti. Di fatto, creando piu problemi. A pensar male, verrebbe da dire che è una strategia: creare il disordine per poi dire che c'è bisogno di ordine. Ma solo a pensar male, sia chiaro.

Ma non è necessario legittimare una situazione indegna per opporsi a un'altra. Il Cara di Castelnuovo di Porto non è un modello positivo, come non lo è nessun centro, e men che meno “il secondo piu grande d'Italia”. Il Cara di Castelnuovo era un posto dove venivano, di fatto, messe le persone in attesa: del permesso di soggiorno, di un altro centro di seconda accoglienza, della cosiddetta relocation verso un altro paese europeo (ennesima trovata, peraltro guarda un po andata male, dell'Europa). Difendere il fatto che i bambini andavano a scuola, o che qualcuno sia riuscito a inserirsi in un percorso positivo di “integrazione” sociale, è dichiarare il nulla, visto che l'istruzione è un diritto sancito costituzionalmente, e per quanto riguarda i singoli che seguono percorsi..bè, dovrebbe essere, stando all'ufficialità, l'obiettivo dichiarato di ogni centro.

Con lo sgombero, le persone sono state trasferite, come pacchi, da un giorno all'altro. Qualcun altro ha deciso per loro.

Nel Cara, le persone dovevano rimanere (a volte anche anni) in condizioni pessime, in un circuito di assistenzialismo, in attesa dell'esito di una risposta: dalla Commissione, dall'Europa...qualcun altro decideva per loro.

In entrambi i casi, le volontà delle persone, le aspirazioni, le necessità sono annullate. Le due cose sono due facce, sicuramente diverse, ma di una stessa medaglia. E' necessario riconoscerlo, per lottare non contro una singola operazione, ma contro un modello da smantellare.

 

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Di seguito riportiamo un contributo pubblicato qualche mese fa sul portale di informazione antudo.infoantudo.info. Resta attuale il tema delle lotte territoriali e dell’opposizione alle grandi opere inutili e imposte. La grandissima partecipazione registrata all’assemblea del 26 gennaio a Roma ci dice che tanti "nimby" insieme possono raccontare e praticare un altro modello di sviluppo possibile.

 

 

Proprio qualche giorno fa in TV, durante un “approfondimento” sulle recenti vicende della TAP, un “esperto” sosteneva: “Si tratta di opere strategiche ma bisogna fare i conti con il deprecabile NIMBY” e il conduttore annuendo: “Oh certo, naturalmente NIMBY no; NIMBY è un problema”. Nimby: Not In My Back Yard (Non nel mio cortile). Questa espressione, biasimata da tutti i mass media sull’onda della scriteriata propensione a ripetere quello che i partiti e i loro esperti (e tra questi ultimi ci sono pure alcuni super-esperti di Legambiente) suggeriscono come “politicamente corretto”, è diventata la parola magica e il cavallo di battaglia di chi vuol delegittimare e imbavagliare le proteste dei territori contro opere ritenute inutili e dannose.

La cosa curiosa è che sui social, sui giornali alternativi e persino nelle assemblee di tante realtà territoriali in lotta ci si è lubrificati l’anima con l’espressione “Not in my name” a proposito delle guerre ed ora – di bonu a bonu – NIMBY è una schifezza, il segno di un egoismo viscerale, di una mancanza di senso comunitario, una sindrome. Ed è assai strano perché, invece, le due espressioni sono varianti di un medesimo discorso: la dissociazione da scelte ritenute errate, il rifiuto di un coinvolgimento in qualcosa di sgradito, la non condivisione di decisioni calate dall’alto. Insomma chi dice “Non nel mio cortile” è davvero da biasimare, davvero ha tutti i torti? Ma soprattutto è davvero “fisiologicamente egoista” come sostengono i fautori NO NIMBY? Proprio così, dicono che trattandosi di scelte fatte per il “bene comune” chi le combatte offende e osteggia il bene di tutti. Non solo, poiché LORO sono veramente altruisti – detentori del bene comune. Sostengono che le opere – vedi Tap, Tav, Biogas, ecc. – vadano fatte ad ogni costo: “esiste un bene comune da perseguire nonostante le opposizioni locali, cieche ad esso”. Le opposizioni locali sarebbero, quindi, cieche al “bene comune”. Ma il “bene comune” di chi?
Perché mai, per il “bene comune”, noi o i nostri cari ci si dovrebbe ammalare di leucemia? Non c’è qualcosa di malvagio in tutto questo? La risposta dei NO NIMBY è: “Ma se tutti dicono NO, l’opera non si può realizzare”. E allora? Non si realizzerà, si farà in altro modo, si cercherà un’altra via o se vogliono realizzarla per forza, allora la realizzino sotto casa loro o dentro il loro “gabinetto” di Governo.
Per farla breve per noi NIMBY non è “il peggior servizio che possiamo fare a noi stessi” come ritengono i timorosi delle parole dei governanti e dei loro tirapiedi. Il peggior servizio è cedere al biasimo che i governanti utilizzano – e gli affaristi attraverso loro – per portare avanti in modo ricattatorio i loro progetti. Il peggior servizio che possiamo fare a noi stessi è cedere alla paura delle loro parole.
Certo, per noi si tratta di trasformare lotte particolari in lotte generali, perché generale è la problematica dei territori e del loro utilizzo. Per noi la parola d’ordine è “non nel cortile di nessuno”. Il nostro “no agli impianti inutili e dannosi” è un elemento del programma di chi ritiene essenziale muoversi sul terreno dell’autogoverno dei territori.

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