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Articoli filtrati per data: Saturday, 26 Gennaio 2019

Rabbia popolare contro i massacri di Erdogan

La notizia è di queste ore. A Shiladze, nel distretto di Duhok in Bashur (Kurdistan meridionale/iracheno) migliaia di abitanti si sono radunati oggi davanti al quartier generale dell'esercito turco di stanza nella regione, che ospita anche i servizi segreti del MIT - in protesta contro l'assassinio negli scorsi giorni di quattro civili da parte dell'aviazione di Erdogan e per reclamare il ritiro delle truppe di occupazione.

Meno nota ma altrettanto odiosa delle Operazioni Scudo dell'Eufrate (che ha occupato la regione siriana di Sebha e la città di al-Bab) e Ramo d'Ulivo (che ha occupato Afrin consegnandola ad un'amministrazione jihadista), l'Operazione Scudo del Tigri lanciata da Erdogan nel marzo scorso ha comportato la penetrazione dell'esercito turco nell'Iraq settentrionale per colpire le basi del PKK. Una spedizione tenutasi grazie alla debolezza del governo centrale iracheno e nella compiacenza di quello regionale curdo (un regime pluridecennale sostenuto anche dall'Italia e retto dal clan mafioso dei Barzani - in cui le elezioni sono sospese e che nulla ha da invidiare ad altre autocrazie mediorientali) per scopi puramente propagandistici. Un anno fa, infatti, la posta in palio era la vittoria al referendum sulla riforma in senso presidenzialista dell'AKP, e adesso quella alle elezioni locali in Turchia.

Le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla provocando un morto e svariati feriti: è stato cosi che, liberandosi della polizia delle Asayish di Barzani che cercavano di interporsi, i manifestanti sono dilagati nella base in massa e l'hanno rasa al suolo, non prima di essersi impossessati di una partita di armi e munizioni ed aver dato fuoco ai cingolati, ai pick-up, alle tende e ad altra strumentazione presente. Secondo alcune fonti sarebbero stati catturati anche dei soldati turchi ed, allertati, i jet di Ankara stanno volteggiando a bassa quota sull'area. Ma la popolazione non cede.

Seguiranno aggiornamenti...

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Torniamo nuovamente sulla durissima lotta che sta sconquassando la provincia modenese, con alcune considerazioni che aggiornano sulla situazione del conflitto. Segnaliamo inoltre il lancio nella giornata di ieri del boicottaggio nei confronti di Italpizza (qui il link per firmare la petizione) e una iniziativa di dibattito a Modena per il prossimo 9 febbraio.

Tre giorni fa i primi due fermi, giovedì altri tre: si tratta di cinque lavoratori iscritti al sindacato Sicobas. Le ragioni dello sciopero davanti all'Italpizza potete trovarle qui. Ieri ennesima giornata di picchetto con la presenza di Non Una Di Meno regionale accorsa in solidarietà alle lavoratrici modenesi. Diverse aziende da giovedì pomeriggio sono in stato di agitazione permettendo cioè a tutti gli iscritti al sindacato di accorrere e rinvigorire le fila di uno sciopero che sta scoperchiando e mettendo a nudo tutte le contraddizioni presenti nel nostro territorio.

Ci riferiamo in primo luogo ai sindacati confederali, incastrati nelle loro contraddizioni storiche, facenti funzione, ormai, di organi padronali (non che questo ci possa dispiacere o ci stupisca sia chiaro).

In secondo luogo vediamo uno scontro tra blocchi di potere che nella riorganizzazione del modello emiliano legato alla distribuzione del lavoro vorrebbero strappare pezzetti di consenso utili soprattutto alla prossima campagna elettorale. L'unità trovata giovedì dall'arco politico istituzionale, all'interno del consiglio comunale, nel condannare i blocchi di questi giorni, ci rivelano un dettaglio interessante.

Mentre può essere accettato uno sciopero 'passerella' utile a far emergere, su un piano esclusivamente mediatico, le contraddizioni nella gestione territoriale Lega Coop/Pd locale (vedi caso Castelfrigo), non deve essere tollerato uno sciopero che, al contrario, riduce tutti gli attori in campo a 'contro-parte' e arrechi seriamente un danno economico alla produzione. Non si spiega altrimenti la feroce repressione messa in campo in questi giorni.

Qui si apre un altro discorso legato al nuovo Dl Salvini, per la prima volta applicato nel nostro territorio.

Il Decreto, ridotto in questi giorni nel dibattito sui social network a una mero regolamento 'antimigranti', si sta rivelando per quello che in realtà è: uno strumento di controllo e repressione generale e di massa. L'applicazione del decreto nei confronti di tre compagni, dopo lo stato di fermo in cui sono stati obbligati a ore in questura, è la prova di come anche in Emilia la Lega abbia elargito un enorme favore al sistema produttivo locale. In barba alla retorica del 'prima gli italiani' questo infame strumento sta iniziando a dare i primi frutti nel mondo delle lotte sindacali, colpendo indistintamente lavoratori italiani e lavoratori immigrati.

La determinazione delle lavoratrici, così come dei tanti e delle tante solidali però ha dimostrato che anche il livello repressivo può poco quando dall'altro lato esiste uno spirito battagliero nell'affermare i propri diritti. E quando si capisce di aver consenso. Prova è anche il successo della  campagna di boicottaggio lanciata nella giornata di ieri, subito diventata virale. Questa ha provocato la reazione scomposta dell'azienda, alle prese con le difficoltà di rispondere anche sui social media del proprio operato, della sua produzione di una pizza sporca di sangue di lavoratrici e lavoratori resi schiavi per un profitto maggiore.

Solo in una lotta senza quartiere casa per casa, fabbrica per fabbrica, quartiere per quartiere, ricordando la campagna 'Mai più Lager' aperta a Modena da circa sei mesi e che con la primavera entrerà nel vivo, potremo iniziare a far tremare quelle istituzioni che con modalità sempre più reazionarie e conservatrici si prodigano e tentano di far tacere qualsiasi formula organizzativa che si ponga come obiettivo la dignità e la rivalsa sociale e politica.

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