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Articoli filtrati per data: Thursday, 24 Gennaio 2019

Cogliamo l’occasione per ringraziare quanti hanno manifestato vicinanza e preoccupazione per Giorgio, e per ricostruire meglio alcune cose fondamentali in merito ai fatti precedenti l’incidente.

Innanzitutto troviamo ignobili gli articoli e le ricostruzioni che sono state fatte quando abbiamo dato notizia del ricovero di Giorgio.

Solerti giornalisti, magari imboccati da qualche agente della D.I.G.O.S (Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali), non si sono limitati a ricostruire i fatti ma hanno costruito un quadro narrativo dove Giorgio ne usciva come uno senza patente, che ha fatto un incidente, gli hanno sequestrato il mezzo e verrà denunciato.

Repubblica

Sul Movimento Notav da molto tempo è in corso una vera e propria persecuzione, volta a colpire i singoli appartenenti al Movimento nelle libertà di movimento e libertà personali.

Ci viene da pensare che su Giorgio ci sia quasi, da parte del Questore Messina, un qualcosa di simile all’ossessione … Infatti ad ogni iniziativa al cantiere Messina fa riportare sui giornali la presenza di Giorgio e tra i vari provvedimenti che ha emanato (tutti preventivi, quindi senza un giudice che abbia mai deciso) c’è anche quello della revoca della patente per mancanza di requisiti morali.

Un provvedimento assurdo, preso in combutta con, agenti Digos stufi di passare le domeniche al cantiere, e il prefetto Saccone che si è preso la briga di firmare la sospensione della patente.

Trattato come un criminale, con disposizioni di legge che vengono applicate ai mafiosi, Giorgio si è visto impossibilitato a muoversi per lavorare (fa il giardiniere e lavora in varie zone del Piemonte) per lo sfizio di chi si crede l’ultimo baluardo di difesa del cantiere/bancomat Tav e non accetta un’insubordinazione palese e continua come quella dei notav.

Giorgio in particolare non ha mai accettato questo provvedimento e ha continuato a spostarsi con i mezzi a sua disposizione, perché lavora a Piossasco (dove ha la famiglia), abita a Bussoleno e firma quotidianamente alla caserma dei Carabinieri di Susa.

Ha sfidato i divieti senza clamore, con la tranquillità di chi sa di essere dalla parte della ragione e della necessità di doversi spostare attraverso mezzi privati.

Da qui è nata una vera e propria task force della digos (Divisione Investigazioni Generali e OPERAZIONI SPECIALI) che ha fatto veri e propri agguati a Giorgio per sequestrargli ogni mezzo che guidava, dalla sua macchina al furgone della ditta di famiglia.

Sarà che il questore si è immedesimato troppo nella figura dello storico commissario Ugo Moretti, quello del celebre film Torino Violenta, e i suoi agenti hanno dato vita ad brillanti OPERAZIONI SPECIALI (come da sigla) per chi guarda troppa tv anche dalle parti della questura evidentemente, che hanno visto l’apice il venerdì precedente all’incidente, con due auto in borghese appostate fuori casa di Giorgio per impedirgli di andare a lavorare in furgone con suo nipote.

Questa operazione, che rimarrà negli annali delle OPERAZIONI SPECIALI, ha fatto sì che Giorgio abbia dovuto prendere lo scooter per muoversi e poi ha subito il grave incidente di cui è rimasto gravemente vittima.

Dobbiamo smentire i giornali anche su questo, visto che avevano scritto che il furgone era stato sequestrato in Valsusa (e invece a Piossasco) e non era stato notato da un agente della digos, come scritto, ma da un appostamento davanti a casa sua di più di due auto civetta.

Per noi chi è responsabile di questa persecuzione, ai soli fini di soddisfazione personale, ha una buona percentuale di responsabilità nelle condizioni di Giorgio, perché l’incidente è diretta conseguenza dei sequestri e dei blitz perpetrati nei giorni precedenti.

Poi nella dinamica altro non è che uno dei tanti incidenti che purtroppo capitano ai motociclisti, in questo caso causato da una macchina di un pensionato in una manovra molto azzardata.

Giorgio dall’ospedale ci tiene a far sapere che “Non accetterò mai la limitazione della mia libertà personale e quella di movimento. Possono scordarsi che io tra tre anni vada a scuola guida per riprendere la patente, visto il provvedimento. Le iniziative della questura mi danno lo stesso fastidio delle punture delle zanzare “

Ci andrà parecchio tempo per vederlo in forma ma…è di buon umore e saluta tutte/i.

 

da notav.infonotav.info

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Oggi, verso l’ora di pranzo, un centinaio di studenti si è riunito davanti al Burger King della Palazzina Aldo Moro per protestare contro la scelta dell’Università di Torino di investire le risorse in spazi da concedere ad attività private.

 

 

L’intenzione era quella di entrare nel locale per interrompere l’attività del fast food trasformandolo in un’aula studio. La celere si è schierata di fronte al Burger King alzando la tensione e davanti alla determinazione degli studenti a portare avanti l’iniziativa ha deciso di caricare in mezzo ai cheeseburger e ai tavolini. 

Allora gli studenti si sono sposati in corteo al Rettorato, ma il Rettore vi si è barricato dentro sbarrando l'accesso e invocando, per l'ennesima volta, la polizia che è partita con una nuova carica fermando uno studente.
A questi fatti è seguita un’assemblea all’interno di Palazzo Nuovo.

In pochi mesi, in un fossato accanto a Palazzo Nuovo che era ormai parte del paesaggio, è stato costruito il Complesso edilizio Aldo Moro, attraverso un sistema di Project Financing.
La costruzione sarà in gestione alla concessionaria U.S.P. University Service Project - che però di university non ha nulla- per 29 anni, cioè almeno fino a che Unito non finisce di pagare i 50milioni di euro che ha deciso di spenderci.

Questo vuol dire in pratica che l’università si è indebitata con degli investitori privati per tirare su una struttura che ha ben poco di utile. 5 mila metri quadri dedicati ad attività commerciali, fra cui un Burger King, un MC Donald, un parcheggio a tre piani a pagamento. Campus urbano lo chiamano.

Questa Palazzina è stata costruita con le risorse dell’università, quindi con i soldi versati con le tasse dagli studenti, ed è una cagata totale.

Veder nascere un Burger King dentro una struttura universitaria è stato come vedere dispiegato, nella sua forma più ingombrante, un processo che finora è stato subdolo e graduale.
Questo processo è stato la nascita di migliaia di attività di consumo che lucrano sulle necessità imprescindibili degli studenti universitari. Mangiare, avere una casa..
E queste attività sono nate in quei buchi -in termini di denaro e spazio- lasciati liberi dal disinvestimento in aule studio, mense, e spazi in comune da parte delle università.
Non ci sono le mense ma ci sono le fassonerie, non ci sono le lunch room ma ci sono le paninoteche, non ci sono aule studio ma c’è il Burger King.. E oggi il messaggio dell’università è stato chiaro: va bene così e non bisogna lamentarsi.
Quindi no, per l’università le necessità degli studenti non sono una priorità e se la vita è sempre più cara non è un problema da tenere in considerazione. Il Complesso Aldo Moro è un monumento a questa contraddizione, oltre che un buco di 50 milioni di euro.

Ma il Rettore è nudo. Queste cose le sa da tempo, le pensa da tempo. È così per lui ed è così per il Senato Accademico, che approva le sue scelte.

Liberarsi dei costi che vengono scaricati sempre verso il basso, pretendere dei servizi gratuiti per gli universitari, avere delle strutture adeguate alle necessità, è solo una parte di quello che sarebbe lecito pretendere. Ed è anche la posta in palio.

Di Collettivo Universitario Autonomo Torino

 

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Dalle 9:00 di questa mattina è ripreso lo sciopero ed il blocco ai cancelli di Italpizza di Modena, ormai in corso da diversi giorni, in una vertenza che va avanti sin dalla fine dello scorso anno. E che ormai sembra sempre più mostrare il vero volto di un'azienda leader nello sfruttamento della propria forza lavoro.

Sin dalla mattina anche la giornata di oggi è stata infatti contraddistinta dal susseguirsi delle cariche della celere, presente ormai ininterrottamente da giorni a difesa dell'azienda. Il bilancio di oggi è di tre lavoratori fermati e portati in questura (saranno rilasciati dopo alcune ore). Qui alcuni video di quanto avvenuto.

Tra le accuse comminate ai fermati prima del rilascio c'è anche quella di blocco stradale, resa ora punibile dal dl sicurezza con una pena fino a sei anni. Una mossa che come già segnalato è chiaramente rivolta contro le pratiche di lotta operaia sviluppata negli scorsi anni di mobilitazione nella logistica.

Sullo sfondo in merito alla vicenda Italpizza rimangono gli accordi siglati in prefettura e i risultati delle indagini dell'ispettorato del lavoro. Questi continuano ad essere elusi dalle stesse istituzioni del territorio, mentre si susseguono le prese di posizione delle forze politiche cittadine in campagna elettorale.

Fra queste spiccano il Pd del sindaco che si schiera a difesa delle eccellenze modenesi e la Lega che tramite il commissario provinciale da un lato dichiara solidarietà allo sciopero, mentre dall'altro, al governo, con decreto sicurezza e apertura dei CPR continua a regalare mezzi di ricatto e guadagno alle stesse aziende eccellenti.

Il picchetto rimane comunque attivo, continuando a resistere in strada. Alle 15:30 orario in cui scriviamo l’intero snodo stradale della via Vignolese rimane completamente bloccato, mentre si attiva lo stato di agitazione regionale ed aumenta il numero di lavoratori e lavoratrici solidali accorsi da numerose aziende del modenese.

In conclusione spendiamo due parole su un fatto che molto è stato dibattuto sui media locali nella giornata di mercoledi. Ci riferiamo alla mossa tutta mediatica dell'azienda di far uscire una folta delegazione di operai dall'interno dello stabilimento, a richiedere davanti alle telecamere la fine dello sciopero.

Quasi contemporanemente è stato infatti reso pubblico dai lavoratori stessi come l'operazione fosse stata organizzata dai dirigenti dell'azienda minacciando ulteriori licenziamenti con la complicità di alcuni delegati Uil. Ma ovviamente, di questo non si troverà spazio nei resoconti mainstream.

La lotta, come detto sopra, è in pieno sviluppo. Seguiranno aggiornamenti.

 

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L'appello del mondo intellettuale al Tribunale di Torino che si pronuncerà sulla richiesta di sorveglianza speciale per i 5 italiani unitisi alla lotta all'Isis nella Siria del Nord 

Combattere contro l’Isis è socialmente pericoloso?

Il 23 gennaio si terrà al Tribunale di Torino un’udienza singolare. Cinque cittadini torinesi compariranno davanti a un giudice con il rischio di vedersi applicata una misura molto restrittiva: l’espulsione dalla loro città per due anni (rinnovabili) e la “sorveglianza speciale”. Questa comprenderebbe, tra l’altro, l’obbligo di rimanere nella propria abitazione per buona parte del tempo, parziale divieto di comunicare con l’esterno, divieto di svolgere talune attività sociali e politiche, sequestro della patente e del passaporto, comparizione davanti alle forze di polizia. Si tratta di una “misura di prevenzione” entrata in vigore durante il ventennio fascista, che sospende la relazione causale tra limitazione della libertà personale e istruttoria giudiziaria. Non viene mossa alcuna accusa specifica, infatti, nei confronti di queste cinque persone, che non potranno difendersi perciò in un processo. Ma è la ragione alla base di questo provvedimento che, soprattutto, risulta sorprendente: essersi recati in Siria per contrapporsi, in varie forme e in diversi periodi, allo “Stato islamico” meglio conosciuto come “Isis”. Questa la circostanza che li renderebbe “socialmente pericolosi”.
Questa iniziativa lascia perplessi. Come può un’attiva presa di posizione contro lo “Stato islamico” essere considerata una colpa o fonte di pericolo per l’Italia? Viene loro contestato di aver appreso nozioni sull’uso di armi da fuoco. È evidente che non avrebbero potuto vivere in un paese martoriato da anni di guerra civile, ed agire in varie forme (anche combattendo, in alcuni casi) nelle zone più violente, infestate dal sedicente “Califfato”, senza possedere una competenza sul come difendere sé e gli altri. La procura contesta l’adesione alle Unità di protezione del popolo e alle Unità di protezione delle donne, forze armate curde attive nel nord della Siria (Ypg-Ypj); ma in che senso questo dovrebbe essere motivo di disapprovazione? Le Ypg e le Ypj, che più volte hanno attirato l’attenzione della stampa internazionale per il positivo ruolo svolto nella guerra contro il jihadismo (si pensi alla liberazione di Kobane e Raqqa, per fare solo due esempi), combattono al fianco della Coalizione internazionale a guida statunitense di cui l’Italia è parte assieme agli altri paesi dell’Unione Europea. È lo stato italiano in procinto di dichiarare sé stesso socialmente pericoloso? Di paradossi come questo possiamo fare volentieri a meno.

Le Ypg-Ypj, che assieme a forze arabe e siriaco-cristiane hanno fondato le Forze siriane democratiche (Sdf), principale e più efficace avversario dell’Isis in Medio oriente, sono note per assicurare protagonismo e pari diritti alle donne, per rispettare i diritti umani delle minoranze linguistiche e religiose e per fare di ciò, anzi, una rivendicazione politica primaria. Si può forse ritenere imprudente o avventata la scelta di questi ragazzi, ma fare di comportamenti estremamente generosi il motivo di pesanti e durature limitazioni della libertà appare surreale. Quale sarebbe la loro colpa? Aver contribuito alla difesa dei civili perseguitati, delle donne stuprate e rese schiave, dei bambini cui è stata negata un’infanzia? Anche una rapida indagine sui motori di ricerca è sufficiente per rendersi conto di cosa stiamo parlando: l’azione delle Ypg-Ypj ha impedito che a terribili catastrofi seguissero catastrofi ulteriori e forse ancora più grandi. La procura, in verità, insiste sul fatto che le persone proposte per la misura si erano mostrate già impegnate in movimenti sociali ed episodi di protesta prima di partire per la Siria.

Attenzione, tuttavia: in quale modo questo costituirebbe, di per sé, un problema o un “pericolo”? I reatisi individuano attraverso i processi. Tutt’altro ci sembra lo stigma verso la generale condotta politica o la personalità di uno o più cittadini. Siamo qui, in altre parole, su un terreno molto delicato. Se sei stato o sei un “contestatore”, un “dissidente politico” rispetto a questo o quel provvedimento o governo, ciò che hai fatto, foss’anche ammirevole e positivo in tutt’altro contesto, giustifica una lesione delle libertà? Qualcosa non torna.

Chiediamo quindi un’attenta riflessione al collegio che dovrà giudicare questa materia il 23 gennaio. Il Tribunale di Torino sarà chiamato a pronunciarsi in un momento in cui il nostro paese è attraversato da profondi malesseri e pericolose tensioni sociali, rispetto alle quali lo spirito della scelta compiuta da questi italiani in Siria ci sembra costituire più un antidoto che un pericolo. Accanirsi contro chi si mantiene lontano dalle posture politiche oggi dominanti, e farlo magari utilizzando la scorciatoia giudiziaria delle misure di polizia non ci sembra giusto né utile, né crediamo sia questo lo spirito del nostro ordinamento. Un certo modo di guardare al dissenso come problema di per sé, se pur oggi è forse parte di una cultura che può penetrare nelle istituzioni, ed è fatta propria da alcuni anche in taluni organi elettivi, non dovrebbe trovare accondiscendenza in ambito giudiziario. Criminalizzare o stigmatizzare chi ha combattuto in prima persona un’organizzazione genocida, a rischio della propria vita, e ne ha denunciato pubblicamente, talora tramite un pregevole lavoro di informazione, i crimini contro l’umanità, costituirebbe un segnale sbagliato anche in rapporto alla lotta contro il terrorismo fondamentalista portata avanti dal nostro paese. Dopotutto, non può non essere riconosciuto ai combattenti mediorientali delle Forze siriane democratiche - e a chi li ha supportati - il merito di aver reso meno pericolose le città e la società in cui viviamo.

Per aderire scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

A questo link le firme finora raccolte

 

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Raggiunto il compromesso tra Lega e Movimento Cinque Stelle sulla questione trivelle dopo giorni di attrito e la minaccia del Ministro dell’Ambiente Costa di dimettersi.

L’accordo tra i due partiti prevede la sospensione delle ricerche in mare per 18 mesi di idrocarburi e un aumento dei canoni di concessione di 25 volte rispetto a quello corrente. Al di là dei litigi interni alla maggioranza, la questione trivelle è l’ennesimo volta faccia compiuto dai due partiti, che tre anni fa si erano espressi a favore dell’abrogazione, mediante referendum, della legge che estendeva le concessioni petrolifere fino all’esaurimento dei giacimenti stessi, approvata dal governo PD guidato da Renzi.

Nel dibattito per raggiungere l’accordo non è stata mai presa minimamente in considerazione la volontà espressasi in quell’occasione di fermare l’ennesimo scempio ambientale ai danni dei territori, infatti il tutto si è articolato unicamente attorno alla quota di aumento dei canoni di concessione per lo sfruttamento degli idrocarburi e la successiva raffinazione sul suolo della penisola. La terra, evidentemente, si vende.

Dopo il Tap, il Terzo Valico e i continui tentennamenti sul TAV Torino-Lione ancora una volta i “partiti del cambiamento” mantengono la linea dei precedenti governi, dimostrando una volta di più l’ipocrisia di una politica, a cui dei territori e della qualità della vita delle persone non interessa minimamente niente. Il cambio di posizione della Lega non sorprende, visto il suo bacino elettorale e gli interessi economici di cui è stata voce negli ultimi anni. Altro discorso invece riguarda il M5S che per raggiungere gli scranni di governo ha attinto a piene mani dalle lotte per la difesa contro gli stupri ambientali e che ha sempre millantato il lancio di un nuovo paradigma di sviluppo armonioso fondato sulla valorizzazione del territorio.

La sospensione delle trivellazioni per 18 mesi è fumo negli occhi per non presentarsi alle elezioni europee con un ulteriore punto del precedente programma elettorale non attuato, ovvero la cancellazione del programma di sfruttamento dei giacimenti fossili. Le forze di governo, come per altre questioni, rimandano la decisione a un prossimo momento post-elettorale, a rappresentazione plastica di un governo che, prendendo tempo, palesa senza ritegno la mancanza di volontà di opporsi frontalmente ai potentati economici italiani mentre vagheggia senza ritegno di quelli francesi. Ancora una volta emerge la subalternità dei cinque stelle alla componente leghista, che i suoi risultati li porta a casa in maniera definitiva mentre i grillini guadagnano al massimo temporanei rinvii e promesse, tra eterne analisi sui costi per la collettività e benefici per le imprese della devastazione dei territori.

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Situazione tesissima in Venezuela dopo che il neo-presidente del parlamento, Juan Guaidó, si è auto-proclamato Presidente ad interim al post di Maduro.

Guaido ha dichiarato, davanti a decine di migliaia di persone, di non considerare legittimo il governo dopo le ultime elezioni chiedendone di nuove. Pochi minuti dopo l’annuncio di questo 35enne leader del partito Voluntad Popular, finora sconosciuto nel panorama politico venezuelano è stato riconosciuto da Donald Trump come presidente legittimo. Al riconoscimento americano sono seguiti quelli di Argentina, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Peru mentre le posizioni europee sono ancora in bilico. Dopo un anno drammatico, gli eventi sono precipitati di nuovo, lunedì scorso ventisette militari si sono barricati in una caserma al nord di Caracas lanciando appelli all’insurrezione prima di essere arrestati. Ne erano seguiti scontri in diversi quartieri della capitale e l’appello a scendere in piazza in una giornata altamente simbolica, quella del 23 gennaio anniversario della caduta della dittatura di Marcos Perez Jimenez nel 1958. È stato proprio questo il giorno scelto da Guaido per proclamarsi presidente rinforzando una giornata di tensioni annunciate. La situazione è piuttosto confusa ma si registrano scontri in diversi quartieri della capitale e si contano già più di una decina di morti mentre Maduro, per bocca di Diosdado Cabello, numero due del partito socialista, ha chiamato alla contro-risposta popolare e ha deciso ieri di espellere i diplomatici americani dal paese. Grande importanza sarà rivestita ovviamente dall’esercito, nonostante l’amnistia offerta dal parlamento ai militari, per ora solo qualche sparuta unità della guardia nazionale e della polizia ha raggiunto l’opposizione. La fedeltà dell’esercito alla rivoluzione bolivariana non sembra per ora in dubbio e ieri Vladimir Padrino Lopez, il ministro della difesa, ha ribadito il sostegno dei militari a Maduro.

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 Gli eventi degli ultimi giorni si inseriscono in un quadro complesso di cambiamento di alcuni equilibri geopolitici e interni al paese. 

Da una parte, parallelamente al disimpegno americano in Medio oriente marcato dalle ultime due amministrazioni, sembra riaccendersi un’attenzione statunitense per quello che si continua a considerare il proprio cortile di casa. Il segno più visibile di questo cambiamento di passo, rinforzato dall’arrivo di Donald Trump alla Casa bianca, è stata la creazione, nel settembre del 2017, del gruppo di Lima, un’organizzazione internazionale nata in reazione alla mancata esclusione del Venezuela dell’OAE (Organización de los Estados Americanos). Dopo anni di governi progressisti una sorta di blocco conservatore sembra delinearsi in America Latina, la recente elezione di Bolsonaro in Brasile ne è forse il simbolo più terribile ed evidente. Un processo che non si dà senza tensioni. Al di là della resistenza dei ceti popolari venezuelani, per la maggior parte schierati nonostante tutto con la rivoluzione, restano tensioni ineliminabili legate al cambiamento del rapporto tra economia USA e resto del continente americano nella strategia di parziale re-shoring, ritorno in patria, di alcune attività industriali promosso da Trump. La riforma del NAFTA, in questo senso, non rappresenta che un parziale successo e il mancato immediato riconoscimento da parte messicana del nuovo presidente auto-proclamato è piuttosto significativa.

Sotto il mare agitato ritroviamo le vere correnti che determinano la tempesta in superficie. Ci riferiamo ovviamente alla inevitabile perdita di centralità dell’economia americana e sopratutto del dollaro. La sguaiata interferenza americana degli ultimi mesi arriva nel contesto di un massiccio piano di investimenti cinese in Sud America che ha portato la Cina ad essere il terzo partner commerciale (leggasi petrolifero) del Venezuela, dopo USA e India. Una relazione di partnership formalizzata e rinforzata da Maduro durante una visita a Pechino nel settembre scorso in cui sono stati firmati 28 accordi di cooperazione economica. Per ora non ci sono state reazioni marcate della discreta diplomazia cinese mentre si parla di irritazione russa per la fuga in avanti americana anche visto lo sfilacciamento dell’opposizione di cui Guaidó rappresenta soltanto una parte.

Al di là delle tensioni internazionali, la parola ora, come ha detto lo stesso Maduro, torna al popolo. Sono stati anni di crisi economica devastante che hanno ridotto alla fame una buona parte della popolazione. Certo eterodiretta da parte USA e dagli ambienti industriali locali ma che marca anche i limiti di un modello di sviluppo fortemente dipendente dall’industria estrattiva e dall’indebitamento esterno che ha spinto il governo socialista a lanciare un vasto piano di ristrutturazione economica e una nuova moneta, il bolivar sovrano, che però non sta fermando le dinamiche di iperinflazione. Nonostante le allusioni statunitensi, un intervento diretto yankee resta improbabile. Rimane, appunto, da capire come si muoverà il popolo venezuelano, soprattutto fuori Caracas, se questa nuova crisi riconnetterà lo PSUV con la sua base storica, in parte tiepida negli scorsi mesi e fiaccata dalla crisi.

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