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Articoli filtrati per data: Wednesday, 23 Gennaio 2019

Lo abbiamo sentito tante volte, il mantra: “aiutiamoli a casa loro”. Diventa nauseante tanto che non è più piacevole al gusto nemmeno per coloro che ci credono davvero.
Nel panorama che si dispiega in Italia sul tema delle migrazioni, con la notizia dei nuovi naufragi, i nuovi sbarchi, la chiusura dei porti e l’attuazione del decreto sicurezza, era ormai urgente per il governo giustificare questa linea di reazione nei confronti di un fenomeno che è oggi un dato di fatto, senza possibilità di respingimento, quello delle migrazioni dall’Africa all’Europa.

“La Francia deve decolonizzare l’Africa”. “Stati come la Francia impediscono lo sviluppo e contribuiscono alla partenza di uomini che muoiono nel Mediterraneo”. Si pronunciano in questi termini Di Battista e Di Maio davanti alle televisioni e ai giornalisti.

Si raccontano coraggiosi, ora, arcieri della nuova carica contro la Francia ma avanzano con le frecce dalla punta arrotondata. È più pavidità la loro, quella del rifarsi a una retorica nazionalista italiana contro il colonialismo... degli altri. Perché guardi la trave che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio.

Sì è pavidità, ma non perché non sia vero che la Francia non ha ancora fatto i conti con il suo colonialismo, passato e presente, ma perché questa retorica non ha niente di tumultuoso, proprio niente. È piuttosto una partita sulla sopravvivenza del nostro stesso colonialismo. In concorrenza con quello degli altri.
Additare qualcun altro di essere più brutale è sempre stata una strategia, per i colonizzatori, di lasciare uno spazio in qualche modo alla compassione umana, sentimento di cui in fondo non è possibile liberarsi. Allora tanto vale governarla per i propri fini questa compassione. I politici lo sanno bene.

Questa strategia Di Maio ce la chiarisce senza troppi tentennamenti. Lo dice, con le sue parole: "l'Europa deve avere il coraggio di affrontare il tema della decolonizzazione dell'Africa, che è la causa del mancato sviluppo degli Stati africani che NOI dobbiamo lasciare in pace a casa loro e NOI stare a casa nostra: per NOI intendo Stati come la Francia ....” . Insomma, per noi si intende sempre gli altri.

Così una retorica che ancora nel nostro paese era relegata all’estrema destra, paradossalmente rischiosa, diventa ideologia di maggioranza, col preciso scopo di dare qualche solidità materiale a un'idea che è più un'allucinazione, quella di aiutare l’Africa a casa sua. Ma a casa sua si è sempre fatto altro. D'altronde non c’è un modo di presentarsi a casa di qualcuno che non ci ha invitati senza essere indiscreti. Il problema non è che i politici non fanno quello che si suppone dovrebbero fare, cioè aiutare gli africani a casa loro, o gestire le migrazioni. È proprio il  principio ad essere sbagliato. Non si sta predicando bene e razzolando male, si sta predicando male e razzolando peggio. Aiutare-gli-altri-a-casa-loro non può essere iniziativa possibile da parte di uno stato nazione se non con delle pratiche coloniali. È solo stata una giustificazione storica, avamposto di tante battaglie coloniali, e non ha possibilità di giustizia in questo mondo.

Ora, la trave, la nostra. Non è necessario, per descrivere come si manifesta in ultimo il colonialismo italiano, ripescare la storia di cinquanta o cento o duecento anni fa. Guardare anche solo ai giorni nostri è sufficiente per riconoscere all’Italia un ruolo di saccheggiatore delle terre africane.
Basti pensare all'ENI, che ogni giorno estrae circa 300 mila barili di carburante dai giacimenti africani e che solo qualche mese fa ha espanso la sua attività in Mozambico proprio con la benedizione del premier Conte, il quale ha dichiarato la sua volontà ad incentivare gli scambi economici con gli stati africani.

Oppure tutti ci ricorderemo la saga dei delle dighe Giba I,II e III (che ha ceduto dopo pochi mesi) a opera della Impregilo-Salini che coinvolgono le politiche idrauliche di Egitto, Sudan e Etiopia e hanno devastato la valle dell’Omo. Questa società ha terminato infrastrutture idriche, stradali, aeroportuali e l’edilizia per 4,6 miliardi di dollari. La famigerata Impregilo, assieme all'ENI erano anche stata al centro dello scandalo dell'apertura di false indagini da parte dei loro legali per colpire i concorrenti del colosso energetico.

Non in secondo piano si inserisce poi tutta l’attività di vendita di armi nei paesi del Nord-Africa e del Medio Oriente, così come in Kenia, Ciad, Namibia, Congo, ad opera della compagnia Leonardo ex Finmeccanica, che nel 2017 ha fatturato 11 miliardi e mezzo di dollari fra aerei o altre armi pesanti, e ha causato più di 4 mila morti in Yemen con missili made in Italy.

 

Fremdschämen, è quando si prova imbarazzo per qualcosa di detto o fatto da qualcun altro. Del duo Di Maio e Di Battista abbiamo detto anche troppo. Stendiamo un velo pietoso sulla sinistra candidata alla Legion d’honneur, pronta persino a difendere a spada tratta a difendere il colonialismo altrui pur di non parlare del nostro. Ma che dire de Il Manifesto? Un titolone che va subito al punto: "il Franco CFA è un vantaggio per la Francia ma non è una tassa coloniale"
Guardiamo anche la trave degli altri, allora.
Il Franco CFA è una moneta di conio francese e soggioga economicamente ben 14 paesi dell’africa, nonché sue ex colonie: una moneta questa che dipende dalle fluttuazioni dell'Euro.  E non è finita. L’uso di questa moneta comporta una serie di condizioni, come la rappresentanza dello stato francese nei consigli d’amministrazione e di sorveglianza delle istituzioni finanziarie nelle 14 ex colonie; la gestione del 50% della valuta dei 14 paesi, e l’investimento dei proventi nei propri titoli di stato; la precedenza, di diritto, nell’acquisto delle risorse naturali scoperte (uranio, gas, petrolio, oro).

 

In questo panorama è quindi dispiegata una contraddizione capitalistica profonda, che ci mostra un sistema che prova a ristrutturarsi innovando l'eterno ritorno del dominio coloniale. Il prezzo di questa contraddizione a oggi è troppo alto per tutti tranne che per il grande capitale e per la politica, che infatti fa quello per cui ha interesse.
Questa contraddizione insanabile non è da gestire,non è da negare, è da approfondire e aggredire. Prima di tutto a casa nostra.

 

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Lisbona si è affermata negli ultimi anni come una destinazione turistica sempre più desiderata. Oltre al clima, ai monumenti e al cibo, la città offre a tutti quelli che la visitano un tranquillo ambiente di pace sociale. In controtendenza a queste premesse, gli scontri di lunedì scorso tra polizia e abitanti della periferia provano che, a Lisbona come altrove, il tentativo di pacificazione delle tensioni sociali non avrà l’ultima parola.

Lunedì  pomeriggio ha avuto luogo un corteo contro il razzismo e la violenza poliziesca, chiamato dagli abitanti di Jamaica, un quartiere periferico a sud di Lisbona. Si tratta del più grande quartiere abusivo in Portogallo, cresciuto negli anni ottanta e i cui abitanti sono per la gran parte originari dei paesi africani di lingua portoghese (Angola, Mozambico, Tomé e Principe, Capo Verde). Le più di 200 famiglie di questo quartiere sono adesso sotto sfratto per fare spazio a un progetto di riqualificazione urbana, annunciato dal Comune un anno fa.

Domenica scorsa un intervento dalla polizia urbana (PSP) è degenerato in aggressione gratuita contro una famiglia del quartiere, di origine africana. Cinque abitanti sono stati ricoverati in ospedale, secondo i pompieri locali. La violenza poliziesca è stata registrata dal telefono di un vicino di casa e la circolazione del video nella rete sociale ha provocato da una parte l’indignazione di molti e, da un’altra, l’apertura di una inchiesta sulle azioni degli agenti della polizia coinvolti.

Qui il video.

Ieri, gli abitanti del quartiere hanno manifestato in pieno centro a Lisbona, dicendo basta alla violenzia poliziesca. La decisione da parte del corteo di bloccare la circolazione in un viale ha avuto come risultato scontri con la polizia. Attaccati dal lancio di sassi e petardi, i poliziotti hanno disperso il corteo sparando proiettili di gomma.

Durante la notte ci sono stati diversi incidenti nei quartieri di periferia. Macchine e cassonetti sono stati bruciati. Un commirssariato di polizia è stato oggetto di un attacco con tre molotov. Non ci sono stati feriti, ma è stata danneggiata la macchina di un agente. Rispetto a queste azioni, la polizia ha dichiarato che "finora niente indica che siano collegate alla manifestazione di lunedì".

In questi giorni i giornali continuano a difendere la polizia tacciando chi è sceso in piazza di essere delinquente e vandalo. La stampa si è cimentata anche in una strenua ricerca tra gli abitanti del quartiere Jamaica di quelli disposti a prendere le distanze e condannare la lotta con discorsi di pacificazione. Per noi la notizia è un'altra: a Lisbona, come a Parigi, Ferguson, Baltimore e in tante altre città, gli immigrati e le seconde e terze generazioni reagiscono al ruolo di invisibili e marginalizzati, relegati senza possibilità all'ultimo gradino dello sfruttamento capitalistico e si affermano come un soggetto dotato di un elevato potenziale antagonista.

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Si è riunito questa mattina il collegio dei giudici preposto a pronunciarsi sulla richiesta da parte della PM Pedrotta della richiesta di sorveglianza speciale e di divieto di dimora per cinque italiani accusati di pericolosità sociale per aver negli ultimi anni raggiunto e partecipato dal 2016 a oggi alla lotta all’ISIS nei territori della Siria del Nord. L’udienza è stata aggiornata al 25 marzo.

Nella giornata di oggi sono stati acquisiti gli atti prodotti dalla difesa. Tra questi una documentazione relativa all’operato delle Forze Siriane Democratiche e delle strutture civili della rivoluzione confederale in Siria del Nord alle quali i cinque si sono uniti, una lettera dello zio di Valeria Solesin, la giovane italiana rimasta vittima nell’attentato terroristico del Bataclan, le ricostruzioni difensive sulle indagini di polizia adottate dal castello accusatorio del Pubblico Ministero per giustificare la pericolosità sociale dei cinque. Sono state anche lette davanti al giudice delle dichiarazioni spontanee.

È stata invece rigettata la richiesta di sentire come testimone un’avvocata che è stata in Rojava in quanto persona informata della situazione politico-sociale in Siria del Nord. Nella mattinata è stata contestata dalla PM Pedrotta la richiesta di far presenziare in aula il regista Carlo Bachschmitt con il suo operatore. Nonostante il parere favorevole dei giudici di ammettere in aula il regista la polizia ha impedito il suo ingresso adducendo la contrarietà della Procura Generale che ha di fatto scavalcato il parere del tribunale competente pur di non concedere alle telecamere di raccontare la battaglia per la legittimità della lotta all’ISIS con il sostegno all’esperienza rivoluzionaria della Siria del Nord.

Qui un commento audio sull’udienza odierna di Davide Grasso, uno dei cinque sui quali grava la richiesta di sorveglianza speciale.

 

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E' la domanda che si sente fare più spesso in giro. Spesso con fare denigratorio, altrettanto spesso nel senso dell'attesa, a volte con una punta di speranza. Opinioni che riflettono una polarizzazione sul tema, agita in modo differente dai partiti. “Il reddito” da un lato viene presentato per quello che non è, ovvero una grande svolta all'interno del piano di “eliminazione della povertà”. Dall'altro viene svilito, ridotto a barzelletta in spregio a quello che può significare se non altro in termini simbolici (ogni riferimento alla Boschi è voluto).

Queste prospettive marciano separate per colpire unite. Una serve a far passare dietro la parola “reddito” un violento dispositivo di workfare. L'altra mira a rendere ridicola ogni prospettiva diversa dallo sfruttamento a tempo indeterminato, che viene derubricata a “una vita in vacanza”. Con l'esito che nel migliore dei casi ti abitui ad una proposta profondamente insufficiente, nel peggiore ritorni al there is no alternative del lavorismo sfrenato.

Andando oltre questi giochini. Il piano che a noi interessa è capire che tipo di impatto “il reddito” avrà sui territori, e sulle soggettività che li attraversano. Va detto che contrariamente a quanto avvenuto in passato, quando la prima misura economica era solitamente restrittiva, assistiamo sin da subito ad una prima, per quanto parziale, redistribuzione di denaro.

Questa minima redistribuzione avrà probabilmente un impatto differente sui territori a seconda dei differenti contesti economici. E' da presupporsi dunque quantomeno una attenzione rispetto alla proposta, che implica anche per l'azione soggettiva delle realtà organizzate un atteggiamento laico nella sua decostruzione politica, e l'assenza di snobismo che possiamo lasciare tranquillamente ai tweet del Partito Democratico.

Provando a sottolineare alcuni punti critici. “Il reddito” consiste in un grande piano di messa al lavoro collettiva, in cui le ore di formazione professionale da attendere - e a cui è subordinata l'erogazione della somma monetaria - di fatto implicano un primo livello di sfruttamento. Il secondo è quello che riguarda la messa in discussione degli affetti. L'obbligo di accettazione di ogni proposta dopo un certo periodo di tempo su tutto il territorio nazionale rischia di essere uno dei temi sui quali potrebbero esserci dei cortocircuiti. Sia per lo sradicamento che ciò comporterebbe, ma anche per la probabile bassa qualità delle proposte offerte.

E' poi fondamentale focalizzarci sul rapporto tra “reddito” e giovani. Perlomeno nei grossi centri, riteniamo difficile che un giovane possa preferire l'idea di andarsene in qualche località lontanissima da casa per guadagnare poche decine di euro in più rispetto ad un lavoro, anche in nero, in una città che offre di più dal punto di vista esistenziale. La domanda che ne deriva è dunque: “il reddito” dei Cinquestelle è in grado di attaccare ad esempio l'enorme tema della disoccupazione giovanile, a dare una risposta al proletariato urbano a cavallo tra formazione e lavoro nei call center, nei ristoranti, nel delivery? A permettergli non solo una sopravvivenza, ma una esistenza degna, una vita che valga la pena di essere vissuta?

A queste condizioni, molto difficilmente. Sarà necessario avviare da questo punto di vista percorsi di inchiesta non solo sull'atteggiamento giovanile rispetto alla proposta, ma anche su eventuali metodi di aggiramento dei criteri richiesti da parte di questa. Comportamenti della classe capaci di forzare la misura, riappropriandosi di quote di ricchezza quando possibile.

Inoltre, grande attenzione va dedicata a quello che è il grande tema dell'accesso al consumo. Non ci riferiamo unicamente alle polemiche su consumo morale e immorale, ma a quanto la misura possa venire incontro alle esigenze di vita dei giovani in contesti sempre più segnati dal carovita. Gli ultimi anni hanno infatti mostrato come il tema del “consumo” sia da intendersi in senso più ampio come possibilità di acquisire uno stile di vita.

Siamo di fronte a una vera e propria richiesta di massa di “consumo di metropoli” che non potrà certo essere racchiuso dalla lista di beni delle neo-tessere annonarie distribuite dai fantasmagorici navigator governativi. Dietro questa istanza si muove infatti una richiesta di autonomia che rompe soggettivamente sia con le vecchie forme dello stato assistenziale che con una erogazione disciplinante del reddito. Aprendo quindi potenzialità di lotta che sino ad ora sono esplose in riot e riappropriazioni a svariate latitudini, ma che faticano a canalizzarsi in percorsi di riappropriazione distesi su una lunga durata temporale.

L'obbligo di spendere obbligatoriamente la somma ogni mese impedisce di poter immaginare “il reddito” come utile a pensare un progetto di vita a lungo termine. Funzionando più come meccanismo di profilazione soggettiva sulla base degli acquisti effettuati tramite la card e come mancetta di passaggio nelle mani di chi la riceve, destinazione finale le imprese.

Il tema che si apre è in sintesi quello dello scarto tra le aspettative sociali rispetto al reddito pentastellato e la realtà dei fatti. E' in questo scarto che possono essere pensati processi di messa in movimento, a cavallo tra accesso al consumo e innalzamento delle condizioni di vita.

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