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Articoli filtrati per data: Tuesday, 22 Gennaio 2019

Ancora novità sul caso Cucchi. Spunta una frase, relativa ad un intercettazione, in un verbale della Squadra Mobile di Roma depositata agli atti del processo sui depistaggi del caso Cucchi.

“Mi raccomando dovete avere spirito di corpo... se c’è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare...”. Questo è stato riportato al Maresciallo Ciro Grimaldi per conto del comandante del gruppo carabinieri Napoli Vincenzo Pascale, dal collega Mario Iorio. Grimaldi nel 2009 era di servizio nella caserma dove si è consumato il pestaggio nei confronti di Stefano Cucchi. Il messaggio arrivato a Grimaldi doveva servire a convincerlo a ritrattare alcune deposizione che in fase di processo aveva rilasciato. Dichiarazioni che, a quanto pare, mettevano in difficoltà i colleghi
che si erano occupati del foto segnalamento di Cucchi.
Grimaldi dopo quel “consiglio”, in aula, cercò di modificare una dichiarazione precedentemente rilasciata prima di tornare sui suoi passi a causa della contestazione del pm Giovanni Musarò che era già a conoscenza dell’intercettazione.
L’intercettazione in questione è stata inserita nell’inchiesta in corso sui depistaggi che riguardano il caso Cucchi. In particolare sul famoso registro che avrebbe dovuto dare la certezza della presenza di Cucchi in quella caserma dei carabinieri. Ma su quel registro il nome di Cucchi fu cancellato e i Carabinieri del comando provincia di Roma evitarono di acquisirlo e consegnarlo alla magistratura. Si limitarono a copiarne il contenuto, in questo modo lo sbianchettamento del nome di Cucchi non sarebbe risultato.

Nonostante l’evidenza continuano i tentativi del corpo dei Carabinieri di salvare il salvabile. La notizia di queste intercettazioni arrivano a pochi giorni dall’ennesima morte durante un fermo di polizia e le conseguenti dichiarazioni di sostegno ai poliziotti da parte di Salvini. Che dire, questo è lo Stato e noi non ci meravigliamo più. Per tutto questo otterremo giustizia.

 

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in varie

E' ripreso alle 13 di lunedi 21 gennaio lo sciopero nel colosso alimentare modenese Italpizza. I fatti avvengono dopo che l'assemblea delle e dei dipendenti delle cooperative in appalto aveva constatato come l'azienda avesse eluso ogni disposizione dell'accordo siglato in prefettura, nel primo tavolo di trattativa strappato dopo la settimana di lotta agli inizi dello scorso dicembre.

L’accordo prevede il completo reintegro delle lavoratrici e dei lavoratori alle loro mansioni e il rispetto del contratto nazionale da alimentaristi (da sempre disatteso nello stabilimento). "Alla data del 20 solo alcune lavoratrici sono tornate al lavoro, oltretutto sotto costante controllo dei caporali delle coperative, obbligate a mansioni unicamente punitive. L'ultima a livello temporale è stata la pulizia delle tubature sul tetto dell’edificio senza alcuna protezione a disposizione. In questo modo cercano di intimorire chiunque sia iscritto al si cobas e partecipi alla lotta" fanno sapere le lavoratrici stesse.

Già nelle scorse settimane era stata resa pubblica la completa sudditanza delle istituzioni e delle organizzazioni politiche e sindacali cittadine agli interessi di Italpizza, facendo venire alla luce un grottesco quanto rapido scambio di dichiarazioni a livello nazionale. Il 14 gennaio una delegazione di delegati e delegate del Si Cobas ottiene un incontro a Roma col sottosegretario al ministero del Lavoro, nel quale si prende atto che Le ispezioni da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’INPS e dell’Ispettorato del Lavoro confermano quanto denunciato da tempo con gli scioperi e i picchetti.

Il giorno seguente anche in parlamento, con un'interrogazione della deputata Ascari del Movimento 5 Stelle vengono riportati gli stessi esiti assieme alla dichiarazione di vicinanza ai diritti e alla dignità dei lavoratori, dichiarazione alla quale dai picchetti si risponde senza illusioni e ben conoscendo quello stesso parlamento che, col decreto sicurezza, ha dato ancor piu strumenti di ricatto e repressione a questure e aziende in tutta la penisola.

Al teatrino di eterna campagna elettorale si aggiungono immediatamente le sigle confederali con cgil cisl e uil di modena che dichiarano nuovamente come all’interno dello stabilimento ogni forma di legalità sia rispettata e controllata. Queste vengono smentite anche con la pubblicazione dei precendenti accordi sindacali in cui le stesse organizzazioni accettavano l'applicazione dei contratti illeciti considerando “le difficoltà economiche in cui versa l'azienda" (Italpizza nel frattempo ha quasi triplicato il proprio capitale negli ultimi 9 anni).

Lo sciopero riparte quindi con ancora maggiore determinazione con la solidarietà di lavoratori da tutta la provincia e dall'altra parte un fronte che pare sempre più fragile. Sono numerosi durante la notte fra lunedi e martedì i furgoni caricati dai caporali che arrivando dalla provincia di Bologna, cercano di far riprendere la produzione ma inutilmente, in tutta l'azienda ad eccezione di un nastro, il lavoro rimane fermo. Dal primo mattino si susseguono tre cariche del reparto celere che non hanno però alcun effetto, nonostante si segnali un lavoratore ferito il picchetto continua a ricompattarsi e a proseguire lo sciopero.

Intorno alle 13 dopo, dopo l’ennesimo tentativo di disperdere gli e le scioperanti, la polizia riesce a fermare una lavoratrice assieme a un solidale e a portarla in questura. La compagna verrà rilasciata dopo un’ora grazie all’immediato e partecipato presidio che ne ha chiesto limmediata liberazione.

Il picchetto a Italpizza prosegue, seguiranno aggiornamenti.

 

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Ieri il consiglio comunale di Torino ha approvato un ordine del giorno di sostegno ai 5 giovani torinesi inquisiti dalla procura Torino

Partiti per sostenere a diverso titolo, nelle strutture militari e civili, la lotta contro Daesh in Siria a fianco della rivoluzione confederale, rischiano ora di essere sottoposti alla misura della “sorveglianza speciale” dallo stato italiano. Dopo anni di roboanti dichiarazioni di politici di ogni colore, tutti pronti a parole a lottare contro “la barbarie dell’ISIS”, quando alcuni giovani decidono di impegnarsi in prima persona vengono inquisiti al loro ritorno e additati come nemici pubblici. Una “farsa” come l’ha definita Eddy – arruolata per mesi nelle nelle YPJ, l’esercito femminile di auto-difesa popolare che ha scacciato lo Stato islamico dalle zone settentrionali della Siria – saltata agli occhi anche del consiglio comunale di Torino. Ieri i consiglieri hanno quindi espresso a nome della città “solidarietà alla popolazione della Siria del Nord” chiedendo alle autorità italiane di muoversi per pretendere dalla Turchia la cessazione degli “attacchi indiscriminati” che stanno colpendo il Rojava e il cantone di Afrin.

Un segnale importante nel quadro di un’ampia compagna di sostegno agli inquisiti che, secondo le richieste della PM Pedrotta, dovrebbero essere banditi da Torino e subire una serie di limitazioni della libertà personale tra le quali, nei fatti, l’impossibilità di partecipare a iniziative pubbliche per raccontare la propria esperienza come già fatto a più riprese negli scorsi mesi. Dopo il corteo di solidarietà di sabato scorso, oggi verrà presentato un appello di decine di personalità del mondo della cultura e dello spettacolo che chiedono l’abbandono di ogni accusa da parte della procura torinese, alla vigilia dell’udienza in cui i potenziali “sorvegliati speciali” saranno ascoltati dal giudice che dovrà decidere della loro sorte.

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Ripubblichiamo alcune riflessioni di Nicola Chiappinelli pubblicate dal blog MinutoSettantottoMinutoSettantotto, concentrate sul dibattito pubblico che si è sviluppato sul tema del razzismo nel mondo del calcio. A partire dai cori di alcuni settori della curva dell'Inter nei confronti di Koulibaly del Napoli, poi riproposti sempre da alcuni tifosi nei confronti di Kean della Juventus a Bologna, giungendo fino ai cori razzisti e antisemiti durante Lazio-Novara, negli scorsi giorni abbiamo infatti assistito al festival dell'ipocrisia. Presidenti che si reinventano paladini dell'antirazzismo, ministri abili a sfruttare l'eco mediatica per fini elettorali, perfino "compagni" che giustificano la peggiore feccia xenofoba in un nome della presunta peculiarità di un generico "ambiente da stadio", pensato come immune dalle contraddizioni e dai conflitti che si agitano della società. Anche lo stadio è, come si fa giustamente notare, campo di contesa come il resto degli ambiti sociali esistenti. Sarebbe ridicolo dunque da un lato affermare l'estraneità dai processi generali sociali di ciò che succede al suo interno, come dall'altro caricare lo stadio e l'ambiente ultras di tutti i mali di una società che presenta contraddizioni e problematiche che si ripropongono non certo soltanto sui gradoni di una curva. Problematiche spesso fomentate dalle stesse istituzioni politiche e sportive che ora si ripuliscono il volto provando a fare business, ad accumulare capitale reputazionale e followers con campagne antirazziste. Nei prossimi giorni proveremo ad offrire nuovi spunti sull'argomento. Buona lettura.

Premessa: chi scrive frequenta quasi abitualmente la curva, nelle zone centrali (quelle dove o si canta, o si canta), e si è ritrovato in varie occasioni a cantare contro squadre e tifoserie avversarie intonando versi ostili, di quelli che prefigurano elementi come la scomparsa (in senso lato), la puzza, la merda, stati del tutto arbitrari di inferiorità e oscenità varie.

Non ho mai fatto cori sui morti, né altri tifosi e nemmeno calciatori o allenatori o presidenti, ma solo per una questione tutta personale: non mi piacciono, probabilmente temo tanto la morte da rispettare chi l’ha conosciuta, o forse finisco per immedesimarmi nei familiari delle vittime. Anche se poi non è del tutto vero: auguro spesso una certa fine a un ministro pieno di felpe e divise, non me ne vergogno e spero possa accadere presto. A lui come a tutti quelli che seminano odio, che abusano del proprio potere e della propria condizione per alimentare divisioni basate su questioni di etnia, di religione, di razza.

I razzisti, appunto. Sono partito da qua, stamattina, quando ho pensato di buttare già qualche riga. Due, in ordine di tempo, gli input più urgenti: il video (dal movente pure apprezzabile) dell’Inter, che sui suoi profili social ha trasformato il “Buu” razzista in un messaggio di «unità», ossia “Brothers Universally United”; e poi un filmato postato dal delatorio ed inutile account @romafaschifo (e visto solo perché qualcuno l’aveva retwittato) in cui si ascoltavano nitidamente alcuni “tifosi della Lazio” sillabare ignobili cazzate su Anna Frank e scimmiottare il passo dell’oca delle marce militari naziste.

Per amore della chiarezza, sarò di nuovo netto: io i seguaci del nazifascismo li vorrei morti. È inutile girarci attorno. Potremmo iniziare ora una discussione sul comunismo, le dittature di “sinistra” e tutte quelle altre cazzate che deve sorbirsi una persona quando posta una foto di Mussolini appeso, o ha l’ardire di celebrare il 25 aprile e la lotta partigiana impegnata ad estirpare dalla terra la radice nera della storia. Non ho però tutte le competenze richieste, o semplicemente non mi interessa. Schifo il dio-patria-famiglia, schifo il manganello del padrone, schifo chi colonizza, schifo l’idea della razza.

Torniamo sempre lì, ai razzisti. Ultimamente nel mondo del calcio se ne sta parlando più del solito. Episodi ce ne sono stati tantissimi nell’ultimo ventennio (non vado troppo indietro per non creare confusione, restiamo al pallone compresso tra pay-tv, giornali in crisi diventati spesso siti sportivi di merda e social network), dalle tanti reazioni di Balotelli al famoso tentativo di Marco Andrè Zoro che provò ad interrompere un Messina-Inter del novembre 2005 per gli ululati della curva avversaria.

La scena si è ripetuta di recente allo stadio Meazza di Milano, con protagonisti nuovamente degli spettatori interisti, anche se in questo caso è stato il cartellino rosso ricevuto in partita dalla vittima degli insulti, Kalidou Koulibaly del Napoli, a scatenare le polemiche, in un cortocircuito di cause ed effetti dove la sempre colpevole narrazione sportiva mainstream ha avuto vita facile nel mischiare il razzismo con l’espulsione con il risultato della partita con i cori anti-napoletani della curva e con gli scontri poco lontano da San Siro in cui ha perso la vita l’ultrà varesino D. Belardinelli, peraltro capo di un gruppo (Blood and Honour) legato a una corrente sovranazionale di aperto stampo neonazista.

E ripartiamo allora sempre dallo stesso punto, come l’auto che arranca in salita. “Gli stadi sono culle di ideali dell’estrema destra”, “tra gli ultras è pieno di fascisti e di razzisti”. Wow! Non sarà che forse è la nostra società ad essere piena di merda? Sto recitando un cumulo di ovvietà, eppure non le percepisco come tali. Un caro amico, una delle persone più influenti nella mia formazione in curva, tanto tempo fa mi aprì gli occhi su quanto un certo tipo di mondo nostro, che definirei “antifascista” se mi concedete di non usare il vago termine “sinistra”, avesse compiuto il colpevole errore tattico di abbandonare i settori popolari degli stadi; anzi, di abbandonare proprio gli stadi, di giudicare quello stile di vita una parentesi per giovani teppisti e di ritenere il calcio in sé un contenitore ormai svuotato dal business. Come se non fosse stato sempre così; come se, al di là di ovvie differenze dettate dai tempi, non fossero stati gli affari il fulcro dello sviluppo globale inarrestabile del circo pallonaro.

Provo a mettere un punto, dunque, se non vi siete ancora arresi a questo sproloquio disorganizzato. O meglio, metto dei punti di domanda.

Ci sono putridi fan del nazifascismo nelle curve di Inter e Lazio? Certamente sì.

Sono la maggioranza? Probabilmente (sarebbe più giusto aspettare un censimento, ma vabbè…)

Vale lo stesso per altre squadre italiane? Affermativo (molte curve sbandierano ancora il vetusto “ultras no politica”, ma sembra più una rivisitazione del grillino “oltre la destra e la sinistra”).

La curva è un terreno fruttuoso per le associazioni di estrema destra? Ovviamente, come ogni forma ricreativa o gruppo associativo dietro cui veicolare altri messaggi (o vogliamo dimenticarci quanta fascisteria accettata si nasconde dietro presunte sigle animaliste o fantomatiche cause solidali…)

Esistono tifoserie più razziste di altre? Forse sì, ma è proprio il focus su questa o quella tifoseria che storpia il dibattito e lo riduce a una ridicola di lista di buoni e cattivi (con solo cattivi). Abbiamo razzisti conclamati nella cosiddetta classe dirigente, il senatore leghista Calderoli è stato appena condannato per aver definito «orango» l’avversaria politica Kyenge e non a un solo giornalista è mica passato per il cervello di definire la Lega un partito razzista da chiudere prima possibile (se Calderoli fosse stato beccato a dire quella cosa in uno stadio, il daspo non gliel’avrebbero tolto nessuno).

Gli stadi sono una zona franca? Neanche per il cazzo, perdonate il francesismo. Al contrario, sono i luoghi in cui ai gesti vengono applicate (e spesso testate per la prima volta) unità di misura originali e singolari rispetto alla realtà quotidiana.

Si cantano cori schifosi negli stadi? Evidentemente sì, fanno parte di una certa cultura dello sfottò da tifo e della rappresentazione della rivalità che nel frattempo si è connotata di nuove sfumature (non sta a me dire se peggiori o migliori di quelle passate) esaltate dal fatto che, mentre prima un coro goliardico restava nel suo recinto di brutale violenza verbale figlia del contesto, adesso trova i media subito pronti a dargli quella eco da indignazione che annebbia la vista e gli regala fascino inatteso.

Volete un esempio pratico? Detto fatto: prendete il «Serve una pulizia di massa» pronunciato da Matteo Salvini il 18 febbraio 2017, stampatelo su uno striscione di qualsiasi curva di Serie A e quella curva due ore dopo si ritrova chiusa. Prima dagli editoriali delle nostre grandi penne che dalle decisioni del giudice sportivo.

Perché il problema vero non sono i cori da stadio, appunto. Il problema è chi sposa o solletica il fasciorazzismo. Koulibaly o quasi altro giocatore di pelle nera, olivastra, gialla o altra che sia ha tutto il diritto di incazzarsi, fare suo il pallone e abbandonare il campo se si è rotto di correre in mezzo ad ululati e becerume vario, e così i suoi compagni di team. Meno mi convince la riduzione dell’antirazzismo alla difesa di una certa squadra o alla chiusura degli stadi, altrimenti avremmo trovato la cura agli agguati razzisti nelle nostre strade, alla legittimazione delle offese e degli auguri di morte ai migranti che lasciare in mezzo al mare perché qualche punto percentuale di consenso. E perché in politica, si sa, l’antirazzismo è tema di scarso appeal per l’apparato mediatico ed opinionistico.

Questa è una difesa cieca e a spada tratta degli ultrà? No, perché in un mondo adulto ognuno prende la responsabilità di ciò che fa. È soltanto il tentativo di scandagliare col mestolo nella minestra che stanno cucinando tv, radio, giornali e siti, per evitare che tutto si attacchi in unica sbobba in cui urlare «Lavali col fuoco» e «Milano in fiamme» è ritenuto più grave che vietare lo stendardo con il volto di un ragazzo ucciso dalla polizia (ciao Federico); per evidenziare che una rissa che sfocia in uccisione è un crimine odioso sia che lo si commetta nei pressi di uno stadio e sia nei pressi di una campagna abbandonata e occupata da gente in cerca di fortuna; per riaffermare che la violenza è nella società, nelle dinamiche e nei rapporti di forza quotidiani, e riempire una curva con dei bambini per una domenica non vi assolverà da alcun peccato, visto che quei bambini cresceranno e diventeranno esattamente ciò che questo paese è capace di mostrare ora; per ricordarsi che non esistono il fascismo e il razzismo da stadio, esistono i fascisti e i razzisti da combattere ogni giorno.

 

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