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Articoli filtrati per data: Saturday, 19 Gennaio 2019

Più di un migliaio di persone al corteo convocato per sostenere chi combatte l'Isis, le Ypg/Ypj e Paolo, Eddi, Jak, Davide e Jacopo, i cinque italiani che hanno sostenuto la lotta all’ISIS in Siria e ai quali all’inizio di gennaio è stata notificata una richiesta di applicazione della sorveglianza speciale avanzata dalla Procura torinese.

Il corteo, partito nel pomeriggio dalla stazione di Porta Nuova, ha attraversato le vie del centro di Torino per poi concludersi in piazza Castello. Oltre alle tante realtà torinesi presenti, anche diverse delegazioni arrivate dal resto del Piemonte e dell’Italia per manifestare appoggio e solidarietà a chi in questi anni ha deciso – in tempi e forme diverse - di sostenere la rivoluzione confederale della Siria del Nord e di combattere i miliziani dello Stato Islamico, unendosi alle YPG e alle YPJ (le unità di protezione popolare) o supportando le strutture civili e svolgendo un prezioso lavoro di informazione.

La richiesta formulata dalla Procura per mano del Pubblico Ministero Emanuela Pedrotta (il cui nome ricorre in molti processi contro il movimento No Tav e i militanti torinesi) è vergognosa e paradossale: una misura repressiva ereditata dal codice Rocco fascista che prevede forti limitazioni della libertà personale, oltre all’allontanamento da Torino per 2 anni, che la PM vorrebbe applicare sulla base di un generico e totalmente arbitrario giudizio di “pericolosità sociale” dei 5.

Di qui la necessità, già espressa nelle molte iniziative di solidarietà dei giorni scorsi, di sostenere pubblicamente le YPG e le YPJ e tutte le italiane e gli italiani che hanno combattuto e combattono l'Isis e il jihadismo in Siria. Il corteo ha reso omaggio a Giovanni "Hiwa" Asperti, il primo combattente italiano morto in Siria del Nord tra le fila delle YPG, e molti interventi hanno sottolineato a più riprese l'urgenza di mantenere alta l’attenzione e la solidarietà verso la rivoluzione della Siria del Nord, che in questi giorni si trova a fronteggiare la minaccia di un’invasione da parte dell’esercito di Erdogan e delle bande jihadiste ammassate al confine turco-siriano.

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Al corteo è arrivato tra gli applausi il saluto di Paolo, tra i 5 destinatari della richiesta di sorveglianza speciale e attualmente detenuto agli arresti domiciliari, ed è stato letto il messaggio di solidarietà di Giorgio “Brescia”, anche lui costretto da mesi ai domiciliari per un corteo antifascista.

Il 23 gennaio è stata fissata l’udienza in cui verrà discussa la richiesta formulata dalla Procura: il corteo di questo pomeriggio si è chiuso rilanciando l'appuntamento per quel giorno alle 9.30 di fronte al Tribunale di Torino per un presidio di solidarietà.

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Seconda assemblea regionale dei comitati e dei movimenti contro le grandi opere inutili e imposte, per la giustizia ambientale.

L’ 8 dicembre a Trebisacce, in occasione della IX Giornata Mondiale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per la Difesa del Pianeta ed in concomitanza con diverse decine di piazze in tutta Italia, si è tenuta un'assemblea pubblica regionale autoconvocata che ha messo al centro della discussione le pratiche in difesa del territorio e l’urgenza di reagire alle politiche di devastazioni e saccheggio perpetrate ai danni delle nostre comunità a partire dall'urgenza di bloccare il devastante progetto del III Megalotto della S.S. 106, le concessioni di ricerca estrazione di idrocarburi in terra e in mare (in particolare le concessioni “Tempa La Petrosa” sul Pollino fra Basilicata e Calabria e la perforazione di pozzi esplorativi fra la foce del Crati e Casoni, entrambi Siti di Importanza Comunitaria), la paradossale attività della centrale Enel a biomassa operante nella Valle del Mercure in pieno Parco Nazionale del Pollino e il più delirante progetto privato di una mega discarica di rifiuti speciali a Cammarata, nel cuore del distretto agricolo d'eccellenza della Piana d Sibari o, ancora, il mega progetto di ampliamento della discarica di Scala Coeli.

 

In realtà molto più numerose sono le emergenze ambientali e territoriali che flagellano la nostra regione. L’assemblea infatti, ha visto la partecipazione di diversi attivisti provenienti da tutta la Calabria in rappresentanza delle tante lotte in difesa del territorio e contro lo sfruttamento e la devastazione delle nostre comunità locali.

Il quadro sociale uscito fuori dopo oltre 4 ore di assemblea è stato chiaro: i territori calabresi e le sue comunità hanno pagato e continuano a pagare un prezzo elevato in termini di malattie, inquinamento e devastazioni ambientali e tutto ciò nonostante la Calabria non abbia mai avuto uno sviluppo industriale che possa giustificare l’attuale scempio ambientale e socio-sanitario.

La Calabria, negli anni, è diventata la pattumiera d’Italia e, nel contempo, territorio vergine da sfruttare e conquistare (trivelle, discariche, inceneritori, grandi impianti inutili e dannosi, depurazione, accaparramento e privatizzazione delle risorse idriche, ecc.).

A fare cassa i soliti gruppi nazionali ed internazionali (Astaldi, Impregilo, Cmc, Eni, Total, Veolia, ecc.); a farne le spese l’intera comunità calabrese e, tra essa, le fasce sociali povere e precarie.

Nessuno “sviluppo” dunque, nessun posto di lavoro reale ma soltanto false promesse elettorali; povertà, miseria e marginalità sociale oggi la fanno da padrona nel Mezzogiorno. Non è un caso se la Calabria risulta tra le Regioni più povere e depresse d’Europa e con livelli di accesso alle cure ad alla sanità tra le peggiori dell’Unione.

Le numerose realtà presenti all’assemblea di Trebisacce hanno portato nel dibattito le diverse urgenze ambientali e sociali in cui sono impegnate da anni, convergendo assieme sulla necessità di porre al centro della prossima agenda sociale alcune questioni dirimenti:

tutto il territorio regionale, già abbondantemente flagellato dalla mancanza di servizi essenziali legati soprattutto alla sanità e alla viabilità, diventa di fatto territorio coloniale al servizio della predazione neoliberista che non prevede alcuna ricompensa se non in termini di inquinamento e malattie correlate, improduttività agricola e culturale, disgregazione sociale e mistificazione identitaria; i circa 1,5 miliardi di euro di costi imputabili all'attuale tracciato previsto dal III Megalotto della SSS106 e i tanti altri miliardi di euro sprecati per altrettante grandi opere inutili e dannose sparse sul territorio regionale, diventerebbero molto più utili e vicini alle esigenze delle popolazioni se fossero investiti nel recuperare il grave dissesto idrogeologico, per normalizzare la situazione sanitaria, per ripristinare e migliorare la viabilità interna, interpoderale e rurale, per incrementare le attività di valorizzazione e ricerca archeologica, storica, naturalistica e antropologica e realizzare un'offerta turistica, culturale, enogastronomica e naturalistica integrata ed ecosostenibile; ridare centralità alle forme della democrazia diretta, della partecipazione attiva e dell’autogoverno dei territori come unico antidoto alle pratiche capestro che hanno caratterizzato per decenni le politiche regionali e nazionale: rivendicare, qui ed ora, la necessità che a decidere sulla propria vita e sul proprio futuro debbano essere le comunità locali e non una ristretta élite politica; promuovere processi che vedano protagonisti gli abitanti dei territori, i comitati popolari, le organizzazioni sociali e le comunità locali nella costruzione di mobilitazioni in difesa del territorio e della salute, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, per una nuova economia sociale territoriale che metta al centro dell’agire l’autogestione, l’autogoverno e forme sperimentali di democrazia diretta, allontanando dal proprio agire quotidiano il meccanismo della delega e delle scorciatoie elettoralistiche. Tutto ciò è la base per la costruzione di una nuova soggettività che sappia mettere in campo un’economia socialmente ed ecologicamente orientata, partendo dalla condivisione collettiva su cosa, come, dove e per chi produrre; che si riappropri della ricchezza sociale prodotta per garantire redistribuzione e investimenti socialmente utili; che faccia della partecipazione sociale diretta l’humus per una nuova società; la necessità di inquadrare qualsiasi lotta condotta all’interno dei nostri territori in una dinamica di contrasto e opposizione attiva rispetto alle strategie politico-economiche che trovano espressione nei cosiddetti trattati commerciali di “libero scambio” (TTIP, CETA, ecc.), accordi transnazionali il cui unico scopo è quello di garantire libertà di azione e di espansione alle grandi corporazioni, legando le prospettive di profitto all’abbattimento di quelle che vengono denominate “barriere non tariffarie” (ovvero i diritti e le garanzie a tutela del cittadino, del lavoratore, del consumatore e, non ultimo, dell’ambiente).La ratifica di tali accordi – è stato sottolineato durante l’incontro sia dal rappresentante del movimento Stop TTIP Calabria che da quello della Coldiretti – comporta un rischio altissimo per il benessere delle comunità locali, sia in termini di sfruttamento del territorio, sia in quanto espropriazione di autonomia decisionale.

Anche su questo punto l’atteggiamento del governo si sta dimostrando particolarmente ambiguo, per non dire schizofrenico, con la proclamazione a gran voce (si veda la campagna elettorale del M5S) della propria contrarietà a simili trattati, in contraddizione con il recente via libera concesso dal MiSE all’accordo UE- Giappone e con l’assenso espresso rispetto al patto con il Vietnam;

la presenza di una delegazione lucana di ritorno da Riace, dopo tre giorni di studio e solidarietà nel paese della locride ha permesso di legare l'analisi delle vicende del cosiddetto “modello di accoglienza” di Riace a quella dei temi propri della giornata. Riace fa paura non solo perché ha saputo declinare il problema dell'accoglienza in un'opportunità di crescita comunitaria a partire dalla considerazione paritaria dell'altro in un processo virtuoso che ha annichilito le gerarchie e l'odine semantico che inquadra le persone fra quelle che danno e quelle che ricevono... Riace fa paura perché questo incontro paritario è potuto accadere sulla base di un'autorganizzazione e di un'autogestione delle risorse naturali, produttive e culturali del luogo che hanno portato il paese a essere, oltre a un modello di accoglienza (termine abbastanza critico e politicamente ambiguo per chi scrive), un tentativo reale di economia circolare ecosostenibile; l'ostinata non accettazione e opposizione a qualsiasi discorso falsamente ecologista che risulta sempre funzionale a interessi di parte o di natura elettorale: da un lato infatti, il discorso di amministratori locali e regionali che si pavoneggino parlando di sviluppo e difesa dei territori esponendo però - di fatto - le popolazioni al saccheggio sanitario, ecologico, paesaggistico e delle risorse produttive e culturali; dall'altro, l’ecologismo opportunista dell’attuale governo Giallo/Verde e, nella fattispecie, del M5S che non intravede alcuna contraddizione nel votare compattamente un dispositivo come il D.L. Salvini che nega la protezione umanitaria a persone che molto spesso sono costrette alla fuga e a rischiare la propria vita in conseguenza anche di immani disastri ambientali e climatici prodotti nelle loro terre dalle multinazionali e dai Governi del mondo capitalista occidentale. Un Governo – è giusto ricordarlo - che con la stessa disinvoltura promette l’elemosina di un reddito di cittadinanza finanziato, in accordo con l’UE, con 18 miliardi di privatizzazioni di beni pubblici; l'urgenza, espressa a più riprese durante l’assemblea, di ridare vita e forza a un coordinamento regionale di realtà impegnate a difesa del territorio, contro le grandi opere inutile ed imposte e per la giustizia ambientale, che sappia produrre una mappatura delle crisi e dei conflitti ambientali in Calabria, che sappia analizzare e produrre una strategia comunicativa efficace e un'alternativa di proposte e soluzioni.

La convinzione che ha spinto le diverse realtà ad autoconvocarsi a Trebisacce è che non esiste nessun tipo di avanzamento delle lotte contro la crisi, l’austerità e la devastazione territoriale senza la creazione di un rapporto di forza reale, fatto di corpi in carne ed ossa, di uomini e donne che divengono forza sociale impattante proprio nei processi di autorganizzazione.

È con questo spirito che le diverse realtà regionali si autoconvocano domenica 3 FEBBRAIO 2019 a Rende (ore 16:00 | Spa Arrow – Via Panagulis) con la volontà di riprendere un percorso - mai del tutto abbandonato - ma soprattutto per riprendersi il proprio futuro, qui ed ora!

Terre di Calabria, 16.01.2019

I COMITATI, I MOVIMENTI E LE REALTÀ SOCIALI CALABRESI CONTRO LE GRANDI OPERE INUTILI ED IMPOSTE E PER LA GIUSTIZIA AMBIENTALE

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La prefettura ha mandato un provvedimento di allontamento dal territorio italiano a Madalina, compagna rumena del Movimento per il diritto all'abitare di Roma.

I pretesti utilizzati dal prefetto sono state segnalazioni della polizia e denunce che in passato hanno raggiunto l'attivista, rendendola a loro avviso esempio di mancata integrazione. Al di là del fatto che alle denunce siano conseguite solo archiviazioni e nessuna condanne, è paradossale che la prefettura definisca non integrata una persona che in questi anni ha lottato per migliorare condizioni di vita degli ultimi, italiani e stranieri.

Riportiamo per intero il comunicato dei Movimenti per il diritto all'abitare che spiegano quale sia la situazione. Da parte nostra esprimiamo la nostra solidarietà a Madalina.

"Con Madalina!
Pochi giorni fa Madalina, una nostra compagna rumena e attivista del Movimento per il diritto all’abitare, ha ricevuto un provvedimento di allontanamento dal territorio italiano per cinque anni, per motivi di pubblica sicurezza.
Con apposito decreto disposto dal Prefetto di Roma sulla base di un rapporto redatto dai carabinieri e di varie segnalazioni di polizia, a Madalina viene intimato di lasciare l’Italia entro 30 giorni considerato che “gli atti e i comportamenti posti in essere, anche reiteratamente, dal soggetto sopra generalizzato evidenziano la mancanza di integrazione”.
In tutte le segnalazioni di polizia utilizzate per costruire il profilo criminale di Madalina, ricorrono la radunata sediziosa e la violazione sulle disposizioni su riunioni in luogo pubblico, retaggi del regime fascista nel codice penale con cui si sanziona, anziché l’azione commessa, il carattere del singolo considerato non disponibile alla sottomissione.
Madalina vive a Roma da più di dieci anni. In questo periodo di tempo non solo ha studiato, lavorato, dato vita progetti sociali e culturali costruendo la propria vita, le proprie amicizie e gli affetti più cari. E’ un’attivista che si è battuta per il diritto alla casa. Dunque una donna perfettamente “integrata”, che ha deciso di non accettare passivamente le condizioni di sfruttamento ma di schierarsi per difendere la libertà e i diritti di tante persone in questa città.
Il provvedimento di allontanamento nei suoi confronti è dunque un vero e proprio atto di violenza poliziesca che mira a sradicare Madalina dalla realtà sociale, affettiva, lavorativa cui è legata. Il tutto in mancanza di sentenze di condanna e anche sulla base di indagini archiviate. Madalina deve essere quindi allontanata per quello che è e per il suo attivismo sociale.
Siamo consapevoli che questo atto repressivo nei confronti di Madalina è la punta dell’iceberg di una serie di dispositivi che in questi anni e anche in questi giorni hanno colpito decine di attivisti e attiviste non solo a Roma, ma in tutta Italia. Con le sorveglianze speciali, i daspo urbani, i fogli di via, gli avvisi orali si è ormai bypassato il piano dei processi e della giustizia penale, privilegiando il piano amministrativo per colpire chi in questi anni di crisi si è battuto per una vita degna, decorosa e per i diritti di tutti.
Dispositivi confezionati su misura per prendere di mira gli attivisti sul piano personale, come accaduto recentemente in Giambellino e a Cosenza, criminalizzandoli e delegittimando le istanze sociali di cui si fanno portatori come problemi di criminalità comune e di ordine pubblico.

Nei giorni del trionfo del populismo penale e giudiziario, ribadiamo che non faremo un passo indietro per difendere la legittimità delle lotte che portiamo avanti, il nostro diritto all’autodeterminazione e la libertà di movimento.

Parafrasando de André tanto citato in questi giorni, chissà se fossimo stati al loro posto....Ma al loro posto non ci sappiamo stare. Ma ai nostri posti, in compenso, ci troveranno.
Perché non accetteremo che Madalina venga allontanata dall’Italia e posta al confino. La difenderemo con ogni mezzo necessario!"

Siamo tutt* Madalina!

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Riceviamo e pubblichiamo dal Nodo solidale gli aggiornamenti sulla carovana migrante al confine tra Guatemala e Messico. Mentre pubblichiamo, 19 gennaio 2019, al confine centro americano é il pomeriggio del 18.

 

La  carovana migrante é riuscita a passare il confine fra Guatemala e Messico fra la notte del 17 e la mattinata del 18 gennaio. É la prima del nuovo anno.

Composta da 7.000 persone di cui la maggior parte honduregni e salvadoreñi, quella che ormai é la terza carovana migrante dall'autunno del 2018, ha attraversato Honduras e Guatemala in 4 giorni di marcia serrata. É riuscita, prima, a sfondare le barriere fra Honduras e Guatemala, dove si sono registrati scontri sul confine e lanci di lacrimogeni da parte della polizia guatemalteca, poi, ha proseguito verso Tucun Uman ottenendo di passare la frontiera Guatemala-Messico senza che si verificassero incidenti con polizia, esercito e marina presenti sul valico.

I braccialetti offerti dal governo messicano a chi avesse voluto accettare i termini per la permanenza temporale nel paese, quindi, dei tempi legali che intercorrono fra la richiesta e l'accetazione della domanda, sono stati rifiutati da chi ha scelto oggi di passare.

I migranti, nel pomeriggio, incolonnati e organizzati attraverso un'efficace coordinazione degli stessi gruppi che compongono la carovana, sono entrati nella cittá di Tapachula dirigendosi verso la piazza principale.

La polizia federale messicana e l'INM (Istituto Nazionale Migratorio) non hanno effettuato nessun fermo nè ostacolato la carovana in suolo messicano, assistendo alla marcia e limitandosi a filmare.

Fra bandiere hondureñe e un mare di zainetti, Juan Orlando Hernandéz, presidente della repubblica Hondureña, é il soggetto ricorrente nelle conversazioni che accompagnano il cammino e viene ripetutamente insultato, mentre famiglie e anziani raccontano del narcostato hondureño, dei massacri e delle sistematiche violenze della sua polizia nelle strade del paese.

Mentre il gruppo arrivato a Tapachula si riposa qualche ora prima di ripartire (presumibilmente nella notte) per continuare in direzione Stati Uniti, rimbalzano giá le voci di una nuova carovana che starebbe raggruppandosi in Guatemala.

Ogni anno, quasi mezzo milione di persone attraversa il confine fra Guatemala e Messico. Le carovane, anche in questo inizio 2019, continuano a marciare mettendo in discussione il sistema frontiera. Piu le frontiere si restringono, più vengono messe in crisi dai corpi delle migliaia di persone che le attraversano.

Nodo Solidale

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