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Articoli filtrati per data: Saturday, 12 Gennaio 2019

È notizia di pochi minuti che il fratello del leader rivoluzionario, Mehmet, ha incontrato Abdullah Öcalan nel carcere turco di Imrali dove si trova detenuto da quasi vent'anni.

Un breve messaggio della co-presidente dell'HDP Pervin Buldan ha informato che l'incontro si è tenuto oggi e che Öcalan sta bene e si trova in buone condizioni di salute. Le autorità turche impedivano contatti con lui e con gli altri tre prigionieri suoi compagni dal settembre 2016. Negli ultimi mesi una dura campagna di mobilitazione globale e lo sciopero della fame dei detenuti politici curdi nelle carceri turche avevano messo alle strette la Turchia, pressata dalla minaccia di disordini ingovernabilità fuori e dentro i propri confini qualora dei detenuti in sciopero fossero morti o non si avessero avute notizie di Öcalan.
Fonti ufficiali forniranno domani maggiori informazioni

 

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Altro sabato di mobilitazione del movimento dei Gilets Gialli che sembra trovare nuovo slancio in questo 2019.

Dopo i pugni ben assestati dall’ex pugile di Massy Christophe Dettinger all’indirizzo di un celerino che aggrediva i manifestanti il campo della protesta si è fatto ancora più coeso. Una campagna in solidarietà a Christophe ha coinvolto a tutte le altezze il movimento, in particolar modo ponendo al centro delle preoccupazioni comuni la necessità dell’uso della forza per difendersi dalle violenze poliziesche. “Legittima sfida” recitava uno striscione in testa al corteo oggi a Toulouse.

Toulouse acte IX

Una dura controffensiva mediatica ha prima colpito il pugile e poi la solidarietà diffusa che lo ha circondato. Una colletta on-line per sostenere “l’atleta” è stata censurata dal governo con la minaccia di indagare tutti i firmatari i quali sarebbero, nel delirio della ministra alle pari opportunità Marléne Schiappa, complici delle violenze e sostenuti dal governo italiano (sic). Un attacco che ha insomma fortificato il fronte della protesta, determinato a seguire l’invito di Dettinger che in un toccante video messaggio registrato prima di costituirsi ha pregato i manifestanti di proseguire nella loro lotta.

La vicenda ha rappresentato non solo uno scontro significativo con il governo ma ha anche fatto chiarezza nel campo del movimento. Da sinistra in tanti hanno attaccato Dettinger e i gilets colti dall’ansia di stigmatizzare la violenza o speculando su presunte simpatie di questo per il Front National. In realtà la biografia del pugile e le sue parole rispecchiano l’autenticità di un corpo sociale in movimento, venato da ordini di discorso anche generici  - il popolo, il patriottismo, il senso di comunità - e talvolta contradditori con le istanze materiali, ma sicuramente accomunati da un’insopportabilità del regime di governo di questa società, da una tendenziale linea di classe e dalla non affiliazione a formazioni o a tradizioni politiche pregresse. Ancora una volta l’al lupo al lupo sui fascisti non si è rivelato essere una gran strategia per i detrattori di ogni forma di insorgenza sociale, a maggior ragione quando i fascisti vengono poi concretamente allontanati dai cortei di gilets quando si presentano in forma organizzata.

dettinger

I cortei di oggi quindi hanno scandito con forza il coro “libertà per Christophe” confermandosi, sembra, per partecipazione e diffusione. Si manifesta anche a Bourges, la cittadina al centro esatto dell’esagono francese scelta come epicentro dell’atto IX da una parte dei gilets. “Vogliamo convergere verso il centro del paese”, dichiara Priscilla Ludosky, prima firmataria della petizione contro l’aumento dei carburanti. Un segnale importando a tre giorni dall’inizio del “Grand Debat National”, la mossa diplomatica di Macron che prova a dialettizzare con una consultazione diffusa le istanze del territorio sui temi della fiscalità, della transizione ecologica e dei servizi pubblici nel tentativo di recuperare la protesta dei gilets gialli. Si tratta infatti della promozione di una serie di forum diffusi a livello locali, con amministratori o gruppi di cittadini per “ascoltare i francesi”. Ogni discussione che si inserisca nel quadro del “Grand Débat” verrà registrata su una piattaforma on-line e arriverà alle orecchie di Macron. Ma i cahiers du doleance sono già stati stesi dal movimento il quale, anzi, sembra essere passato oltre. I gilets non sembrano abboccare. Nonostante le fantasie nostrane di Di Maio che ha offerto ai gilets la piattaforma Rousseau non è ora tempo di democrazia on-line.

bourges

Altro epicentro dell’atto IX è ovviamente Parigi, dove sono già diverse decine di migliaia i gilets per strada con numeri in evidente crescita rispetto agli scorsi appuntamenti. Nonostante il clima surreale procurato dall’esplosione per una fuga di gas nei pressi dell’Opera con due morti e diversi feriti i cortei del mattino hanno visto un’altissima partecipazione in ogni punto di ritrovo. Un concentramento delle donne è stato dato alla Gare du nord mentre si sono dati anche concentramenti nei quartieri meno centrali e più prossimi alla banlieue. Particolarmente significativa la folla che ha raggiunto a Bastille. Primi lacrimogeni in avenue Wagram. Cariche e gas nei pressi dell’Arc du Triomphe dove una forte folla si è concentrata con largo anticipo rispetto e verso il quale stanno convergendo i vari cortei selvaggi. Barricate a Strasburgo. Cortei anche a Marsiglia, con le donne incordonate in testa, a Lione, dove dalla testa veniva scandito il coro "Nessuna piazza per i fascisti, nessun fascista nelle nostre piazze”. I Gilets sfilano anche a Bordeaux, Lille, Perpignan, Rouen, Caen, Nîmes, Nizza. Diversi anche i blocchi stradali, come quelli dei camion che si sono visti oggi ad Auxerre.

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Sono 80 mila gli agenti di polizia schierati oggi da Castaner, il ministro degli Interni di Macron che ha dichiarato guerra aperta a questo movimento con una strategia isterica a metà tra il continuo fallimento del tentativo di criminalizzare la protesta e l’aperta repressione. Sono 12 i morti dall’inizio delle proteste e non si contano i feriti, comunque oltre duemile, e i mutilati dalle armi da guerra della polizia. 216 i manifestanti incarcerati. I gilets però non abbandonano le strade.

 

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Di Daniele Pepino da Volere la luna – «Questo sarà l’anno della resistenza». Così ha salutato il nuovo anno – con una forza che ha dell’incredibile – Leyla Güven, dalla cella in cui è rinchiusa in Turchia. Dopo oltre 60 giorni di sciopero della fame

Leyla Güven è una parlamentare curda dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli), arrestata un anno fa – come centinaia di suoi compagni di partito – per aver postato in rete la sua contrarietà all’aggressione dell’esercito turco contro il cantone di Afrin (nel Nord-ovest della Siria) a gennaio del 2018. Nel carcere di tipo E di Diyarbakır, la deputata dell’HDP di Hakkari, e co-presidente del Congresso della Società Democratica (DTK), ha iniziato il 7 novembre uno sciopero della fame a oltranza per protesta contro l’isolamento del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan.

Abdullah Öcalan, prigioniero nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali dal 1999, non può incontrare i suoi avvocati dal 2011 e dal 2016 vive in totale isolamento, ogni comunicazione è stata interrotta, al punto che non se ne hanno più notizie. Leader del PKK e principale punto di riferimento per il movimento di liberazione curdo, Öcalan rappresenta la figura chiave di ogni possibile processo di pace, per il quale si è più volte speso anche dichiarando cessate il fuoco unilaterali dal carcere, regolarmente ignorato dal governo turco. Perciò, come ha affermato Leyla Güven: «Le politiche di isolamento imposte a Öcalan non sono imposte solo su di lui, ma attraverso la sua persona anche su tutto il popolo curdo … Continuerò la mia protesta fino a quando la giustizia non modificherà le sue decisioni illegittime e non metterà fine all’isolamento. Se necessario, porterò avanti questa protesta fino alla morte».

Non sarebbe la prima volta che prigionieri delle carceri turche muoiono nel corso di questa forma di lotta. Non solo. Il martirio dei prigionieri del PKK all’inizio degli anni Ottanta, che si uccisero dandosi fuoco abbracciati nel giorno del Newroz (capodanno curdo) o come esito di scioperi della fame, rappresenta per il movimento di liberazione il punto più alto della resistenza. Lo ribadisce la stessa Leyla Güven, in una lettera del 1 gennaio: «Stiamo entrando nel 2019 con lo spirito della grande resistenza del death fast nelle carceri di Diyarbakir. Sebbene siano passati 36 anni, sappiamo e sentiamo che lo spirito della resistenza è ancora vivo».

Martedì 8 gennaio Leyla ha raggiunto il 63° giorno di sciopero della fame.
I medici dicono che ha ormai oltrepassato la “soglia critica”. Le sue condizioni di salute sono ormai drammatiche, oltre a dolori, sbalzi di pressione, forte sensibilità a luce e suoni, le riesce ormai difficile parlare e non riesce più ad alzarsi dal letto o a camminare. In queste condizioni, negli ultimi giorni le è stato impossibile ricevere le visite in carcere dei suoi avvocati.
A fine dicembre, la IX Corte penale di Diyarbakır ha stabilito che Leyla deve restare in prigione. Su di lei pesa una condanna a oltre 30 anni di carcere, e la prossima udienza si terrà il 25 gennaio. Oltretutto nell’ultimo anno, durante la sua carcerazione, sono deceduti sia suo padre che sua madre, senza che le sia stato permesso di incontrarli, nemmeno per un ultimo saluto. Nonostante tutto ciò, la figlia – ultima a visitarla un paio di giorni fa – ha dichiarato che Leyla «è lucida, forte, ha il morale alto ed esprime la sua determinazione ad andare avanti con la protesta, fino alla fine».

«Dietro il paravento dello stato d’emergenza, le autorità turche si sono organizzate per smantellare metodicamente la società civile, imprigionare i difensori dei diritti umani, chiudere le associazioni e creare un soffocante clima di paura», così affermava Gauri van Gulik, direttrice per l’Europa di Amnesty International, non certo un’organizzazione sovversiva, ma la cui sezione turca è stata decimata dagli arresti per «appartenenza a organizzazione terrorista». Oggi, con la fine dello stato di emergenza – decretata a luglio del 2018 – non si è affatto posto fine alla repressione del dissenso, si è piuttosto sancita la fine del suo carattere di eccezionalità. Sono infatti decine di migliaia i prigionieri politici che affollano le carceri turche, tutti accusati a vario titolo di legami con il “terrorismo”, spesso solo per aver condiviso sui social articoli o petizioni contro la guerra o di critica al governo.
E proprio nelle carceri turche, sono centinaia i detenuti che si sono uniti a Leyla nello sciopero della fame a tempo indeterminato, facendo loro le sue richieste, nonostante la pesante repressione. Diversi infatti, dal carcere di Urfa, sono stati dispersi in altre carceri del Paese, diverse celle sono state assaltate e perquisite, mentre la polizia impedisce a parenti e compagni di raggiungere i penitenziari in cui sono rinchiusi gli scioperanti. Negli ultimi giorni, inoltre, la polizia ha assaltato sedi dell’HDP sequestrando tutto ciò che ha a che fare con lo sciopero della fame: adesivi, manifesti e striscioni con il nome della deputata o la sua immagine.
L’ultima notizia è che ieri, 7 gennaio, due prigionieri, dopo oltre 60 giorni di digiuno, sono entrati in coma.

Anche fuori dal carcere, attiviste e attivisti dell’HDP ed esponenti della società civile in Kurdistan, Turchia e in tutto il Medio Oriente, con presidi in tutte le sedi e nello stesso parlamento turco, si sono uniti alla protesta. In numerose città europee sono in corso presidi di gruppi in sciopero della fame, e anche la comunità curda in Italia sta partecipando all’iniziativa.
A Strasburgo, in particolare, 14 attivisti curdi sono al 22° giorno di sciopero della fame a tempo indeterminato, anch’essi decisi ad andare fino in fondo. Denunciano che: «Mentre l’intera opposizione democratica e rivoluzionaria è sottoposta a una spietata repressione, il sistema di isolamento di Imrali viene esteso a tutto il Paese e al Medio Oriente. Dobbiamo rompere l’isolamento su Imrali. Ciò è necessario per garantire lo sviluppo della libertà e della democrazia in Turchia, per fermare i massacri del regime di Erdoğan in Kurdistan, per promuovere la libertà e l’uguaglianza tra i popoli e risolvere tutti i problemi esistenti attraverso il dialogo…».
L’azione degli scioperanti di Strasburgo è un urlo nel silenzio, un tentativo di rompere la complice indifferenza della comunità internazionale, e si rivolge in particolare al Consiglio d’Europa e al CPT (Comitato per la Prevenzione della Tortura) affinché intervengano nei confronti del governo turco per sollecitare la fine dell’isolamento di Abdullah Öcalan. 

Per ulteriori informazioni si vedano i siti:
Ufficio Informazione Kurdistan ItaliaUfficio Informazione Kurdistan Italia
Rete Kurdistan ItaliaRete Kurdistan Italia

E in particolare: 
il Dossier KNK, 7 gennaio 2019il Dossier KNK, 7 gennaio 2019

Da 

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