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Articoli filtrati per data: Sunday, 09 Settembre 2018

La differenza tra noi e voi, e per voi intendiamo sostenitori del Tav a vario titolo, la si vede in tante cose, ma ieri pomeriggio sui sentieri per la Clarea si è palesata in maniera netta.

L’immagine della giornata sono una decina di No Tav over 70 anni (a parte un’eccezione che ne ha quasi 70) che dopo il pranzo No Tav organizzato alla pedana di Giaglione (partecipato e riuscitissimo) hanno composto la prima linea del corteo di molti valsusini che nel pomeriggio hanno preso i sentieri in direzione Clarea.

L’obiettivo era raggiungere la zona della Zerinzia, farfalla rara che purtroppo per lei ha trovato il suo habitat a ridosso delle reti del cantiere ed oggi lo vede minacciato da un ipotetico allargamento.

Alla zona della farfalla non si è arrivati ma i No Tav over 70, in questo pomeriggio protagonisti assoluti, hanno messo in campo tutto il loro ingegno e fantasia per poterlo fare!

Da tronchesi e cesoie per tagliare le reti del jersey che bloccavano i sentieri, i non più giovani della valle si sono dotati di flessibile aumentando cosi la possibilità di essere efficaci.

La polizia, presente con digos e reparti celere, ha palesato il suo disprezzo verso questi non giovani abitanti della valle lanciando più volte (anche a mano, quindi andandoci vicinissimo) lacrimogeni cs.

I No Tav hanno resistito tornando alle reti decine di volte giusto il tempo di far tornare l’aria respirabile).

Ecco la differenza tra noi voi che dicevamo ad inizio articolo, crediamo che le immagini renderanno meglio l’idea.

Mentre qualcuno fa passare il tempo in attesa dell’analisi costi-benefici, la polizia in valle gasa i 70enni che difendono il loro territorio, la loro casa. Ovviamente però noi non moliamo.

Avanti No Tav!

 da notav.infonotav.info

 

 

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Forse è davvero il coacervo di interessi e di conflitti geopolitici più fittamente intrecciato dalla Seconda guerra mondiale in poi, sicuramente è una delle più sanguinose stagioni mediorientali per il coinvolgimento di civili che sta comportando la capacità dell’Occidente di tentare di strumentalizzare le Primavere arabe del 2011:

infatti da quel momento si è scatenato un sottile risiko che coinvolge molti protagonisti in tragedia, producendo in particolare scontri tra milizie nel caos tribale della Libia ed esodi ed eccidi nella Siria di Bashar, che non vuole fare la fine di Gheddafi e si è legato a una superpotenza intoccabile, cercando di intrattenere rapporti con alcuni dei potenziali nemici in modo da arrivare ala revisione geopolitica postbellica conservando parte della nazione a se stesso. Passo dopo passo la lotta tra “ribelli” inizialmente laici che inscenarono richieste di riforme, trasformate in guerra civile dagli interessi e dalle sovvenzioni occidentali, hanno spostato masse di persone, distrutto città, massacrato migliaia di civili; in questo si è inquadrata anche la lotta contro il Daesch, condotta in particolare dai curdi, che ora giustamente si aspettano di riuscire a dare vita a quelle confederazioni di comunità democratiche embrionalmente sorte in Rojava. Tutto lo scacchiere però si ritrova con ciascun componente che spera dalla fine della guerra di ottenere qualcosa (Israele che inopinatamente bombarda ora la Siria), o di poter contenere il rivale (Turchia), o di egemonizzare un’intera area con la scusa dell’identità sciita (Iran); intanto Putin è consapevole di aver vinto la guerra e quindi va all’incasso con l’ultima pratica sanguinosa. L’assalto a Idlib, preparato dal vertice di oggi, che potrebbe scongiurare l’attacco finale, se lo Zar, gli Ayatollah e il Sultano riescono a spartirsi la torta, ottenendo parte di ciò che ciascuno vorrebbe.

Insomma un rompicapo dove la strategia muta ogni giorno, una partita a scacchi con mosse a volte incomprensibili che si spiegano nel gioco di alleanze variabili, quando la mossa di un contendente rivela gli intenti di ciascuno – attraverso un nuovo massacro, una nuova fake news diffusa, l’ennesima propaganda sulle armi chimiche altrui… e i civili scappano, muoiono, premono sulle frontiere in esodi biblici, rimescolando le carte di etnie sparpagliate in quell’area contesa da tutti per i motivi più disparati. Per aggiungere tasselli in questo mosaico impazzito, cercando di far coincidere ogni tessera, oppure al contrario operando in modo da illustrare la situazione nell’ottica di ciascun giocatore creando una sorta di spaesamento che però consente di capire le mosse di ognuno, ci siamo rivolti a Antonella De Biasi, giornalista freelance e analista geopolitica esperta di questioni mediorientali

 

 

da radioblackout.orgradioblackout.org

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Pubblichiamo un articolo a cura del Nodo Solidale Mexico sul nascente movimento studentesco che ha invaso le strade di Città del Messico la settimana scorsa.

Città del Messico. Mercoledì 5 settembre, gli studenti della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), la Universidad Autónoma Metropolitana, la Escuela Nacional de Antropología e Historia, la Universidad Autónoma de la Ciudad de México, el Insituto Politecnico Nacional e praticamente tutti i licei e istituti tecnici che ne dipendono hanno manifestato, componendo un corteo di più di 30.000 persone, contro la violenza dei porros, che due giorni prima aveva colpito la manifestazione del liceo UNAM, CCH-Azcapozalco.

I porros, letteralmente «ultras», sono in realtà gruppi di giovani e meno giovani, spesso provenienti da quartieri disagiati, ma non solo, che sono pagati da funzionari di partito, dirigenti universitari, servizi segreti, o istituzioni di diverso tipo, per attaccare manifestazioni o assemblee e per rompere i processi di organizzazione studentesca, che tanto fanno paura ai poteri messicani. Dagli anni '50 i porros sono stati utilizzati per picchiare, terrorizzare e giustificare il successivo intervento militare, come fu evidente nel '68 (con la repressione al movimento studentesco che portò al celebre massacro di Piazza Tlatelolco), nel '71 (con un massacro simile i cui esecutori materiali erano stati proprio i gruppi porriles e paramilitari) e nel '99 (con la violenta repressione della storica occupazione di 11 mesi dell’UNAM). Lo scorso 3 di settembre, gli studenti del CCH-Azcapozalco, un liceo pubblico che fa parte del sistema di educazione superiore gestito dall’UNAM, stavano manifestando davanti al rettorato dell’università per chiedere più maestri, il rispetto dei murales fatti dagli alunni, la rimozione di tasse scolastiche illegali, e più sicurezza per gli alunni. Il sistema dei licei della UNAM ha subito fortemente il taglio dei fondi pubblici degli ultimi anni per l'educazione arrivando a casi di aule fatiscenti e sovraffollate, con tanto di rapporti di 100 alunni per professore.

Durante le mobilitazioni degli ultimi mesi erano riusciti a ottenere le dimissioni della preside, Patricia Cárdenas. A questo stato di abbandono dell'educazione pubblica, con forti ricadute a livello pedagogico, ma sopratutto di accesso, dato che impedisce a molti giovani messicani di avere una educazione gratuita e di qualità, si aggiungono gli effetti dirompenti che ha avuto e ha sulla gioventù messicana il piú generale aumento della violenza e la torsione mafiosa delle istituzioni pubbliche del Paese: negli ultimi 12 anni il numero di desaparecidos va dai piú di 30.000 (secondo le autorità pubbliche) a più di 100.000 secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, mentre il numero degli omicidi è di varie volte maggiore. In questo contesto i giovani, e soprattutto le giovani, risultano triplicemente colpiti, in quanto principali vittime delle desapariciones forzadas (nel caso delle ragazze il rischio è moltiplicato dal maschilismo socialmente diffuso e dalla crescita del racket della tratta tra le attività dei “cartelli”) e in quanto spesso criminalizzati dalle istituzioni e dai settori più conservatori della società come agitatori, ribelli o violenti. Un altro liceo UNAM, il liceo 8, era stato teatro di un altro fatto di repressione e violenza di stato solo pochi mesi fa: il 23 gennaio Marco Antonio, studente diciassettenne, venne arrestato dalla polizia giusto fuori dalla scuola e fatto scomparire. In risposta, la scuola fu occupata dagli studenti, che lanciarono manifestazioni per pretendere la riapparizione con vita del loro compagno. Marco Antonio, fortunatamente, riapparve (caso molto raro), anche se dopo 5 giorni e visibilmente picchiato, torturato e incapace di parlare e ricordare ciò che gli avevano fatto. Tuttora è ricoverato in un ospedale psichiatrico. In quel caso gli studenti del liceo avevano denunciato una rete di poliziotti corrotti, porros e narcotrafficanti, che si dedicavano a derubare gli studenti, minacciarli, picchiarli e a fargli pagare il pizzo per entrare a scuola, con particolare accanimento verso i partecipanti all'assemblea del liceo.

messico foto 7 copia

Lo scorso 3 settembre, si era unita un’altra denuncia che ha spinto gli studenti al rettorato: l’omicidio di Miranda, studentessa del CCH-Oriente (un altro liceo del circuito UNAM). Spinte dalla forza che sta avendo il movimento femminista in tutto il mondo e in America Latina, le compagne dei licei quel giorno stavano manifestando anche per lei, dimostrando come il tema della violenza di genere sia diventato per il Messico una realtà che le giovani studentesse non sono più disposte ad accettare. Mentre quindi i e le giovani liceali si trovavano in corteo sotto la torre del rettorato, nel campus universitario, intorno alle 15 un gruppo di circa 100 porros in divisa di football americano attaccarono la manifestazione con bastoni, pietre, molotov e coltelli, producendo un saldo di 5 compagni feriti lievemente e 2 gravemente, tutt'ora in terapia intensiva. La risposta non si è fatta attendere e il giorno dopo, sono state indette assemblee in tutte le scuole di Città del Messico, che hanno proclamato scioperi e occupazioni in praticamente la totalità del sistema universitario e liceale della capitale. La determinazione degli studenti è stata dirompente, sia nel solidarizzarsi con gli studenti di Azcapotzalco, sia nell’indicare come responsabili il Rettore, Enrique Graue, e i dirigenti della sicurezza universitaria che hanno permesso, e per quanto denunciato dall'assemblea del CCH-Azcapotzalco, promosso l'attacco, e nel pretendere l'espulsione dei gruppi di porros dall'università.

La manifestazione del mercoledì è stata prova di una grande capacità di mobilitazione, che non si vedeva dal movimento di Ayotzinapa nel 2014 (quando in una strage di stato 3 studenti sono stati ammazzati dalla polizia e 43 sono stati fatti sparire e sono ancora desaparecidos), che ha portato in piazza una conflittualità che dimostra che anche nella capitale si sente stanchezza e rabbia per il neoliberalismo imperante nel paese, per i livelli di violenza e miseria che attanagliano ampi settori cittadini e, in particolare, per la brutalità e per la frequenza con la quale il maschilismo fa strage di bambine, ragazze e donne. All'assemblea inter-univesitaria si deciderà come procedere con il movimento che si trova al bivio tra rifluire, in attesa della prossima esplosione di rabbia, o continuare con l'occupazione per ottenere le dimissioni del rettore.

Nodo Solidale Mexico

 

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