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Articoli filtrati per data: Friday, 07 Settembre 2018

Pubblichiamo un contributo scritto da una ricercatrice di Sociologia sull'emergenza abitativa in Italia, nel giorno in cui il nuovo governo ha ricominciato a sgomberare gli stabili occupati a Roma.

L'Italia è colpita da una grave emergenza abitativa. Ma il Governo reagisce con un'acutizzazione della repressione finalizzata a ristabilire un presunto ordine pubblico. È ciò che sta accadendo in questi giorni con una circolare del Ministero dell'Interno con oggetto "Occupazione arbitraria di immobili. Indirizzi". Per l'ennesima volta il problema abitativo viene affrontato come una questione di ordine pubblico e non come un una problematica sociale che colpisce un numero crescente di persone.
Dalla metà degli anni Novanta le politiche territoriali e sociali sono state inefficienti, se non del tutto assenti. Lo ammette anche il Ministero dell'Interno nella Circolare Ministeriale pubblicata il 1 settembre 2018: "L'occupazione abusiva degli immobili costituisce da tempo una delle principali problematiche che affliggono i grandi centri urbani del Paese, conseguenza a volte della difficoltà di porre in essere politiche territoriali, urbanistiche e sociali" (1). Quindi, per i Governo, il ragionamento conseguente è rinforzare la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, incentivando gli sgomberi. Come se occupare immobili abbandonati e in disuso per uno scopo abitativo costituisse una situazione pericolosa per il Paese. Non sarebbe, invece, più pericoloso se migliaia di persone e famiglie restassero senza casa? Come potrebbero continuare a vivere, a trovare un lavoro, a crescere i propri figli? Cosa si fa con le persone in stato di fragilità sociale e disagio economico? Ci si penserà, le amministrazioni locali dovranno farsi carico di valutarle e risolvere eventuali situazioni problematiche. Non è ben chiaro con quali risorse e con quali mezzi.
Per ora è più giusto difendere il diritto di proprietà che tutelare il benessere delle persone.

Dati alla mano, confermano l'aggravarsi della questione abitativa.
I costi per il mantenimento dell'abitazione si fanno sempre più pressanti. I dati Istat ci dicono che la quota maggiore della spesa è per la casa, che assorbe il 35% del totale: nell'ultimo anno, i costi per abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili è pari a 898 euro mensili (2). Se si calcolano le variazioni della spesa media mensile per l’abitazione e di quella media mensile totale delle famiglie italiane, in rapporto al 1997, osserviamo che la spesa per la casa (incluse le utenze) è cresciuta molto di più della spesa totale: negli ultimi anni la variazione della spesa per abitazione e utenze è stata mediamente del 50% in più rispetto a 20 anni fa (3).

Quanto non si riesce più a sopportare i costi della casa, subentra lo sfratto. Nel 2015 i provvedimenti emessi ammontano a 65.344, nel 2016 calano a 61.718.
Nel 2017 si contano 50.609: uno ogni 419 famiglie residenti. Torino, Milano, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania e Palermo raccolgono il 40% dei provvedimenti di sfratto emessi.
Oggi, la numerosità degli sfratti è ritornata ai livelli degli anni Novanta, ma con un aumento netto dei provvedimenti emessi a causa del ritardo nel pagamento del canone di affitto: una media annua di 25 mila sfratti per morosità nella seconda metà degli anni Novanta contro una media di 60 mila negli ultimi cinque anni, più del 200% dal 1995 al 2017 (4).

E le politiche? Quasi inesistenti. Dagli anni Novanta, oltre all'abolizione dell'equo canone (5), si avvia un processo di cartolarizzazione e vendita del patrimonio pubblico (6) e un processo di liberalizzazione del mercato degli affitti (7). Difatti, anche i dati Federcasa ci dicono che, negli ultimi due decenni, agli aumenti dei prezzi del mercato immobiliare è corrisposta una riduzione dell’offerta abitativa pubblica: in totale si contano meno di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, di cui circa 800 mila gestite dalle Aziende Casa (ex IACP). A causa del processo di dismissione avviato con la legge 560 del 1993, l'offerta è calata del 22%; negli ultimi anni sono state perse 56 mila unità del patrimonio residenziale pubblico (8).

E l'andazzo continua fino al 2014, anno in cui viene approvato il Piano Casa Lupi che all'articolo 3 contiene "misure per la alienazione del patrimonio residenziale pubblico". E per chi la casa la vuole comprare? Il Cresme - Riuso pubblica i dati di una sua ricerca relativa al mercato immobiliare e conclude: "In definitiva, l’analisi storico-quantitativa ci dimostra come si è giunti alla forte compressione della capacità di acquisto passando da un periodo in cui i redditi erano in grado di sostenere consumi e investimenti a un periodo in cui solo grazie al ricorso sempre più massiccio all’indebitamento si era in grado di acquistare un alloggio fino all’attuale momento in cui, con redditi reali in contrazione, è diventato difficile anche l’accesso al credito e il sostegno del servizio al debito. Gli elementi di rottura si riscontrano già alla fine degli anni '90 quando è evidente che i consumi stanno salendo oltre le capacità della crescita reddituale. Il periodo più recente, con l’incremento dei prezzi in presenza di moderata inflazione ed in assenza di crescita reddituale hainasprito ulteriormente la situazione facendo precipitare le possibilità di accesso all’abitazione in modo particolarmente intenso per le fasce deboli della domanda abitativa" (Cresme-Riuso, 2012, p. 102) (9). In risposta all'aumento vertiginoso delle procedure di sfratto, dal 2013 è stata istituita la figura del "moroso incolpevole" (10). Lo Stato ammette che la causa degli sfratti per morosità è dovuta a fattori di natura strutturale e congiunturale tali da determinare situazioni di disagio economico che rendono difficile, fino a diventare impossibile, il pagamento dell'affitto. Ma al contempo, le situazioni che cercando di risolvere autonomamente e dal basso il problema abitativo vengono ostracizzate. Niente può esistere al di fuori dello Stato e del mercato!

Nel 2014, di fronte alla necessità di migliaia di famiglie senza case che si sono autorganizzate per occupare immobili abbandonati, il Governo approva un provvedimento legislativo (“Piano casa Lupi”) (11), contenente l'articolo 5 sulla "lotta contro l'occupazione abusiva". Questo provvedimento preclude il diritto di residenza e allaccio ai pubblici servizi (acqua, gas, luce) a chi occupa case, quindi, impedisce - l'iscrizione al Servizio Sanitario Regionale che garantisce l'assistenza sanitaria, - l'accesso alle prestazioni socio-assistenziali, - l'accesso al sistema scolastico e - l'ottenimento dei documenti di soggiorno per gli stranieri.

Oggi, continua l'attacco del Governo e del Ministro degli Interni Matteo Salvini verso i più poveri e i più "deboli": immigranti, stranieri, occupanti di case. E anche qui la retorica è sempre la stessa: l'illegalità. Ma cos'è l'illegalità quando l'ingiustizia sociale diventa dilagante? Chi è che definisce cosa èillegale e e cosa è giusto? E quindi, "quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere (12)?

Contributo di Chiara D., Ricercatrice di Sociologia

Note:

(1): Cfr. http://www.interno.gov.it/sites/default/files/circolare_2018_0059445.pdfhttp://www.interno.gov.it/sites/default/files/circolare_2018_0059445.pdf
(2): Istat (2018). Spesa per consumi delle famiglie. In Statistiche Report < http://www.istat.ithttp://www.istat.it >>
(3): Dati Istat, 2017, Spese per Consumi in https://www.istat.it/it/files//2017/07/CS_Sese-per-consumi-2016.pdf 
(4): Dati pubblicati dal Ministero degli Interni, in  < http://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/Andamento_delle_procedure_di_rilascio_di_immobili_ad_uso_abitativo-168224.htm168224.htmhttp://ucs.interno.gov.it/ucs/contenuti/Andamento_delle_procedure_di_rilascio_di_immobili_ad_uso_abitativo-168224.htm168224.htm >
(5): Strumento di politica abitativa che prevede la determinazione dell'ammontare massimo del canone di locazione non sulla base dai prezzi di mercato e dalla libera contrattazione delle parti, ma sulla base delle condizioni dell'alloggio. La legge del 1978 prevedeva che l'affitto e il subaffitto di un'abitazione non potesse superare il 3,85% del valore locativo dell'immobile.
(6): 1993 legge n. 560 (liquidazione patrimonio edilizio pubblico); 1996 d.lgs. n. 104 (avvio dismissione degli enti previdenziali); 2001 legge n. 410 (recante disposizioni in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico). La finanziaria del 2003 che permetteva la vendita del patrimonio di Regioni, Comuni ed Enti locali hanno contribuito ulteriormente all'affermazione del concetto di "fare cassa" per il risanamento del debitopubblico. E infine, 2014, l'articolo 3 del Piano Casa Lupi (Misure per la alienazione del patrimonio residenziale pubblico)
(7): 1998 legge n. 431 (doppio mercato delle abitazioni, istituzione del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso delle abitazioni in locazione)
(8): Cfr. Federcasa (2014). Abitazioni sociali Motore di sviluppo – Fattore di coesione. In < http://www.federcasa.it/documenti/archivio/Federcasa_DOSSIER_alloggio_sociale_agg_04_2014.pdfhttp://www.federcasa.it/documenti/archivio/Federcasa_DOSSIER_alloggio_sociale_agg_04_2014.pdf >
(9): Cfr. Cresme - Riusa (2012). Il mercato immobiliare in Italia e nelle città. Estratto da < www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106www.ordinearchitetti.mi.it/download/file/11106 >. 
(10): Perdita del lavoro per licenziamento, riduzione dell'orario di lavoro in seguito ad accordi aziendali o sindacali, cassa integrazione ordinaria o straordinaria, mancato rinnovo di contratti a termine o di lavoro atipici, cessazioni di attività libero-professionali o di imprese registrate, malattia grave, infortunio o decesso di un componente del nucleo.
(11): D.L. n. 47/2014, poi convertito con modifiche dalla L. n. 80/2014
(12): Rif. Bertolt Brecht.

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Da cinque settimane le università argentine sono attraversate da una mobilitazione trasversale che interessa studenti e lavoratori del mondo della formazione, dai professori agli addetti alle strutture accademiche.

Il governo vuole attuare ulteriori tagli ai finanziamenti degli atenei, che già ora, in molti casi, si ritrovano a non avere abbastanza risorse per il proseguimento delle attività scolastiche, di ricerca e per il mantenimento delle strutture fino alla fine dell’anno.

Il movimento in queste ore sta estendendo e amplificando la lotta contro le politiche scolastiche governative che continuano ad operare pesanti tagli al mondo della formazione e che propugnano una politica di scoraggiamento tra la popolazione nel proseguire e intraprendere gli studi. Il movimento si è immediatamente posto, già dalle prime giornate, il nodo del consenso pubblico e della comunicabilità della mobilitazione e per questo motivo l’agitazione non è stata limitata all’occupazione delle facoltà, ma in esse sono state organizzate lezioni aperte a tutti, studenti e non; inoltre sono continue le assemblee e le manifestazioni.

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Se da un lato gli studenti stanno cercando di rompere i confini degli spazi universitari attraverso le lezioni aperte, aprendosi agli strati sociali non interessati direttamente dal mondo accademico, dall’altro i professori stanno portando avanti un ulteriore nodo della mobilitazione: quello inerente l’aumento salariale degli impiegati nella formazione. Il governo ha avanzato delle prime proposte di aumento salariale che sono state accettate da alcune segreterie sindacali, mentre in altre i comitati di base hanno rifiutato tale proposta, considerata non adeguata per la grave situazione in cui versa il sistema universitario, e decidendo dunque per un’ulteriore estensione della mobilitazione.

Ad oggi le università che hanno studentati o facoltà occupate, tra le altre, sono: Córdoba, La Plata, Mar del Plata, Litoral (Santa Fe), Rosario, Río Cuarto, Luján e Buenos Aires. In quest’ultima le facoltà occupate sono cinque: Filosofia, Lettere, Scienze sociali, Psicologia e Scienze.

 

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in SAPERI

Nuova udienza del processo contro gli antifascisti – Giorgio il Brescia e Lorenzo Db – colpiti dalla repressione dopo il corteo antifa del 10 febbraio in opposizione all’apertura della sede di Casapound Piacenza.

Un altro manifestante accusato, Mustafa, facchino Si Cobas, aveva scelto il rito abbreviato ed è già stato condannato a 4 anni e 8 mesi. Giorgio e Lorenzo, dopo mesi di carcere, sono ai domiciliari con divieti nella comunicazione esterna. In questo nuovo passaggio sono stati sentiti i testimoni della difesa, mentre la possibile sentenza è attesa per il 2 ottobre. Durante questa udienza presenza solidale di compagne e compagni da diverse città del Nord Italia.

Ore 12.30 – Terminata l’udienza, le valutazioni di Marina Prosperi, una dei legali che difendono i compagni nel processo. Ascolta o scarica.

Ore 11.20 – L’udienza è in corso. Dal Tribunale di Piacenza Siham, nostra collaboratrice e compagna del CSA Magazzino 47 di Brescia. Ascolta o scarica.

da radiondadurto.orgradiondadurto.org

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo il racconto della recente settimana di mobilitazione alla ZAD preparato da uno dei tanti No Tav che vi ha partecipato.

Dopo la grande vittoria della Zad  del Gennaio 2018 con la rinuncia del governo francese alla costruzione dell’ aeroporto (vittoria che dona forza a tutte le altre lotte, dimostrando che è possibile opporsi e vincere) il governo francese ha dichiarato di voler riportare  questo bastione di lotta “allo stato di diritto”.

Con questa dichiarazione si intende lo sgombero delle varie occupazione e dei tanti progetti presenti ( biblioteca, falegnameria , luoghi di incontro, ecc…), non a caso già nell’Aprile e nel Maggio 2018 due attacchi militari molto feroci sono stati messi in campo, proponendo in seguito l’apertura di una negoziazione con gli occupanti e la firma di “ convenzioni di occupazioni precarie “.

A seguito di questa situazione che ha visto giornate di forte resistenza, si è acceso un dibattito intenso fra le varie sensibilità della Zad che ha portato alla rinuncia di una serie di luoghi in particolare nella zona est e una negoziazione non da tutt° accettata. Chi è rimasto ha rilanciato con la ricostruzione di diversi spazi colpiti dall’attacco repressivo, costruendo nuovi spazi collettivi come  quello a fianco della foresta di Rohanne, silenziosa e fresca in queste giornate di fine Agosto,  dove è sorta  una nuova costruzione “zadista” in legno, argilla, paglia e terra battuta: l’Ambassada!

Per l’occasione, dal lunedi 27 Agosto alla Domenica 2 Settembre si è tenuta una “settimana intergalattica”, riprendendo un’espressione spesso e volentieri usata in Chiapas per intitolare i grandi incontri dei “pueblos zapatistas”.

GALASSIE DA DIFENDERE

Durante tutta la settimana hanno avuto  luogo proiezioni, dibattiti multilingue con traduzione simultanea, incontri, scambi e convergenze tra  le tante lotte ed esperienze di autogestione e di contropotere:  i quartieri-squat di Lentilleres (Dijon, France), Errekaleor (Gasteiz in Euskadi ), Christiania (Copenhagen, Danimarca), i luoghi della  resistenza  No Tav contro le grandi opere  come da noi in  Valsusa e del movimento NO MUOS (Niscemi, Sicilia), le reti contro il nucleare del Wendland (Bassa Sassonia, Germania ) e di Bure (Grand-Est, Francia),  la lotta per l’abitare con i sindacati inquilini di Barcellona.

Contributi vivi e militanti, con attenzione particolare alla lotta delle donne e dell’ecologia sociale , con ulteriori contributi da parte di  compagn* attiv* in Kurdistan come nel Chiapas.

Ed ogni sera, al calar del sole, l’Ambassada ha accolto proiezioni e retrospettive sui movimenti sociali che oggi costituiscono la costellazione di riferimento per tanti e tante che combattono in Francia e non solo contro il capitalismo e il suo mondo.

Dalla battaglia in Giappone contro la costruzione dell’aeroporto internazionale di Tokio-Narita negli anni ’60, all’Autonomia italiana degli anni Settanta e quella tedesca negli anni negli Ottanta, dalla  meteora inglese di Reclaim The Streets negli anni ’90, fino ai moti insurrezionali anti-CPE in Francia nel 2005 e 2006 – questi ultimi precursori delle recenti proteste contro la “loi travail” sino ai  movimenti studenteschi francesi dello scorso inverno.

Nel corso della settimana ci sono state serate di festa con musiche dei diversi territori in lotta e momenti di lavoro collettivo dalla raccolta delle patate, alla cura delle piante medicinali, alla costruzione/ ricostruzione dei diversi luoghi collettivi.

In particolare, si sono svolte attività agricole e artigianali sulla ZAD, che fianco a fianco della nuova rete “la cagette des terres”, si propongono  di sostenere scioperanti, occupanti e migranti  nella zona di Nantes e in tutta la Francia .

Nelle varie giornate che hanno visto l’incontro tra i territori in lotta si sono affrontati diversi temi che ognuno di noi,  Movimento No Tav  compreso e presente con  una delegazione a questi incontri, si trova spesso ad affrontare nella lotta: come abitare un territorio, come organizzarsi, quali progetti e quali i terreni di lotta  sia in caso di vittoria che di sconfitta, i tempi delle lotte , i differenti terreni  da praticare,  dalle barricate di sassi a quelle di carta, come prendere le decisioni, quale legame con il filo rosso delle lotte precedenti, tempi tattici e tempi strategici, l’immaginario dei movimenti , ecc.

Una  settimana intensa di riflessione teorica , di lavoro comune e di festa, che ci ha dimostrato una volta di più che il capitalismo che devasta e cementifica (sfigurando corpi, esseri, territori) ovviamente non si ferma mai.

Un dato altrettanto certo è quello per cui neppure le tante galassie che in questi giorni si sono incrociate – trasformando ciascuna collisione in fattore di unione – arresteranno la loro corsa verso altri mondi possibili e necessari .

Ci incontreremo nelle prossime lotte contro l’estensione del cantiere Tav in Valle di Susa  , il 29 e 30 Settembre  per occupare nuovi terreni alla Zad, al prossimo G7 che si terrà  nel Paese Basco  e ovunque si accenderà un fuoco di resistenza perché sempre di più vi siano luoghi sottratti agli stati e tante “libere repubbliche” federate nella lotta.

No Tav e Zad ovunque .

Settembre 2018 .

da notav.infonotav.info

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Riportiamo il contributo di un compagno della tiburtina alla vigilia dell'anniversario della morte di Fabrizio Ceruso e del corteo che domani dalle ore 16 partirà a Via Fiuminata (San Basilio).

L’8 Settembre ricorrerà il 44° anniversario della morte di Fabrizio Ceruso, giovane militante dell’Autonomia Operaia di Tivoli ucciso dalla polizia nel 1974 durante lo sgombero delle case popolari occupate su via Montecarotto, passata alla storia come la Battaglia di San Basilio. Al termine di un imponente ciclo di occupazioni nella Capitale, il governo Rumor, nelle persone di Giulio Andreotti, allora ministro della Difesa, ed Emilio Taviani, ministro dell’Interno, decise di portare un attacco risolutivo al movimento di quegli anni proprio a San Basilio, appoggiato dal Partito Comunista che sosteneva le istanze degli assegnatari delle case occupate. Gli scontri di quelle giornate divennero simbolo di una battaglia decisiva per entrambe le parti, conclusasi con l’assegnazione di alcune case agli occupanti in un quartiere vicino. La prima, vera vittoria dei movimenti di lotta per la casa romani fu pagata a carissimo prezzo, con la morte di Fabrizio.

L’anniversario di Ceruso ha ripreso linfa negli ultimi anni grazie al lavoro di memoria storica del progetto “San Basilio, storie de Roma”, che in questi giorni pubblicherà online il documentario sulla storia del quartiere e la battaglia del 1974, ed alla rinnovata presenza di realtà sociali e occupazioni abitative sulla Tiburtina. Un appuntamento divenuto ormai fondamentale per la città, soprattutto per coloro che ancora oggi, a 44 anni di distanza, lottano per un alloggio degno. Riportare all’attualità gli avvenimenti che costituiscono il patrimonio collettivo, la “pelle” di questa città è uno snodo di fondamentale importanza nell’attuale fase di forte repressione che mira a cancellare del tutto ogni spazio di agibilità politica. La strategia da porre in essere per resistere a questo violento attacco passa anche per la riattualizzazione di episodi come la Battaglia di San Basilio.

Spesso, nel ricordo di eventi simili, si rischia facilmente di scadere nella liturgia. Non è, tuttavia, il caso di Ceruso, la cui memoria è espressione di realtà attive quotidianamente sul territorio romano e costituisce, anzi, un modello riproducibile, sia a livello di mobilitazione che in termini di analisi. Non si tratta di fantasiosi paragoni tra gli anni Settanta e l’attualità, ma di chiavi di lettura dei contesti odierni. Sulla Tiburtina questa metodologia è già stata di prezioso aiuto in tempi non sospetti, ad esempio nel dicembre 2016 quando gli abitanti di San Basilio vennero agli onori delle cronache per aver impedito l’assegnazione di una casa popolare, occupata da un abitante del quartiere, ad una famiglia marocchina. Distaccandosi sia dai razzisti che sostenevano la cacciata della famiglia, sia da coloro che in puro stile “magliette rosse” tacciavano gli abitanti di razzismo puro e semplice, la percezione avuta tra chi attraversa quotidianamente quel territorio è stata quella di un contesto complesso in cui la trappola l’aveva ordita l’amministrazione comunale pentastellata: a fronte di migliaia di case vuote, il Dipartimento per le Politiche Abitative continua a soffiare sul fuoco della guerra tra poveri sgomberando gli occupanti e facendo assegnazioni volutamente provocatorie. Uno scenario molto simile al 1974 a San Basilio, in cui ad essere contrapposti erano occupanti di case ed assegnatari, ma il vero problema era la carenza di alloggi pubblici. Diversi gli interpreti, stesso l’effetto. Come questo, di episodi a Roma e non solo ce ne sono stati e ce ne saranno molti. Non si deve mai giustificare il razzismo, ma parimenti non si deve neanche perdere la lucidità nell’analisi degli scenari. Nè tantomeno perpetrare logiche assistenzialiste o pedagogiche, tanto nei confronti dei migranti quanto dei ceti popolari. La rabbia di quei giorni si trasformò, due settimane dopo, in un picchetto antisfratto in quartiere con duecento persone ed un blocco di ore sulla Tiburtina in solidarietà ad uno sgombero dall’altra parte della città.

In maniera simile si può analizzare l’operato della controparte. Alla fine del 1974 Andreotti e Taviani decisero di schierare l’esercito per fermare l’ondata di occupazioni a Roma, scatenando a San Basilio una vera e propria guerra. Ma a fare sponda agli esecutori materiali c’era il Partito Comunista che, ormai distante da quelle pratiche di lotta e concentrato sull’avversione ai gruppi extraparlamentari protagonisti dei movimenti per la casa, aveva apertamente sostenuto le istanze di sgombero dei legittimi assegnatari. Dunque la ricerca delle responsabilità non poteva essere esclusivamente concentrata sulle forze reazionarie, che come tali hanno agito, bensì anche sulla mancanza di volontà politica del PC nel trovare una soluzione che non passasse dallo scontro frontale. La fornitura di un sicuro retroterra da parte di quella forza politica che doveva costituire l’opposizione diede carta bianca al governo Rumor. Un meccanismo che più volte si verificherà negli anni successivi, con conseguenze anche più pesanti. Ma questa è un’altra storia.

Tornando all’attualità, e sottolineando le dovute proporzioni fra i contesti, il clima estremamente pesante che si respira attualmente nel dibattito pubblico italiano è cosa nota e già ampiamente sviscerata. Non bisogna, tuttavia, cadere nel facile tranello della personificazione dell’attuale scenario solamente nella figura di Matteo Salvini o del movimento pentastellato. Senza dubbio la tendenza al rifiuto degli establishment tradizionali e ad una recrudescenza dei sovranismi in salsa più o meno nazionalista costituisce un forte fattore di destabilizzazione sociale su scala globale, dal Nord America fino all’Europa, e il Bel Paese non ne è immune. Come da più puro processo di materialismo storico, le radici di tale tendenza sono tutte da ricercare nell’operato di quella governance tradizionale che ha privilegiato i grandi capitali finanziari e i profitti ai bisogni delle masse. In accordo con tale prospettiva, l’avvelenamento politico posto in essere dal governo gialloverde non è altro che la naturale conseguenza delle politiche dei partiti tradizionali negli ultimi vent’anni, non ultimo proprio il governo Renzi. Non possiamo scordare lo smantellamento dei diritti sul lavoro con il Jobs Act, non possiamo dimenticare l’aziendalizzazione dell’istruzione e la legalizzazione dello sfruttamento con la Buona Scuola, non possiamo passare in rassegna l’operato di Minniti sui migranti, sulle occupazioni, sugli spazi sociali, sui movimenti a difesa dei territori, sul Daspo urbano e così via. La circolare di Salvini in merito agli sgomberi (che peraltro è solo una circolare, quindi non obbligherebbe nessuno a fare nulla se non ci fosse volontà politica) è solo la punta di un iceberg purtroppo ben più grande in cui la faccia peggiore è il saldo consenso con cui il governo attua le sue politiche, frutto, appunto, di troppi anni di miseria, precarietà, crisi. E’ questo il vero problema, ancor prima del governo in sé e per sé. E lo sdoganamento del migrante come nemico, l’accettazione di certi soggetti all’interno dell’arena politica, il soffio sul fuoco della guerra tra poveri e l’attacco ai diritti sociali non sono certo novità del governo degli ultimi mesi, che semmai ne ha semplicemente esasperato i caratteri. E’ un aspetto da tenere saldo in mente, soprattutto quando coloro che fino a poco tempo fa erano la causa del problema provano a infilarsi, per contingenza, dalla nostra parte della barricata. E’ il caso, ad esempio, del prologo ad un nuovo corso “sinistroide” del PD (o di una formazione da esso derivante) attraverso la corrente progressista in via di sperimentazione nella Regione Lazio con Zingaretti, neo-candidato alla segreteria del Partito Democratico, e a Roma nei Municipio III e VIII. Il lupo può perdere il pelo, ma il non il vizio.

I movimenti sociali hanno sicuramente le loro grosse responsabilità in questo processo, soprattutto nel non aver saputo comprendere, o quantomeno indirizzare, le fratture sociali che si sono create nel corso degli ultimi anni. Solo Lega e Cinque stelle sono riusciti a capitalizzare il vuoto politico successivo al referendum renziano del 4 dicembre, la prima radicalizzando lo scontro con la governance europea e focalizzandolo sulla costruzione del migrante come nemico; i secondi polarizzando l’esigenza di cambiamento ed il malcontento nei confronti dei partiti tradizionali. Si sta rapidamente creando una cultura politica dell’odio, purtroppo non inter-classe ma intra-classe. La sfida del prossimo futuro sarà, parallelamente alla resistenza agli attacchi della controparte, proprio la costruzione di una nuova cultura politica, una ricomposizione di classe che parta dai mutati caratteri della componente subalterna e che ne sappia attraversare con intelligenza le linee di conflitto e le contraddizioni. Senza dimenticare, sia chiaro, di porre nette le distanze con partitini e cartelli elettorali che puntano alla rappresentanza senza i rappresentati o con i soliti relitti della sinistra istituzionale che torneranno, a breve, a bussare alle nostre porte per ricostruirsi una verginità e costringerci a relegare la dialettica politica al solito, inutile spazio di compatibilità.

L’affaire Diciotti, gli sgomberi di Sesto San Giovanni e Tor Cervara segnano il nuovo fischio d’inizio, non il primo, non l’ultimo. Uscire dalla scomoda posizione tra l’incudine e il martello è il primo passo per rialzare la testa. La partita va giocata sul campo e non decisa a tavolino: come finirà non lo sappiamo, ma è l’unica che vale la pena giocare. 
“Potevamo fare di San Basilio una piccola Derry e non l’abbiamo fatta”, ci hanno detto alcuni compagni presenti allora. Non la faremo certo noi, ma possiamo trarre insegnamento dalla Battaglia di San Basilio e Fabrizio Ceruso.

Ora più che mai, nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica.

Sabato 8 Settembre, ore 16, Corteo dalla lapide di via Fiuminata (San Basilio)

 

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in varie

Alcune considerazioni sul progetto "Scuole sicure", l'ennesima sparata da campagna elettorale permanente del Ministro dell'Interno.

Le tempistiche spesso sono rivelatrici. Non è probabilmente un caso che la legge di riforma della scuola più contestata degli ultimi tre decenni in Italia, la riforma Gelmini, sia datata 2008. Ovvero in piena esplosione della crisi finanziaria internazionale.

Con quella legge la ministra berlusconiana apriva un ciclo di modifiche del comparto formazione, mettendo le basi per la distruzione del settore pubblico e per la sua progressiva privatizzazione e messa a profitto. Basi sulle quali le seguenti leggi a livello bipartisan hanno costruito l'incubo distopico che è la scuola odierna, quella dei presidi-sceriffo, dei voti di condotta, dell'alternanza scuola-lavoro, della precarietà edilizia.

Iniziava un processo di aziendalizzazione degli istituti che andava di pari passo con la dequalificazione dei saperi, presupposto dell'aumento dello sfruttamento e della precarietà che si sarebbe rivelato fuori dalle mura scolastiche. Bisognava adeguare una generazione al futuro che gli era stato apparecchiato dalle dinamiche economiche della crisi.

In questo processo, proseguito poi negli anni seguenti con vari aggiustamenti sfociati nella renziana "Buona Scuola", trova un naturale inserimento la recente proposta salviniana ribattezzata "Scuole sicure". Lo stanziamento di denaro per incrementare la presenza poliziesca davanti e dentro gli istituti, così come l'installazione di dispositivi di videosorveglianza, sono il più recente passo dei processi di securitizzazione della scuola avviati sin dalla Gelmini. Basati sulla logica non del "difendere gli alunni dagli spacciatori", come da sparata del ministro dell'interno, ma nel comprimere sempre di più gli spazi di agibilità politica ed esistenziale di studenti e studentesse.

Troppo grande il rischio che all'interno di un contesto di crisi strutturale, dove la disoccupazione sarà sempre di più la regola e dove la scuola è sempre meno ascensore sociale, si possano creare possibilità di ribellione collettiva. Non a caso abbiamo assistito negli ultimi mesi ad un livello inedito di criminalizzazione studentesca, basti pensare al caso del Virgilio di Roma.

La mossa di Salvini è del resto totalmente propagandistica se tarata su suoi presunti obiettivi: 2,5 milioni di euro per tutte le amministrazioni comunali significano davvero pochi spiccioli rispetto a quello che il progetto intenderebbe fare. Ma dal punto di vista dell'impatto dell'annuncio sull'elettorato, unica cifra della comunicazione salviniana, sicuramente il risultato sarà positivo. Il capitano è pronto a difendere le famiglie italiane.

La realtà è ben diversa. Non è difficile immaginare che mancando la possibilità di un controllo capillare delle scuole - vista l'esiguità delle risorse stanziate - la discrezionalità delle amministrazioni varrà come principio per utilizzare i fondi, probabilmente mettendo nel mirino quelle scuole che hanno dato dimostrazione di incandescenza politica.

Che faranno i solerti agenti fuori dalle scuole in caso di occupazione o di picchetto per raggiungere una manifestazione? Con il principio cardine della sicurezza, che vuol dire tutto e niente, si pone una ulteriore messa a controllo degli istituti più caldi, dove non sono tollerabili ribellioni contro lo strapotere di insegnanti e presidi, così come contro percorsi di alternanza scuola-lavoro che sono in realtà costanza di sfruttamento.

I passaggi della Gelmini di aziendalizzazione degli istituti trovano così nella proposta salviniana la logica conseguenza: come in un'azienda, le milizie servono a controllare la 'produzione' e imporre la pacificazione. E c'è poco da aspettarsi dall'opposizione (sic!) su questo tema.

A differenza di un 2008 in cui provò, soprattutto attraverso il Partito di Repubblica, a sfruttare in chiave antigovernativa le prime mobilitazioni (salvo svegliarsi con la doccia fredda degli scontri in tutta Italia e dell'onda perfetta di Torino), il futuro 'fronte democratico' è talmente più realista del re che probabilmente cercherà di uscirsene con amenità come "le scuole le abbiamo disciplinate meglio noi! " l''alternanza è una idea nostra!" '' la polizia fuori dai licei è un nostro progetto copiato dalla Lega".. un po' come quando attaccano Salvini dicendo che rimpatri e sgomberi sono una prerogativa del PD.

Il destino della scuola è tutto negli studenti e nelle studentesse: se gli istituti sembrano sempre più gabbie dove allenarsi alla disciplina e alla gerarchia, saranno gli studenti e le studentesse stesse, senza alcun aiuto esterno, a dover trovare le modalità per romperle.

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in SAPERI

Il Ministero dell'Interno lo aveva annunciato da diverse settimane: a Settembre sgomberi senza offrire soluzioni alternative agli occupanti.

Dopo Lecce e Sesto oggi gli sgomberi del nuovo governo arrivano a Roma. Questa mattina sono cominciate le operazioni di sgombero a via Costi, un'occupazione abitata da oltre 200 persone, che ora si ritroveranno per strada. Sono stati mobilitati elicotteri e decine di camionette dalle forze dell'ordine, mentre giornalisti e solidali sono stati allontanati dalla zona.

L'occupazione esisteva da 4 anni ed era composta da nigeriani, rom e italiani. I ragazzi africani sono stati portati in Questura.

A Sesto, nella periferia nord-ovest di Milano erano state sgomberate centinaia di persone da un'occupazione abitativa. Nessuna soluzione era stata offerta dal comune di Sesto, cosi le famiglie nella notte hanno occupato un altro stabile.

Il comune di Roma non sembra offrire soluzioni a chi si trova in emergenza abitativa. Un anno fa gli occupanti avevano mandato una lettera alla quale il comune non ha mai risposto. La riportiamo:

Roma/09/2017

Alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi

Siamo le famiglie italiane e rumene, gli anziani ed i rifugiati che abitano in via Raffaele Costi, in un palazzo occupato nell’estrema periferia di Roma.
Da più di quattro anni, sopravviviamo immersi in una discarica abusiva a cielo aperto che circonda il nostro stabile, una montagna di immondizia che abbiamo visto crescere di mese in mese nell’indifferenza più totale delle istituzioni, nonostante le nostre numerose richieste per la rimozione di quei rifiuti.
Il 30 agosto quella discarica ha preso fuoco, interessando anche l’immobile dove viviamo che è stato parzialmente distrutto dall’incendio.
La polizia ha messo sotto sequestro lo stabile e noi siamo stati costretti a stare per due notti nel parcheggio di un distributore di benzina.
La protezione civile, in quei giorni, ci ha fornito solo due bottiglie di acqua a testa.
La Sala Operativa Sociale di Roma ha offerto un posto in “case famiglia” a donne e bambini, soluzione non ritenuta dai noi accettabile:
vogliamo che le nostre famiglie vengano tutelate e rimangano unite, non ci sembra di chiedere troppo.
Al nostro rifiuto, la Sala Operativa Sociale è sparita e non si è fatta più vedere.
Il primo settembre, dunque, siamo stati costretti a ritornare nel palazzo di via Raffaele Costi.
Tra di noi, vi sono molti anziani malati e bambini (il più piccolo ha solo 9 giorni) e dormire in strada non era più sostenibile.
Siamo di nuovo qui, in una situazione ancora peggiore rispetto a prima:
nello stabile non vi è né acqua né luce, alcuni appartamenti sono stati parzialmente distrutti dall’incendio ed i rifiuti che hanno preso fuoco non sono stati neanche rimossi.
Ci chiediamo dove siano le istituzioni in tutto questo.
Ci chiediamo come sia possibile essere indifferenti dinanzi a minori e malati che vivono in queste condizioni disumane.
Noi siamo persone in attesa di una casa popolare da anni, famiglie rom, rifugiati usciti dai circuiti di accoglienza: nel nostro palazzo convivono storie diversissime ma ciò che ci accomuna è la povertà e l’essere stati abbandonati dalle istituzioni di questa città.
Siamo stanchi delle promesse non mantenute e dell’inerzia di Municipio e Comune, pretendiamo una soluzione dignitosa per tutti.
Per questo le proponiamo, Sindaca, di venire a Via Raffaele Costi per vedere con i suoi occhi quello che accade nella metropoli che amministra e di avviare subito un tavolo di confronto con noi.
Ci incontri e ci guardi in faccia.
Ci incontri ed abbia il coraggio di dire ai nostri figli che l’unica soluzione che sa trovare è quella di separarli dai loro padri.Si assuma le sue responsabilità e non scappi dal confronto.

Gli abitanti di via Raffaele Costi

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