ssssssfff
Articoli filtrati per data: Monday, 03 Settembre 2018

 

Puntuali come le tasse, arrivano le prime minacce contro la proiezione del film "Sulla mia pelle" la storia degli ultimi 7 giorni di Stefano Cucchi, ragazzo romano ucciso dai carabinieri il 22 ottobre del 2009 durante la custodia cautelare. Come faremo a proiettare un film ancora nelle sale? Semplice, la produzione del film ha venduto i diritti anche a "Netflix", impresa operante nella distribuzione di contenuti audiovisivi su internet. Per avere il file basta avere l'account della piattaforma. Bella contraddizione vendere i diritti sia ai Cinema d'essai sia ad una multinazionale del Web. Il 12 settembre potrete decidere se andare al cinema a 5,6,7 €, utilizzare il vostro abbonamento, oppure partecipare alle tante proiezioni gratuite lanciate in tutta Italia. Netflix è sbarcata in Italia nel 2015, e oggi ha una media di 800mila abbonamenti mensili. Molte formule di abbonamento prevedono la possibilità di installare la piattaforma su più dispositivi, ergo, milioni di persone nel nostro paese accedono al servizio "Netflix" a prezzi ben più concorrenziali dei Cinema d'essai. Useremo questo cortocircuito della distribuzione cinematografica per riprenderci, senza pagare, il diritto a usufruire di alcune possibilità che sono concesse solo dietro pagamento, e lo faremo pubblicamente, mettendoci la faccia e fortunatamente, sembra, con un discreto seguito. In poche ore nella giornata di giovedì 27 agosto decine di realtà sociali in Italia hanno lanciato appuntamenti pubblici per vivere collettivamente la visione del film sulla traumatica morte di Cucchi. La storia di Stefano è la realtà quotidiana della violenza poliziesca nel nostro paese, non un thriller holliwoodiano e tanti e tante hanno sentito, opportunamente, l'esigenza di divulgarlo in ambiti pubblici. Nella giornata del 31 agosto "Netflix Italia" ha contattato tutti gli organizzatori per ricordarci che il pagamento del canone mensile non permette la distribuzione "commerciale" dei prodotti audiovisivi, pena violazione del copyright e del diritto d'autore. Grazie "Netflix Italia"! ma già lo sapevamo, la nostra non è una proiezione a scopo commerciale ma un momento per ricordare la morte di Stefano Cucchi. Alcune ferite, alcune storie, non sono commerciabili o, almeno, non per noi. L'amministrazione italiana della piattaforma on-demand ha la faccia tosta di chiederci denaro o l'annullamento delle proiezioni, quando nel 2017 hanno fatturato "appena" 11.69 MILIARDI di $, con 559 milioni di utili per 5400 dipendenti. Quanto pagano di tasse? 0,000 €. Oltre a questi avidi affaristi della "Silicon Valley" siamo stati contattati dagli "addetti ai lavori" del morente, lo scriviamo con sincero dispiacere, Cinema d'autore. Ci hanno scritto per sottolineare le violazioni dei diritti d'autore, tacciandoci di minare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo del cinema, sperando di illuminarci sulle contraddizioni delle nostre azioni. Chiunque abbia lavorato nell'ambito culturale, dai beni artistici al cinema, passando per il teatro sa perfettamente che il proprio nemico è il costante de-finanziamento di qualsivoglia attività culturale. Le condizioni dei "lavoratori della cultura" sono pessime, votate alla crescente precarietà, attraverso pratiche di sfruttamento e ricatto che non conoscono confini di categoria. Biblioteche aperte 6 ore al giorno, musei il cui ingresso costa spesso due ore del nostro lavoro, teatri e cinema in stato di abbandono o, laddove resistono, con prezzi non accessibili. Se si osserva il bilancio del Mibact, (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) vi si nota, che dal 2000 ad oggi, i fondi sono stati ridotti del 26%, un taglio di 600 milioni di € tondi tondi (in fondo trovare link bilanci Mibact). I mondi della cultura e del turismo pesano sul bilancio statale lo 0.19%, ripetiamo 0,19% del PIL. Coloro che sono realmente interessati alla sopravvivenza del cinema d'autore, creativo, di nicchia, non unicamente votato alla commercializzazione, dovrebbero, insieme a noi, chiedere e rivendicare maggiori investimenti. Questi stessi investimenti arrivano invece dalle multinazionali "cool" alla "Netflix" che vi offre il suo denaro mentre con gli altri oligopolisti del settore, elimina rapidamente tutto ciò che non è immediatamente fruibile e commerciabile per un pubblico il più ampio possibile. Cari amici del cinema d'autore avete sbagliato bersaglio. Mentre Università, scuola, ricerca, sanità, teatro e cinema sembrano non contare molto per chi amministra il paese, c'è una voce nel bilancio statale che non conosce crisi economica, quella della "difesa". Nel 2018 si prevedono investimenti per 25 miliardi di € cioè l'1.4% del Pil. Sedici volte ciò che viene speso per i beni culturali. Chi sarebbe il problema dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema? I giovani e le giovani che si organizzano per stare in compagnia e vedere dei film senza dover spendere soldi, che non hanno, oppure le continue scellerate scelte politiche volte ad arricchire e finanziare le solite persone nei soliti settori? Chi ci governa preferisce la guerra alla cultura e ce lo ricorda ogni anno attraverso il bilancio dello Stato e le tante storie come quella di Stefano. 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
in CULTURE

 

I nazisti e gli altri capi fascisti puntavano, sì, sulla efficacia della parola, ma perfino in questo caso i loro discorsi adempivano più a una funzione liturgica che a costituire un’esposizione didascalica dell’ideologia. La parola detta si integrava con i riti culturali e,in realtà, quello che veniva detto finiva per diventare meno importante dello scenario e dei riti che facevano da contorno al discorso. (George L. Mosse, La nuova politica)

Con non poca enfatizzazione è stato dato l’annuncio della “svolta” che dal 5 settembre vedrà la “sperimentazione” del taser in numerose città italiane. Una sperimentazione che, con ogni probabilità, verrà estesa all’intero Paese. A un primo sguardo potrebbe apparire come un “semplice” salto tecnologico finalizzato alla gestione dell’ordine pubblico. Un salto sicuramente repressivo ma che, tutto sommato, rientra nella logica delle cose. I tonfa, i nuovi gas lacrimogeni, le sostanze urticanti non sono stati qualcosa di diverso. Volta per volta, l’apparato repressivo statuale, si dota di innovazioni tecnologiche al fine di reprimere in maniera sempre più efficace ogni forma di insubordinazione. Del resto che oggi la guerra, pur con gradi e intensità diverse, sia una guerra contro la popolazione è qualcosa che si ritrova in un qualunque manuale di “studi strategici”. Al di là degli avveniristici e sempre più improbabili scenari da “guerre stellari”, ciò con cui il “pensiero strategico” fa ormai da anni i conti è la guerra di bassa soglia condotta in ambito urbano contro i civili.

Louis A. Di Marco, tenente colonnello dell’esercito statunitense e insegnate all’Army Command and Staff College - dove tiene corsi dedicato ai combattimenti in centri urbani e alle guerre nel Medio Oriente - ha dato alle stampe, già nel 2012, un interessante volume, La guerriglia urbana. Da Stalingrado all’Iraq il quale non poco ha a che vedere con ciò. In questo volume, che rispecchia tutto l’interessamento che il “pensiero strategico” statunitense riversa nei confronti dei conflitti contro i civili in ambito urbano, l’autore identifica lo scenario proprio della guerra contro la popolazione come lo scenario prevalentemente assunto dalla forma – guerra nel presente. Sulla scia di ciò, l’impiego a tempi brevi e su ampia scala del taser, è una notizia che potremmo definire persino di routine. Molto più utile e interessante, invece, diventa osservare a cosa è stata associata. Insieme al taser entreranno in vigore una serie di provvedimenti contro tutte le “occupazioni abusive”. Apparentemente sembrerebbe difficile trovare un nesso logico e immediato tra i due provvedimenti ma, a una osservazione un poco più attenta, le cose assumono non solo un altro aspetto ma la correlazione si fa persino evidente. Si annuncia l’utilizzo del taser e, in contemporanea, si apre la “campagna d’autunno” contro i senza casa, i centri politici “abusivi”, i poveri e, perché sicuramente tra i senza casa e i poveri gli immigrati saranno numerosi, gli stranieri. In questo senso il taser, da strumento tecnologico, si fa indicatore politico:la guerra la facciamo e ci rafforziamo per condurla al meglio. Questo il messaggio, neppure troppo velato, che il potere politico sta dando. Su questo passaggio pare utile e doveroso provare a ragionare poiché, a partire da un fatto apparentemente minimale, è possibile aprire un ragionamento su quanto si sta dipanando davanti ai nostri occhi. È possibile provare a cogliere la progettualità strategica di ciò che comunemente definiamo come populismo.

Si è soliti dire che il Governo gialloverde in questi mesi non ha fatto nulla. In realtà ha fatto tantissimo. Difficile, infatti, non vedere quanto questo Governo sia stato in grado di delineare il nemico e, a partire da ciò, quanto consenso abbia ulteriormente acquisito per la formalizzazione di autentiche politiche di guerra. In fondo questo è l’unico vero mandato che il Governo ha. Perché? Proviamo a dare, o per lo meno a ipotizzare, una risposta. Chiediamoci che cos’è il populismo e perché è in grado di suscitare tanta approvazione e consenso nonostante, a conti fatti, sul piano materiale abbia restituito o dato poco o nulla a quel popolo del quale si riempie la bocca in continuazione. Non dimentichiamo, però, che, ancor più della teoria, l’ideologia, una volta che le masse se ne sono impossessate, diventa forza materiale.

Cominciamo, intanto, col vedere contro chi questi stanno avendo ragione. Verrebbe da dire l’Europa, e tutto ciò che ha significato, ma sarebbe una risposta troppo generica. Concretamente i populismi stanno avendo ragione di quel modello sociale fondato sulla classe agiata o elite transnazionale il cui progetto strategico era liberarsi delle “società di massa” e, con queste, delle masse stesse. L’utopia, perché a conti fatti di ciò si tratta, di questa elite era inaugurare un corso storico dove la “questione sociale” veniva del tutto rimossa. Un mondo di neoaristocratici globali contornati da una moltitudine di servi territorializzati. Idea non particolarmente originale poiché, a ben vedere, le medesime retoriche erano state appannaggio delle elite del primo Novecento. Tutta la critica, neoaristocratica, che fa da sfondo alla teoria politica e filosofica degli inizi del Novecento mira esattamente a ciò. Il povero Nietzsche, che gli stolti annovereranno tra i precursori del nazismo, in realtà non era altro che il cantore, più fine, acuto e suggestivo, della nuova aristocrazia cosmopolita. Per Nietzsche la nuova classe di dominatori, i ben nati del tempo, i nuovi barbari sono esattamente quella elite borghese che ipotizza di esercitare il suo dominio senza dover in alcun modo tenere a mente la “questione sociale” e tutto ciò che questa si porta appresso. Tradotto in epoca contemporanea Marchionne e non Salvini incarnerebbe al meglio la figura del barbaro dominatore.

Sappiamo che il nazionalsocialismo è stata la risposta reazionaria di massa ai fautori del dominio dell’elite cosmopolita. Il plebeo Rosemberg sostituì l’aristocratico Nietzsche e, in tal modo, la “società di massa” ritornò a essere coprotagonista della realtà politica e sociale. Il che non avvenne dall’oggi al domani. Quel processo per il quale Mosse ha coniato quel folgorante e sintetico nazionalizzazione delle masse è stato il frutto di un brusio che, per quanto inavvertito e invisibile alle elite, ha avvolto la società, non solo in Germania ma anche in Francia e in Italia, sino a porre in campo un ordine discorsivo che faceva del mitologema del volk l’essenza di ogni cosa.

Discorso plebeo, straccione profondamente anti intellettuale, ancorché portato avanti da intellettuali rancorosi che non erano riusciti a farsi spazio tra i circoli della elite, costruito intorno alla idealizzazione del popolo, delle tradizioni, del bel mondo che fu e, soprattutto, attraverso una narrazione in grado di trovare un colpevole alle miserie del presente; questo discorso riuscì a farsi politicamente egemone tanto che, le elite, dovettero ben presto farlo proprio pagando, per quanto minimo, un prezzo alla società di massa. Centrale, in questo processo, è stata proprio la capacità di contrapporre continuamente la bellezza e la bontà del popolo a tutto ciò che gli si mostrava, o così poteva sembrare, estraneo. Il nazionalsocialismo, nella sua irresistibile ascesa, non fece altro che giocare su questi elementi: il popolo e la sua narrazione da un lato, il nemico dall’altro.

Tutto ciò ha a che vedere con quanto dovrebbe andare in scena a breve? La risposta è sì. Non dobbiamo mai dimenticare che, il popolo dei populisti è un popolo immaginato, un popolo che si inventa e reinventa in continuazione e che non ha alcuna connotazione di classe. Essere popolo significa rimarcare una differenza, significa non tanto essere ma soprattutto non essere il nemico. Significa non essere straniero, significa non essere povero, significa, come l’ultimo stupratore di Parma, essere regolare e integrato quindi non sfigato. Significa non essere omosessuale, significa essere credente del Verbo giusto. Significa non essere un “artista di strada”, significa non essere intellettualizzato e colto, significa considerare le donne un “terreno di caccia” e così via. Aggiungerei anche cacciatore ma potrebbe essere una mia forzatura animalista. Il suo essere positivo è sempre giocato attraverso una negazione, non sono come loro. Questo popolo può esistere solo se, dinanzi a sé, riesce a concretizzare l’altro, il nemico. Dentro questo processo siamo immessi. Mercoledì 5 settembre, di tutto ciò, ne rappresenterà un ulteriore passaggio. Loro, il bersaglio, verrà ulteriormente messo a fuoco. Il taser, e il suo possibile utilizzo, diventa così la concretizazione empirica del noi

Rimane da chiedersi: ma tutto questo per cosa? Qual è il progetto che si sta coltivando? Veramente siamo di fronte al risorgere del nazionalismo? Dietro l’angolo c’è la nuova “Marcia su Roma” o l’incendio del Reichstag? Il fascismo è alle porte? Porre le cose in questo modo sarebbe però sbagliato. La storia non si ripete se non altro perché i contesti concreti e materiali non possono ripresentarsi nella stessa maniera. Ciò che, invece, può reiterarsi è una certa “aria di famiglia” ma, sicuramente, al di fuori di un contesto perimetrato intorno al nazionalismo. Oggi, più sensatamente, più che di nazionalizzazione delle masse pare sensato parlare di europeizzazione delle masse. In altre parole ciò che può ipotizzarsi è l’affermazione reazionaria della “società di massa” su scala Europea. Ipotesi eccentrica? Non troppo. È nella natura dell’imperialismo, indipendentemente dai suoi originari intenti, assumere un carattere transnazionale. Lo stesso nazionalsocialismo, in apparenza il massimo del nazionalismo, si ritrovò, strada facendo, a “pensare” in termini di Europa nazionalsocialista. In merito il “testamento politico” di Göring non lascia molti dubbi al proposito. Sulla scia di ciò la destra radicale, già negli anni ’50 del secolo scorso, parlò inequivocabilmente di Europa Nazione, non a caso l’utilizzo della celtica nasce proprio come simbolo Continentale e post – nazionale. Di ciò i populismi più che la continuazione ne rappresentano una filiazione. Ciò che stanno ipotizzando è un’altra idea di Europa, non di Nazione, bensì un Europa imperialista non governata nella logica esclusiva e utopica delle elite ma fondata sulla europeizzazione reazionaria delle masse. Per questo, tornando a taser, sgomberi e dintorni occorre prendere molto sul serio la presunta inazione del Governo. Questo Governo agisce, fin troppo, in direzione della guerra. Il 5 settembre ne incarna una non secondaria tappa.


Emilio Quadrelli

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Adulato da israeliani e soldati, colui che ha ucciso un palestinese con un colpo alla testa è ora una star. Ha confidato a un giornale israeliano di avere  semplicemente “fatto il suo lavoro”.

Come una rockstar, Elor Azaria ringrazia i suoi più fedeli sostenitori. In un’intervista accordata a Israel Ayom, colui che ha ucciso un palestinese a terra afferma di non avere “alcun rimpianto”. Riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale e di ‘condotta sconveniente’, il soldato dell’esercito di occupazione che ha scontato solo nove mesi di carcere assicura che ‘non ha fatto che il suo lavoro’. Un lavoro che oggi ha perso dopo essere stato retrocesso da sergente a soldato semplice. Nonostante le sanzioni, Azaria è considerato da una parte della popolazione come un eroe. I critici li cancella d’un colpo solo: “Sono in pace con quello che ho fatto, ho agito correttamente e seguito la mia verità interiore. Ho fatto la cosa giusta e questo caso non avrebbe dovuto raggiungere queste dimensioni”, ha detto senza battere ciglio prima di assicurare che, se accadesse di nuovo, “agirebbe esattamente allo stesso modo.” Per quanto riguarda il sostegno di alcuni israeliani, tra cui alcuni ministri, considera che “è confortante.”

“Quale palestinese? È un terrorista”

Nella sua intervista, l’ex soldato torna sui fatti. Afferma che il palestinese che ha ucciso portava un coltello. “Ho agito istintivamente, sotto l’impulso del momento, (…) nel pieno rispetto di ciò in cui ero stato addestrato quando sono diventato un soldato”, racconta. “Gli ho sparato un colpo alla testa, ed è stata la fine. Solo un colpo,” dice non senza un certo sangue freddo. Quando è stato accusato di aver ucciso un palestinese, l’uomo è rimasto ‘scioccato’ e ha chiesto: “Quale palestinese? È un terrorista.” Azaria è dispiaciuto per l’atteggiamento del Ministro della Difesa dell’epoca, Moshe Ya’alon, che aveva condannato il suo atto. L’ex soldato osa persino gridare “all’errore giudiziario”. L’istituzione giudiziaria è stata, a suo dire, contro di lui. “I fatti sono stati distorti”, assicura Azaria, che all’epoca era stato filmato mentre uccideva l’uomo.

Vacanze pagate, inviti a serate e consigli ai soldati

Oggi venerato da una parte della popolazione, Azaria ha finito con l’esercito. Secondo Middle East Eye, progetta di diventare … avvocato. Il sito spiega che l’ex soldato “ora conduce in Israele una vita da nababbo, fatta di regali e privilegi.” Esempio: quando è uscito e è andato in una discoteca di Tel Aviv, l’arrivo di Azaria è stato annunciato al microfono e “le persone l’hanno applaudito, sono venute ad abbracciarlo e farsi foto con lui”, ricorda il gestore che lo vede come ‘un eroe’. Invitato a varie feste, Azaria è anche potuto andare in vacanza spesato di tutto da un miliardario. Più problematico: all’interno dell’esercito, sarebbe considerato un esempio. “Molti soldati lo considerano una sorta di mentore dopo il suo incidente”, dice un amico dell’ex soldato. “Elor dà loro consigli per servire nei territori.”

Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte: https://lemuslimpost.com/israel-elor-azaria-heros-ne-regrette-rien.html

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Aggiornamenti dal fronte siriano da un combattente italiano dell YPG

La città di Shaddadi è stata liberata nel Marzo 2016; da due anni la città è tutta la popolazione si sta rialzando dalla guerra, consigli cittadini e di donne sono nati in questi anni, una cooperativa offre pane ai più bisognosi.

Ma se Shaddadi non è più fronte, nell'ultimo mese ci sono stati ben due attacchi, uno tre settimane fa: al passaggio di un mezzo di Ypg un ordigno è stato fatto detonare, due civili che si trovavano sul marciapiede sono stati uccisi e 4 Ypg sono stati feriti. 

Ieri invece un gruppo di miliziani dell'Isis ha aperto il fuoco contro il check point posto all'ingresso della città, proprio nell'ora di maggior afflusso di persone, in giro per fare la spesa.
Alcuni Asaysh e diversi membri dell'Sdf sono rimasti uccisi, altri sono stati feriti.
5 miliziani sono stati neutralizzati dall'asaysh cittadina, che ogni giorno difende la città.

Un vile attacco, in mezzo alla gente di Shaddadi, dove la popolazione cerca di ripartire, nonostante le difficoltà della guerra.
Perché sparare tra la folla, mettendo in pericolo civili, donne e bambini? Se volete colpirci, attaccate noi, sparate a noi, non in mezzo alla popolazione.
Evidentemente la vostra mentalità di terrore vi porta a fare questo, seminare panico e paura in mezzo alla gente.
Solo così siete riusciti a conquistare le città, con il terrore e la paura, come le peggiori dittature del mondo.

Azadi Pachino

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons

});})(jQuery);