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Articoli filtrati per data: Tuesday, 25 Settembre 2018

Martedì 25 settembre, al Tribunale di PiacenzaPiacenza, sono state richieste condanne pesanti ai danni di Giorgio detto “il Brescia” e Lorenzo “Db”, compagni di Torino e di Bologna a processo per aver partecipato alla giornata della rabbia antifascista dello scorso 10 febbraiorabbia antifascista dello scorso 10 febbraio nella città emiliana, opponendosi all’apertura della sede dei fascisti di Casa Pound, rifiutando i divieti di manifestare e resistendo alle cariche della Polizia schierata a difesa dei neofascisti.

Il pm ha chiesto 4 anni e 10 mesi di reclusione per Giorgio e 4 anni e 6 mesi per Lorenzo. La sentenza è attesa per martedì 2 ottobre. Giorgio e Lorenzo, dopo mesi di carcereGiorgio e Lorenzo, dopo mesi di carcere, sono tutt’ora ai domiciliari, Lorenzo con divieto di comunicazione esterna.

La corrispondenza di Claudio Novaro, avvocato dei due antifascisti. Ascolta o Scarica.Ascolta o Scarica.

Da radiondadurto.org

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Mancano ancora pochi passaggi ma il decreto legge su immigrazione e sicurezza, voluto dal ministro Salvini, sembra essere pronto all’approvazione definitiva. Il voto unanime a favore del decreto in Consiglio dei Ministri e l’entusiasta conferenza stampa tenutasi immediatamente dopo, sembrano confermarlo.

La maggioranza di governo sembra dunque compatta e allineata sui cavalli di battaglia (mediatici) di Salvini. Oltre che sul tentativo di dargli sostanza attraverso un legge vera e propria che, a detta del Ministro degli Interni, farà dell’Italia un paese più sicuro. Ma a quest’affermazione la domanda sorge, quanto mai, spontanea: sicuro per chi?

Un decreto che ne accorpa due. Uno sul tema dell’immigrazione e l’altro sul tema sicurezza urbana. Questo accorpamento potrebbe anche sembrare una concessione fatta dal governo, e quindi da Salvini, per evitare di scrivere una legge ad hoc per gli “immigrati”. Nei fatti, però, sembra essere il classico caso in cui si prendono due piccioni con una fava e si scrive una legge, ancora una volta, dichiaratamente contro i subalterni di questo paese, di qualsiasi nazionalità essi siano.

La prima perte del decreto concentra tutto sull’obiettivo di rendere la vita più difficile a chi decide di muoversi clandestinamente verso l’Italia. Avevamo dato delle anticipazioni a riguardo con un articolo qualche giorno fa e le previsioni fatte in merito alla questione ci sembrano abbastanza azzeccate. Saremo di fronte alla revisione sostanziale del sistema di accoglienza: cambieranno i requisiti e le procedure per essere considerati richiedenti asilo e di conseguenza verranno potenziati i sistemi di carcerazione preventiva attraverso i CPR e l’allungamento dei tempi di permanenza in attesa di eventuale rimpatrio da 90 a 180 giorni. Verrà messa in discussione la cittadinanza in casi di ipotesi di reato a scopo terroristico e aumentata la lista di motivazioni per cui si può procedere al rimpatrio o alla revoca dello status di rifugiato. Tra questi non a caso violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Il tutto, dunque, per limitare al minimo la possibilità che si creino le condizioni di opposizione alla situazione di povertà e sfruttamento in cui i migranti sono costretti.

Se passiamo invece alla parte che riguarda la sicurezza, la musica non cambia molto e i fattori in comune sono controllo, militarizzazione e criminalizzazione. Viene praticamente ufficializzato ed esteso l’uso del taser prima ancora della fine del periodo di sperimentazione di cui tanto si è parlato. Verrà data, infatti, la possibilità di averlo in dotazione anche alla polizia municipale nei comuni con più di 100mila abitanti. Si allarga il raggio di possibilità del Daspo che potrebbe limitare l’accesso a ospedali e presidi sanitari e dalle manifestazioni sportive anche per chi è indiziato di terrorismo. E ancora sanzioni penali e non più solo amministrative per chi partecipa a blocchi stradali. E poi c’è la parte che più preferisce Salvini che è quella che riguarda le occupazioni di edifici o terreni o, più nello specifico, chi si fa promotore e organizzatore del reato di invasione di terreni o edifici. In questo caso passerebbe a 4 anni la pena massima legata a questi reati con un multa che andrebbe da 206 a 2.064 euro. Per le indagini in materia, invece, arriverebbe la possibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni telefoniche. Anche in questo caso tutto pensato con l’obiettivo di disincentivare e fiaccare le lotte per il diritto all’abitare, il diritto di vivere una vita dignitosa.

Ci sarebbe un aspetto molto marginale, dentro il decreto, che riguarda la lotta alla criminalità organizzata e che serve solo per non dare troppo l’idea che i primi nemici pubblici in questo paese siano coloro che provano ad organizzarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. Ma questo lo sapevamo già e non c’è da meravigliarsi. Sappiamo perfettamente che anche la magistratura è nelle condizioni di utilizzare due pesi e due misure per ciò che concerne i reati sopra citati. Anche nel caso di reati legati alla criminalità organizzata. Il caso dei 49 milioni che la Lega potrà restituire in comode e lunghissime rate è solo l’ultimo esempio lampante. Vale sempre la regola non scritta per cui il ricco ha più diritto del povero. E sappiamo pure, e la storia parla da se, che agli sfruttati non è mai stato concesso niente per benevolenza degli Stati e dei Governi. Tutto ciò che hanno conquistato è stato attraverso la lotta. E se lo Stato, il Governo, rinnova la dichiarazione di guerra, agli sfruttati non resta che rispondere con la guerra.

 

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Almeno 500000 persone hanno sfilato ieri in corteo a Buenos Aires contro la proposta di legge finanziaria di Mauricio Macri, scritta in fedele osservanza  dei diktat del Fondo Monetario Internazionale che dovrebbe prestare nei prossimi tre anni 50 miliardi dollari al paese sudamericano.

L'Argentina, a meno di vent'anni dalla precedente crisi economica, è infatti di nuovo alle prese con il tentativo delle istituzioni internazionali di attaccare i diritti dei lavoratori e delle parti meno garantite della società, in ottica ad un sistema-mondo capitalistico che di volta in volta distrugge tessuti sociali per ricreare condizioni favorevoli allo sfruttamento.

La dinamica è la stessa che ha caratterizzato le "politiche del saccheggio" in Argentina e in tanti altri Stati: politiche economiche utili solo ai grandi capitalisti conducono a spirali di crisi, che vengono risolte ancora in ossequio a chi è già garantito. La crescita "inclusiva" che sarebbe stata esito delle politiche neoliberiste di Macrì come ovvio non si è vista, anzi il presidente si è concentrato sopratutto sull'approvare in senso peggiorativo il sistema delle pensioni.

Colpito dalla svalutazione del peso e dall'aumento dell'inflazione, invece di redistribuire la ricchezza aumentando i redditi delle fasce più basse, il governo si è prestato ad ulteriori attacchi ai diritti in nome dell'austerità e della riduzione del debito pubblico. Con il risultato di peggiore ulteriormente la situazione, in un contesto di guerre commerciali e di crisi economica a venire dove paesi emergenti come Turchia, India, Brasile (dalla situazione simile a quella argentina) vivono le stesse difficoltà e ondeggiano tra politiche ultraliberiste e involuzioni autoritarie.

In Argentina un bambino su due vive sotto la soglia di povertà, mentre i rapporti tra la politica e l'economia sono all'insegna della corruzione. Il quarto sciopero generale della Presidenza Macrì sta portando alla ribalta queste ed altre contraddizioni, in uno scenario all'insegna del tragico deja vù.

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Ha suscitato, negli scorsi giorni, reprimende e scandalo a reti unificate un audio whatsapp del portavoce del primo ministro Conte in cui non si risparmiano velate minacce di rimozione coatta dei tecnici del Ministero dell’economia che starebbero mettendo i bastoni tra le ruote a una delle misure sociali più attese dagli elettori del governo gialloverde: il reddito di cittadinanza.

Cominciamo col dire, se ce ne fosse ancora bisogna, che l’operazione comunicativa della Casaleggio è riuscita incredibilmente, in poche ore, a mettere a lavoro tutta l’opposizione per i propri scopi. La leva è sempre la stessa (quando capiranno?) ossia lo scollamento tra autorità e verità. 

L’autorità è ovviamente quella dei giornali, dei professionisti dell’informazione, dei Cottarelli, delle associazioni di categoria, dell’establishment. Più questi strillano che si stanno demolendo le basi  su cui si regge l’ordinamento democratico – il sistema –  più si consolida un blocco sociale convinto che il governo stia andando nella direzione giusta. E come dargli torto. A farsi portatore di questa lesa maestà contro i burocrati del MEF è quel buzzurro di Rocco Casalino, l’ex-concorrente del Grande fratello, incarnazione di una società sguaiata e fiera della sua ignoranza, un personaggio il cui solo arrivo nelle stanze del potere (peggio, nei dietro le quinte!) suscita orrore e ribrezzo, soprattutto a sinistra. È una questione epidermica, innanzitutto. Il doppio-taglio, l’andatura giggiona e non curante, il linguaggio scurrile. Che nausea. Ma il malessere è più profondo. È quello di una sinistra sotto assedio che ormai non riesce a proporre nient’altro che un modello aristocratico di gestione del potere, un governo dei migliori, dei competenti. Una partecipazione civile che escluda gli ignoranti. Un perimetro della cittadinanza solcato con l’aratro del paternalismo e dell’ipocrisia. 

La verità, invece, è quella dell’impossibilità economica di far fronte alle emergenze sociali. Una balla a cui nessuno – vivaddio – sembra credere più. Inutile qui attardarsi sulla mancanza di fondamento, anche all’interno di questo sistema, persino all’interno di questa Unione europea, degli arbitrari vincoli di bilancio. È interessante notare invece che nel MoVimento hanno sempre convissuto una spinta “populista” (disintermediazione, critica ai partiti, agitazione di temi sociali, giacobinismo) con una spinta “manageriale/innovazionista”. La grande narrazione grillista traccia i contorni di uno Stato che non è comitato d’affari di nessuno ma semplicemente una macchina male amministrata, parassitata in maniera truffaldina da una classe politica di privilegiati che cerca di allontanare il più possibile il cittadino dal potere per operare nell’ombra. Basta rimuovere la casta, ripristinare la legalità e la trasparenza per garantire l’efficienza del sistema e quindi le sue funzioni sociali. Su questo scoglio si sono andate a incagliare le giunte comunali di Roma a Torino, dove le strutture amministrative intermedie, quelle delle società partecipate, dei tecnici degli assessorati, delle fondazioni bancarie, sono rimaste saldamente in mano alle vecchie cricche e le stesse giunte comunali si sono riempite di “tecnici” formalmente neutrali ma in realtà formati semplicemente per mantenere lo status quo. L’audio di Casalino marca un cambiamento di passo? Sono solo “dieci miliardi del cazzo” e non ci raccontino di incompatibilità di bilancio. Per governare dalla parte del popolo bisogna essere incompatibili, dicono. È di nuovo a sinistra, ovviamente, che abbiamo visto le reazioni più scomposte al vacillare delle Verità di bilancio e all’invasione di campo della politica nella sfera della tecnica e della sua pretesa oggettività. 

A noi questi due dati, il palese affossamento di credibilità dell’autorità e l’incrinarsi della tatcheriana mancanza di alternative, ci sono sembrati entrambi un fatto positivo. Peccato che dietro a questo cicaleccio di sconvolti dalla mancanza di bon ton istituzionale abbiamo visto anche tanti “compagni”. E pensare che, appena qualche anno fa, c’erano cortei sotto il MEF che pretendevano di cacciare i “tecnici” a furor di popolo, altro che wupaudio…

 

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