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Articoli filtrati per data: Friday, 21 Settembre 2018

Segnaliamo questo appello scritto dall'assemblea torinese della rete Non Una di Meno in merito al progetto di "Educazione sentimentale" che dovrebbe partire quest'anno nelle scuole superiori del Piemonte su iniziativa del consigliere regionale Gabriele Molinari (PD). Un progetto estremamente problematico (sia nei contenuti, sia nella scelta delle persone chiamate a intervenire nelle classi) contro cui NUDM ha lanciato un appello a mobilitarsi per bloccarlo.

“Lezioni d'amore”, così si chiama il progetto voluto dal consigliere regionale piemontese Gabriele Molinari (Pd) per combattere la violenza di genere. Secondo le dichiarazioni, il progetto consisterebbe in corsi di “educazione sentimentale” rivolti alle quarte e quinte superiori e tenuti dal filosofo Paolo Ercolani e dalla psicoterapeuta Giuliana Mieli. I promotori affermano che per promuovere un vero cambiamento culturale sia necessario avviare dei percorsi educativi già all'interno delle scuole. Una presentazione che in un primo momento potrebbe suscitare interesse. La necessità di un capillare lavoro preventivo ed educativo contro la violenza di genere è infatti affermata da anni dai movimenti femministi ed è stata istituzionalmente riconosciuta nel 2011 dalla Convenzione di Istanbul.

Ma in che cosa consiste realmente il progetto in questione?

Il primo elemento, che salta all'occhio già dal titolo, è la volontà di concentrarsi esclusivamente sull' “educazione sentimentale” a scapito di quella sessuale. Secondo Paolo Ercolani, infatti, “l’educazione sessuale nelle scuole non avrebbe neanche molto senso: probabilmente sono i ragazzi che potrebbero insegnare a noi la meccanica del sesso. Quello lo imparano da soli”.

Basterebbero i dati facilmente reperibili online per smentire Ercolani. L'Italia, infatti, si conquista una triste posizione da record nel calo delle vendite di preservativi, e l'aumento esponenziale delle malattie sessualmente trasmissibili registrato negli ultimi anni riguarda proprio i e le giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni. L'affermazione del professore rivela evidentemente una scarsa conoscenza dei soggetti a cui i suoi corsi dovrebbero rivolgersi. Da due anni come Non Una di Meno Torino veniamo chiamate dalle studentesse e dagli studenti delle scuole superiori per tenere laboratori che trattino, in un'ottica femminista, temi quali la sessualità, le relazioni, l'identità di genere, la violenza e così via. Bastano pochi minuti a contatto con queste e questi giovani per rendersi conto che la disinformazione sul tema è tanta, ma che la curiosità, i dubbi e le domande sono ancora di più. Minimizzando il ruolo dell'educazione sessuale all'interno delle scuole, Ercolani si rende complice di un processo di fatto reazionario che limita gli spazi che permettono ai e alle giovani di parlare e confrontarsi sulla sessualità. La difesa e il potenziamento di questi spazi è invece fondamentale affinché il sesso non sia più un tabù.

Secondo noi, inoltre, l'educazione sessuale non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni unicamente scientifiche al fine di prevenire malattie e gravidanze indesiderate, ma dovrebbe fornire gli strumenti a tutte e tutti per vivere con serenità, consapevolezza e rispetto reciproco la propria vita sessuale. Di esperimenti ed esperienze in questo campo se ne sono visti in alto numero negli anni, molti certamente da migliorare o sviluppare ulteriormente. Pensiamo sia un terreno su cui pretendere conquiste e avanzamenti e non accettare nessun passo indietro. Risulta dunque grottesco che sia di prossima realizzazione un progetto di educazione che non solo non prevede alcuno spazio in cui possa essere affrontato il tema della sessualità - costituendo un pericoloso precedente - ma addirittura ne sostiene l’inutilità.

Il progetto sarebbe quindi volto a una rialfabetizzazione amorosa "valida per i rapporti sentimentali, visto che i ragazzi non sanno più corteggiare e le ragazze non riescono a dare segnali chiari”, come affermato ancora da Ercolani. La difficoltà di relazione e l'assenza di empatia sono additati come i motivi principali della violenza contro le donne e sarebbero la diretta conseguenza dell'eccessivo utilizzo dei social network e delle modalità di relazione da essi veicolate.

Si cita Facebook, ed ecco che il patriarcato scompare!

Senza dubbio l’influenza che gli odierni mezzi di comunicazione operano sulle relazioni interpersonali meriterebbe un capitolo di approfondimento a sé stante, ma non riteniamo accettabile che li si ritenga i diretti ed unici responsabili delle violenze di genere. La violenza maschile contro le donne e la violenza di genere non sono infatti un fenomeno recente, ma un fenomeno strutturale, innegabilmente millenario e sistemico, le cui forme di espressione sono molteplici e trasversali. Non solo il progetto non riconosce il sistema patriarcale come radice di oppressione e violenza, ma ripropone quegli stessi ruoli asfissianti e normativi (il ragazzo che corteggia e la brava ragazza che ha la responsabilità di mandare i giusti segnali) che sono in realtà una delle narrazioni tossiche da decostruire.

Ci sorge quindi spontaneo domandarci se e come Ercolani e Mieli affronterebbero tutte quelle forme di relazione ed espressione sessuale che non rientrano nel dominante modello eteropatriarcale. Le infelici battute del docente di filosofia lasciano purtroppo pochi interrogativi a riguardo. “Il femminismo estremista è culminato nella teoria del gender, che ha legittimato la turba psichica di chi ritiene di poter scegliere la propria appartenenza sessuale a prescindere dal dato biologico. Legittima, ma pur sempre turba” si legge in un suo articolo contro la manifestazione nazionale dello scorso 25 novembre. Turba, teoria del gender, femminismo estremista: in poche righe Ercolani ci ha definitivamente confermato di non essere la persona che vogliamo all’interno delle scuole, ma, soprattutto di essere interessato a mantenere di fatto inalterata l’attuale struttura sociale che vede le donne e le soggettività non conformi in una posizione di subalternità.

Quando Ercolani nell'articolo sopracitato parla di "teoria del gender" non solo crea confusione associando "alle femministe" un pensiero che è invece baluardo dei vari popoli della famiglia o gruppi cattolici oltranzisti, ma soprattutto contribuisce a banalizzare il sapere di quelli che in inglese si chiamano "gender studies", ossia gli studi di genere. Gli studi di genere non parlano di "turbe psichiche" ma si pongono l’obiettivo di mostrare il carattere storicamente e culturalmente costruito dei generi maschile e femminile che, in quanto fissi e apparentemente inattaccabili in virtù della loro “naturalità”, sono tra le prime forme di violenza che vengono esercitate. Il doversi necessariamente identificare con un maschile e un femminile universalmente dati impone il doversi adeguare ai ruoli sociali che a questi storicamente corrispondono: il maschio virile, sicuro di sé, padrone e marito; la femmina gentile, sottomessa, servizievole, madre e moglie. La violenza che quotidianamente vediamo inferta alle donne e a tutte le soggettività non conformi e questi modelli normativi ed opprimenti non sono frutto dei social network e delle nuove tecnologie, ma sono la diretta conseguenza di millenni in cui la Donna è stata pensata e plasmata in una posizione di subalternità e l’Uomo in quella complementare di dominatore. Chi è il colpevole? Non si chiama social network, si chiama patriarcato.

Ercolani non ci risparmia neppure da un immancabile esempio di mansplaining, quando sostiene – in riferimento alle denunce contro Weinstein e in particolare all’esposizione mediatica di Asia Argento – che le attrici molestate non avrebbero avuto “la volontà o capacità di distinguere fra avances, abusi e violenza effettiva” e che il vero movente dell’intera vicenda sarebbe stata la ricerca di attenzione mediatica e notorietà. “L’impressione è che Asia Argento (e con lei molte attrici che hanno denunciato l’evento con colpevole e ipocrita ritardo) abbia finito col prostituirsi una seconda volta”: la scelta delle parole del professore è un’ulteriore violenza. Non spetta a noi, né ci interessa, sapere se fosse desiderata l’attenzione mediatica che ha colpito l’attrice in questione; quello che sappiamo con dolorosa certezza è invece che l’attenzione pubblica morbosa, così come l’inquisizione degli atteggiamenti, dei silenzi, delle abitudini e delle modalità di denuncia accompagnano ogni persona che si proclama vittima di una violenza di genere. Ercolani attacca Hollywood cercando di incoronarsi paladino delle “donne normali” (sic!), ma al tempo stesso non riesce a scendere da quel piedistallo di privilegio maschile dall’alto del quale ci bacchetta perché abbiamo sbagliato e che ogni donna (per il patentino di normalità bisognerà recarsi presso gli uffici del professore in orario di ricevimento) incontra nella propria quotidianità. Lui, uomo bianco e istruito, sa come distinguere tra avances, abusi e violenza affettiva; le donne dovevano starsene zitte, perché proprio non sanno di cosa parlano! A un personaggio di questo calibro, che accusa i movimenti femministi di manicheismo e di schierarsi troppo nettamente, non possiamo che rispondere che a nostro avviso in questa società di prese di posizione se ne sente un profondo bisogno, che non ci vergogniamo di scegliere sempre da che parte stare e che – al massimo – ci spiace di non poterci permettere di giocare a fare il filosofo luminare che relativizza sul mondo intero.

Per tutti questi motivi, ma ce ne sarebbero molti altri viste le innumerevoli agghiaccianti dichiarazioni di Ercolani, riteniamo inaccettabile che il Consiglio Regionale del Piemonte sostenga un tale progetto. Ne chiediamo la sospensione immediata in modo che nessuna e nessuno debba veder entrare nella propria aula il professor Ercolani in veste di educatore contro la violenza di genere. Domandiamo invece che altri progetti di educazione sessuale e all’affettività in un’ottica femminista vengano finanziati, sostenuti e incoraggiati all’interno delle scuole.

Per confrontarsi sull'argomento e discutere insieme di possibili azioni e controproposte: assemblea sabato 29/9 ore 16 al Campus Luigi Einaudi

Non Una di Meno - Torino

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Stamattina, Venerdì 21 settembre, dalle 10,30 al Policlinico Umberto I è andata in scena un'importante mobilitazione del Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Policlinico.

Decine di lavoratori con maschere e fazzoletti al volto, striscioni e cartelli in mano hanno protestato sotto la Direzione Generale, occupando l'androne storico del Policlinico per poi volantinare in giro per l'ospedale. Per due ore, la caotica routine quotidiana è stata interrotta da slogan in difesa dei lavoratori sotto ricatto e a rischio licenziamento, volantini ed interventi di denuncia della situazione assurda in cui versa uno degli ospedali più grandi di Roma.

Al sovraffollamento e al caos del pronto soccorso, alla mancanza di risorse e personale nei diversi reparti si inserisce un processo di riorganizzazione che vedrà l'espulsione di circa 800 lavoratori della Cooperativa OSA, da più di 15 anni presente al Policlinico. I lavoratori OSA, da sempre, sono considerati dall'Azienda lavoratori di serie B: sempre impiegati nei reparti più critici (pronto soccorso, rianimazione..), vengono pagati meno, non hanno diritto alla mensa e all'aggiornamento professionale, hanno un abbigliamento diverso dagli strutturati, subiscono ogni sorta di ricatto (dai doppi turni ai tagli in busta paga). Inoltre l'Azienda spende per ogni loro ora di lavoro circa 24 euro ma in tasca al singolo lavoratore ne arrivano meno di 10, in un illegale intermediazione di mano d'opera, che ha arricchito solo le imprese appaltatrici sulla pelle dei lavoratori stessi. Di fronte a questo scenario quello che i lavoratori chiedono è un processo di internalizzazione, l'unica soluzione di buon senso anche per non perdere il prezioso apporto professionale e il portato di conoscenze di questi operatori impiegati nei reparti più critici del Policlinico.

I lavoratori e le lavoratrici che hanno partecipato alla giornata di mobilitazione erano travisati in volto per denunciare l'ambiente repressivo dove sono costretti a lavorare e garantirsi di non venir colpiti da provvedimenti disciplinari come quello, in esecuzione dal 15 settembre, nei confronti di un operatore del Pronto Soccorso sospeso per tre mesi senza retribuzione, per aver denunciato in un intervista con la consigliera regionale dei 5stelle Lombardo, il mal funzionamento dell'ospedale, la truffa continua degli appalti, la privatizzazione dilagante anche nei servizi pubblici. Provvedimento che segue quello analogo nei confronti di due infermieri dello Spallanzani,con 4 mesi di sospensione, sempre per analoga motivazione di aver "leso l'immagine dell'Azienda". La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del policlinico non è solo un importante percorso di difesa dei diritti in un ambiente di lavoro sempre più oppressivo e gerarchico, ma anche un avamposto per la difesa della sanità pubblica. In una fase in cui lo smantellamento del servizio sanitario pubblico sta giungendo ad un punto di non ritorno le vertenze dei lavoratori, ad oggi, sono l'unica lotta che rivendica una salute per tutti e tutte cercando di bloccare da dentro gli ingranaggi aziendali che pezzo dopo pezzo stanno privatizzando la nostra salute e rendendo gli ospedali fucine di sfruttamento.

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Giovedì 27 Settembre, alle ore 21.00, a Modena, in Sala Giacomo Ulivi (via Ciro Menotti 137) si terrà un'assemblea pubblica sul tema della contestazione all'apertura del nuovo CPR voluto dal governo gialloverde sulla spinta del ministro dell'Interno Salvini. Di seguito il comunicato di indizione, per tutte le info seguire la pagina Mai più Lager - Né in Emilia Romagna né Altrove

ASSEMBLEA PUBBLICA

Per costruire l'opposizione sociale ai nuovi Lager. Contro il razzismo istituzionale. Contro l'apertura del Cpr!

A Modena era stato chiuso nel 2013, dopo 11 anni e in seguito a rivolte interne e scandali esterni. Parliamo della struttura di via Lamarmora, il Cie, che oggi dovrebbe riaprire sotto altro nome (CPR) Una struttura che potremmo definire un campo d'internamento per migranti nella quale viene attuata una vera e propria detenzione a seguito di quel'abominio giuridico che ptende il nome di reclusione amministrativa. Tecnicamente questi Centri per il rimpatrio (CPR)/sarebbero strutture dove le persone senza documenti vengono richiuse per essere espulse.

Teoricamente perché i dati raccolti in questi anni parlano chiaro: espulsioni risultate meno dell'1% rispetto al totale degli immigrati clandestini presenti sul territorio italiano e del 47% rispetto al totale degli internati. Ora noi abbiamo sempre denunciato le politiche razziste, securitarie e di segregazione portate avanti con continuità in da tutti i governi che si sono succeduti in questi anni e sappiamo perfettamente come certe fasce di popolazione siano diventate pian piano il capro espiatorio per la crisi economica, la speculazione finanziaria, per i licenziamenti o le morti quotidiane sul lavoro, per la catastrofe ambientale che sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza biologica sul pianeta... però, in questo caso, vorremmo sottolineare innanzitutto il carattere prettamente economico della struttura che sta aprendo in città.

Se il CPR risulta inefficace per la funzione che tecnicamente dovrebbe svolgere, quella di espellere i migranti, altro non si può dire riguardo alle sue funzioni economiche. La prima è indubbiamente indiretta, vale a dire quella di essere un fattore di deterrenza e disciplinamento per una vasta fascia di popolazione inserita in un tessuto di elevato sfruttamento produttivo, l'altra è la sua diretta monetarizzazione che è estremamente elevata visto i costi di gestione e manutenzione della struttura (in altri paesi la detenzione amministrativa è gestita direttamente da multinazionali del settore).

Nel 2013 i costi minimi di gestione stimati per i Cie ammontavano a circa 55 milioni di euro l’anno mentre a Modena, oltre al crac della Misericordia di Giovanardi che lo gestiva precedentemente, abbiamo avuto il consorzio Oasi finito sotto processo per una truffa all'erario di circa due milioni di euro. Dal 1999 al 2011 si stima che per queste strutture siano stati spesi più di 950 milioni di euro. Cifre enormi con la quali si potrebbero perseguire politiche realmente incentrate sulla sicurezza: tipo investimenti in sanità, istruzione, in quel welfare che si sta trasformando sempre di più in un sistema penale che criminalizza e persegue esclusivamente la povertà.

Sono scelte politiche e il Cpr non è soltanto una struttura inaccettabile da un punto di vista morale ma anche un pozzo nero senza fondo da un punto di vista economico.

Fermiamolo!

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Entro fine settembre dovrebbe essere portato in Parlamento il ddl Salvini sull'immigrazione, che verrà discusso invece lunedì in Consiglio dei Ministri. Il testo dovrebbe essere legato ad un altro elaborato, il cosiddetto dl Sicurezza, di cui abbiamo avuto anticipazione con la famosa circolare sugli sgomberi firmata insieme al capo di gabinetto Piantedosi. Si tratta allora di analizzare il piano di Salvini, ai fini della necessaria contestazione di quello che si preannuncia essere il provvedimento cardine del Ministro dell'Interno.

Pare che un restringimento generale dell'istituto della cittadinanza e l'abrogazione della protezione umanitaria per i richiedenti asilo saranno i punti cruciali del testo sull'immigrazione, il quale si occupa di "disposizioni urgenti in materia di rilascio di permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario nonché in materia di protezione internazionale, di immigrazione e di cittadinanza".

Come d'obbligo, Salvini affianca al testo una campagna politica e mediatica, giocata soprattutto attraverso il suo apparato social, teso a screditare i migranti nella loro generalità, come di recente ha fatto citando qualche dato a caso per affermare l'equazione per la quale l'aumento dei migranti è legato all'aumento della delinquenza.

“Se vieni in Italia, rispetta gli italiani! #èfinitalapacchia”, il contenuto della campagna salviniana che dietro lo slogan mira a modificare alcuni assunti cruciali del sistema di accoglienza, in particolare riducendo o eliminando del tutto la concessione di permessi di soggiorno per ragioni umanitarie, che sarebbero per Salvini oggetto di un boom e di una sproporzione rispetto ad altre forme di tutela.

Di fatto la legge si porrebbe in seria violazione degli obblighi internazionali che riguardano la protezione dei migranti da luoghi interessati da guerre e disastri naturali, oppure da paesi che non rispettino gli standard minimi di rispetto dei diritti umani, ovvero dove potrebbero essere sottoposti a tortura poiché giudicati nemici politici.

Andando nel pratico, si statuisce che la singola domanda di permesso per ragioni umanitarie non potrà più essere valutata dalle commissioni territoriali o dal Questore, con il rischio che nei fatti venga eliminata questa possibilità per il migrante, aumentando le statistiche sui rimpatri e limitando l'accoglienza e la possibilità di ottenere l'asilo, che va segnalato come in Italia non sia disciplinato da alcuna legge specifica ma piuttosto venga interpretato sul caso singolo in base alle direttive europee.

Discrezionalità che il ddl punta ad eliminare, con ovvie conseguenze, anche in termini di ingolfamento giuridico dato il sicuro aumento dei ricorsi, elemento su cui tralaltro Salvini si è già espresso, ovviamente denunciando il “business degli avvocati d'ufficio” che si fonderebbe sull'assistenza ai migranti, diritto riconosciuto.

Il ruolo dei CPR si inserisce in questa analisi come rilancio delle forme di carcerazione e detenzione di persone che non hanno commesso alcun reato: la loro carcerazione, a quanto sembra, potrà essere prolungata dagli attuali 90 a 180 giorni, 6 mesi nei quali di fatto i migranti saranno rinchiusi in lager che saranno aperti o riaperti nelle prossime settimane/mesi. Inoltre, una volta deciso per il rimpatrio, il migrante potrà anche essere internato in strutture diverse dai CPR, probabilmente normali carceri o altri luoghi in cui non avrebbero nessun dovere a stare.

Per il Fondo Rimpatri, che dovrà provvedere a finanziarie questo sistema carcerario in formazione, saranno stanziati 3,5 milioni di euro da qui al 2020. In un contesto per il quale ogni rimpatrio, una volta raggiunti non facili accordi con i paesi di provenienza, costa tra i 4000 e i 10000 euro, siamo di fronte alla possibilità di un numero di rimpatri bassissimo, tra i 300 e i 1000 al massimo.

Di conseguenza, un po' come sull'operazione riguardante le scuole, ci troviamo di fronte ad una vera e propria operazione cosmetica finalizzata unicamente alla rappresentazione social del celodurismo del Ministro dell'Interno.

Verrà inoltre aumentata la lista di motivazioni per le quali è previsto il rimpatrio e la revoca dello status di rifugiato, tra cui violenza sessuale, produzione, detenzione e traffico di sostanze stupefacenti, rapina ed estorsione, furto, furto in appartamento, minaccia, violenza o resistenza a pubblico ufficiale.

Soprattutto quest'ultimo caso sembra interessare le disposizioni di Salvini, interessato evidentemente a limitare le possibilità di reazione a condizioni di sfruttamento e povertà di cui possono essere esempio i fatti di piazza Indipendenza o di Castello d'Argile.

Salvini ha di fronte due opposizioni. Una è quella che potrebbe arrivare sul piano giuridico, dalla violazione delle normative europee e della costituzione italiana in merito agli istituti della protezione umanitaria. Realisticamente, una posizione spuntata vista la campagna elettorale giocata contro i migranti in tutti gli stati europei rispetto alle elezioni a venire, e che in realtà potrebbe anche giovare a Salvini impegnato a mettere in discussione l'UE e le sue normative.

L'altra, quella che interessa a noi e che necessariamente dovrà darsi percorsi di ulteriore costruzione, è quella sociale che dovrà muoversi dalla definizione di un punto di vista antirazzista alla messa in discussione pratica delle strutture come i CPR che dovranno sostenere le sparate leghiste.

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Il 13 settembre 2018 il Presidente francese Macron si è presentato presso la casa di Josette Audin, vedova di Maurice Audin, cittadino francese scomparso ad Algeri mentre era in stato di arresto da parte dei parà nel 1957. Le ragioni della visita hanno a che fare con le intime e mai sanate ferite interne alla coscienza collettiva della République e informano un evento di portata storica: per la prima volta un Presidente della Repubblica ammette le violenze, le torture e le esecuzioni sommarie perpetrate dall’esercito francese nel contesto del contrasto alla guerra partigiana per l’indipendenza dell’Algeria.

La storia di Maurice Audin rappresenta uno dei più grandi coni d’ombra all’interno della cronaca di guerra. Il giovane matematico e militante del Partito Comunista Algerino venne prelevato la sera dell’11 giugno con l’accusa di essere un fiancheggiatore della Resistenza e dichiarato evaso pochi giorni dopo l’arresto. La versione ufficiale parlerà di un salto di Audin dalla jeep militare che lo stava trasportando durante un trasferimento fra caserme: disparu.

Questa resterà la versione ufficiale comunemente accettata dai vari governi susseguitisi fino ad oggi: fino alle scuse ufficiali presentate da Emmanuel Macron.

Quali scuse e quale memoria?

Nessun Presidente francese aveva mai osato tanto. Le gravissime responsabilità in capo all’esercito di occupazione nell’ambito delle azioni di contrasto alle guerre di indipendenza combattute dalla Francia sono risapute e documentate, ma il riconoscimento di ciò viene da sempre considerato tabù.

Le atrocità e i crimini commessi durante la guerra d’Algeria rappresentano un terreno di contesa estremamente aspro. Da un lato, la scure delle innumerevoli amnistie presidenziali approvate fra il 1962 e il 1982 hanno messo arbitrariamente a tacere, dal punto di vista giuridico, le istanze di coloro che non hanno mai smesso di battersi per la verità intorno al fenomeno dei disparu e della tortura, dall’altro la censura è stata applicata senza esclusione di colpi, nel tentativo di soffocare il dibattito culturale e politico intorno alla questione.

I macellai dei reparti scelti dell’esercito e gli stragisti dell’Organisation Armée Secrète hanno beneficiato della riabilitazione e del non luogo a procedere nei loro confronti già a partire dal primissimo dopoguerra, mentre i golpisti di estrema destra a capo del celebre putsch dei generali hanno dovuto attendere qualche anno in più, fino al 1982, con il benestare del socialista François Mitterand, sotto l’egida del suo: «Il appartient à la Nation de perdonner».

Un perdono bipartisan, insomma, coadiuvato da una battaglia culturale bipartisan, che in nome della coesione nazionale non ha avuto alcuna esitazione nel servirsi della censura. Basti pensare all’esempio del celebre “La battaglia di Algeri” (1966) proibito nelle sale francesi fino al 2004, e a provvedimenti clamorosi come la Legge 158, del febbraio 2005, che cerca di inserire nei programmi scolastici il concetto di “ruolo positivo” della presenza coloniale francese, specialmente in Africa del Nord.

In tale contesto, le scuse di Macron non rappresentano che una piccola goccia nell’oceano di menzogne perpetrate nel corso degli anni. Non certo sanabili con una simbolica, per quanto storica, visita di cortesia.

En marche! Fra crisi di consensi e redwashing

Lo spazio coloniale ha, d’altronde, sempre rappresentato, in particolar modo nella storia francese, il negativo degli avvenimenti politici in atto in patria; la cartina di tornasole tramite la quale leggere le dinamiche politiche francesi nella loro complessità. Lo spazio postcoloniale non si distanzia eccessivamente da ciò e informa tuttora le istanze più spinose interne al dibattito pubblico d’oltralpe.

Non dev’essere un caso che la decisione di Macron, e del suo eccentrico deputato all’Assemblea Nazionale Cédric Villani (LREM), arrivi proprio durante la crisi di consensi più profonda che la nuova stella del panorama politico francese si trova ad affrontare dal momento della sua, plebiscitaria, elezione nel maggio 2017. La sequela di privatizzazioni selvagge, la deregolamentazione del mondo del lavoro e le altre riforme di carattere marcatamente neoliberale proposte dal governo avevano già minato alla base l’iniziale entusiasmo degli elettori. Lo scoppio, a luglio, dello scandalo Benalla, guardia del corpo del Presidente, fotografata mentre infierisce sui manifestanti della piazza del primo maggio parigino indossando una divisa da poliziotto senza alcun titolo, ha costituito il colpo di grazia alla sua popolarità.

Attaccato da sinistra per la continuità con le riforme neoliberali del poco compianto Parti Socialiste e dai falchi della feroce destra lepenista per le cosiddette tendenze “mondialiste” e, sulla carta, pro-migranti, Macron si trova bersagliato dal fuoco incrociato dei suoi detrattori. La scelta di prendere una delle più importanti decisioni riguardanti la storia recente della Francia e di porgere le proprie scuse alla vedova Audin potrebbe costituire una exit strategy per uscire dal pantano in cui il Presidente è ormai immerso fino al collo.

Un vero e proprio redwashing dal largo valore simbolico, mentre nella sostanza le politiche del governo proseguono in una direzione pienamente neoliberale. L’occupazione dello spazio vuoto lasciato aperto dal collasso del PS deve sembrare agli occhi del Presidente come l’unica soluzione al rischio di estinzione che si profila con l’avvento delle Elezioni Europee della prossima primavera, test elettorale in cui il sorpasso del Rassemblement National (ex Front National) inizia ad apparire plausibile.

Il tentativo di porre in essere una nuova polarizzazione dell’elettorato francese fra il polo progressista di governo e i sovranisti del RN pare essere la nuova prospettiva immaginata da Macron per conservare il potere; una strategia che in Italia conosciamo bene, non troppo dissimile, anche se estremamente più seria, rispetto alle pagliacciate del nostrano Partito Democratico, fulminato all’improvviso da una nuova verve antifascista, strumentale solo agli odiosi calcoli della politica di palazzo.

Non a caso è la stessa Marine Le Pen a lanciare l’accusa al Presidente di voler «giocare sulle divisioni dei francesi» e di compiere un «atto di divisione politica»: un’accusa forte che rischia di essere confermata dalla mancanza di sostanza di una decisione che tuttora appare intrisa di forte opportunismo.

Verità storica e responsabilità individuali: la partita aperta

Il gioco, finora del tutto simbolico, di Macron è destinato a perdere. Un sorriso e due baci sulle guance della vedova di un uomo torturato e barbaramente ucciso durante una delle pagine più vergognose della storia francese non cancellano la fame di verità della famiglia Audin.

Pierre Audin, figlio di Maurice, ha dichiarato, negli ultimi giorni, che il riconoscimento della tortura come mezzo sistemico di guerra volto a terrorizzare la popolazione da parte dell’esercito coloniale francese rappresenta un passaggio di estrema importanza, ma che la storia non finisce qui: è ora necessario appurare le responsabilità dei singoli membri del 1° Reggimento Paracadutisti durante la guerra di Algeria e desecretare gli archivi pubblici e privati nella loro interezza, in modo da riportare alla luce verità troppo a lungo celate.

La Quinta Repubblica è stata fondata sul rimosso e sulle bugie relative alle brutalità commesse in giro per il mondo in nome della civiltà e del progresso e ha tuttora il terrore di scoperchiare un vaso di Pandora entro il quale si sono, finora, celate le sue responsabilità più gravi, in nome della solidarietà nazionale.

Se la verità storica ha iniziato ad affiorare, è ora necessario riconoscere le responsabilità dei singoli, macchiatisi dei crimini peggiori: senza questo presupposto di base, ogni ammissione di colpa, seppur lodevole, non può che risultare impregnata della più profonda ipocrisia. Chissà che non emergano nomi eccellenti come quello di Jean-Marie Le Pen, padre di Marine, visto a passeggiare nei corridoi della lugubre Villa Susini, il centro di tortura dell’esercito occupante ad Algeri, e altri nomi e cognomi eccellenti tuttora considerati eroi di guerra.

«Se sarà ragionevole, suo marito rientrerà a casa entro un’ora», furono le parole che il capitano Devis rivolse a Josette Audin al momento dell’arresto. Sono passati 61 anni e la verità è ancora lontana, mentre popoli che tuttora piangono il lutto e l’umiliazione dei propri cari attendono giustizia.

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