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Articoli filtrati per data: Thursday, 20 Settembre 2018

La notizia, terribile e agghiacciante, di quanto avvenuto due giorni fa nel carcere di Rebibbia – dove una donna detenuta ha lanciato dalle scale i suoi 2 figli, uccidendoli – sta sollevando un piccolo dibattito su una delle aberrazioni peggiori del sistema penitenziario del nostro paese: la detenzione in carcere assieme alle madri dei bambini minori di 3 anni.

Un dibattito piccolo, dicevamo, rispetto alla tragicità di questa vicenda che ci ha fatto gelare il sangue e caratterizzato in troppi casi da dichiarazioni e sciacallaggi indegni.

Attualmente nei penitenziari di tutta Italia ci sono una sessantina di bambini, con 52 madri, di cui la metà si trova nei cosiddetti "Istituti a custodia attenuata" creati nel 2007, l'altra metà in carcere (la maggior parte proprio a Rebibbia). La ragazza dell’episodio di due giorni fa era stata arrestata alla fine di agosto per il possesso in concorso di 10 kg di marijuana. Dell’erba fatta passare alla frontiera. A quanto si apprende nei giorni scorsi aveva dichiarato la propria difficoltà a reggere l'ambiente carcerario e a doverlo condividere con i suoi due bambini piccoli. E anche nel carcere erano a conoscenza di episodi di sofferenza psichica manifestati in passato da parte della donna. L’avvocato aveva chiesto delle misure alternative alla detenzione preventiva in carcere, vista la tenuità del fatto, che sono state però negate.

A poche ore dalla notizia già si scatenavano le prime speculazioni politiche, prime tra tutte quelle dei sindacati di polizia. Questi non solo hanno chiesto al ministro della Giustizia un generico e urgente "intervento" sulla situazione carceraria, ma hanno usato senza alcun ritegno questa vicenda per lagnarsi come da copione delle condizioni in cui, a loro dire, sono costretti a lavorare gli agenti della penitenziaria. Giusto qualche parola di circostanza su un evento
definito "tragico e improvviso", ma il vero problema per i sindacati di polizia rimangono le condizioni di lavoro "stressanti" dei secondini, mica quelle dei detenuti e delle detenute stipati nelle sovraffollate carceri italiane o dei bambini costretti a crescere dietro delle sbarre. E il corollario, manco a dirlo, è l'ennesima richiesta di un'ulteriore stretta nella gestione dei penitenziari.

Sulla vicenda si è poi espresso il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che dopo essere andato in visita a Rebibbia ha sospeso Ida Del Grosso, la direttrice della casa circondariale, la sua vice, Gabriella Pedote, e la vice comandante della Polizia penitenziaria, Antonella Proietti. Una decisione a effetto che sembra più che altro dettata dalla necessità di dare in pasto alle telecamere l'impressione di aver preso qualche provvedimento. “Nel mondo della detenzione non si può sbagliare" ha affermato lapidariamente Bonafede (quindi, nel dubbio, rinchiudiamo tutti? Neghiamo i permessi?). Salvo poi invitare al silenzio e ad aspettare gli accertamenti quando gli è stata posta l'osservazione che quella donna in carcere non ci dovesse proprio stare.

La mancata riforma delle carceri, elaborata poi pavidamente affondata dal PD a pochi mesi dalle elezioni, l’ipocrisia del Min. Bonafede e la bonaria fratellanza tra la Lega e i sindacati di polizia stanno già relegando questa notizia a orribile fatalità senza inquadrarla per ciò che è. I fatti di Rebibbia sono la conseguenza straordinaria del funzionamento ordinario del sistema penale italiano che non fa eccezione neanche per le madri con figli minori. Le due linee sadiche su cui giudici e PM continuano a muoversi sono sempre le stesse: un abuso punitivo delle misure preventive per i reati comuni e uso delle misure alternative alla detenzione in carcere come semplice strumento di riduzione dei costi di gestione del sistema carcerario e non di riduzione dell’afflittività della pena. Ci vuole tanto a capire che nessun bambino deve stare dietro le sbarre?

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in varie

 

rabbia da espellere celere celere quest'impeto 
la rivolta sotterranea alla quale incito 
non è che recito è che medito su quel che è lecito 
sollecito metrico all'esito 
metti a fuoco quel che predico e quello che dico 
perché adesso l'invito è a prender la mira sul vero nemico.

 

L’attuale disposizione del campo politico è strutturata attorno a una dicotomia, quotidianamente rilanciata da media, politici e intellettuali: lo sfaccettato fronte “sovranista/populista” da un lato; il meno sfaccettato ma più internamente confuso polo “globalista/liberista” dall’altro. La narrazione che viene prodotta vede, a livello “occidentale”, nelle elezioni autunnali di mid-term statunitensi e in quelle europee primaverili due battaglie campali per “il futuro del mondo” (addirittura…), puntellate da una serie di più piccoli confronti che vanno dal definire la Brexit al cambio di vertice alla BCE. Se questo è il terreno politico attorno al quale si sta costituendo il presente del potere, le sue forme di dominio, attorno al quale si strutturano le dinamiche sistemiche, compito di un’ipotesi antagonista è rintracciare percorsi, leve e potenziali linee di forza per poter rovesciare questo tavolo. Né coi sovranisti né coi globalisti, verrebbe da dire, se non che assumere questa dicotomia finirebbe per colpevolmente sottacere o nascondere quelle che sono le contiguità tra le due ipotesi, che le rendono alternative sì, ma pur sempre interne a riquadri di compatibilità e a una riproduzione sistemica capitalistica (avevamo già abbozzato il discorso qui).

Non serve evocare Marx per ricordare che sin dai primordi costruzione dello Stato e affermazione di un modo di produzione capitalistico sono processi simbiotici, che necessitano l’uno dell’altro. La costruzione e la difesa del confine dello Stato procede di pari passo con la costruzione e la difesa del sacro confine della proprietà privata. Il capitalismo come sistema prevede dunque la continua sussistenza di entrambe le forme, pur evidentemente con differenti equilibri interni a seconda delle epoche storiche. Se è indubbio che una costante degli ultimi decenni sia stata quella di un progressivo “controllo totale” della macchina statuale da parte dei grandi capitalisti finanziari, è tutto da dimostrare che l’attuale polo sovranista stia andando contro i loro interessi riconquistando, come loro stessi tendono ad affermare, “sovranità per il popolo”.

È in proposito passato piuttosto sotto-traccia l’incontro di Salvini con Blair, il leader emergente del fronte sovranista globale coordinato dal The Movement di Bannon e l’ormai storico esponente del liberismo in salsa socialdemocratica. Coronato da gran sorrisi e strette di mano, questo vertice non è stato contestato come quello di pochi giorni precedente di Salvini con Orbán, eppure ce ne sarebbero state molte ragioni. In quella stretta di mano passano infatti le guerre degli ultimi vent’anni e quelle a venire. E quella stretta di mano non è solo simbolica, ma indica una serie di garanzie che i Salvini e chi per lui hanno da tempo dato ai veri potenti. Al di là delle oscillazioni dello spread e del ruolo in proposito dei fantomatici mercati, lo spread è espressione anche di una dinamica geopolitica tutta interna alle relazioni istituzionali europee. Ma c’è qualcosa che si muove “al di sopra”. E non viene mai pronunciata. Sia chiaro: niente complotti, niente “poteri forti” invisibili, niente grandi manovratori occulti. Quello che stiamo indicando è una dinamica nota e spesso discussa, ma che non viene mai politicizzata. Stiamo parlando del fatto che da quarant’anni a questa parte tutte le teorie, statistiche, studi, indicatori economici, concordano su almeno un punto: che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Che nelle mani di sempre meno persone si concentrano sempre più risorse - tanto che non sanno nemmeno più che farsene lasciandole improduttivamente a languire in qualche paradiso fiscale; mentre per sempre più quote di popolazione si riducono i salari reali e il welfare. Certo, è innegabile il ruolo dell’Unione Europea nell’ingabbiare i singoli Stati all’austerità (Grecia docet), ma è possibile che dal nostro campo sia scomparsa una critica di quei moderni leviatani rappresentati da multinazionali come l’Amazon di Jeff Bezos (solo per fare l’esempio del colosso al momento più ricco, che più direttamente plasma i territori, che più immediatamente ri-definisce il mercato del lavoro, che più concretamente stravolge le forme di vita)? Non è forse in quelle concentrazioni immani di potere e ricchezza che bisogna ricominciare a puntare il mirino?

In Italia anni di critica alla “casta” hanno del tutto offuscato il fatto che in fondo se “la casta” sono “i politici” e basta, si salvano tutte quelle figure che più in realtà contano (e la lagna bipartisan per Marchionne è stata esemplificativa). I grandi fondi di investimento e speculazione, grandi assicurazioni, multinazionali delle armi, farmaceutiche e di svariati business, grandi banche, potentati dei media, agenzie internazionali dell’estrazione di risorse ecc… hanno tutti nomi come aziende, nomi e cognomi come altrettanti manager, capi, padroni, ma non sono stati toccati minimamente dal “populismo” nostrano… È noto da secoli che il più grosso favore che si può fare alle classi dominanti è quello di distogliere l’attenzione “del popolo” dalle loro malefatte e dal loro accumulo di ricchezza per orientare verso i più poveri l’attenzione e il rancore. Il governo a trazione leghista è in proposito da manuale, e dunque il sorriso di Blair è più che giustificato. Odiate i migranti e gli ultimi, non pensate a chi la vostra miseria l’ha prodotta.

Ecco, nell’enorme caos che sta attraversando il pensiero (di azione purtroppo al momento ce n’è poca) anche alle nostre latitudini, cominciare a ridefinire delle coordinate e delle controparti che disegnino in maniera differente il campo politico è un qualcosa di necessario. Un machiavelliano “ritorno ai principii” che ricominci a dare nome e cognome a chi “sta in alto” per davvero, e che ridefinisca un’identità politica che ponga come irrinunciabile base di partenza un nuovo internazionalismo. L’odio di classe deve ritrovare la sua giusta prospettiva, e la solidarietà anche. Per fare questo e aprire spazi per l’irruzione delle nuove forme della lotta di classe dobbiamo allora ripensare le geografie del potere e quelle della sovversione, riconquistare una capacità di cogliere l’occasione politica al momento giusto, di sovradeterminare il tempo, e di ricostruire i campi politici a partire dalla necessaria scomposizione di quelli attuali.

 

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