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Articoli filtrati per data: Friday, 14 Settembre 2018

Condividiamo il testo del comunicato inviatoci dal nuovo comitato "Operatori sociali autorganizzati", appena costituito a Perugia, per rendere pubblica la situazione vissuta dai lavoratori e lavoratrici di Arci solidarietà e la loro lotta per condizioni dignitose di lavoro.

Pensiamo sia importante, specialmente in questo momento storico, il coraggio di questi lavoratori nel denunciare quello che ormai da anni osserviamo comunemente nel business costruito attorno all'"accoglienza" di migranti e rifugiati. Una mala gestione dei fondi stanziati (i famosi 35 euro), che nella stragrande maggioranza dei casi vanno ad arricchire associazioni e coperative a discapito dei lavoratori, sfruttati e sottoposti a vari ricatti morali, tipici dei diversi contesti di cura e accoglienza e degli stessi migranti, sui quali viene costruita la peggior propaganda xenofoba di cui il nostro presente politico è intasato. Distruggere il discorso razzista passa innanzitutto dall'attivazione e dalla lotta, per la condivisione di una dignità comune e spesso dimenticata. A partire dalla consapevolezza che l'unica differenza esistente tra esseri umani è tra chi sfrutta e chi viene sfruttata/o e che, nella seconda categoria l'unica possibilità di miglioramento è nell'alleanza per una lotta volta al miglioramento delle condizioni di vita generali.

Chi siamo?
Siamo operatori licenziati da Arcisolidarietà Ora d’Aria ONLUS e abbiamo lavorato per diverso tempo nel settore dell’accoglienza dei richiedenti asilo nel territorio perugino. Attualmente siamo in vertenza contro Arcisolidarietà per far valere i diritti che ci sono stati negati quotidianamente. Siamo coscienti che la nostra lotta non può realizzarsi completamente nelle aule giudiziarie ed è per questo che abbiamo deciso di costituirci come soggetto sociale, che prende il nome di “Operatori Sociali Autorganizzati - Perugia”. Vogliamo aprire un dibattito nel territorio perugino e a livello nazionale, vogliamo che precari come noi possano trovare il coraggio e la forza di opporsi a chi ci sfrutta e ricatta, che possano uscire dal ricatto quotidiano della precarietà, che possano avere altri compagni pronti ad ascoltarli e a sostenerli nella lotta.


Perché la nostra vertenza contro Arcisolidarietà è arrivata in Tribunale?

Negli anni in cui abbiamo lavorato con Arci i contratti che avevamo firmato erano i famigerati co.co.co., non prima di aver fatto periodi più o meno lunghi di lavoro in nero. Il trucco dei co.co.co è semplice da spiegare: l’associazione assume e gestisce dipendenti mascherandoli da collaboratori, in questo modo molte garanzie e tutele (ferie, malattia, trattamento di fine rapporto etc. etc.) tipiche dei contratti di carattere subordinato vengono a mancare. Un altro aspetto altrettanto grave è rappresentato dalla totale mancanza di formazione generale e specifica, l’assenza della valutazione dei rischi (soprattutto sanitari) a cui andavamo incontro e l’inesistenza di un supporto psicologico necessario per chi svolge tale tipo di lavoro (non a caso l’operatore sociale è una delle professioni maggiormente esposte a sindrome del burnout, stress e ansia). La retribuzione era tecnicamente un “cottimo di esseri umani”: ogni operatore veniva retribuito in base al numero di utenti che gestiva, determinando di fatto un corto circuito lavorativo. Per poter arrivare a fine mese ad uno stipendio “dignitoso” (circa 800 euro) eravamo costretti a seguire quotidianamente almeno tra i 30 e i 40 richiedenti asilo. La diversificazione dei servizi ordinari da svolgere per ciascun utente, oltre che la reperibilità per le urgenze, ci portavano ad avere degli orari di lavoro spesso insostenibili. Inoltre, non era in alcun modo possibile richiedere il pagamento delle ore straordinarie maturate, in quanto formalmente i co.co.co. non prevedono alcun orario di lavoro.

Dalla parte dell'associazione qualsiasi nostra rivendicazione - da quella della puntualità degli stipendi a quella di un contratto regolare - veniva respinta, ricordandoci come il giusto spirito con cui dovevamo affrontare il lavoro, fosse quello del "volontario virtuoso", per il quale non esiste nessuna separazione tra vita privata e tempo di lavoro, tra volontariato e rapporto professionale. L’alibi del “volontariato”, che cela il lavoro nero, è sicuramente uno degli stratagemmi più usati in ambito sociale, ma compito delle “associazioni virtuose” dovrebbe essere proprio quello di fornire strumenti per tenere le due cose separate – anziché ambire al contrario – ovvero quello di riconoscere diritti e tutele al lavoro quotidiano degli operatori e non di mascherare degli abusi dietro l’espressione nobile del volontariato. Noi eravamo lavoratori e non volontari! Ai dubbi e alle perplessità che nutrivamo durante l’esperienza in Arci se ne sono aggiunte altre, quando nel Gennaio del 2017 siamo stati tutti licenziati perché a detta del Presidente Franco Calzini le istituzioni non avevano rinnovato il progetto. Dinnanzi all’arroganza di chi ci ha mandato a casa dall’oggi al domani dando la colpa alle istituzioni, abbiamo deciso di vederci chiaro, per capire. Dietro quel licenziamento c’era la nostra vita, il nostro lavoro, avevamo il diritto di capire le ragioni. Il primo obbiettivo della vertenza l’abbiamo raggiunto attraverso l’accoglimento dell’istanza di accesso agli atti fatta alla Prefettura, quando abbiamo scoperto che il Presidente, prima di licenziarci tutti, aveva già firmato il rinnovo del progetto “Accoglienza”. Ancora una volta ci siamo sentiti ingannati, e, la nostra rabbia ci ha spinto ad andare avanti, cercando giustizia, cosi abbiamo deciso di non fermarci e siamo arrivati fino a qui.


Cosa vogliamo?  
Mentre la nostra vertenza seguirà il solito iter processuale, riteniamo necessario e doveroso aprire un dibattito pubblico per denunciare la nostra storia di ricatto e sfruttamento, che è la storia di tanti operatori. Confrontandoci con le realtà interessate e solidali vorremmo iniziare ad affrontare alcuni aspetti fondamentali:
 

1-Sistema consociativo e alleanze di potere in Umbria.

Questa regione è stata, sempre, caratterizzata dal dominio politico prima del Pci e poi dei suoi discendenti politici (PDS, PD etc.) che hanno governato fino agli ultimi anni senza mai perdere le redini del potere. Ciò ha significato il formarsi di un sistema consociativo costruito su alleanze di potere tra i vari pezzi della sinistra istituzionale, delle cooperative, di alcuni enti del terzo settore e da alcuni sindacati. I tentacoli di questo blocco hanno innervato molti aspetti della vita sociale, politica e del mondo del lavoro umbro, creando un clima omertoso nei numerosi luoghi di lavoro che gravitano intorno ad esso. E’ proprio in questa palude che nasce la nostra vertenza. Il mondo Arci rappresenta uno dei soggetti cardine di questo sistema: immigrazione, tempo libero, doposcuola, ristorazione e attività culturali sono solo alcuni dei settori in cui opera attraverso numerose associazioni e/o cooperative . Queste organizzazioni, da anni ormai radicate nel nostro territorio, sono ingranaggi di un sistema costruito sulla base di interessi economici e politici. Sponsorizzazioni, collaborazioni e spesso amicizie personali permettono di capire facilmente quale sia la sponda politica a cui tali organizzazioni fanno riferimento: il centro sinistra (sempre più centro e sempre meno sinistra) oggi targato Partito Democratico, che detiene da decenni ormai nella nostra regione e non solo, lo strapotere politico. L’ultimo pezzo di quest’ingranaggio, forse il più importante, è il sindacato CGIL, che ha avuto anche nella nostra vicenda un ruolo determinante.

Nel 2016, gli operatori, che nel frattempo aspettavano alcune mensilità arretrate, vennero convocati negli uffici di Arci. Alla presenza di un sindacalista della CGIL (mai visto prima dai dipendenti) e senza aver avuto alcun contatto col sindacato, gli operatori firmarono nei locali dell’associazione un foglio di conciliazione, già predisposto; contestualmente gli operatori si trovarono a dover rinunciare a qualsiasi futura rivendicazione in cambio del rinnovo del contratto e del pagamento degli arretrati. A fine 2016 abbiamo preteso di incontrare nuovamente la CGIL Perugia per avere chiarimenti sulla “fantomatica” conciliazione che Arci si apprestava a riproporre nuovamente. Il “sindacato” dopo essere stato messo a conoscenza delle condizioni lavorative in Arci, si è limitato a prendere tempo e ad iniziare un “dialogo” con la Presidenza.   In sostanza le nostre denunce e rivendicazioni sono cadute nel vuoto non trovando mai un reale appoggio da parte dei sindacalisti della CGIL.
Tutto ciò, completa un quadro in cui i primi nemici dei lavoratori nella nostra città, sono proprio coloro che dei lavoratori si sono eretti da sempre a paladini. Sempre pronti a rispolverare magliette e bandierine rosse (sempre più scolorite) e a scendere in piazza in nome dell’umanità e dei diritti. Mentre nelle stanze private dei propri uffici, senza alcun pudore propongono gli stessi contratti di lavoro e pretendono la stessa flessibilità contro la quale pubblicamente si oppongono.

2-Precarietà e conflitto: organizzarci e contrattaccare.

Il cosiddetto “Terzo settore” è terra di nessuno, dove regna la legge del più forte.   È un dato di fatto che negli ultimi anni questo sia il settore maggiormente cresciuto, per la mole di lavoratori che impiega e per i profitti che riesce a garantire. Le realtà del “Terzo Settore” - cioè l’insieme delle organizzazioni della società civile che svolgono attività solidali di utilità sociale - nonostante abbiano natura privata, dovrebbero risultare senza fini di lucro, infatti vengono anche definite come non profit. Nella pratica, da un lato con la privatizzazione del welfare e dei servizi, dall’altro con l’esternalizzazione delle prestazioni sociali e con forme ibride di partecipazione fra pubblico e privato non adeguatamente regolamentate, portano ad una gestione imprenditoriale del welfare in cui il profitto tende a diventare la norma.  La carenza di risorse come giustificazione della gestione mercantile ed economica delle attività con fini di utilità sociale è il frutto di precise scelte politiche e non certo di mancanza assoluta di ricchezza da investire a livello di protezione sociale. La verità è che la sottrazione di risorse alle politiche sociali, serve a consolidare un “welfare dei miserabili” dove il ricorso alle associazioni di volontariato e del Terzo Settore deresponsabilizza il Pubblico e consente di risparmiare sul costo del lavoro grazie all'utilizzo di manodopera precarizzata e privata di diritti elementari, quindi facilmente ricattabile. Lo Stato in sostanza da un lato favorisce lo sviluppo del mercato privato dei servizi sociali ai cittadini e alle famiglie in grado di acquistarli, un “welfare smart”, innovativo, partecipativo e personalizzato, principalmente venduto attraverso canali privati, e dall'altro un welfare pubblico residuale a cui viene affidata la gestione della popolazione marginale “incapace” di muoversi sul mercato del lavoro e dei servizi.   Il risultato di questi tagli allo Stato sociale, in nome della stabilità dei mercati finanziari, dal punto di vista dell’organizzazione e del funzionamento quotidiano dei servizi significa l'abbandono di ogni azione di carattere preventivo del disagio sociale e una crescita esponenziale degli affidamenti diretti di servizi con gare d’appalto al massimo ribasso.   Nel Terzo Settore si presenta così una nuova svolta imprenditoriale attraverso l’accesso a fondi pubblici e europei, la polarizzazione interna al Non-Profit tra grandi e piccoli attori a tutto vantaggio dei primi, e si sostanzia in processi di fusione e concentrazione tra cooperative e consorzi. Il tutto pagato dalla massa dei lavoratori precari e dei volontari. La strategia è chiara, lo Stato deve ritirarsi dalla gestione diretta dei servizi sociali, deve limitarsi a finanziare e controllare. La gestione, invece, dev’essere affidata al “privato sociale”, ad imprese sociali che fanno profitti su tutto, sul disagio sociale, sull'accoglienza, sull' acqua, sull'energia, i luoghi, la storia, la cultura.

Da decenni il Terzo Settore ha sfruttato le varie controriforme del lavoro messe in atto dagli ultimi governi. Dal pacchetto Treu al Jobs-Act, tutte le riforme organiche del diritto del lavoro ispirate ad una visione neoliberista, attuate sotto le pressioni della Comunità Europea per “svecchiare” il mercato del lavoro italiano, renderlo più flessibile, hanno creato milioni di “lavoratori atipici” relegati in condizione di precarietà e sfruttamento. Una precarietà esistenziale che dal lavoro si estende ad ogni aspetto della vita: l’impossibilità di accedere ad affitti e mutui, di progettare il proprio futuro, spesso e volentieri anche semplicemente di arrivare alla fine del mese. In questo contesto, la normale atipicità dell’inquadramento degli operatori sociali è stata per molti versi una sorta di laboratorio per sperimentare forme di precarizzazione che sono state poi estese a tutto il mondo del lavoro. I sindacati ufficiali non hanno mai organizzato un vera lotta contro la precarizzazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro e si sono dunque resi complici, al di là delle parole, della creazione di un sistema di sotto-occupazione, senza adeguati strumenti universali di sostegno al reddito, dunque dell'aumento a dismisura della ricattabilità di chi è in cerca di occupazione, lasciando sempre più spazio per il lavoro sotto-pagato o gratuito e per la sostituzione della retribuzione del lavoro con altre forme di remunerazione (formazione, conoscenze, esperienza, etc.) A fronte di questa situazione è necessario e fondamentale creare conflitto, elaborare nuove strategie e rispondere colpo su colpo all’assedio quotidiano di una vita precaria. La necessità di ricompattare il fronte dei lavoratori, di ricostruire una consapevolezza delle proprie condizioni può avvenire solo se ci muoviamo nella quotidianità. Tanti lavoratori e studenti in Italia hanno costruito realtà e forgiato strumenti per rispondere nell’immediato a questa esigenza. Sportelli sociali per i precari, forme di controllo popolare sui sistemi di accoglienza, creazione di comitati di precari e disoccupati non sono che alcuni esempi da cui possiamo partire.

3-Superare la deriva xenofoba con l’unità tra gli sfruttati.

Viviamo in un sistema che crea continuamente emarginati-ghettizzati e cerca in tutti i modi di dividerli fomentando la guerra tra gli impoveriti, mettendoli in concorrenza per impedire che si uniscano e rafforzino la propria voce. La società del Jobs-Act è una società che disintegra la persona nel lavoro e nella vita sociale; in questo tipo di sistema l’accoglienza dei migranti viene proposta solo nelle forme in cui è funzionale a generare profitto e a creare nuovi potenziali sfruttati. Nella variegata galassia dei liberisti democratici (da Boeri alla Boldrini) viene promosso e attuato un processo di oggettivazione del migrante incardinato sulla cosiddetta “politica dei flussi” legati alle esigenze dell’economia. Un processo che definisce l’immigrato – nel migliore delle ipotesi - come una risorsa utile solo a pagare le pensioni o a fare i famosi lavori “sporchi“. Invece dall’altra parte, con la propaganda razzista nazionalista attraverso emblematici slogan come “Prima gli italiani” si vorrebbe far credere al precario e al disoccupato italiano di turno che le condizioni di vita migliorerebbero automaticamente se gli “stranieri” – “che ci rubano il lavoro, il welfare, la casa e commettono i crimini” - venissero rimandati a casa loro. Se per fare una visita medica dobbiamo aspettare mesi, se la banca ci ruba i risparmi di una vita, se la scuola che frequentiamo o frequentano i tuoi figli cade a pezzi, come i ponti e le strade dove viaggiamo, se la terra dove viviamo viene inquinata o ci vengono sotterrati rifiuti, la colpa non è dell’immigrato ma dei governi che si sono succeduti. Il sovranismo nazionalista ed il liberismo democratico sono due facce della stessa medaglia. Né il razzismo della destra, né l’antirazzismo (di facciata) della sinistra rappresentano una risposta reale alle contraddizioni del sistema capitalista, al quale entrambi sono funzionali. Respingiamo inoltre l’approccio caritatevole e paternalistico nei confronti del migrante, vogliamo lottare fianco a fianco per rompere insieme le nostre catene e migliorare le condizioni delle nostre vite. Noi diciamo che ogni persona ha diritto a un reddito e a una vita dignitosa ovunque si trovi. Alla luce di questa prima complessiva analisi, abbiamo deciso di lanciare una campagna di mobilitazione e di sensibilizzazione a partire dal nostro territorio. E’ fondamentale creare uno spazio di discussione, nel quale i lavoratori che vivono la nostra stessa condizione, si organizzino per agire contro il ricatto quotidiano di una vita precaria.

A breve lanceremo alcune iniziative pubbliche per cominciare insieme questo percorso.
 
SOLO LA LOTTA PAGA!
 
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Riprendiamo da UikiUiki questa notizia che rende manifesto il ruolo della Turchia nel sostenere le dinamiche del terrorismo di matrice ISIS.

 

Un ufficiale di alto rango dell’ISIS catturato dalle YPG, Abu Kerem, ha fatto confessioni importanti. Abu Kerem ha parlato delle relazioni dello stato turco con l’ISIS e ha affermato che gli attacchi in Europa sono stati [condotti] d’accordo con la Turchia.

Adil Musa Abduljazar (Abu Kerem) è un ufficiale di alto rango nelle bande dell’ISIS. La sua attività terroristica e i suoi crimini si sono diffusi dalla Palestina alla Libia e, da lì, alla Turchia e alla Siria. È stato in Jund Ansar Allah sotto Al Qaeda, l’ISIS, Al Nusra ed Ahrar Al Sham, tutte bande che provengono dalla stessa fonte.

Secondo l’agenzia ANHA, il capobanda Abduljazar è stato catturato dalle Unità Anti-Terrorismo delle YPG l’11 di agosto. È conosciuto per il suo periodo nel gruppo della banda di Jund Ansar Allah, che opera a Gaza sotto Al Qaeda; egli era noto per essere il secondo in comando nell’organizzazione in Palestina.

Abu Kerem fu lì arrestato da Hamas e rilasciato qualche anno dopo. Partecipò alle attività della banda nuovamente dopo il suo rilascio e fu mandato dall’ISIS a Bengasi, in Libia, per svolgere operazioni di ricognizione. Abu Kerem prestò servizio come ufficiale di alto rango in Libia.

ACCOLTO DAL MİT E INVIATO IN SIRIA
Abu Kerem fu poi chiamato in Siria dalle bande. Secondo l’ANHA, gli fu dato un falso passaporto e una falsa identità dall’agenzia d’intelligence turca, il MİT, e fu portato in aereo in Turchia. Gli ufficiali del MİT accolsero Abu Kerem ad Istanbul ed egli fu portato ad Antakya, da dove fu condotto in Siria dal MİT attraverso il valico di confine di Bab Al Salama, a Idlib.

Abu Kerem aveva chiesto come sarebbe passato in Siria, quando si trovava a Bengasi. Ha continuato la sua confessione dicendo: “I miei amici mi dissero che il MİT turco ci stava aspettando e ci avrebbe aiutato. Quando siamo partiti per la Turchia, era stato preparato tutto dal MİT. Portarono me e i miei amici Siria. Molti altri furono fatti passare attraverso il valico di confine di Bab Al Salama nella stessa giornata.”

Abu Kerem fu accolto dai suoi amici Abu Mislim, Abu Xetap e Abu Ducana Al Filistini appena passò in Siria. Lavorò in diverse regioni da Aleppo ad Al Bab fino a Raqqa, sotto Al Nusra, Ahrar Al Sham e altri gruppi di bande. Prestò servizio come comandante centrale per l’intelligence dell’ISIS ad Al Bab. Fu mandato a Raqqa dopo un po’ per costruire l’organismo di intelligence Cheshil Al Sedik. Con la sua esperienza nel conflitto palestinese, l’ISIS diede grande valore ad Abu Kerem ed egli ne diresse l’intelligence per un anno e mezzo. Un mese prima dell’operazione delle SDF per liberare Raqqa, lasciò la città verso Mayadin. Abu Kerem ha affermato che vide la relazione tra lo stato turco e l’ISIS come la migliore in Siria e che lo stato turco ha sostenuto apertamente l’ISIS di fronte agli occhi del mondo intero.

LIBERI DI PASSARE IN TURCHIA
Abu Kerem ha affermato che gli aeroporti di Istanbul e Antakya erano diventati dei nodi nevralgici per gli alti ufficiali dell’ISIS. Abu Kerem ha continuato la propria confessione: “Il confine con la Turchia era sempre aperto per noi e le munizioni che ci arrivavano. La Turchia mandava unità d’intelligence nella regione insieme a noi e le posizionava in diverse regioni della Siria. La Turchia continua ancora a sostenere l’ISIS, Al Nusra e altri gruppi. I membri dell’ISIS e le loro famiglie erano liberi di passare in Turchia ogniqualvolta volessero. La Turchia ci sosteneva con tutte le sue risorse, in modo che l’ISIS non venisse distrutto. L’ISIS tiene insieme i suoi membri e li invia in qualunque regione vogliano. La Turchia avrebbe mandato armi e munizioni all’ISIS e altri gruppi camuffati principalmente da aiuti umanitari.”

LA TURCHIA HA ESEGUITO GLI ATTENTATI IN EUROPA PER MEZZO DELL’ISIS
Abu Kerem ha affermato che in speciali campi in Siria addestravano dei bambini per impiegarli come attentatori: “Gli attentatori suicidi addestrati in questi campi sarebbero stati prelevati dalla regione e inviati in Europa dal MİT. La Turchia aveva fatto un accordo con l’ISIS, affinché eseguisse gli attentati in quei paesi che ostacolavano le sue politiche.” Abu Kerem ha concluso: “Chiedo a tutti quelli che mi ascoltano di stare lontano dall’ISIS e di non unirvisi assolutamente.”

 

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C'è chi non perde mai occasione di stare zitto.

Mentre in tutta Italia le proiezioni del film sugli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi fanno discutere della prassi omicida poliziesca, le parole del Questore di Reggio Emilia Sbordone su un'altra vicenda tragica, quella della morte di Federico Aldrovandi, sembrano delineare ulteriormente gli schieramenti che compongono l'odierna guerra ai poveri istituzionale.

"Se gli agenti avessero avuto in dotazione il Taser Aldrovandi non sarebbe morto", dice Sbordone, ai tempi capo della polizia di Ferrara ed oggi in brodo di giuggiole sulla sua poltrona per l'arma messa in dotazione ai suoi uomini. Una frase che non solo toglie ogni dubbio rispetto alla morte violenta di Federico, già chiara al di là delle aule di tribunale.

Ma che rende chiaro come per la polizia sia del tutto normale uccidere anche in condizione di assoluto non pericolo. E poi si parla di fiducia nello Stato.

Mentre si dichiaravano umiliati e offesi dal film sul geometra romano, le forze dell'ordine per via di Sbordone hanno ben pensato di andare all'attacco su una vicenda che anche le istituzioni della loro legalità hanno definito di piena colpevolezza.

Del resto, ricordiamo bene come già anni addietro andarono a manifestare sotto la finestra dell'ufficio della madre di Aldro, a dimostrare quanta infamia si possa dimostrare tutta insieme e il grande rispetto che hanno per le loro vittime.

La vicenda Aldrovandi, come quella Cucchi, è emblema della reale attitudine delle forze dell'ordine. Nei secoli fedeli sì, al potere e alla stabilità omicida. A volte sarebbe meglio tacere...

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Martedì scorso alle 5 di mattina la polizia di Erdogan si è presentata ad Ankara all’appartamento di Max Zirngast, compagno e giornalista austriaco in Turchia, e lo ha tratto in arresto assieme a due cittadini del paese.



Max si trovava ad Ankara per completare i propri studi in Scienze Politiche all’Università Tecnica del Medio Oriente. Oltre ai reportage sugli sviluppi politici e sociali locali e la collaborazione a portali di critica radicale come Re:Volt Magazine e Jacobin partecipava a numerose attività nel paese che lo ospitava: dal sostegno alla campagna del partito d’opposizione progressista HDP all’organizzazione di campi estivi per i bambini delle famiglie povere. In un recente editoriale aveva definito “illegittime” le elezioni del giugno scorso, effettivamente manipolate da documentati e plurimi brogli.

Le presunte accuse, ad ora neppure ufficializzate, parlano di “terrorismo”: incriminazione abituale nel paese anatolico contro ogni voce di dissenso alle politiche autoritarie ed imperialiste di Erdogan, ma finora raramente applicata ai cittadini europei. Ricordiamo in merito le altre misure contro i numerosi giornalisti tedeschi con passaporto turco, ma anche il caso di Gabriele del Grande.

Mentre il tiranno di Ankara, riuscito in tal modo a sopprimere ogni libertà di stampa nel suo paese, riceve agibilità dai grandi media come il New York Times ed il Wall Street Journal (dove ha potuto pubblicare liberamente e in prima pagina la sua propaganda), congratulazioni da leader come Orban e fiumi di denaro da banche ed istituzioni europee per finanziare guerra e repressione (e non solo in Turchia ma anche in Siria ed Iraq con il sostegno ai fondamentalisti islamici locali) c’è chi non rinuncia ad opporsi alla sua deriva fascista, e va sostenuto.

Come redazione di Infoaut esprimiamo la nostra solidarietà a Max e ci uniamo alla spinta per la sua immediata liberazione; proponiamo qui di seguito due sue riflessioni su referendum ed elezioni turche, scritte insieme ad altri analisti, che abbiamo tradotto ed ospitato sul nostro portale:

Dieci pensieri sul referendum turco

Sei indicazioni dalle elezioni turche


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