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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Agosto 2018

Sedici morti in tre giorni e sette feriti nelle strade che si immettono nelle campagne pugliesi.

E’ un bollettino di guerra continua nel sistema delle piantagioni di pomodoro. Non solo morti di fatica e paghe da fame, ma un intero meccanismo di produzione e disciplinamento che continua indisturbato da anni. E ora questi due veicoli con dentro le vite di sedici persone, cancellate.
Forse non hanno fatto così scalpore nella mente di chi è lontano, magari a rilassarsi e svagarsi al mare. Forse hanno fatto maggiormente impressione nei più le fiamme roboanti dovute alle pure disastrose esplosioni a catena nella tangenziale di Bologna.

Ma se non fanno scalpore ora, quando? Se la casistica decreta due incidenti mortali, con pulmini sovraffollati, in tre giorni, le condizioni perchè ciò sia potuto accadere da quanto ci sono? E’ questa la domanda da porsi per il nostro mondo frazionato, deriso e spesso sovrastato dall’onnipresenza della instant-news, del one-man-show, del vivere tanto nei social quanto nelle strade, talora allontanandoci da queste ultime.
Perchè altrimenti di questo scempio umano, al pari di quello che si consuma per molte persone nel mare Mediterraneo e che magari erano amici di questi braccianti, si incentiva solo il suo proseguo.

Tanti casi anche nel nostro Paese negli ultimi anni hanno dimostrato che alzare la testa, andare oltre le forme standard della contrattazione vertenziale, scontrarsi anche duramente con caporali e crumiri ha sovvertito condizioni impensabili in settori lavorativi preda anch’essi di caporalato e sfruttamento.. e tante volte un mondo di solidarietà attiva si è aperto e stretto attorno a coloro che si son voluti mettere in gioco e auto-organizzare..

 

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Questa mattina attorno alle ore 6 circa 400 poliziotti hanno accerchiato una delle palazzine dell’ex Moi (quella abitata per lo più dalle famiglie) per sgomberarla.

La modalità di sgombero è quella da copione per le case occupate in tutti i dettagli, eccetto l’ingente propaganda degli scorsi mesi sull’efficienza e la bontà del cosiddetto “sgombero assistito”. Per molto tempo infatti abbiamo letto su Stampa e Repubblica dichiarazioni di esponenti del comune sulla sincera volontà di risolvere la situazione nel migliore dei modi, garantendo la sicurezza del quartiere e soluzioni per gli abitanti delle palazzine che venivano descritti o come “poveri ragazzi” o come “criminali” a seconda di quello che le necessità di propaganda chiedevano al momento.

L’occupazione dell’ex Moi nasce nell’inverno del 2013 e la sua storia tiene dentro di se tutte le contraddizioni dell’assurda gestione delle risorse dei nostri tempi

- La costruzione fisica delle palazzine e il successivo abbandono sono il risultato della speculazione edilizia collegata allo spreco di soldi del grande evento delle Olimpiadi invernali del 2006, che provocarono gravi debiti alla città, ed ancora oggi vengono utilizzati come giustificazione a tagli di welfare e servizi. Erano state costruite per ospitare sportivi e giornalisti, la narrazione voleva che sarebbero poi state convertite a case popolari, ma i 7 anni di abbandono successivi e le carenze strutturali parlano chiaro su qual’era la loro funzione reale: permettere una maggior speculazione possibile con la minor spesa (È quindi assurdo che davanti a questa evidenza la giunta comunale possa pensare di candidare Torino per le olimpiadi del 2026.)

- L’ occupazione è il risultato della mala-gestione del fenomeno accoglienza: le palazzine sono state infatti occupate in seguito alla fine dei progetti di seconda accoglienza chiamati “emergenza Nord Africa”, il cui intento dichiarato era l’inserimento abitativo e lavorativo di migranti arrivati in Italia in seguito alla guerra in Libia. In realtà si è trattato solo di uno strumento di speculazione sull’emergenza, per fare soldi sulla pelle di persone che si erano spostate da un paese a un altro. Nei due anni in cui è durato, questo progetto ha provocato una forte esclusione dalla società dei soggetti coinvolti e un rapporto di dipendenza dalle strutture in cui erano inseriti, determinando l’esercitarsi di rapporti di potere.
Una volta finiti i soldi stanziati per il progetto è “finito l’amore”: centinaia di persone si sono improvvisamente trovate senza un tetto, catapultate nella società e nella città dalle quali l’accoglienza le aveva tenute escluse.
L’occupazione è stata quindi la reale risposta al problema abitativo: in modo autogestito e collettivo si è deciso di utilizzare le palazzine che erano state costruite per essere abbandonate e lasciate a loro stesse.
Questa situazione mostra la reale faccia dell’ accoglienza di cui tanto si parla negli ultimi tempi: una parola usata per giustificare l’esistenza di un welfare differenziale, il più delle volte utile a cooperative-privati-banche per fare soldi nel migliore dei modi con il beneplacito dello stato.

- Il progetto di sgombero assistito è la creazione di problemi per poterne fare ancora una volta una mala-gestione finalizzata alla speculazione.
Quella dello sgombero è una necessità creata e costruita politicamente attraverso una forte propaganda portata avanti da partiti e giornali, sia di estrema destra (casa pound, forza nuova e la morbosa attenzione mediatica di Salvini), ma anche dagli antirazzisti dell’ultima ora: PD e compagnia bella che se da una parte sventolano la bandiera dell’emergenza razzista post lega al governo, dall’altra hanno preparato il terreno per la situazione che abbiamo davanti agli occhi oggi (ricordiamo varie dichiarazioni dell’ex sindaco Fassino sulla pericolosità degli abitanti dell’ex Moi, e la costruzione del sistema-torino che ha permesso gli accordi con la San Paolo, oggi tra i finanziatori dello sgombero).
Si parla di 6 milioni di euro stanziati per dare soluzioni abitative e lavorative ad una piccolissima parte degli occupanti per periodi tra i sei mesi e un anno. Se una cifra del genere (senza contare gli stipendi delle centinaia di poliziotti oggi presenti per lo sgombero), fosse stata data agli occupanti per l’auto-recupero dello stabile e al quartiere per il miglioramento di alcuni servizi e lo svolgimento di alcuni lavori nella zona è chiaro che la soluzione si sarebbe data da sè.38636674 274272183304376 6630393215314821120 n

La realtà dei fatti è dunque chiara. Nella nostra società non c’è alcun problema di mancanza di soldi ne tantomeno di case, visti i le 60mila alloggi vuoti in città. Quello che rappresenta un problema per gli accrocchi della politica alta (partiti e banche) sono le esperienze di autogestione nei territori che riescono a trovare soluzioni reali e strutturali non solo al problema abitativo ma anche a quello dell’abbandono di spazi - quest'ultimo porta realmente a un forte degrado cittadino.
Autonomia e autogestione producono, grazie alla loro forza organizzativa, delle soluzioni a lungo termine che rispettano le reali necessità di chi le costruisce e liberano dalle maglie burocratiche del governo il quale, con la creazione di problemi e la gestione delle soluzioni, mantiene il controllo sociale e produce rapporti di potere su cui si regge.
Esperienze di questo tipo non vengono fermate da uno sgombero ma continuano ad alimentarsi e riprodursi attraverso la forza delle lotte, in quanto uniche pratiche che danno dignità alle nostre vite e risposte reali ai bisogni: nelle resistenze antisfratto, nei picchetti della logistica, nelle occupazioni di stabili grandi e di case popolari.

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Gianluca Vivaldi, ex responsabile della cooperativa in appalto presso il magazzino logistica BRT di Lavoria, nel pisano, venne arrestato nel marzo 2017 assieme ad altri soci per una maxi frode fiscale: la sua cooperativa intascava i soldi da BRT, pagava i dipendenti ma non versava un euro nelle casse dello Stato evadendo per circa 10 milioni di euro. Abbiamo voluto conoscere più da vicino il meccanismo che legava la cooperativa di Vivaldi alla multinazionale BRT e lo abbiamo raggiunto nella sua abitazione dove sta scontando una condanna a 6 anni e otto mesi.

Da lui abbiamo raccolto una versione dei fatti non combaciante con le carte processuali che imputavano l’intera responsabilità della frode ai capi della cooperativa assolvendo BRT. Dal racconto di Vivaldi emerge un vero sistema di cui la multinazionale era non solo a conoscenza ma pienamente partecipe: BRT, a detta di Vivaldi, aveva il pieno controllo dell’attività della cooperativa, riscuoteva tangenti, concordava con il sindacato il fallimento e il cambio delle cooperative.

 

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