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Articoli filtrati per data: Wednesday, 22 Agosto 2018

E' in queste ore in corso un forte attacco mediatico e politico al movimento #metoo. E' questo, e non certo il dibattito sui comportamenti di Asia Argento, che deve essere sottolineato per capire quanto sta avvenendo.

Non è importante tanto che le voci sull'attrice italiana e la sua relazione con Bennett siano confermate o meno, se esistano o meno dei selfie e dei messaggi che provino i fatti di cui si discute. Non è importante se le accuse siano vere od orchestrate ad arte da qualcuno alla ricerca di qualche beneficio economico o di un po' di notorietà.

E' importante invece il fatto che questa storia sta venendo utilizzata per discreditare più o meno esplicitamente un intero movimento di rivolta contro la struttura gerarchizzata in senso patriarcale e maschilista della società.

Il ricatto pervasivo e diffuso in ogni ambito delle relazioni tra uomo e donna, soprattutto quando queste si esplicano all'interno di rapporti di potere in ambito lavorativo, è una realtà ed una evidenza talmente dimostrata dai numeri e dalle fredde statistiche (mai abbastanza capaci di cogliere la sofferenza dietro ognuna di queste storie) che ogni tentativo di mettere in correlazione una questione sociale come questa ai comportamenti di una persona è tendenzialmente maliziosa e disonesta.

Appellativi come "Asia Weinstein" data da Gramellini alla Argento mostra inoltre come il tentativo di personalizzazione della faccenda nasconda un tentativo di diffamazione di milioni di donne e di uomini che in tutto il mondo hanno denunciato il sessismo nella società.

Non era infatti ieri Weinstein in sè il problema, era il mondo che egli esprimeva, le relazioni di potere che aveva contribuito negli anni a solidificare. Non è oggi Asia Argento il problema, anche nel caso siano vere le ipotesi a suo carico.

Costruire portavoci e simboli da parte dei media in merito alle campagne politiche e sociali è sempre stata del resto pratica finalizzata al legare un movimento e le sue ragioni con il comportamento di un singolo. E' una vecchia modalità per screditare contemporaneamente il tutto attraverso la demonizzazione della parte.

E non c'è neanche da legare questa questione all'emergere di un possibile movimento maschile contro le violenze e gli abusi. Non perchè ciò non sia vero in alcuni determinati casi, ma perchè a livello strutturale la disparità è talmente tanto evidente a livello di numeri e di vissuto quotidiano che poter paragonare la violenza maschile sulle donne al suo viceversa non è accettabile.

La realtà è che il #metoo - che nelle sue ambivalenze è una delle tante modalità di espressione di una più ampia presa di coscienza e di mobilitazione globale femminista degli ultimi anni, la quale ha spesso esondato la dimensione mediatica - ha permesso la creazione di uno spazio dove poter mettere in discussione un processo culturale che da secoli rovina sulla pelle delle donne.

In un primo passo ancora insufficiente e spesso senza dubbio poco capace di superare lo step della denuncia per evolversi in attacco ancora più profondamente politico alla violenza quotidiana sulle donne, certo. Ma che non si può pensare essere legato al comportamento vero o presunto di una delle milioni di persone che vi ci sono riconosciute, al fine di demonizzare la soggettività, il rifiuto, la rivolta di migliaia di corpi violentati e sfruttati ogni giorno, da secoli.

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Catania - Le 177 persone imprigionate sulla nave Diciotti sono bloccate da cinque giorni, dopo aver attraversato il Canale di Sicilia su un barcone. Da ieri sera sono attraccati al porto di Catania con il divieto assoluto di sbarcare da parte del Viminale. Il ricatto del governo italiano continua e lo scopo è quello di costringere i paesi dell’Unione Europea ad accogliere parte dei migranti. Una prova di forza che si gioca sulla pelle di 177 bambini, donne e uomini. Se prima erano solo le navi delle ONG ad avere il divieto di sbarcare, adesso anche la Guardia Costiera subisce la stessa sorte; se prima almeno i più vulnerabili venivano tutelati, adesso anche i minori (più di 20) sono bloccati a bordo.

Al porto di Catania la scena che si presenta allo sguardo crea un cortocircuito sconvolgente: sulla banchina i bar sparano musica a tutto volume, a destra un’enorme nave da crociera tirata a lucido e a sinistra la nave della Guardia Costiera con il ponte pieno di persone sedute, in piedi, inquiete, sospese in una silenziosa attesa. L’accesso al molo al quale è attraccata la Diciotti è bloccato da ogni lato con un dispiegamento di forze dell’ordine variegato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, militari. Tanti sono i proclami riguardo ai soldi “sprecati” per accogliere chi ha bisogno d’aiuto, viene da chiedersi quanto costa questo sfoggio di forza militare?

Sulla banchina alla quale è attraccata la nave non è permesso stare nemmeno alla Croce Rossa, solo divise e mezzi delle forze dell’ordine. Più che una situazione di stallo è un pugno in occhio. A potersi avvicinare un po’ di più sono solo i giornalisti che, dall’alto, senza possibilità di accesso alla banchina, scattano foto, in attesa di uno sbarco che non si sa quando avverrà. La rete antirazzista catanese, vari collettivi e associazioni hanno presidiato la zona per tutto il giorno al grido di “Freedom, Hurrya, Libertà”, esponendo uno striscione che recita “Stop the attack on refugees”, per far arrivare una voce di solidarietà ai migranti imprigionati e ribadire che a Catania nessuno è illegale.

Nessuna strategia politica può giustificare il modo in cui la dignità di queste persone è calpestata, oltraggiata, offesa. Persone che, prima di attraversare il Mediterraneo, hanno sicuramente vissuto l’orrore dei centri di detenzione libici sponsorizzati dall’UE e che hanno il sacrosanto diritto di potersi cercare una vita migliore altrove.

21.08.2018

 

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