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Articoli filtrati per data: Friday, 17 Agosto 2018

Non ci sarà nessuno sgombero: alla fine la sentenza della Cassazione in merito al paventato sgombero del Tempo Rosso è stata storica, non solo per noi. Una sentenza che a chiare lettere riconosce la leggittimità costruita in 20 anni di lotte a difesa del territorio da speculazione e devastazione. Al di là della gioia con la quale apprendiamo che la vicenda dello sgombero, cominciata a inizio 2018, si è conclusa nel migliore dei modi, ci preme in ogni caso rilasciare alcuni nostri punti di vista in merito a quella che è stata la campagna #temporossononsitocca, a difesa del nostro spazio.

Premettiamo subito che nella nostra comunità c’era grande attesa per questa sentenza e che tutte e tutti, nessun escluso, eravamo pronti anche in caso di sentenza con esito negativo a prepararci a una ulteriore fase di conflitti proprio per difendere la struttura e non abbandonarla. Tempo Rosso è il frutto e la risorsa di una comunità libera, solidale e conflittuale che in nessun caso avrebbe fatto un passo indietro sulle conquiste di questi anni, a cominciare proprio dalla struttura che ospita il centro sociale.


Ci preme in ogni caso sottolineare che la vittoria riportata in Cassazione è di portata storica e non solo per la nostra esperienza, ma in generale per quanti ad oggi in Italia si ritrovano nelle stesse nostre condizioni, sotto attacco di istituzioni e poteri forti. La notizia infatti ha da subito fatto il giro del paese grazie a una diffusione capillare su tutti i mezzi di comunicazione, dai siti, ai quotidiani, dalla tv alle radio, il tutto partito da un paesino di poche anime ai piedi dell’appennino campano. In tanti si sono cimentati in dichiarazioni (molti dei quali è doveroso precisarlo davvero non hanno capito nulla della sentenza della Cassazione, a cominciare dalla onorevole Meloni), articoli, tweet, stati sui social. Per noi tutto questo è motivo di grande orgoglio: se ci guardiamo alle spalle, se guardiamo a 20 anni fa, vediamo un gruppo di ragazzi in un piccolissimo paese dell’entroterra casertano, occupare senza alcuna esperienza uno stabile abbandonato per restituirlo alla fruizione sociale, qui in una provincia desertificata, un luogo da dove di solito si scappa perchè non c’è nulla. E in questi anni abbiamo costruito percorsi comunitari e ribelli, difeso le nostre terre dagli attacchi degli speculatori, assediato comuni e bloccato autostrade, abbiamo portato la conflittualità sociale per l’emancipazione e il riscatto delle classi subalterne li dove da sempre regnava la pacificazione e l’omertà. Scelte che in tanti abbiamo pagato sulla pelle con emarginazione, licenziamenti, minacce, ma non abbiamo mai fatto un passo indietro, non abbiamo mai gettato la spugna. Oggi quella comunità è una comunità viva, libera, quel pugno di ragazzi è diventato moltitudine, anche l’avvocato che ci ha con grande professionalità e intelligenza difesi, Giovanni Merola, non è un professionista preso nel mucchio, non lo è, il nostro avvocato è uno degli occupanti della struttura: la nostra leggittimità l’abbiamo costruita quotidianamente con le lotte versando un grande tributo in termini di tranquillità, processi, denunce, repressione, ma non ci siamo mai fermati.


Oggi ci ritroviamo a commentare quella che è unanimamente riconosciuta come una sentenza storica per tutta la galassia che molte volte con superficialità viene etichettata con il termine “centri sociali” e cioè per tutte quelle esperienze libere, autonome e autogestite che da inizio anni ’90 in Italia giocano un ruolo importante nella costruzione della conflittualità sociale e dell’emancipazione delle classi subalterne. Non siamo stati certo i primi a far nascere un Centro Sociale, ma ci conosciamo e riconosciamo nelle storie e nelle lotte di chi ha cominciato questo percorso tanti anni fa, come i nostri fratelli di Segnali di Accelerazione ad Acerra, una delle prime occupazioni in Italia. Riteniamo che la vicenda Tempo Rosso sia un punto di arrivo non solo limitatamente alla nostra esperienza, ma in termini più generali per quanto è cominciato oltre 30 anni fa con le prime occupazioni. La leggittimità dei nostri percorsi, che mai coincide con la legalità che è esclusivo strumento di controllo e dominio, spalanca le porte a una nuova fase di assalto, la sentenza della Cassazione non ci fa dormire sonni tranquilli, anzi ci offre ancora di più la spinta per continuare nella costruzione di quella che da anni definiamo la Zona Ribelle. Non solo. Se guardiamo al panorama politico nazionale, il nuovo governo Pentastellato sta mettendo in campo politiche securitarie e cultura razzista, a mezzo dei latrati quotidiani del ministro dell’Interno Salvini, che non perde occasione per attaccare gli oppressi, i subalterni, i migranti, gli ingovernabili. La sentenza della Cassazione ci da la spinta per cominciare a costruire senza timori anche la risposta a questo governo.


La Cassazione ci riconosce una sorta di “utilità sociale”, ci preme però dare la nostra traduzione di “utilità sociale” che non è fatta per nulla di civismo e buonismo, anzi se in questi anni siamo stati davvero utili a qualcosa e a qualcuno, lo siamo stati nella misura in cui ci siamo posti come argine ai progetti di devastazione, quando ci siamo scontrati a testa bassa contro quelli che a loro volta ci venivano presentati come progetti di “utilità sociale”, allora abbiamo deciso che bisognava tracciare dal basso e in autonomia i percorsi che indicavano quali davvero erano i bisogni delle comunità in cui viviamo: non ci serviva in ogni caso il “placet” dei giudici dello Stato italiano per essere consci di quali strade seguire con i nostri passi. Nè dall’altro lato ci siamo mai preoccupati di rendere compatibile, dal punto di vista istituzionale e legalitario, la nostra esistenza impelagandoci in discorsi sul neomunicipalismo e i beni comuni: quello che abbiamo è quello che ci siamo presi e quello che ci siamo presi in questi 20 anni è solo una piccola parte di quello di cui abbiamo bisogno, quindi non è il tempo di cantare vittoria, anzi è il tempo di ripartire all’assalto.


In questi 20 anni quel pugno di ragazzi è cresciuto in età, in numero, in bisogni e seppur la tranquillità di questa vittoria ci accarezza, sappiamo che ancora più importante è la libertà. E l’essere liberi qui ed ora non passa esclusivamente attraverso uno spazio sociale, oggi la nostra libertà passa attraverso la bonifica dei territori inquinati, cure gratuite e specifiche per le vittime del biocidio, case per chi non le ha, reddito incondizionato per tutte e tutti slegato dalla schiavitù del lavoro salariato, lotta alla corruzione e alle clientele che tolgono a tutti per dare a pochi, accoglienza per chi scappa da guerre e fame, accoglienza per chi gira il mondo rompendo i confini, perchè il mondo è la nostra casa. Chi pensa che la vittoria in Cassazione possa essere oggi una via che possa portarci alla pacificazione si sbaglia di grosso, anzi la vittoria di oggi ci da una consapevolezza: quella di continuare ad osare, osare sempre, osare per vincere e oggi non ci servono solo 4 mura dove poter sperimentare, ci servono i soldi, le case, ci serve rispedire a casa questo governo fascista e razzista e la lotta per il soddisfacimento di questi bisogni la facciamo partire di nuovo da qui, senza paure, da un paesino di cinquemila anime abbandonato nel nulla della provincia di Caserta.
Dalla provincia morta, vita in movimento!

Le compagne e i compagni del Tempo Rosso e tutta la comunità ribelle dell’Agro Caleno

 

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La morte di 4 lavoratori agricoli avvenuta il 4 agosto in un incidente stradale nel foggiano e quella di altri 12 lavoratori dello stesso settore avvenuta a Lesina in un altro incidente stradale, il 6 agosto, hanno riportato alla (momentanea) ribalta mediatica il «fenomeno» dello sfruttamento dei lavoratori stranieri, e non, impiegati nella raccolta degli ortaggi e della frutta.

Sembra che solo ora media e istituzioni si accorgano delle condizioni disumane in cui versano questi lavoratori e lavoratrici. Come se fino a ora non si fosse saputo nulla del caporalato (che perdura da decenni), dei salari da fame, dei ghetti e delle baraccopoli in cui vivono i braccianti, degli orari sfiancanti, di chi gestisce lo sfruttamento sul territorio reclutando la manodopera, stipandola come bestie su furgoni sgangherati e portandola a lavorare nei campi.

Noi non accettiamo di essere spettatori di questa fiera dell'ipocrisia e vogliamo andare più a fondo sulla questione, spiegando i dettagli di una filiera che dai campi agricoli in cui si sfrutta la manodopera si sviluppa fino alla grande distribuzione.

Si, perché quei pomodori raccolti dai braccianti africani a cottimo (1 euro al quintale erano pagati i braccianti morti a Lesina) in condizioni bestiali devono arrivare sui banconi e gli scaffali della grande distribuzione a un prezzo concorrenziale, come tutti gli altri prodotti agricoli, e i produttori locali anziché protestare contro tale sistema hanno preferito usare la forza lavoro a basso costo dei migranti.

In un paese come il nostro in cui la maggior parte della popolazione percepisce (quando va bene) un salario che non riesce a coprire tutte le necessità, è fondamentale che il prezzo del prodotto finale resti basso, se si vuole vendere. È in questo contesto che lo sfruttamento diventa modo di produzione e il caporalato un vero e proprio sistema di gestione della manodopera, in cui tutto - dalla formazione delle squadre, al loro trasporto, ai pagamenti - è esternalizzato e fruibile (a basso costo) laddove è funzionale alla produzione.

È infatti grazie a questo sistema di sfruttamento fatto di ritmi bestiali, salari da fame e condizioni di vita disumane che, ad esempio, i pomodori coltivati nella provincia di Foggia percorrono le strade di tutta Europa (l'80% della produzione è destinato all'export). Uno dei più importanti produttori del foggiano, Antonino Russo, ha recentemente venduto la sua azienda a Princes Italia [1], una società britannica controllata dalla multinazionale giapponese Mitsubishi; dietro un sistema di gestione del lavoro mafioso e paramafioso - in cui grande distribuzione, imprenditori locali e aziende straniere vanno a braccetto con la criminalità locale - vi è un mercato i cui ricavi sono stati, lo scorso anno, di 272 milioni di euro e un’esportazione di 22 milioni di quintali di prodotti ortofrutticoli nei primi sei mesi di annata agraria del 2018 [2].

Già a questo punto possiamo vedere come il caporalato non sia il prodotto ma l'ingranaggio di un sistema economico esteso e ben collaudato in grado di muovere ingenti capitali. Il caporalato è parte integrante di un sistema di produzione che basa la sua economia sullo sfruttamento, che garantisce il contenimento dei costi dei prodotti.

Secondo i dati rilasciati dall'ultimo rapporto dell'osservatorio Placido Rizzotto il caporalato regola il 39% dei rapporti di lavoro in agricoltura [3], con 430mila lavoratori coinvolti, di cui l'80% è costituito da stranieri.

Ma salari bassi e condizioni estreme di sfruttamento permangono anche in assenza di caporalato, come in Piemonte, dove a Saluzzo 200 lavoratori migranti vivono dentro tende o dormono sotto teli di nylon nel Foro Boario, una spianata di asfalto sotto il sole, perché il dormitorio allestito dal Comune non ha posti a sufficienza. In Piemonte, dove i finanziamenti dell’UE alle imprese agricole ammontano a un miliardo di euro, i salari dei braccianti non superano i 3,50 euro all'ora. Diventa quindi impossibile per questi lavoratori potersi permettere una situazione abitativa decente; a questo si vanno ad aggiungere le durissime condizioni di lavoro, come emerso già nel 2015 in seguito alla morte di Ioan Puscasu, bracciante morto per un infarto dopo 10 ore di lavoro in nero per 4 euro l'ora dentro una serra a Carmagnola. Per la sua morte è tutt'ora sotto processo il suo datore di lavoro, che cercò di mascherarne la morte rivestendo il cadavere e trasportandolo lontano dall'azienda agricola [4].

L'utilizzo del caporalato, con la riduzione in schiavitù, di fatto, di migliaia di lavoratori e lavoratrici del settore, i salari da fame, che si accompagnano a soluzioni abitative disumane, diventano fondamentali all'interno di questo modo di produzione, necessari per garantire il basso costo del lavoro e di conseguenza quello del prodotto finale venduto “in offerta” sugli scaffali dei nostri supermercati.

Non solo al Sud. Il caporalato delle false cooperative

Anche se dopo tragici eventi - come l'assassinio di Soumalia Sacko, attivista sindacale dell'Usb attivo nelle lotte in difesa dei braccianti agricoli della piana di Gioia Tauro e ucciso a colpi di fucile a San Calogero, vicino Vibo Valentia, o la morte di 16 braccianti nel foggiano in due diversi incidenti stradali mentre tornavano da una dura giornata di lavoro stipati come bestie dentro dei furgoni - le cronache ci parlano del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori in agricoltura quasi come di un fenomeno tipico del Sud, occorre ribadire che esso è invece esteso nel settore agricolo ma non solo, su tutta la penisola, assumendo, nelle regioni del Nord, forme differenti come quelle delle false cooperative che si occupano in realtà dell'intermediazione della manodopera.

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La completa depenalizzazione del reato di somministrazione illegale di manodopera (D.lgs 8/2016), la depenalizzazione del reato di somministrazione fraudolenta di manodopera (Jobs Act) con l’abbattimento della sanzione, il cui limite è stato stabilito a 50mila euro (che si riduce a un terzo, 16mila euro, se l’azienda paga subito), hanno favorito la nascita di centinaia di false cooperative che appaltano manodopera a prezzi stracciati e negli ultimi anni questo sistema si è affermato anche nel settore agroalimentare. A esse si rivolgono le aziende agricole che necessitano di manodopera al minor costo possibile e in poco tempo, a differenza del caporalato “illegale”, queste cooperative assumono una parvenza di azienda, ma dietro tale facciata vi sono situazioni di sfruttamento con giornate lavorative di 12 ore, paghe orarie dimezzate, contratti di lavoro poco chiari firmati da sigle sindacali sconosciute e giornate lavorative non dichiarate. Sono cooperative che spesso nascono e muoiono nell'arco di una stagione, con uffici amministrativi inesistenti che hanno come indirizzo l'abitazione del loro “fondatore”.

Un caso emblematico è rappresentato da Canelli (provincia di Asti), dove il caporalato, in periodo di vendemmia, è una consuetudine nei paesi della zona. Qui ogni anno 600 persone, provenienti principalmente dall'est Europa, lavorano nelle vigne della zona 12 ore al giorno per meno di 4 euro all'ora, e lo sfruttamento è gestito da cooperative locali che si occupano sia del reperimento della manodopera necessaria, sia del suo trasporto. Negli ultimi anni nel parcheggio di Piazza Unione Europea, a Canelli, un numero crescente di cittadini romeni, macedoni e bulgari aspettano ogni mattina alle 6:00 che le cooperative vengano a servirsi su questo mercato illegale, usando contrattazione, salari abbassati e lavoro nero. Pagati 35 euro al giorno dormono nel parcheggio vicino alla piazza e l'unico intervento delle istituzioni locali è stato mettere a disposizione un dormitorio di 15 posti letto e due docce.

Molto spesso queste cooperative non si occupano solo dell'appalto di manodopera a basso costo ma anche della sua reperibilità, come nel caso di una cooperativa di Alba, creata ad hoc per la stagione, che si occupava del reperimento della manodopera direttamente in Macedonia e Romania, impiegandola per 2 euro all'ora nelle vigne della zona.

I dati emersi dai rari controlli dell'ispettorato unico del lavoro ci mostrano la stessa realtà di sfruttamento, illegalità e lavoro nero presente nei campi del Sud.

Lavoravano in nero i ragazzi africani impiegati da una cooperativa di Verona e assunti grazie a un medico specializzato in medicina del lavoro, Alfio Lanzafame (tutt'oggi in custodia cautelare), che si occupava di rilasciare i certificati di idoneità al lavoro anche in assenza di documenti. Lavoravano in nero (oltre a essere obbligati a comprarsi stivali e strumenti da lavoro) anche i 42 lavoratori impiegati nelle vigne dell'astigiano e del cuneese da una cooperativa di Alessandria; qui i lavoratori, quasi tutti stranieri, venivano caricati su furgoni e smistati nei vari luoghi di lavoro. In questo caso la titolare effettiva della cooperativa, dopo una denuncia per intermediazione e sfruttamento della manodopera, ha provveduto a regolarizzare le posizioni dei 42 lavoratori con un contratto fino a novembre ma la cooperativa continua a lavorare con gli stessi metodi.

Già solo da questi due casi citati possiamo notare come il caporalato sia perfettamente inserito, utilizzato e funzionale. Un altro esempio è quello di Modena, uno dei distretti più importanti dell'economia agroalimentare, dove su 5000 lavoratori del settore carni 1200 non sono assunti dalle aziende in cui lavorano ma appaltati da cooperative che nascono e falliscono per poi riformarsi sotto altro nome, licenziando e riassumendo personale sottopagato costituito al 100% da stranieri.

Vediamo quindi come il caporalato non sia un fenomeno criminale e mafioso circoscritto al sud Italia, ma un servizio che l’economia fornisce alle imprese per mantenere basso il costo del lavoro e controllare e disciplinare una forza lavoro dotata di minore forza e capacità contrattuale.

A partire dalle aste al ribasso praticate dagli attori della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), come la catena Eurospin, si crea un effetto a cascata in cui ogni attore della filiera si rifà dei costi sul più debole e, alla fine, a farne le spese sono gli ultimi: i braccianti.

caporalato pomodori

È per questo motivo che istituzioni e forze dell'ordine non vedono quello che tutti noi vediamo ogni giorno sulle strade delle nostre campagne. Se il costo di un barattolo di pelati può sembrarci basso, il suo costo umano è altissimo. In un vuoto istituzionale funzionale a tale sistema di sfruttamento entrano in gioco i caporali, che si occupano di mantenere il contatto tra azienda e lavoratori (cosa che dovrebbe essere garantita da uffici pubblici attraverso le liste di prenotazione) e del trasporto (a pagamento) dai luoghi di residenza ai luoghi di lavoro, favoriti in questo dalla condizione abitativa dei braccianti costretti nelle baraccopoli, in quei ghetti che, in linea teorica, non dovrebbero esistere, visto che le spese per l’alloggio per i lavoratori stagionali dovrebbero essere garantite per legge dai datori di lavoro.

Non a caso la legge per contrastare il caporalato, approvata nel giugno 2016, a più di due anni di distanza è tuttora inapplicata. Sì, perché la tanto strombazzata, all'epoca, legge 199 del 2016 (o Legge Martina), che estende responsabilità e sanzioni sia per i caporali sia per gli imprenditori che ricorrono alla loro intermediazione, rimane lettera morta. Questa legge - approvata all'indomani della morte di Paola Clemente [5], una lavoratrice agricola morta di sfinimento il 13 luglio del 2015 nelle campagne di Andria - non intende minimamente intaccare questo sistema produttivo. Anzi, proprio nel 2015, attraverso l'articolo 81 del Jobs Act il governo Renzi ha depenalizzato il reato di intermediazione fraudolenta di manodopera, declassandolo a semplice infrazione amministrativa con ammende per un massimale di 50.000 euro di sanzione. Questa, se pagata subito, si riduce ad un terzo, cioè a 16.667 euro che, nel caso degli appalti irregolari, rappresentano la sanzione massima che devono pagare insieme committente e appaltatore, legalizzando così il caporalato e integrandolo definitivamente in quello che è l'attuale processo produttivo fatto di sfruttamento presente in molti settori oltre a quello agricolo e agroalimentare. Tale legge ha avuto come unico risultato quello di aver prodotto qualche denuncia contro qualche singolo imprenditore per aver assunto e sfruttato personale in nero (personale, molto spesso, fornito da una cooperativa), che se l’è cavata con una sanzione amministrativa, mentre le baraccopoli di braccianti di mezza Italia e i campi di schiavi restano dove sono.

Anche se governo e istituzioni parlano, quasi sempre sull'onda calda di tragici eventi, di “lotta al caporalato” o di “interventi”, è oltremodo stupido credere che siano proprio coloro che hanno legalizzato tale sistema, in quanto parte integrante di un modo produttivo tipico di questo tempo, a volerlo combattere.

Le lotte dei braccianti e dei lavoratori dell'agroalimentare, che si organizzano nel disprezzo delle istituzioni, ci fanno capire che è fondamentale combattere tutto questo sistema economico, di cui il caporalato (tanto quello dell'intermediatore di manodopera quanto quello delle false cooperative) è solo una delle componenti.

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Note:

1. http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-01-22/pummarola-passa-mitsubishi-163018.shtml?uuid=AadieFhE

2. http://www.immediato.net/2018/06/22/pomodoro-industria-foggia-si-conferma-leader-22-milioni-quintali/

3. https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/#lavoroirr

4. https://www.torinosud.it/cronaca/carmagnola-accusato-di-omicidio-colposo-e-omissione-di-soccorso-il-datore-di-lavoro-di-ioan-puscasu-11430

5. http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2018/07/12/tre-anni-fa-mori-i-puglia-bracciante-agricola-paola-clemente_416fd05e-5a77-4fe9-ae8d-c37bd53e20dd.html

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