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Articoli filtrati per data: Wednesday, 04 Luglio 2018

Lo scorso 20 giugno il Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo (JURI) ha approvato la proposta di direttiva sul copyright nel mercato unico digitale che sarà votata in seduta plenaria al Parlamento Europeo domani, giovedì 5 luglio.

Nonostante questa direttiva miri a risolvere una serie di problemi di lunga data, non solo non ci riesce ma ne crea di ben altri, così gravi che rischiano di diventare un disastro. Questa proposta contiene in particolare due articoli molto critici: sono l’art. 11, noto come “link tax”, e l’art. 13.

L’art. 11 stabilisce che gli editori possono esigere un pagamento da chi condivide una notizia pubblicata, anche in forma di link o citazione. Questo rende difficile e costoso curare un’aggregazione di notizie. Condividere un link al sito di un quotidiano potrebbe richiedere un accordo formale con quel quotidiano, e un eventuale pagamento. Noi stessi, secondo questa normativa, scrivendo questo articolo avremmo dovuto prima chiedere il permesso ed eventualmente pagare per usare i collegamenti a siti esterni. Inoltre le direttive emanate dalla Comunità europea non sono leggi vere e proprie, ma atti giuridici che vincolano i paesi membri al raggiungimento di un determinato risultato, pur non prescrivendo esattamente come, visto che ciascuno dovrà poi recepire la direttiva armonizzandola col proprio ordinamento giuridico preesistente. Ogni stato membro avrà quindi una diversa riforma sul copyright. Questo significa che tutti i siti internet e le fonti stesse da cui i siti attingono (ad esempio Wikipedia) dovranno sottostare a queste norme, un caos ingestibile di regole variabili a seconda dello stato membro in cui viene fornito il servizio. E' facile comprendere come questa legge sia fortemente incompatibile con qualsiasi sito 'wiki', primo fra tutti Wikipedia, che ha infatti lanciato uno sciopero oscurando il sito web per protestare contro l'approvazione di questa direttiva.

L’art. 13 rende invece responsabili per eventuali violazioni del diritto d’autore le piattaforme online che ospitano quei contenuti ma non le persone che le utilizzano. Quindi quando ad esempio gli utenti postano un meme, il video di una serata, o di una protesta che includono come sottofondo una canzone protetta da copyright, il sito su cui la pubblicano rischierebbe delle pesanti sanzioni. Questo costringerà le piattaforme internet a creare sistemi di censura preventiva del materiale condiviso in rete, imponendo dei “pre-filtri” sulla pubblicazione dei contenuti. L'applicazione di questi “pre-filtri” significherebbe che nel momento in cui si pubblica qualcosa, ad esempio su Facebook, prima che questa venga effettivamente pubblicata viene fatto un controllo sul contenuto di quel post per verificare che non ci siano violazioni di copyright; solo in quel caso verrà poi reso pubblico. Siccome far fare questi controlli a degli esseri umani costerebbe troppo, il lavoro sarà affidato ad algoritmi. L’esperienza di questi anni – ad esempio quella di Facebook nel contrastare le fake news – ci dice che gli algoritmi al momento fanno male questo lavoro. Facilmente le aziende saranno tentate di censurare tutto o quasi, pur di evitare di pagare penali.

Un altro aspetto in cui si può notare l'inadeguatezza di queste misure sta nel considerare che non vengono prese in considerazioni possibili 'penali' per chi dichiara falsamente diritto di copyright sul lavoro di altri. Questo significa ad esempio che se un giorno il proprietario di una piattaforma online decidesse che gli articoli di Wikipedia da lui utilizzati sono di sua proprietá, potrá citare Wikipedia per violazione del copyright. Wikipedia a sua volta non potrebbe utilizzare quegli articoli fino a che non sará verificato l'effettivo diritto di copyright su quell'articolo. Per dirla in breve, ci sarebbero molte più opportunitá per persone poco scrupolose, incompetenti o male intenzionate di bloccare o boicottare i contenuti e la condivisione di materiali online.

L'articolo 13 inoltre lascia l'utente fuori solo e al freddo. Ovvero, se un giorno il contenuto di un utente viene oscurato da un algoritmo perché ritenuto inadeguato alle leggi sul copyright, l'unica opzione è portare il problema ai responsabili della piattaforma dove la censura è avvenuta e sperare che rispondano e ascoltino il problema. Ma se questa opzione non ha successo l'unico modo di recuperare il proprio post, meme, o video è quello di passare alla risoluzione giuridica.

Ad aggiungere controversia alla questione c'è poi il fatto che una normativa simile è stata giá approvata anni fa in Spagna e in Germania, fallendo miseramente. L'unico stato dove questa pratica è ormai accettata come normalità è la Cina.

La normativa in questione è scritta male, in modo superficiale, inapplicabile e pericolosa. È un maldestro tentativo di una parte di Europa di regolamentare uno dei piú grandi benefici di Internet, ovvero la sua fruibilità e la libertà dei contenuti al suo interno, la libertá di pubblicarli, di leggerli e di diffonderli. I danni collaterali che questa normativa imporrebbe sulla vita pubblica non possono essere presi alla leggera. Se approvata, potrebbe limitare la libera espressione e causare danni seri alla collaborazione e alla diversità online, diminuendo la possibilità di chiunque in tutto il pianeta di accedere ai contenuti di internet, soffocando l'innovazione e imponendo dei costi irragionevoli a siti nuovi o piccoli.

Per questo moltissime voci hanno chiesto l’eliminazione di questi due articoli. Tra costoro ci sono molti pionieri di Internet, le associazioni di diritti civili in rete e gran parte dei centri di ricerca europei sui diritti d'autore.

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Di Güney Işıkara - Alp Kayserilioğlu - Max Zirngast

Erdoğan può aver trionfato nelle elezioni turche, ma ci sono ancora barlumi di speranza tra dispotismo e repressione.



Le elezioni di domenica 24 giugno in Turchia - sia parlamentari che presidenziali -  si sono concluse in ciò che è sembrato essere un trionfo risonante per il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, leader sempre più dispotico. Se talvolta è sembrato che l'opposizione potesse avere una seria possibilità, alla fin fine i risultati sono stati chiari.  Erdoğan ha vinto l'elezione presidenziale al primo turno e l'Alleanza del Popolo, il patto elettorale del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) di Erdoğan ed il fascista Partito del Movimento Nazionalista (MHP) si è impossessata della maggioranza dei seggi in parlamento. Secondo i risultati preliminari, Erdoğan ha vinto la corsa presidenziale con il 52.6% del voto mentre il suo principale rivale, il candidato del centrista Partito Repubblicano del Popolo (CHP) Muharrem İnce, ha potuto raccogliere il 30.6%. Nell'elezione parlamentare l'Alleanza del Popolo ha ottenuto il 53.7%, mentre l'Alleanza Nazionale (comprendente il CHP, il nazionalista Buon Partito e il conservatore-religioso Partito della Felicità) il 33.9%. L'Alleanza del Popolo avrà 344 dei 600 seggi in parlamento, una maggioranza assoluta, mentre l'Alleanza Nazionale avrà solo 189 seggi. Il Partito Democratico dei Popoli (HDP), un partito di sinistra non allineato e filo-curdo, ha conquistato l'11,6% dei voti ed otterrà 67 seggi in parlamento. Queste sono le nude cifre. Ma cosa significa tutto ciò? Ecco sei indicazioni dalle elezioni.

1 - L'elezione è stata illegittima.

Tutti i partiti ed i candidati presidenziali hanno rapidamente accettato i risultati. Se il candidato presidenziale ed il portavoce del CHP avevano denunciato con forza i primi risultati come platealmente inaccurati, in poche ore hanno fatto una completa retromarcia. Akşener, la candidata del Buon Partito, non ha tenuto alcun discorso. Si possono fare solo ipotesi se ci sia stato un accordo dietro le quinte o se semplicemente ciascuno abbia ritenuto i risultati essere più o meno validi.
In ogni caso ci sono state numerose irregolarità il giorno delle elezioni. Nella provincia sudorientale curda di Urfa, ad esempio, gli osservatori dei partiti di opposizione sono stati rimossi forzosamente dai seggi elettorali, e vi sono state persone colte nel tentativo di introdurre in maniera fraudolenta migliaia di voti. Nella stessa provincia, quattro persone sono state uccise dieci giorni prima dell'elezione, quando un candidato dell'AKP e le sue guardie del corpo hanno attaccato a mano armata negozianti filo-HDP. Molte delle irregolarità riportate nel giorno delle elezioni si sono concentrate nelle province curde, dove c'erano pochi osservatori internazionali e molti osservatori locali sono stati sbattuti fuori.
La Turchia è ancora sotto lo stato d'emergenza che Erdoğan ha imposto dopo un fallito colpo di stato contro di lui nel Luglio 2016. Sotto il pretesto di combattere i sostenitori del golpe, Erdoğan ed il suo AKP — in alleanza con il fascista MHP — hanno scatenato una guerra a tutto campo contro le voci dell'opposizione, imprigionando decine di migliaia di politici ed attivisti, si sono gradualmente impadroniti della magistratura, ed hanno consolidato un controllo quasi totale su media quasi totalmente centralizzati. I partiti di opposizione ed i candidati presidenziali - da quelli a destra all'HDP di sinistra ed al suo ex-copresidente e candidato presidenziale imprigionato, Selahattin Demirtaş - non hanno ricevuto copertura mediale nei giorni precedenti all'elezione.
Ciò che è chiaro - e molto più importante che qualsiasi irregolarità individuale - è l'illegittimità complessiva dell'elezione stessa. E' stata tenuta sotto uno stato d'emergenza, ha comportato un'enorme repressione dell'opposizione (particolarmente di quella socialista e curda), ed ha visto l'utilizzo di tutti i mezzi degli apparati statali per assicurare un trionfo elettorale per il blocco di Erdoğan.

2 - Il MHP fascista è diventato un attore centrale.

Se c'è un chiaro vincitore è il blocco sunnita-turco nazionalista di AKP, MHP e del Buon Partito. Sebbene l'ultimo si posizioni come forza di opposizione nel clima attuale, esso non differisce significativamente dagli altri due in termini del suo progetto politico e della sua visione. La fetta di voto per questo blocco ammonta a quasi il 64%. Il loro successo va considerato nel contesto di una mobilitazione ipernazionalista permanente nella sfera pubblica, oltre che della narrazione della guerra al terrorismo in generale e della guerra combattuta contro i curdi in particolare. Vale la pena esaminare i numeri dell'AKP e del MHP in un certo dettaglio. Se Erdoğan sembra essere il vincitore dell'elezione di domenica 24, e certamente viene dipinto come tale, non si tratta di un dato così liscio. Lo stesso Erdoğan sa che il suo partito ha ricevuto alcuni duri colpi, e non sembrano particolarmente felici dei risultati. L'AKP ha ottenuto circa due milioni di voti in meno delle elezioni del novembre 2015 — un calo di 7 punti percentuali. Non è riuscito ad impadronirsi dei 301 seggi necessari per assicurarsi una maggioranza parlamentare. E' solo con l'aiuto del MHP che Erdoğan ha potuto prendere la maggioranza.
Di conseguenza ciò significa che la mano del MHP è stata rafforzata. Il partito ha mostrato una performance sorprendentemente forte nelle elezioni. Nonostante la scissione a metà e l'ottenimento da parte dell'altra fazione (il Buon Partito) di oltre il 10% del voto, il MHP è stato in grado di conservare la sua parte, intorno all'11%. E lo ha fatto senza imbastire praticamente alcuna campagna elettorale in prospettiva delle elezioni - il leader del MHP Devlet Bahçeli ha tenuto un totale di due o tre comizi, a fronte dei 107 di Ince. Il MHP è stato in grado di ottenere aumenti significativi nel voto, soprattutto nelle regioni prevalentemente curde, pur perdendo consensi in molte delle loro relative roccaforti (come nelle città meridionali come Osmaniye, Adana, e Mersin). Se c'è stata una frode di ampie proporzioni ha favorito il MHP nelle regioni curde. Il MHP è ben conscio della propria posizione. Bahçeli ha dichiarato dopo l'elezione che il suo partito è diventato "un partito chiave in parlamento". Il MHP sarà in grado di imporsi in modo più spavaldo e risoluto, specialmente in rapporto alla domanda curda. E' molto probabile che l'alleanza AKP-MHP persegua un corso ancora più apertamente fascista nei prossimi mesi.

3 - Il CHP si sta spaccando.

Il CHP ed il suo candidato presidenziale, Muharrem İnce, erano abbastanza fiduciosi di potere almeno spingere l'elezione ad un secondo turno. İnce ha condotto un'animata campagna che ha promesso ricostruzione e mobilitato milioni di persone demoralizzate. I risultati, tuttavia, puntano alla nascita di una nuova crisi entro il partito. Il CHP è finito a 3 punti percentuali di distanza dai suoi risultati alle elezioni del novembre 2015 — un finale molto deludente per i suoi sostenitori. İnce — che è finito 8 punti percentuali sopra il suo partito ed è diventato il primo candidato presidenziale del CHP dal 1977 ad aver ricevuto oltre il 30% del voto — ha sotteso la scorsa settimana che o spingerà per prendersi il partito o fonderà una nuova formazione ed inizierà immediatamente a prepararsi per future elezioni. L'attuale leader del partito Kemal Kılıçdaroğlu ha risposto non congratulandosi con Erdoğan, cosa fatta da İnce, ma esprimendosi aggressivamente sul carrierismo all'interno del partito. (Il fatto che Kılıçdaroğlu sia stato il leader del partito in nove elezioni - tutte conclusesi in maniera deludente per il CHP - ma si rifiuti ancora di dimettersi rende piuttosto strana la lamentela sull'essere incollati alle proprie poltrone e sul carrierismo.) D'altro canto İnce ha annunciato che viaggerà per il paese, tenendo incontri in tutte le 81 province per ringraziare le persone che lo hanno sostenuto. Non c'è bisogno di dire che questa sia l'azione di un leader di partito. Una crisi — una che potrebbe persino innescare una scissione - sembra imminente.

4 - L'HDP ha sfidato i pronostici.

Un altro vincitore delle elezioni è stato l'HDP. Nonostante la repressione, nonostante l'esilio e l'imprigionamento di così tanti quadri politici (ancora, incluso il proprio candidato presidenziale), nonostante la violenza e le minacce il giorno delle elezioni (particolarmente nelle province curde), l'HDP si è ancora una volta consolidato ed è entrato in parlamento, superando la soglia (altamente non democratica) del 10%. Questa è un'altra chiara indicazione che un forte partito filo-curdo è divenuto una realtà innegabile nella politica turca. In aggiunta, nonostante alcune tendenze di liberalizzazione, l'HDP ha cercato di incorporare altre organizzazioni socialiste e rappresentanti di forze popolari. Rivoluzionari socialisti dichiarati come Erkan Baş del Partito dei Lavoratori di Turchia (TİP), Oya Ersoy di Halkevleri (Case del Popolo), Musa Piroğlu del Partito Rivoluzionario (DP), e Murat Çepni del Partito Socialista degli Oppressi (ESP) saranno tutti in parlamento, tuonando costantemente contro la dittatura ed il capitale. L'HDP è l'unico partito in parlamento, e dunque l'unico grande partito della politica turca, ad ergersi fermamente contro l'alleanza patriarcale (turco-sunnita - cioé nazionalista ed islamista). Resta da vedere cosa accadrà col CHP ma l'HDP deve prendere l'iniziativa ed aiutare il rafforzamento dei movimenti popolari. Il Movimento di Liberazione Curdo in particolare è uno degli assi più importanti di resistenza allo status quo.

5 - La vista dal basso non è poi così male.

Lo stato dispotico turco ha le proprie radici nell'Impero Ottomano e nella formazione della classe capitalista turca. Se questa relazione di forze è passata per enormi trasformazioni e si è ora temporaneamente stabilizzata intorno all'AKP ed al MHP, le dinamiche popolari che si ergono contro lo stato e nutrono poche o nessuna aspettativa dallo stato sono state un fattore costante nella politica turca recente, in particolare dalla Sollevazione di Gezi nel 2013. Le forze scatenate da Gezi e dal Rojava (la regione curda autonoma in Siria del Nord) spaventano ancora l'AKP ed Erdoğan più delle rivalità interne allo stato o dei tentativi di golpe. Donne, aleviti, curdi, lavoratori e molti altri non ripongono più speranze in questo regime, e molti sono pronti a rompere con lo stato in quanto tale. Per i movimenti popolari i risultati elettorali, seppure in qualche modo demoralizzanti, non sono una causa di completa delusione. Se molti avrebbero desiderato di assistere alla cacciata finale di Erdoğan, le relazioni sociali di potere rimangono largamente intatte - in verità con del potere guadagnato da parte di Erdoğan e del blocco AKP/MHP — e la positiva campagna elettorale, basata sulla solidarietà tra i campi popolari, dovrebbe fornire della speranza per il futuro.

6 - Erdoğan non ha ancora vinto.

Le elezioni di domenica 24 giugno indicano che nonostante tutto il sistema sociale e politico in Turchia è ancora in una relativa impasse. L'equilibrio di potere si è mosso leggermente verso il blocco Erdoğan-AKP/MHP, con le elezioni che hanno raffforzato il già dittatoriale sistema presidenziale. Eppure non è stata una vittoria decisiva. Una larga fetta del paese è ancora contro il blocco dominante, come lo è stata dal 2013. D'altro canto, l'ascesa di İnce (del CHP) e del Buon Partito di Akşener — che hanno appena dichiarato di non "giocare a giochi infantili" e di accettare l'HDP comee “rappresentante del movimento politico curdo" - suggeriscono chiaramente che le diverse visioni entro i circoli statali e delle elite si stanno manifestando come fazioni con rappresentanza politica. Anche qualora il blocco di Erdoğan dell'AKP/MHP rimanesse dominante, non è che Erdoğan controlli tutto e tutti si inchinino a lui. Dovremmo aspettarci una lotta di potere entro il blocco di Erdoğan-AKP/MHP dato che il MHP è andato molto meglio di quanto chiunque potesse aspettarsi (ovviamente, se non ci siano stati accordi di frode sistematica in favore dell'MHP). Quella lotta di potere minaccerebbe la forza dell'AKP se colpisse in tempo di crisi. E c'è senza dubbio una crisi economica in attesa alla porta. La profondità e la gestione di questa crisi, la posizione dell'opposizione e, in maniera cruciale, l'attività di massa nelle strade, determineranno se Erdoğan sarà capace di istituzionalizzare il suo regime autoritario - o se crepe continueranno a formarsi.

Traduzione da jacobinmag.comjacobinmag.com a cura della redazione di Infoaut

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Si chiamava Bubakar, ha perso la vita ieri sera a Breil, quartiere popolare a nord di Nantes, per un colpo sparato dalla polizia senza motivo durante un controllo. Si sono susseguite delle rivolte nel quartiere per tutta la notte.

« Era già immobile, il poliziotto è arrivato, gli ha tirato un colpo a distanza ravvicinata. Gli ha messo una pallottola al collo dopo che lui era già immobile e non poteva già far nulla. [La polizia] girava in macchina per quartiere, cercavano di catturare qualcuno e di colpo lo hanno visto, il poliziotto ha perso il suo sangue freddo e ha sparato. Non hanno nemmeno cercato di assisterlo per il primo soccorso, non hanno fatto nulla[...] Ha perso la vita davanti a me. Non c’erano CRS feriti » Sono le parole di un testimone dell’omicidio riportate da Nantes Révoltée.

La rabbia nella notte è esplosa a Breil, ma anche nei quartieri vicini di Malakoff e Dervallières. Le proteste sono state dure, con auto incendiante ed edifici pubblici danneggiati: a Dervaillerès sono stati incendiati il Municipio e la Casa delle associazioni. Gli scontri fra gruppi di giovani e la polizia sono durati fino a stamani, barricate e molotov sono state usate per cacciare gli schieramenti che accerchiavano le zone.31cc2ef3310d53d94f2f195907bff272 emeutes nantes reveil charbon aux dervalllieres 1

Le dichiarazioni della polizia cercano in qualche modo giustificare l’assassinio dichiarando che il giovane, avendo un mandato di arresto per traffico di stupefacenti, sarebbe stato ricercato: avrebbe quindi cercato di fare retromarcia per scappare colpendo un agente al ginocchio. Ma le testimonianze dei testimoni oculari divergono da quelle della polizia. Sottolineano che il ragazzo era impossibilitato a fuggire e non avrebbe ferito nessuno facendo marcia indietro.
Gli abitanti dei quartieri sottolineano come non sia la prima volta che la polizia uccide e usa la violenza gratuitamente. « Cosa volete?[…] la collera è lì. Deve uscire la verità sulla sua morte ».

 

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Segnaliamo questo interessante contributo di Fabio Ciabatti che prova ad aggiornare alcuni strumenti di Guy Debord, in particolare apprendendo le conseguenze del riassorbimento della dimensione ludica e creativa della lotta nel "nuovo spirito del capitalismo" e l'allargamento dello spettacolo dalla sfera della circolazione del cittadino/consumatore alla sfera della produzione del lavoratore/autoimprenditore. 

Il dibattito sulle trasformazioni del modello produttivo si è spesso polarizzato su due posizioni: da una parte si sostiene che il lavoro ha acquisito un nuovo statuto creativo, cognitivo, spontaneamente cooperativo; dall’altra si afferma che siamo di fronte a una sorta di neotaylorismo digitale. In questa sede vorrei sostenere che Guy Debord ci aiuta a raggiungere una concettualizzazione più articolata del mondo presente andando al di là di questa astratta contrapposizione. E per fare ciò utilizzerò la sua opera principale, La società dello spettacolo, pubblicata nel 1967, ben inteso andando al di là dell’opera stessa. Vorrei sintetizzare le due posizioni in modo esemplare. Da una parte abbiamo il famoso motto di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish”. Detto altrimenti: non perdete la voglia di imparare, la curiosità, l’ambizione, non smettete di fare scelte azzardate, non convenzionali, di essere ribelli. Dall’altra abbiamo gli oramai famigerati braccialetti di Amazon e cioè i lavoratori telecomandati, ridotti a robot umani.

A scanso di equivoci preciso subito che il fondamento dell’incessante ricerca di profitto da parte del capitale rimane il tempo di lavoro non pagato, il plusvalore. Ciò premesso, venendo a Debord, potremmo dire che i braccialetti di Amazon rappresentano il processo reale, mentre il discorso di Jobs è l’immagine spettacolare di quello stesso processo.

Occorre però subito ricordare che, per Debord, non si può opporre astrattamente lo spettacolo all’attività sociale effettiva. “La realtà vissuta è materialmente invasa dalla contemplazione dello spettacolo e riproduce in se stessa l’ordine spettacolare, portandogli un’adesione positiva”.1 Perciò è anche vero che la realtà sorge nello spettacolo, che “il vero è un momento del falso”.2 Tutto ciò può succedere perché la società spettacolare è la società della separazione in cui la prassi sociale si è scissa in realtà e immagine. “Lo spettacolo riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato”.3

Cosa intende Debord per separazione? Molte cose in realtà. È il mondo che ha perso la sua unità, la sua coesione, la sua dimensione comunitaria, il suo centro mitologico; l’atomizzazione degli individui e la separazione dell’individuo da se stesso; la vita quotidiana che diventa vita privata; la rappresentanza operaia opposta radicalmente alla classe. È, al fondo, marxianamente, la separazione dei mezzi di produzione dai produttori diretti, la separazione del produttore dal suo prodotto che ha raggiunto, potremmo dire, il suo stadio supremo. “Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale”,4 è la merce che si fa mondo e il mondo che si fa merce. “La radice dello spettacolo è nel terreno dell’economia divenuta abbondante”.5

Il capitalismo che ci descrive Debord è ancora quello in cui viviamo? Sì e no verrebbe da dire. Il mondo di Debord è in effetti quello della società affluente, del consumismo. È il mondo del gigantismo industriale e della crescente automazione dei processi produttivi che lascia presagire il riscatto dell’umanità dalla schiavitù del lavoro come conseguenza della continua crescita della produttività. Siamo ai tempi del trionfo del keynesismo, dell’intervento statale in economia e ciò faceva sostenere a Debord che la storia si era incaricata di smentire l’incompatibilità tra riformismo e capitalismo. Debord condivide con il suo tempo un certo ottimismo tecnologico e anche per questo considera che la contraddizione fondamentale del capitalismo sta nella miseria della vita e non nella vita economicamente misera.

Oggi trionfa il neoliberismo. Le leggi del mercato sono di nuovo il parametro di riferimento indiscusso. Nell’Occidente sviluppato torna la vita economicamente misera. Però, e qui sta l’interessante, si mantiene al contempo lo spettacolo dell’economia abbondante. La merce continua le sue performance spettacolari anche quando il suo consumo abbondante sfugge vieppiù a fette rilevanti della popolazione. Come è possibile? Nei Commentari alla Società dello spettacolo, pubblicati nel 1988 a circa vent’anni di distanza dall’opera principale, Debord sostiene che la principale novità da registrare sta nel fatto che il dominio spettacolare ha potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi. Oggi possiamo parlare di diverse generazioni sottoposte a questo dominio, generazioni per le quali il godimento alienato derivante dallo spettacolo della merce è diventato una realtà incontestabile, una sorta di inalienabile diritto/dovere all’alienazione. Debord rimane però legato all’idea che l’individuo è riconosciuto come persona, dotata di diritti, solo sotto il travestimento di consumatore/spettatore mentre lo stesso individuo in quanto operaio viene disprezzato. Ma possiamo ancora tenere questa rigida distinzione tra produttore e consumatore dal momento in cui gli attributi antropologici dello spettatore sono assurti con il tempo a una sorta di seconda natura? O, piuttosto, possiamo ipotizzare che la società sia risuscita a inventare, nella sua dimensione spettacolare, un linguaggio comune tra consumatore e produttore?

Prima di abbozzare una risposta torniamo a Debord il quale sostiene che, “perdendo la dimensione comunitaria della società del mito, la società deve perdere tutti i riferimenti ad un linguaggio realmente comune”.6 Per questo “Bisogna condurre alla loro distruzione estrema tutte le forme di pseudocomunicazione, per giungere un giorno ad una comunicazione reale diretta”.7 A tal fine l’arte, che nel primitivo universo religioso rappresentava il linguaggio comune dell’iniziazione sociale, deve essere realizzata attraverso il suo superamento e cioè attraverso un nuovo tipo di avanguardia che sia superamento del concetto di avanguardia come realtà separata. Impegno artistico e impegno politico si devono fondere per dar luogo a una nuova concezione della vita, gioiosa e ludica, a una pratica sperimentale della vita libera attraverso la lotta. Questa visione si incarnerà nella rivolta del maggio ’68. Ma finita la sommossa partirà subito la macchina del recupero.

Paradossalmente, saranno proprio gli elementi “artistici” della prassi situazionista, gli stessi che gli avevano consentito di sintonizzarsi con la rivolta parigina, che saranno utilizzati per il recupero. Sarà infatti il tipo di contestazione al capitalismo che Boltanski e Chiapello chiamano “critica artistica” che il sistema ha cercato di recuperare e valorizzare per fronteggiare la propria crisi di legittimità, a partire dagli anni Settanta.8 “Il nuovo spirito del capitalismo” sarà in grado di mettere a valore alcuni elementi di quella critica che si scagliava contro la sopraffazione borghese dell’autenticità e della creatività, contro la reificazione capitalistica dei rapporti umani. Si sviluppa così un nuovo tipo di discorso ideologico, rintracciabile nei manuali di management, che non si rivolge più, come in passato, ai soli quadri, ma a tutti i lavoratori. Il sistema è portato ad abbandonare le rigidità gerarchiche del vecchio capitalismo, per abbracciare valori quali la flessibilità, l’adattabilità, la fantasia e la sensibilità.9

Quello che vorrei suggerire è che certi meccanismi spettacolari che riguardavano la sfera della circolazione sono in qualche misura, complici le tecnologie digitali, penetrati nella sfera della produzione, dove nondimeno il capitale continua a esercitare la sua autocrazia. Detto altrimenti, in una società compiutamente spettacolare, lo spettacolo deve continuare anche nella sfera della produzione, pena la perdita della legittimità del sistema. L’etica del lavoro, intesa come etica del sacrificio e della sottomissione può essere giustificata solo da un punto di vista religioso. Ma la religione stessa è diventata spettacolo. Dunque l’etica del lavoro si deve rappresentare come etica dell’autorealizzazione. Che poi non è un’etica. Il lavoro, utilizzando ancora Debord, diventa “pseudogodimento che mantiene in sé la repressione”.10

Così come il consumatore deve continuamente negare se stesso perché gli sono richieste “fedeltà sempre mutevoli, una serie di adesioni sempre deludenti a prodotti fasulli”11 che devono essere continuamente sostituiti, il lavoratore deve identificarsi con il suo lavoro, ma con un lavoro sempre diverso. È la dimensione del progetto, il gemello buono della precarizzazione, che trionfa. Ogni singolo progetto deve suscitare l’adesione totale del lavoratore e dunque rappresentare ogni volta una sorta di assoluto, di eterno presente che annulla i progetti precedenti e quelli futuri.

Nella sfera della circolazione lo spettacolo crea e al tempo stesso riempie il gap tra il godimento promesso dal consumo in generale e la natura insoddisfacente e banale del consumo effettivo della singola merce. Allo stesso modo, nella sfera della produzione, lo spettacolo produce e al tempo stesso colma il divario tra la promessa di autorealizzazione attraverso il lavoro e l’effettiva esperienza lavorativa caratterizzata da precarizzazione, controllo, salario inadeguato. In altre parole la realtà vissuta è materialmente invasa dallo spettacolo del lavoro cognitivo, creativo, cooperativo. Materialmente invasa, significa che dal lavoratore ci si aspetta effettivamente, entro certi limiti sia ben inteso, che si comporti secondo i dettami dello spettacolo e l’organizzazione del lavoro è stata effettivamente modificata a tal fine. La rigida gerarchia è stata sostituita da una gerarchia flessibile, spersonalizzata e per certi versi invisibile. Detto in modo ancora differente la scissione tra produttore e consumatore si riproduce all’interno del lavoratore stesso. Il lavoratore si deve fare soggetto e non mero oggetto di controllo altrui. Ma è soggetto in quanto spettatore e dunque attraverso un’identificazione con un processo estraneo. È soggetto in quanto si autocontrolla, si autodisciplina. In questo processo di materializzazione dell’ideologia, l’ideologia stessa diventa schizofrenia. Per questa via si conferma che lo spettacolo riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato.

Se ammettiamo tutto ciò, oggi è ancor più vero quanto diceva cinquant’anni fa Debord: il progetto rivoluzionario non può essere portato avanti da un’organizzazione di tipo burocratico, militare proponendo un’etica della disciplina e del sacrificio in nome del lontano sol dell’avvenire. Questo modello non corrisponde più in alcun modo alle aspettative di chi dovrebbe emanciparsi. Il progetto rivoluzionario deve invece proporre una concezione della vita libera, ludica, un modello di tempo aperto. L’organizzazione rivoluzionaria dovrebbe essere in grado di prefigurare al suo interno nuovi rapporti umani e non “combattere l’alienazione in forme alienate”,12 pur tenendo conto della necessaria disciplina rivoluzionaria. Tale organizzazione andrebbe concepita come il luogo possibile della comunicazione diretta e attiva, non unilaterale, con le lotte pratiche; il luogo della fine della gerarchia e della specializzazione in cui le condizioni esistenti della separazione si trasformano in condizioni dell’unione. Di certo i situazionisti non furono in grado costruire nulla di simile. Considerate le continue espulsioni, a prevalere fu il “terrore”, teorizzato da Debord per evitare il recupero delle pratiche situazioniste nello spettacolo. Il problema della permanenza della rivolta dopo la sua esplosione iniziale non fu dunque in alcun modo risolto. Ma se non si fanno passi in avanti in questo senso diventa ineluttabile l’esito tanto temuto da Debord: la rivolta contro lo spettacolo diventa lo spettacolo della rivolta.

[Questo articolo è la rielaborazione di un intervento tenuto in occasione della presentazione del libro Debord di Giorgio Amico, organizzata dal gruppo Devianze attivo all’interno dei COBAS Lavoro Privato]

Da https://www.carmillaonline.com

Note 1 Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 55.  2 Ivi p. 55.  3 Ivi p. 62.  4 Ivi p. 70.  5 Ivi p. 57.  6 Ivi p. 163.  7 Guy Debord, “Théses sur la révolution culturelle”, cit. in Giorgio Amico, Debord, Massari, 2017, p. 136.  8 Cfr. Luc Boltanski e Ève Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, 2014.  9 Il collegamento tra Il nuovo spirito del capitalismo e la vicenda di Debord viene suggerita da Gianfranco Marelli ne L’amara vittoria del situazionismo, Mimesis, 2017.  10 Guy Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 79.  11 Guy Debord, Commentari alla Società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 209.  12 Guy Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 122. 

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