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Articoli filtrati per data: Sunday, 09 Dicembre 2018

Riceviamo questa cronaca in soggettiva della giornata di lotta di sabato 8 dicembre nella capitale belga da un compagno presente sul posto.

Ieri, parallelamente alla mobilitazione in territorio francese, anche a Bruxelles i Gilet Jaunes non si sono fatti intimorire dal clima di terrore instaurato dalla Police e dagli Interni. Già venerdì scorso più di 3000 persone erano scese in strada bloccando la città per chiedere le dimissioni di Michel, primo ministro belga. Come oltre confine, anche nella capitale europea, il Gilet giallo è diventato per tanti e tante il simbolo di un riscatto necessario e non procrastinabile, un oggetto semplice che accomuna chi tutti i giorni paga sulla propria pelle il crollo dello stato sociale ed i costi di un carovita esorbitante a queste latitudini.

Ieri siamo tornati a vestirlo nonostante il governo, come a Parigi, avesse chiaramente disposto misure inedite per la gestione dell'ordine pubblico. Sin dalle prime ore del mattino, infatti, si contavano decine di arresti preventivi, uomini e donne di tutte le età fermati dalla polizia in borghese in numerose vie della città, all'uscita di varie stazioni ferroviare, nei bar o sotto la porta di casa, portati in commissariato o costretti a cambiare quartiere (a Bruxelles i quartieri sono unità amministrative autonome). Nonostante ciò due primi assemblamenti hanno iniziato a bloccare i viali che circondano la città, congiungendosi all'altezza della zona Europea al grido di "Macron, Michel Demission". Sopraggiungendo i manifestanti mostravano uno striscione che direttamente indicava il problema climatico come una questione giocata sulla pelle e a spese dei poveri se non accompagnato da giustizia sociale. Voi parlate della fine del mondo noi della fine del mese, ci dicono da Parigi! Messaggio importante dopo la numerossissima manifestazione contro i cambiamenti climatici che ha attraversato Bruxelles domenica scorsa, fitta di contraddizioni – certo - ma anche di tanti e tante stanchi di delegare a fumosi accordi internazionali la propria salute.

Successivamente il corteo si è diretto verso il Parlamento Europeo, simbolo non solo di questa città, ma più estesamente di una stagione di politiche antipopolari fuoriscite dai suoi finestroni a vetro, parto di quei politicanti che tutti i giorni sfrecciano, si incontrano, fanno aperitivo per queste strade sorridendo allegramente sui disastri che impongono a 742 milioni di europei e non solo. A dirigersi verso quel luogo c'erano persone della più varia collocazione lavorativa accomunati da un gilet e dalla collera che rappresenta, "tous ensemble, tous ensemble" era il grido del magma giallo. Giunti al primo blocco di polizia, si è innescata per alcune decine di minuti una sorta di assedio spontaneo alle istituzioni, culminato nel rocambolesco tentativo di ingresso in Parlamento passando per un ingresso laterale. Oltre nessuno avrebbe preso il potere, ma il messaggio è stato chiaro: questo luogo, questo feticcio da dove tutto comincia, non deve più essere lasciato intatto, va riportato sulla Terra, reso materiale, contestato anche duramente.

Ripartito alla volta del centro città, il corteo ha raggiunto quindi i viali, dove bloccata la circolazione i manifestanti hanno iniziato a chiedere a tutti gli autisti delle auto di vestire simbolicamente il proprio gilet giallo. A questo punto centinaia di poliziotti hanno rapidamente accerchiato la manifestazione, pochi sono riusciti a sfuggire mentre i più sono stati costretti in un quadrato di qualche decina di metri per ore. Alcuni sono stati portati in commissariato, altri rilasciati, altri ancora ammanettati a terra in fila indiana. Immagine da sangue agli occhi all'indomani delle scene del liceo parigino. Contemporanemanete un gruppo di Gilets scampato si autorganizzava nella zona nord della città, cercando di forzare i blocchi di polizia e venendo respinto con idranti. Nelle strade prossime al quadrato di celere altri gruppi ugualmente cercavano di portare solidarietà ai gilets trattenuti ed impegnare la Police, innescando lanci di lacrimogeni e rastrellamenti a tappeto a opera della polizia in borghese andati avanti fino al tardo pomeriggio.

Alla fine della giornata si contano 10 arresti confermati e 450 identificati e rilasciati. Se tanto dipenderà anche dall'evoluzione della situazione francese, una cosa si fa sempre più chiara: il gilet giallo – benchè oggi vestito da qualche migliaio di persone solamente - può diventare emblema di collera e voglia di riscatto anche per molti altri belgi, trovando qua altri Macron, altre tasse da respingere. Certo è che, dopo queste due settimane, qualcosa ha squarciato il "tutto tace" che sembrava albergare a Bruxelles, qui dove l'Europa comincia.

 

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Inutile dire che il corteo notav di Torino è stato importante. I numeri, l’energia, la composizione, i discorsi di quella piazza parlano da sé. Settantamila persone hanno risposto presente dopo una delle iniziative più reazionarie degli ultimi quarant’anni che ha visto Confindustria, sindacati confederali, PD, Lega e Forza Italia, Stampa, Repubblica, Il Corriere, Avvenire e il vescovo di Torino giunti in una union sacrée in nome del TAV. Pensavano di poter tirare una riga e andare oltre a questo movimento. In fondo migliaia di denunce a valligiani di ogni età, centinaia di anni di galera, multe per milioni di euro, le botte, i feriti, la denigrazione quotidiana come nemico della crescita e del lavoro. Ci potevano sperare. E invece no. Il movimento notav rimane, inossidabile, non si piega, non si spezza, una tenacia che ci sorprende a ogni passo che muoviamo assieme a questo esperimento collettivo indescrivibile. Il movimento notav resta, come una spina nel fianco del potere, perché di quel potere è riuscito a svelarne la verità. Violenza, menzogne, interessi, collusioni, bassezze.  Di governi ne ha visti passare 19 ed è sempre rimato al suo posto. C’eravamo, ci siamo e ci saremo, non è una promessa è una linea di condotta che si è sedimentata in uno scontro sempre aperto.

Si è paragonato quello che è successo qualche giorno fa a Torino, la canuta piazza sitav, alla maggioranza silenziosa della marcia dei 40’000. Perché oggi Torino, a differenza di allora, ci restituisce una risposta di questa tenore? 

La borghesia torinese arrivò all’accelerazione politica dell’autunno del 1980 dopo anni di innovazioni tecniche e di attento studio della propria controparte. Gli operai prima resi superflui, poi messi alla porta, annunciavano i prodromi della lunga fase della finanziarizzazione della Fiat che porteranno il colosso dell’auto ad abbandonare Torino, lasciando la città a leccarsi le ferite della deindustrializzazione. Più importante ancora, la marcia dei capi si faceva interprete dell’egemonia rampante che avrebbe caratterizzato i due decenni successivi, quella del libero mercato e della crescita infinita. 

Oggi le élite cittadine suonate dalla batosta elettorale del 4 marzo, disorientate dagli sconvolgimenti del quadro politico ed economico mondiale si presentano davanti al paese senza uno straccio di piano industriale e senza la volontà di mettere il becco di un quattrino per ballare adoranti intorno al totem della seconda linea Torino-Lione, ormai feticcio dalle virtù taumaturgiche e foglia di fico per nascondere il nulla assoluto di una borghesia senza un progetto neppure per sé stessa. È un tentativo di restaurazione senza ristrutturazione quello messo in campo da un classe dirigente impaurita dalla rimessa in questione del proprio ruolo e che come tale non può esser votato ad altro che al fallimento. Il futuro di cui tanto si parla dalle parti del fantomatico fronte sitav, quello della turistificazione e delle grandi opere, è in realtà un passato già chiuso e l’esaurirsi di quel modello imperniato sull’inghirlandamento del centro città a scapito di una periferia lasciata languire nella miseria si è già compiuto da un pezzo. Ciò non significa, ovviamente, che le ragioni del movimento contro la Torino-Lione prevarranno a causa delle condizioni oggettive presenti, tutt’altro. Anzi, niente è più incerto vista la pavidità del governo sulle istanze poste da un movimento che è una spina nel fianco anche per loro. Ma anche ciò che sta succedendo in Francia ci indica chiaramente che il vento sta tirando da tutt’altra parte rispetto ai piani del partito del PIL.

Il futuro ha un nome e si chiama notav.

 

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