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Articoli filtrati per data: Friday, 07 Dicembre 2018

Per chi segue l'attualità politica internazionale, i report sull'esito del G20 argentino affermavano in coro una considerazione. Ovvero che la cena di lavoro tra Trump e Xi ai margini del meeting avesse sancito una tregua tra Usa e Cina. I due paesi sono da mesi impegnati in una guerra che riguarda gli ambiti commerciale e tecnologico, alcuni dei nodi andavano sciolti proprio in Argentina.

 

Ai margini del G20 i due paesi sarebbero dunque stati in grado di stemperare le tensioni, attraverso accordi sulla ripresa del commercio tra i due paesi, sullo stop temporaneo ai dazi, sul contrasto al traffico internazionale di droga. Ma un nuovo elemento irrompe in questo quadro, mettendo a repentaglio questa narrazione. Viene infatti arrestata in Canada Meng Wanzhou, la direttrice delle operazioni finanziarie di Huawei, nota azienda cinese di elettronica e secondo produttore mondiale di smartphone.

Teoricamente, Meng sarebbe stata arrestata perchè la sua compagnia avrebbe violato le disposizioni americane che vietano esportazioni verso l'Iran. Le quali sarebbero state aggirate, sin dal 2016, attraverso particolari giochi bancari. Ma ovviamente, questa è solo una spiegazione ufficiale dell'arresto.

Il caso Huawei in controluce non mostra solo la difficile tenuta della tregua, minata alla base subito dopo essere stata raggiunta. Ci informa anche dell'ampiezza dello scontro tra Usa e Cina, sbrigativamente definito come relativo al solo commercio. La realtà è che c'è una sfida in corso per il dominio nel campo dell'innovazione tecnologica, vale a dire nella capacità di appropriarsi dei profitti del futuro, ovvero del sale della competizione capitalistica. In questo, i progressi cinesi nel campo dell'intelligenza artificiale si mischiano a quelli nello spionaggio.

E qui entra in gioco Huawei. Negli ultimi mesi infatti si sono intensificati i report da paesi come Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, oltre ovviamente agli Usa stessi, sul fatto che Hauwei potesse agire come testa di ponte cinese in pratiche di spionaggio. Anche il Giappone a breve dovrebbe stoppare le sue relazioni con Huawei. Per alcuni senatori americani repubblicani, Huawei sarebbe addirittura una spia del governo cinese mascherata da operatore telefonico.

Non a caso molte compagnie occidentali attive nello sviluppo delle reti 5G hanno di recente escluso Huawei da partnership finalizzate allo sviluppo delle reti stesse. La paura è che la Cina possa inserirsi all'interno di quelle reti attraverso quelle che sono chiamate in termine tecnico backdoors, ovvero punti di accesso da remoto.

Siamo dunque nel campo della cybersicurezza, un ambito che però non riguarda solo dimensioni informatiche ma anche temi quali la libertà di accesso all'informazione. La polemica dei lavoratori Google rispetto al possibile ritorno dell'azienda nel mercato cinese ne è una prova.

Intendiamoci, nessun doppio standard di pensiero è concesso qui. Gli Stati Uniti, magari con meno clamore, da sempre utilizzano le stesse tecniche di spinoaggio in campo industriale, per non parlare di quello in ambito politico. Do you remember lo scandalo Prism/NSA? Per non parlare poi del ruolo svolto dai cosiddetti GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) nel raccogliere dati sulle abitudini e i sentimenti della popolazione mondiale, e nel girarle quando servono alla Casa Bianca.

Ciò che conta qui dire però è che in termini di competizione intra-capitalistica globale, la Cina è arrivata ad un punto critico della sua ascesa. In campi come la robotica, il trasporto automatizzato, la logistica, il Dragone oggi è all'avanguardia, e in procinto di divenire egemone all'interno della competizione capitalistica per il controllo di questi settori. Un rischio enorme per gli Usa, che da sempre fonda il suo dominio anche sulla sua primazia tecnologica. Non a caso da mesi Washington cerca di mettere i bastoni tra le ruote a Pechino. Oggi con l'attacco a Huawei, ieri con la simile operazione condotta ai danni di ZTE. Questa è un'altra compagnia cinese del settore tlc a cui gli Usa hanno imposto qualche mese fa un blocco all'acquisto di semiconduttori fondamentali per i suoi prodotti, poi rimosso.

In conclusione, possiamo che dire  - per assurdo - le parole di Trump, che ha affermato di non esser a conoscenza dell'arresto di Meng, potrebbero essere anche sincere. Del resto, è anche a livello di strategia di lungo periodo degli apparati, che va oltre i singoli presidenti e le loro inclinazioni, che si sviluppano e decidono politiche e gli assetti del mondo del futuro. E lo scontro tra Usa e Cina, per la stessa articolazione capitalistica globale, è qui per restare.

 

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Il 26 novembre arriva la sentenza per il femminicidio di Lucía Pérez: assoluzione. Viene lanciato immediatamente uno sciopero femminista per il 5 dicembre: centinaia di migliaia di persone scendono in piazza.

 

 

Lucía Pérez, 16 anni. Fu drogata, violentata, impalata e abbandonata esanime davanti all’ospedale Mar del Plata, Buenos Aires. Era l’8 ottobre del 2016. Una settimana dopo il primo sciopero femminista ruppe la normalità dell’Argentina. Da allora la lotta delle donne contro la violenza patriarcale va avanti ininterrotta e si è diramata nel resto del globo.
Due imputati, Matías Farías e Juan Pablo Offidani, sono stati assolti dal femminicidio e condannati per traffico di droga, un terzo è stato assolto da tutti i reati.
Per i giudici, Facundo Gómez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñasil, la morte di Lucía non fu femminicidio e gli abusi sessuali non sono stati dimostrati perché consenzienti. La morte viene attribuita a un’overdose. La pm Sánchez è stata posta sotto indagine per aver parlato dei particolari delle violenze che secondo i giudici non esistono.
Lo scalpore mediatico si accompagna alla normalizzazione di queste violenze che vengono portate avanti sin dentro le aule dei tribunali e lì rese monito e attacco a chi ha deciso di ribellarsi. Un cambiamento arriverà solo dalle lotte delle donne, in tutto il globo.
La storia di Lucía ne ricorda tante altre, vite di donne rubate dalla violenza dell’uomo e delle istituzioni patriarcali. #NiUnaMenos

 

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Il pezzo che pubblichiamo inquadra la mobilitazione dei gilets jaunes all’interno della profonda e stratificata crisi in cui versa la Francia in relazione a un quadro europeo che va verso la destrutturazione. Sta al lettore tirare le conclusioni sul nesso forte, ancorché non immediato, tra quanto avviene nel paese transalpino, e in Europa, e la lotta No Tav, il cui significato si colloca di fatto ben al di là di qualunque, pur importante, analisi costi-benefici.

Il brano è uno stralcio dal libro I dieci anni che scossero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi di Raffaele Sciortino, che uscirà il prossimo gennaio.

Francia… in giallo

L’asse franco-tedesco è normalmente considerato centrale per la tenuta politica della UE. Economicamente sbilanciato a favore del lato tedesco, risulta parzialmente compensato dal peso politico-militare di Parigi, basato sia sulla disponibilità di armi nucleari sia sul controllo neocoloniale dell’Africa occidentale[1]. Nella crisi globale, che ha pesantemente coinvolto il sistema bancario, la posizione francese si è però decisamente indebolita. Senza entrare nei particolari, basterà ricordare che l’economia francese, a differenza di quella tedesca, non ha affatto recuperato i livelli pre-crisi, anzi ne è alquanto lontana, mentre i deficit delle partite correnti, sui quindici-venti miliardi di euro l’anno, si accumulano oramai costantemente andando a incrementare il rapporto debito/PIL, salito dal 68% del 2007 al 97% del 2017. Anche il settore privato, in particolare le aziende, risulta indebitato. Il benessere da paese nordico è dunque legato all’espansione del debito non solo pubblico ma anche privato - che ha comunque finora permesso di razziare aziende di peso in giro per l’Europa - ma non può ovviare a crescenti disparità sociali e territoriali sempre più evidenti. Sul piano internazionale, le sortite nella regione mediterranea e mediorientale volte a compensare le criticità economiche - la Francia è inoltre uno dei massimi esportatori di armi al mondo - non solo non possono nascondere il velleitarismo da grandeur e la sostanziale subalternità al dispositivo militare statunitense, ma sostanzialmente sottraggono spazio a partner europei, come in Libia a spese dell’Italia, contribuendo a incrementare il caos geopolitico nell’area - in controtendenza rispetto all’approccio tedesco.

Nel 2017 la vittoria elettorale di Macron - congegnata nelle stanze alte degli apparati a evitare che sull’onda della crisi profondissima del Partito Socialista potesse affermarsi la candidatura sovranista di Le Pen figlia - segna solo una pausa momentanea nell’ascesa a scala europea dei consensi ai partiti cosiddetti populisti. La precaria situazione francese imprime infatti una svolta all’élite nella direzione, inedita, della richiesta di una maggiore condivisione delle decisioni con i partner europei. Nel discorso programmatico del settembre 2017 alla Sorbona[2] Macron insiste sulla riforma dell’eurozona, sulla necessità di un ministero unico delle finanze e di un bilancio comune, di una compiuta unione bancaria, insomma sull’esigenza di una maggiore convergenza fiscale per bilanciare le crescenti asimmetrie economiche e sociali dell’Unione. Il suo biglietto da visita, per questa richiesta chiaramente rivolta a Berlino, è il varo della legge di riforma del mercato del lavoro nella direzione di una maggiore precarizzazione, sulla falsariga delle controriforme già passate a inizio anni Duemila a Berlino grazie al governo socialdemocratico di allora. Nel frattempo, viene abolita l’imposta sulle grandi ricchezze e diminuita quella sugli utili societari.

Ma a Berlino, dove ci si para dietro la complicata formazione del nuovo governo di grande coalizione, prevale la tattica dilatoria di Merkel nei confronti delle richieste francesi, che equivarrebbero alla costruzione di un meccanismo di riequilibrio nei conti economici intra-europei, visto in Germania come una nascosta mutualizzazione dei debiti e una rinuncia permanente alle riforme strutturali ritenute necessarie per i paesi meridionali.[3] L’indebolimento di Merkel e dei socialdemocratici non promette nulla di buono per le proposte cui è legata la tenuta politica di Macron. Del resto, sa se da un lato l’élite francese deve fare i conti con l’indebolimento strutturale del paese, e dunque la parziale rinuncia alla sovranità diviene una necessità, dall’altro non rinuncia a giri di valzer in politica estera, per esempio con la nuova amministrazione statunitense, che non possono che innescare la diffidenza tedesca, o a progetti per un esercito europeo non esattamente coincidenti con quelli, più cauti, di Berlino.[4]

In questo quadro, nel novembre 2018, non sorprende e però sorprende la mobilitazione dei gilets jaunes, venuta su in maniera spontanea, tramite social media e incontri informali autorganizzati da comuni cittadini, contro l’aumento delle tasse sui carburanti, ma ben presto ampliatasi a una contestazione del carovita e delle nuove povertà nonché della stessa presidenza Macron - come mostrano le manifestazioni organizzate agli Champs-Élysées parigini. Non sorprende tenuto conto della tradizionale combattività e capacità di protagonismo dei francesi su temi sociali generali - dal Maggio ’68 al grande sciopero nazionale dei trasporti del ’95, per nominare solo i picchi più noti e importanti. Ma quello che sorprende è che, questa volta, non scende in piazza la Francia di gauche, della sinistra sociale e politica, con le sue modalità, le sue reti e i suoi riti consolidati. La mobilitazione dei gilets jaunes sembra in grande, con una portata cioè nazionale, quello che in piccolo si è dato cinque anni prima con il movimento dei cosiddetti forconi o del #9D in Italia, si colloca cioè dentro la tendenza neopopulista dal basso che abbiamo analizzato nella terza parte (v. il movimento No Tav). È così per la composizione sociale neoproletaria, erroneamente interpretata o liquidata come interclassista, dei partecipanti, per la provenienza territoriale periurbana[5] e niente affatto rurale, per le forme di aggregazione e di lotta - che di fatto si presentano come uno sciopero sul territorio -, per il carattere cittadinista delle istanze contro uno stato vessatorio o assente, per la intrinseca politicità delle rivendicazioni proprie di chi non è comunità ma aspira a costruirla, dunque anche per le ambiguità immancabilmente presenti, qui e là, dalla presenza di militanti di estrema destra a qualche esternazione dal sottofondo razzista[6]. Si potrebbe continuare, ma i fatti si svolgono proprio mentre scriviamo, dunque dobbiamo limitarci a prime impressioni - senza poter entrare nel merito delle profonde implicazioni politiche di questi sviluppi - impressioni che però, crediamo, rappresentano una conferma dell’ipotesi di lettura in merito a quanto abbiamo chiamato neopopulismo.[7]

L’asse europeo, insomma, scricchiola e vacilla anche e forse più sul fronte occidentale. E la cosa importante - nella prospettiva di una divaricazione futura tra istanze dal basso e formazioni politiche sovraniste che se ne fanno rappresentanti nel quadro istituzionale - è che una mobilitazione sociale di questa portata spaventa tutti: le élites europeiste e globali, per ovvi motivi, ma anche, in diverso modo, proprio quelle formazioni che vorrebbero limitare le manifestazioni di scontento ai soli momenti elettorali per gestirne la portata all’ombra di una rinnovata pace sociale. Eppure, senza sporcarsi le mani con il conflitto sociale, le formazioni sovraniste non sono in grado di andare molto avanti, così come è stato per il riformismo d’antan.[8] Il caso italiano ne è un chiaro esempio.

Raffaele Sciortino

 

[1] V. Mariamawit Tadesse, The CFA Franc Zones: Neocolonialism and Dependency, Agosto 2018 (https://economicquestions.org/cfa-franc-neocolonialism/).

[2] V. https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2017/09/26/initiative-pour-leurope-discours-du-president-de-la-republique-emmanuel-macron-pour-une-europe-souveraine-unie-democratique.

[3] Avverte del rischio di un indebolimento eccessivo di Macron all’interno un documento della DGAP, istituto tedesco di politica estera vicino ai conservatori, dell’aprile 2018: https://www.netzwerk-ebd.de/nachrichten/dgap-ein-jahr-macron-der-gebremste-praesident/.

[4] V. https://www.german-foreign-policy.com/news/detail/7783/.

[5] V. su questo aspetto la lucida intervista al demografo francese Hervé Le Bras, Il Manifesto, 25 novembre 2018.

[6] Sono, questi ultimi, gli aspetti su cui immancabilmente si è lanciata la stampa mainstream.

[7] Interessanti le reazioni della sinistra ufficiale nella provincia italica, meno incarognite che nel caso del #9D: conta senz’altro il diverso peso della mobilitazione francese e un contesto che nel frattempo si è spostato di molto in avanti - ma vale pur sempre la regola che le cornamuse in Irlanda fanno tanto folk song , mentre gli zampognari di Matera…

[8] Di nuovo, qui si può notare che un termine di confronto utile per comprendere le dinamiche neopopuliste attuali in relazione al nesso lotte-organizzazione-sistema politico - pur nelle sostanziali differenze di contesto che abbiamo messo in luce nella terza parte - è il riformismo storico e non il fascismo: questo ha dovuto sconfiggere sul campo la classe operaia prima di poter accedere allo stato e tagliare i rami secchi dell’élite di allora; quello ha dovuto convogliare la lotta proletaria contro la classe dominante, elemento primario, nell’alveo di un capitalismo riformato.

 

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La crisi politica che sta investendo la Francia ha toccato un altro picco questa settimana con le mobilitazioni degli studenti delle scuole e delle università.

Gli studenti francesi si sono mobilitati ormai da un anno contro l’aumento delle tasse d’iscrizione all’università per gli studenti stranieri e una riforma della scuola (il cosidetto parcoursup) che renderà più difficile l’accesso agli atenei. La mobilitazione ha ripreso sull’onda delle proteste dei gilets jaunes, il punto di convergenza è rappresentato ovviamente dalla richiesta di dimissioni del “presidente dei ricchi”. Per Emmanuel Macron si stanno realizzando i peggiori incubi che già agitavano i sonni dell’esecutivo nelle scorse settimane. Un movimento partito dalla Francia contro l’aumento delle tasse del carburante e diventato rapidamente una sollevazione generale per chiedere la ridistribuzione delle risorse e un aumento dei fondi pubblici per i servizi si è saldato con una componente giovanile fortissima con una presenza particolarmente forte degli istituti tecnici di banlieue.

 

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La pratica più diffusa, già familiare nelle scorse mobilitazioni studentesche, è quella del blocco dell’entrata degli istituti scolastici con cassonetti e altro materiale di fortuna. Lunedi erano in centottanta scuole a bloccare, si sono aggiunti altri duecento licei martedi e altrettanti ieri (giovedi). I punti più caldi sono stati a Lille, Marsiglia, Parigi, Tolosa, Lione, Aix, Montpellier e Bordeaux ma sono decine anche le località molto più periferiche raggiunte dalla mobilitazione. Sono stati inoltre bloccate le università di Tolosa, Nantes e diversi atenei a Parigi tra cui Tolbiac (già occupata per settimane la primaver scorsa) e la celebre Sorbona con gli universitari riuniti in enormi assemblee per decidere come proseguire la mobilitazione.

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La risposta repressiva è stata senza precedenti, con il governo evidentemente deciso a rispondere con la violenza e la paura ai giovani in piazza. A fine giornata il bilancio è di oltre 700 studenti arrestati per aver preso parte ai blocchi, i professori sono dovuti spesso intervenire per difendere i ragazzi da una polizia completamente su di giri. La situazione più terribile si è verificata a Mantes-la-Jolie dove sono state arrestate 146 persone per la maggior parte minorenni nei pressi del liceo Saint-Exupéry. Le immagini diffuse da un agente sui social media (vedi video sotto) della polizia che obbliga i ragazzi a decine ad inginocchiarsi con le mani sulla testa e intima loro di guardare avanti senza abbassare lo sguardo stanno facendo il giro dei social suscitando l’orrore generale.

La CGT, il principale sindacato francese, resta timida sulla mobilitazione, il segretario generale Philippe Martinez ha dichiarato ieri al quotidiano Le Monde che una convergenza con i gilet gialli a livello nazionale è “impossibile” e non farà appello ai suoi iscritti a scendere in piazza sabato preferendo una “giornata di azione” venerdi della settimana seguente. 

Nel frattempo è stato annunciato il dispositivo di sicurezza per proteggere le principali istituzioni politiche e finanziarie francesi sabato durante la nuova giornata di azione annunciata dai gilet gialli. Evidentemente non soddisfatti dalla clamorosa vittoria che ha portato il governo a fare marcia indietro sull'aumento del carburante, si sono dati di nuovo appuntamento a Parigi: 89’000 agenti di polizia di cui 8’000 solo a Parigi saranno in piazza per cercare di contenere i manifestanti.

Vedi il dossier di infoaut CHI SONO I GILETS JAUNES?

Vedi il dossier di Infoaut PRIMAVERA FRANCESE 

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