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Articoli filtrati per data: Tuesday, 04 Dicembre 2018

Cronache dalla manifestazione contro il G20 tenutosi in Argentina il 30 Novembre e il 1 Dicembre.

Buenos Aires ospita per la prima volta nella storia del Sudamerica la riunione del Gruppo dei 20, in una città completamente militarizzata ed un operativo di sicurezza composto da circa 30.000 agenti. Il centro della città è inaccessibile già dal giovedì sera e continuerà ad esserlo venerdì, giorno festivo per l’occasione, e durante il sabato.

In un paese in piena crisi economica, con il peso svalutatosi del 106,7% rispetto al dollaro soltanto nel 2018 e la richiesta di un aiuto finanziario da parte del Fondo Monetario Internazionale di 57,1 miliardi di dollari, il governo Macri ha presentato questa manifestazione come “l’evento più importante della storia argentina”. Il paese sudamericano, per volere del suo presidente, si era offerto difatti come organizzatore di questo ultimo G20: una sorta di invito ai più potenti del mondo ad investire capitali nel paese che ha intrapreso nuovamente la via del liberalismo, dopo gli anni di protezionismo dei coniugi Kirchner.

Tuttavia, la vigilia dell’evento non è stata delle più serene.

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Fuori Il G20 e Macri

In primo luogo, solamente qualche giorno prima si era assistito ad un fallimento totale del sistema di sicurezza durante la finale di Coppa Libertadores. Infatti, il pullman che trasportava i giocatori del Boca Juniors, squadra ospite, è stato bersaglio del lancio di diversi oggetti da parte dei tifosi degli avversari di sempre, il River Plate, provocando persino il ferimento di alcuni giocatori e la conseguente sospensione della partita. E pensare che lo stesso Macri aveva richiesto di far giocare le due partite di andata e ritorno con i tifosi ospiti, concessione che non si verifica da più di cinque anni per motivi di ordine pubblico: chissà come sarebbe andata a finire se effettivamente fosse stata realizzata la richiesta del presidente argentino. Ad ogni modo, non è stato un bel biglietto da visita per il governo argentino in vista del G20, in particolare per la ministra dell’Interno Patricia Bullrich.

In secondo luogo, proprio quest’ultima insieme ad altri funzionari statali hanno cominciato nei giorni precedenti all’inizio dell’evento a minacciare chi volesse manifestare, in particolare sottolineando che lo Stato avrebbe fatto uso della forza nel caso in cui si fossero verificati incidenti. Solo due giorni prima dell’inizio del G20, infatti, la ministra ha fatto approvare una risoluzione, conosciuta in Argentina come “Doctrina Chocobar”, che permette alle forze di polizia di ricorrere all’uso di armi da fuoco contro chiunque “stia fuggendo dopo aver causato, o aver tentato di causare, morti o lesioni gravi”. Viene identificata con questo nome per via di Luís Chocobar, il poliziotto che circa un anno fa nelle strade della Boca uccise, sparandogli mentre era in fuga, Pablo Kukoc, 18 anni, colpevole di aver rapinato e, presumibilmente, ferito con un’arma da taglio, un turista nordamericano. Il poliziotto era stato etichettato come eroe ed esempio da seguire dallo stesso Macri, anche se successivamente condannato dalla Corte Suprema per omicidio aggravato e abuso di potere.

Lo stesso giorno della manifestazione, la polizia insieme alle altre forze di sicurezza messe in campo si sono rese protagoniste di azioni repressive nei confronti dei manifestanti, con fermi ed arresti prima e durante la manifestazione; altre azioni provocatorie si sono verificate anche una volta conclusa la manifestazione, quando le forze dell’ordine hanno ritardato i veicoli che trasportavano le bandiere e il materiale di alcuni movimenti che erano scesi in piazza.

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Alcuni spezzoni del corteo contro il G20

Nonostante dunque, una vigilia piuttosto agitata ed una città interamente isolata, considerato che anche numerose linee ferroviarie dalla provincia sono state soppresse nei due giorni di G20, la manifestazione per le vie del centro della città si è svolta allo stesso modo. Una partecipazione meno cospicua delle ultime manifestazioni che si erano realizzate nella capitale argentina, come quella contro la riforma del lavoro, contro la legge di Bilancio 2019 o persino quella contro la scomparsa di Santiago Maldonado nel settembre del 2017.

Alla manifestazione contro il G20 e contro il Fondo Monetario Internazionale hanno preso parte circa 10.000 persone. Tra questi i principali movimenti della sinistra argentina. Tuttavia, differentemente dalle manifestazioni precedenti è da sottolineare l’assenza dei gruppi politici vicini alla ex-presidente Cristina Kirchner. Per quanto anch’essi si oppongono alla linea del governo Macri ed in particolar modo all’accordo con il Fondo Monetario Internazionale del suo governo, questi ultimi hanno deciso di non partecipare alla manifestazione. Alla base di tale decisione ci sono le elezioni del 2019, che vedranno ancora una volta Cristina Kirchner opporsi al macrismo. In particolar modo, vi è un intento crescente nelle ultime settimane da parte dei movimenti kirchneristi di apparire come un movimento moderato, capace di garantire una buona amministrazione dei profitti capitalisti. Evidentemente la nuova strategia del kirchnerismo è trovare appoggio non soltanto tra le classi più povere della popolazione, ma anche nell’area della grande imprenditoria locale.

Alla fine la giornata si è svolta in un clima piuttosto tranquillo: i tanto temuti movimenti no-global provenienti dall’Europa, ad affiancare gli anarchici locali non si sono visti per le strade di Buenos Aires. Il tragitto della manifestazione anti-G20 ha seguito il percorso concordato, passando più volte nelle vicinanze di vere e proprie barriere vigilati dalle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa, senza però nessun momento di grande tensione, come era invece avvenuto nelle ultime manifestazioni a Buenos Aires.
Nonostante ciò, qualche cartello per strada richiamava quanto succedeva più o meno nello stesso momento in Francia (“Luchemos como en Francia”), dove i gilet gialli mettevano a ferro e fuoco le strade del centro di Parigi, mentre Macron si trovava appunto nel paese sudamericano per il summit.

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Barriere e camionette che bloccano una parte di Buenos Aires

Macri non appena concluso il summit si è congratulato con la propria ministra dell’interno, Patricia Bullrich.

Evidentemente, era nell’interesse del governo che non avvenissero episodi di violenza durante questa manifestazione, affinché si dimostrasse a tutti che l’Argentina si sta integrando al mondo in tutti i sensi ed è un paese in grado di gestire l’ordine pubblico anche attraverso misure straordinarie che permettono l’uso di armi da fuoco alla polizia anche in casi non previsti normalmente.

A distanza di pochi mesi dalle prossime elezioni, l’introduzione della “Doctrina Chocobar” non appare del tutto casuale come prima strategia di campagna elettorale. Dato il mancato raggiungimento dei risultati economici sino a questo momento, il governo Macri sembrerebbe seguire la strategia del nuovo presidente brasiliano, Bolsonaro, il quale ha fatto della brutalità della polizia e del rafforzamento dei suoi poteri di azione il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.

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Cartello in ricordo di Carlo Giuliani, ragazzo ucciso dalla polizia italiana durante il G8 di Genova del 2001

Contributo di eisieibi.

 

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Ha aperto ieri i suoi lavori a Katowice, Polonia, la ventiquattresima edizione della Conferenza Internazionale sul Clima delle Nazioni Unite.

Obiettivo prioritario del meeting è, in teoria, la definitiva implementazione delle linee guida previste dall'accordo sui cambiamenti climatici, raggiunto a Parigi nel 2015. Sono molte le ombre che aleggiano però sulla possibilità di una risoluzione a livello globale di un problema sempre più evidente. Ma che semplicemente cozza con l'imperativo unico del sistema capitalistico: il raggiungimento del profitto a tutti i costi.

Andando con ordine. In primis, a boicottare ogni possibile esito positivo è la volontà americana di non rientrare nell'accordo da cui Washington si è ritirata qualche mese fa. Un accordo che già era molto riduttivo rispetto alle reali esigenze di salvaguardia dell'ambiente. Trump, noto negazionista climatico, è determinato nella sua posizione, dato il sostegno che gli hanno assicurato le lobby del carbone nella campagna elettorale del 2016.

Ciò nonostante lo scorso 23 Novembre tredici agenzie federali americane abbiano pubblicato i risultati di uno studio secondo il quale gli USA rischierebbero, in assenza di politiche adeguate sul tema, una contrazione di circa il 10% dell'economia del paese da qui alla fine del secolo.

Inoltre, l'elezione alla presidenza di Bolsonaro in Brasile rischia di portare anche il paese latinoamericano fuori dall'accordo, dati gli interessi delle grandi lobby del paese in merito alla deforestazione dell'Amazzonia e allo sfruttamento di massa delle risorse energetiche nel sottosuolo del paese. Ma pure in Unione Europea non si scherza nel predicare bene e razzolare male.

Basti pensare che la delegazione che ospita il vertice ha affermato al termine della prima giornata di lavori che la Polonia “non può fare a meno del carbone”. Va aggiunto ai problemi sul tavolo anche l'aumento del consumo e della produzione di combustibili fossili da parte di paesi in rapido sviluppo come Cina, India, Vietnam, Indonesia. Perfino il segretario Onu Guterres ha parlato di un mondo “completamente fuori rotta”.

Per alcuni studi, se non si interviene entro 20 anni con politiche aggressive in materia, le centinaia di morti che al giorno d'oggi sono dovute ai cambiamenti climatici potrebbero diventare milioni. Di fatto una strage invisibile, che porterà a movimenti migratori ancora più imponenti di quelli che si stanno registrando in questi anni. Con mercenari della politica ai quattro angoli del globo pronti a sfruttarli nei termini che ben conosciamo. Ma tra le conseguenze ci sarà anche lo scaricamento della crisi ecologica sui subalterni nelle società, ad esempio rispetto all'accesso a risorse come l'acqua.

L'inazione degli Stati sul deterioramento dell'ambiente non è altro infatti che una strategia politca. Come riportato su una scritta muraria in Francia in queste settimane di mobilitazione, la crisi climatica non è altro che una guerra contro i poveri. La distruzione dell'ambiente viene sempre affrontata, nella migliore delle ipotesi, con il suggerimento di tenori di vita inferiori, con l'abbassamento delle aspettative di vita di chi è gia in una posizione sfavorevole.

E' proprio contro questo far pagare ai meno abbienti il costo dello sviluppo capitalistico che si stanno ribellando, tra le altre cose, i gilet gialli. Ed è questo che hanno suggerito anche le migliaia di persone che hanno sfilato domenica in piazza a Bruxelles il giorno prima dell'apertura del vertice. Il problema è che serve un cambio di sistema, per affrontare il cambiamento climatico.

L'accordo di Parigi finora è stato ratificato da 183 paesi. A differenza del Protocollo di Kyoto, suo predecessore, non prevede obiettivi vincolanti per i paesi firmatari. L'obiettivo dell'accordo è di mantenere l'innalzamento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Cercando allo stesso tempo di non farla esondare oltre il grado e mezzo. Non è una eventualità semplice: dovrebbe infatti verificarsi una diminuzione di circa il 45% delle emissioni da qui al 2030. E' oggettivamente impossibile aspettarsi qualcosa dai paesi riuniti a Katowice, che rappresentano i grandi capitali nazionali e internazionali che dalla distruzione dell'ambinte lucrano ogni giorno.

Nel meeting si dovrebbe discutere da un lato dei piani nazionali singoli di riduzione delle emissioni, con ogni paese tenuto a rendere conto su base quinquennale dei propri piani di transizione energetica. Dall'altro, si dovrebbe mettere in campo una discussione in merito agli aiuti da parte dei paesi più industrializzati e sviluppati a quelli meno. Questo al fine di offrire ai paesi in via di sviluppo una possibilità di ridurre il loro impatto energetico, finanziando programmi energetici a bassa intensità di combustibili fossili.

Ma le tensioni sulla stabilità economica internazionale e il clima ultrasovranista anche in tema energetico di fatto rendono ridicola questa road map. Secondo quanto previsto a Parigi, ai paesi in via di sviluppo dovrebbero essere consegnati aiuti per circa 100 miliardi di dollari annui, ma sia nel 2016 che nel 2017 la cifra complessiva è stata ben al di sotto di questa cifra. E possibili nuovi venti di crisi potrebbero fare addirittura scendere in futuro questa cifra.

Obiettivo sarebbe un cambio radicale nelle politiche ambientali in direzione dell'eliminazione dei combustibili fossili. Nel 2017, però, il consumo di carbone è aumentato dopo due anni di calo, e tre quarti del consumo mondiale è relativo all'Asia dove abita più o meno la metà della popolazione mondiale. La Cina sta costruendo nuove centrali a carbone in 17 paesi, e anche il Giappone dopo i fatti di Fukushima ha ripreso ad utilizzare il carbone nella sua dieta energetica.

Senza un accordo globale, il deterioramento del clima potrebbe diventare irreversibile. Ma al grande capitale, interessato solo al profitto nel minor tempo possibile, va evidentemente bene così.

 

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Dopo tre settimane di scontri e blocchi, Macron ha deciso di cedere sul principale punto di rivendicazione dei gilet gialli. L’aumento del prezzo del carburante è sospeso per sei mesi quando sarà ridiscusso [L'aumento è stato poi definitivamente annullato ndr].

Una scelta quasi obbligata. I blocchi stanno iniziando a raggiungere alcuni depositi petroliferi mentre ieri sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del presidente anche gli studenti, con una mobilitazione studentesca partita in particolare dagli istituti tecnici di periferia. Ma soprattutto è la mancanza di rappresentanza e quindi della possibilità di aprire un canale di dialogo con i gilet che ha forzato a Macron ad annullare la misura fiscale che ha fatto da trampolino al movimento. Dopo il fallimento dei negoziati di venerdi di nuovo il tavolo previsto per oggi all’Eliseo non si è potuto tenere perché non c’è un solo interlocutore credibile per andare a mediare. Non restava quindi che cedere.

Nel frattempo il bilancio della giornata di sabato si appesantisce. Una donna di 80 anni è morto a Marsiglia dopo essere stata colpita da un lacrimogeno sparato dalla polizia mentre era affacciata alla finestra, un manifestanti di 28 anni di Tolosa è in coma farmacologico in uno stato critico dopo essere stato colpito alla testa da una flashball, i micidiali proiettili rinforzati usati dalla polizia francese. Si sono anche tenute le udienze di convalida per i fermati di sabato, per ora 18 persone sono state tradotte in carcere. Da quanto riferisce il quotidiano Le Monde colpisce molto il profilo degli arrestati, sono quasi tutti operai per la maggior parte provenienti dalla provincia in particolare dal nord del paese.

Difficile dire se questa prima clamorosa concessione basterà per placare i gilet gialli. Da una parte una piattaforma, per quanto parziale, presenta obiettivi ben più ambiziosi in termine di ridistribuzione di reddito, aumento di salari e potenziamento dei servizi sociali. Dall’altra il fulcro della protesta, a giudicare dagli slogan e dalle parole d’ordine, rimane quello delle dimissioni di Macron. Per sabato è annunciato un Atto III dei gilet a Parigi e ieri è trapelata la notizia che il presidente in persona avrebbe promesso ai sindacati di polizia un premio speciale per le forze dell’ordine che saranno mobilizzate per reprimere i manifestanti…

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A call-up for an alliance between French working-class neighbourhoods and Gilets Jaunes. Interview with Youcef Brakni.

Youcef Brakni is a spokeperson for the Comité Adama, calling for joining up the Gilets Jaunes movement demonstration in Paris on December 1 (and beyond). A position that cuts in its own way the internal debate of the militants of the neighbourhoods, divided about this social movement. (Original interview published on the portal mizane.info on 26/11/2018)

Is the Comité Adama calling for a convergence of struggles with the Gilets Jaunes?

We are talking about an alliance rather than a convergence of struggles. Convergence, in the way in which it is used, means to reach a place and ally yourself with something that already exists. This is the meaning that we employed when we had been asking, through the years, to the neighbourhoods residents to converge in their struggles in order to join the leftists organizations or the social movements. The convergence is pointless and overtly characterised. What we are saying at the Comité Adama is: “We are equal allies, because the issue of equality will be at the core of this alliance, we take hits together and return them, especially together.

Is the Comité Adama in touch with members or responsibles of the Gilets Jaunes?

Some Gilets Jaunes support the Comité Adama. Benjamin Belaidi in Compiègne is part of that.

The issue of getting closer to the Gilet Jaunes divides the militants of the neighbourhoods. Do you think it would be an error, for their residents, to desert this kind of social mobilization? Or do you understand those thinking that it is all about two different kinds of France that cannot meet each other?

What is important is to have a clear position and to not betray ourselves. To not betray our own political ideals. With regards to social mobilization, we all share an endemic precarity and unemployment which is as high as 40% in some neighbourhoods. We share a lot of things about the social question which is, very often, worse off for the residents of the peripheries. To not be able to enter labour market and to live in completely unhealthy buildings, worth of the 19th century, make the social question a much more violent reality for us. The issues of racism and police crimes, which are specific to our background, add up to this and it is important to emphasize that. We will take the streets along with the Gilet Jaunes on Saturday, December 1, because we fight the same enemy - without denying our peculiarities.

Will you ask the Gilets Jaunes to include other watchwords?

We are not asking them anything, we do it ourselves. What does it mean to be a Gilet Jaune? It is to be against costly life, taxes and the increase of the price of gasoline. This movement belongs to no one. It belongs to all those living in misery, that cannot make ends meet, that must save in order to feed their families, that sometimes - even with a job - end up having to sleep on the street. We are Gilets Jaunes, too, we are not asking anything. We bring our specificity and that has to be heard, too.

What do you think about some racist episodes that have been already witnessed?

We must not leave the space to far-right. We have to be serious. We meet racist episodes in leftist demonstrations, too. I heard some leftist militants during a pro-Palestinian demo telling me: "why do you use some slogans in Arabic?". There is no need to look at the Gilets Jaunes to recognize this kind of racist behaviour. When I see some leftists militants getting outraged I laugh. We have to see how some Muslim factory workers were treated by the left, which was accusing them of being too closed in their community. I come from a city in the Seine-Saint-Denis region where those who always prevented my militancy were leftists. It was not the right, but the Communist Party, the Greens, etc. the struggle against the Sonacotra centres was in communist party-led cities. In some leftist cities mosques projects were halted. It is hypocrite. There are racist behaviours in some Gilet Jaunes mobilizations, but that is not their specificity: it is the mirror of society. We have to ask ourselves which are the responsibilities resulting from it. When some kind of left speaks like the far-right that becomes a problem.

This critique can also come from neighbourhoods militants and not only from leftist militants…

Yes, because sometimes this kind of situations reproduce themselves out of mimicry, and this is a pity. We have to exceed that and distance ourselves from these subjects. I did not hear criticism when the same aggressions happened during leftist demonstrations. We cannot be apart from these mobilizations. We have to be always players, to be the initiative. It is better to stop racist behaviours from the beginning, in order to prevent this movement from becoming a completely racist one, as in that case we would have to battle both the Gilet Jaunes and Macron! We have to show some strategic intelligence. If we want really change our destiny in France and improve our living conditions we must struggle socially in the streets. All of us have their rightful place in this mobilization. We must be there, Macron is going too far. The impact of his policies on the working-class neighbourhoods will multiply ten-fold."

This mobilization you are calling for december 1 will have a value of a political test for the participation of the neighbourhoods?

On October 13 the Comité Adama organized a demonstration in only seven days against the lies of the judiciary regarding the subject of police abuses. Four thousands of people were mobilized. Hence, we already demonstrated our capacity of mobilization. We are confident. Those following us know that we struggle for the common good. We will be there on December 1 for a cheminot (railway workers - TN) cortege at Saint-Lazare station at 1pm - direction: Champs-Elysées.

 

 

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